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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/01/2024

Il Regno Unito rilancia la truffa del nucleare “pulito”

Per contrastare il cambiamento climatico, la conferenza sul clima di Dubai (COP28) lo scorso dicembre ha sdoganato il nucleare come tecnologia green avanzata in alternativa alla combustione di carbon fossile.

Forte di questa risoluzione, il Regno Unito non perde tempo e annuncia il più grande piano nucleare degli ultimi 70 anni, che mirerebbe a raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il 2050 e che assicurerebbe un quarto del fabbisogno energetico del Paese, segnano un altro passo verso la sua indipendenza energetica.

A marzo 2010, in tutto il Regno Unito si contavano 9 centrali nucleari in funzione, che dispongono complessivamente di 19 reattori operativi e 8 dismessi. Nel 2011 l’energia nucleare nel Regno Unito ha generato il 17,8% dell’energia elettrica prodotta in totale nel Paese.

“Il nucleare è l’antidoto perfetto alle sfide energetiche che la Gran Bretagna deve affrontare: è verde, più economico nel lungo periodo e garantirà la sicurezza energetica del Regno Unito”, ha dichiarato il Primo Ministro Rishi Sunak.

Non dice che questa folle decisione è causata anche dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, e dalla dipendenza dal gas russo, tanto meno accenna ai rischi e alle conseguenze (ambientali ma anche sociali) che questa direzione comporterà.

Il governo britannico sta valutando ora la realizzazione di un’altra grande centrale nucleare, oltre ai progetti in corso degli impianti di Hinkley Point C, già in costruzione, e di Sizewell C, in fase di sviluppo.

Ma il Regno Unito non è l’unico Paese europeo che sta dando il via alla corsa verso l’energia atomica, o quantomeno di competizione tra Stati nel business dell’energia nucleare.

Il colosso francese Edf infatti ha da poco lanciato un piano di investimenti da 1,3 miliardi di sterline per la modernizzazione e l’estensione dell’orizzonte operativo di alcune centrali britanniche.

Tutto ciò senza pensare alle conseguenze ben note da anni, che non riguardano “solo” il rischio legato all’errore umano (e di esperienze ne abbiamo viste, anche recentemente non solo il Europa), ma riguardano anche la questione delle scorie, quell’“effetto collaterale” la cui gestione probabilmente vale tutto l’impatto ambientale derivante da questa energia “pulita”.

Se si pensa infatti alla tossicità dei rifiuti speciali prodotti da questo processo fatto su scala industriale, probabilmente non si potrebbe più dire che questo tipo di energia sia davvero pulita.

Forse sarebbe utile ricordare anche quanto scrivemmo qualche anno fa, ma ancora estremamente attuale (Il nucleare che verrà – Contropiano) e prepararci a una fase di potente disinformazione sulle cosiddette “energie pulite”, e ad una propaganda che spaccierà come tecnologia sostenibile un sacco di fake, che di sostenibile avranno solo i guadagni per chi le gestirà, che di sicuro pubblico e accessibile a tutti non sarà.

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14/12/2023

Italia - Il ministero pubblica l’elenco delle località per i depositi di scorie radioattive

Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato sul proprio sito l’elenco delle 51 aree dove realizzare in Italia il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco Tecnologico, al fine di permettere lo “stoccaggio in via definitiva dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività”. Saranno coinvolte sei regioni. Quattro tra Meridione e isole, una nel centro Italia e una nel nord-ovest.

La Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi) è stata elaborata dalla società Sogin. “La Carta Nazionale delle aree idonee – spiega il Ministero per l’Ambiente – individua 51 zone i cui requisiti sono stati giudicati in linea con i parametri previsti dalla Guida tecnica Isin, che recepisce le normative internazionali per questo tipo di strutture”.

“Gli enti territoriali le cui aree non sono presenti nella proposta di Cnai, nonché il ministero della difesa per le strutture militari interessate, possono entro trenta giorni dalla pubblicazione della Carta, presentare la propria autocandidatura a ospitare il Deposito nazionale e il Parco tecnologico e chiedere al Mase e alla Sogin di avviare una rivalutazione del territorio stesso, al fine di verificarne l’eventuale idoneità”, si legge nella nota del Ministero.

Nell’elenco pubblicato dal ministero le regioni interessate allo stoccaggio dei depositi delle scorie radioattive sono sei.

In Basilicata le aree individuate sono (MT-1 Matera Montalbano Jonico, MT-2 Matera Montalbano Jonico, MT-3 Matera Matera, MT-15 Matera Bernalda, MT-16 Matera Bernalda Montescaglioso, MT_PZ-6 Matera, Potenza Genzano di Lucania Irsina, PZ-8 Potenza Genzano di Lucania, PZ-9 Potenza Genzano di Lucania, PZ-13 Potenza Genzano di Lucania, PZ-14 Potenza Genzano di Lucania).

Altre quattro sono state localizzate al confine tra Basilicata e Puglia (BA_MT-4 Bari, Matera Altamura Matera, BA_MT-5 Bari, Matera Altamura, Matera, TA_MT-17 Matera, Taranto Laterza, Matera, TA_MT-18 Matera, Taranto Laterza, Matera).

Ben ventuno aree sono state individuate nel Lazio (VT-8 Viterbo Montalto di Castro VT-9 Viterbo Canino, Cellere, Ischia di Castro VT-11 Viterbo Soriano nel Cimino, Vasanello, Vignanello, VT-12 Viterbo Corchiano, Vignanello, VT-15 Viterbo Corchiano, Gallese, VT-16 Viterbo Corchiano, VT-20 Viterbo Gallese, Vignanello, VT-24 Viterbo Canino, Montalto di Castro, VT-25 Viterbo Tarquinia, Tuscania, VT-26 Viterbo Canino, VT-27 Viterbo Canino, Montalto di Castro, VT-28 Viterbo Arlena di Castro, Tuscania, VT-29 Viterbo Ischia di Castro, VT-30_A Viterbo Arlena di Castro, Piansano, Tuscania, VT-30_B Viterbo Piansano, Tuscania, VT-31 Viterbo Tuscania, VT-32_A Viterbo Arlena di Castro, Tessennano, Tuscania, VT-32_B Viterbo Arlena di Castro, Tuscania, VT-33 Viterbo Tessennano, Tuscania, VT-34 Viterbo Canino, VT-36 Viterbo Montalto di Castro).

Cinque aree saranno in Piemonte (AL-1 Alessandria Bosco Marengo, Novi Ligure, AL-3 Alessandria Alessandria, Oviglio, AL-8 Alessandria Alessandria, Quargnento, AL-13 Alessandria Castelnuovo Bormida, Sezzadio, AL-14 Alessandria Fubine Monferrato, Quargnento), 1 in Puglia (BA-5 Bari Gravina in Puglia).

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10/01/2021

Sulle scorie radioattive incombe una “alternativa del diavolo

In questi giorni è esplosa la questione, rinviata da tempo, del dove depositare tonnellate di scorie radioattive prodotte nel nostro paese. Occorre sapere con chiarezza che la soluzione non è più rinviabile e che quindi le comunità locali si troveranno a fare i conti con un bulldozer che ormai si è messo in moto.

La Direttiva europea 2011/70 prevede che ogni Paese europeo debba smaltire i materiali radioattivi che produce sul proprio territorio in apposite strutture, prevedendo la costruzione di un deposito unico. In Italia, la mappa di questo deposito unico per le scorie è stata definita e resa pubblica nei giorni scorsi.

Secondo la Commissione parlamentare di inchiesta sul traffico di rifiuti del 2014, la definizione di rifiuti radioattivi trova riscontro nell’articolo 4, punto 3, lettera i, del decreto legislativo n. 230 del 17 marzo 1995 e s.m.i. “Attuazione delle direttive 89/618/Euratom, 90/641/Euratom, 96/29/Euratom, 2006/117/Euratom in materia di radiazioni ionizzanti, 2009/71/Euratom in materia di sicurezza nucleare degli impianti nucleari e 2011/70/Euratom in materia di gestione sicura del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi derivanti da attività civili”.

Si tratta dunque di “qualsiasi materia radioattiva in forma gassosa, liquida o solida, ancorché contenuta in apparecchiature o dispositivi in genere, per la quale nessun riciclo o utilizzo ulteriore è previsto o preso in considerazione dall’autorità di regolamentazione competente o da una persona giuridica o fisica la cui decisione sia accettata dall’autorità di regolamentazione competente e che sia regolamentata come rifiuto radioattivo dall’autorità di regolamentazione competente”.

I rifiuti radioattivi trovano la loro origine in tutte le attività connesse alla produzione di energia elettronucleare (centrali nucleari e ciclo del combustibile), incluse quelle di ricerca e sviluppo. Quantitativi minori, ma significativi, sono prodotti in altre attività, quali la diagnosi e la terapia medica, alcuni controlli di produzione e la ricerca scientifica.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha elaborato su questo un Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi.

Dunque quali tipi di materiali andranno interrati nei vari siti indicati come depositi per le scorie nucleari? Ci sono i rifiuti radioattivi prodotti dalle centrali nucleari italiane dismesse e ci sono quelli prodotti dalle attività sanitarie, industriali e da materiali spesso di uso comune. E su questi è difficile che una Regione possa dire “noi non produciamo scorie radioattive”, a meno che non ammetta di non fare esami diagnostici o altre attività similari.

Va detto subito che la stragrande maggioranza dei materiali radioattivi provenienti da ospedali e centri clinici ha un’emivita (cioè la durata contaminante) di poche ore o giorni, ed è quindi quasi subito declassificata a rifiuto speciale e smaltita con relativo procedimento. In questo caso si presentano dei problemi, anche se di dimensione più contenuta e soluzione relativamente più semplice, ma non privi di “buchi” ancora da riempire.

Le scorie nucleari da attività ospedaliere e medicali


Nell’ordinamento italiano, a differenza di quello europeo, non esiste una norma che impone un inventario dei rifiuti radioattivi medicali. L’ultimo risale al 2017 ed è stato condotto dall’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare (Isin).

I dati forniti in sede di Commissione parlamentare di inchiesta sul traffico dei rifiuti, parlano di 9.500 metri cubi di rifiuti di origine medico-industriale già presenti nei depositi autorizzati, di cui 2.700 radioattivi derivanti annualmente da attività sanitaria. Di questi ultimi, però, l’80 per cento risulta contaminato da radioisotopi a vita molto breve: dunque a norma vengono declassificati e rientrano nel regime dei rifiuti speciali (circa 400 metri cubi annui).

Ma proprio in sede di Commissione parlamentare, il direttore dell’Isin ha segnalato un buco riguardo la mancanza di tracciabilità su una parte di queste scorie, perché “nel momento in cui questi rifiuti escono dal regime dei rifiuti radioattivi per entrare in quello dei rifiuti speciali s’innesca automaticamente il sistema di tracciabilità. Il restante 20 per cento, invece, che non è soggetto alle regole di tracciabilità, resta orfano. C’è dunque la necessità di un collegamento di tracciabilità tra i due regimi perché, in sua assenza, i rifiuti radioattivi medicali si possono smarrire o comunque non essere ben controllati”.

Si presenta poi un’altra questione che dovrebbe essere risolta proprio entro gennaio di quest’anno. C’è infatti una legge comunitaria europea, la 117 del 2019, che impone al Governo italiano di recepire la Direttiva Euratom 59/2013 sulle norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti. Questa legge prevede uno specifico criterio di delega proprio per l’acquisizione dei dati, affinché tutti i produttori, utilizzatori, trasportatori e raccoglitori ne diano comunicazione all’Isin.

Dal canto suo l’Isin ha lavorato ad una piattaforma per raccogliere le informazioni ed elaborarle. Questa piattaforma sarà accessibile alle istituzioni statali e anche agli organismi di controllo e giudiziari e, allo stesso tempo, fungendo da registro, renderà più semplice il lavoro degli operatori. Una volta conclusa con approvazione del decreto legislativo di attuazione della direttiva, a gennaio 2021 dovrebbe entrare in funzione il sistema di acquisizione dei dati.

L’ex presidente della Sogin, (la società di Stato responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare, ndr), ha precisato che “Il cosiddetto sistema integrato della raccolta rifiuti radioattivi prevede modalità diverse a seconda della pericolosità e durata dei materiali radioattivi. Non tutti i rifiuti ospedalieri saranno destinati al deposito nazionale. Anche in futuro, come ora, una parte di essi, a bassa attività e vita molto breve, rimarrà in appositi contenitori nei reparti di medicina nucleare fino al decadimento sotto la soglia di rilevanza radiologica”.

Spiega ancora Giuseppe Zollino, ex presidente Sogin che, “Quelli a più lunga vita sono oggi stoccati in depositi di società private, che li prelevano dagli ospedali. Tra l’altro alcune di queste aziende si affidano a Nucleco (dal 2004 compartecipata per il 60% da Sogin e per il 40% da Enea) che è un anello del servizio integrato di smaltimento, i cui impianti sono nell’area di Casaccia, vicino Roma, dove il deposito temporaneo è prossimo alla saturazione”.

In attesa che il deposito nazionale diventi realtà, i rifiuti radioattivi riposano in vari centri appositi dislocati lungo tutta la Penisola o, qualora il tempo di decadenza sia nell’ordine di qualche ora o giorno (come nel caso della maggior parte dei rifiuti medicali), nelle vasche di decadimento degli ospedali. Ogni anno, certifica Enea, il solo Servizio integrato raccoglie circa 500 metri cubi di rifiuti biomedicali.

Oggi le strutture sanitarie hanno un protocollo molto rigido da seguire per la decontaminazione dei rifiuti radioattivi. Questo prevede l’utilizzo di contenitori ad hoc che consentono al materiale contaminato di perdere con il tempo la propria radioattività prima di essere trasportato nei depositi specializzati.

Ma, da quanto risulta, il sistema di controllo e di smaltimento di questi rifiuti non sempre è così stringente come dovrebbe essere. È più facile negli ospedali ma più difficile sugli ambulatori o studi medici privati.

Superfluo sottolineare che i costi di smaltimento di questi rifiuti sono piuttosto elevati. Ragione per cui i privati ricorrono a “circuiti paralleli” (e spesso illegali), mentre le strutture pubbliche pagano profumatamente i processi di deposito e smaltimento.

Le scorie delle centrali nucleari dismesse

Poi però c’è il secondo tipo di scorie radioattive e non certo per importanza e pericolosità. Al contrario. Si tratta delle scorie nucleari derivate dalle centrali nucleari dismesse. La quantità è “limitata” perché, per fortuna, il ciclo nucleare in Italia è stato fermato con i due referendum del 1987 e del 2011, altrimenti alle scorie prodotte dalle vecchie centrali dismesse, si sarebbero aggiunte quelle di nuove centrali nucleari.

Come stanno attualmente le cose?

La maggior quantità di scorie nucleari in termini di radioattività è accumulata in Piemonte. Si tratta di tante scorie e di quelle “cattive”. Nel Lazio invece risulta accumulata la maggior quantità di scorie nucleari in termini di volume occupato: non di quelle peggiori, ma in grandi quantità. In tutta Italia ci sono già una ventina di depositi di scorie nucleari, mentre ospedali, alcune acciaierie, alcuni centri di ricerca già smaltiscono le scorie con una radioattività più bassa o ad esaurimento breve.

Pochi lo sanno ma ci sono scorie atomiche un po’ in tutta l’Italia, in decine di depositi piccolissimi e temporanei (negli ospedali, nelle acciaierie, in centri ricerche e così via) oltre ai venti depositi maggiori (vedi la cartina).


Occorre sapere che, fino ad ora, circa il 95% del combustibile irraggiato delle quattro centrali nucleari nazionali dismesse non si trovava in Italia. È stato inviato in Francia e in Gran Bretagna, dove è stato riprocessato. Le centrali nucleari chiuse sono quella di Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Garigliano Sessa Aurunca (Caserta) e Latina Borgo Sabotino. Dal riprocessamento delle scorie è stato prodotto materiale nucleare riutilizzabile.

Questi rifiuti radioattivi sono stoccati in contenitori all’estero che adesso però devono rientrare in Italia.

Ma oltre al combustibile irraggiato usato delle centrali che è all’estero, c’è anche quello che è rimasto in Italia e che ammonta più o meno a 16 tonnellate e si trova nei depositi Itrec di Trisaia a Rotondella (Matera), Opec 1 della Casaccia (Roma), Ccr di Ispra (Varese), al Lena nell’università di Pavia, Triga Tc 1 della Casaccia (Roma).

Il combustibile irraggiato è quel rifiuto che, rimosso dal nocciolo di un reattore, può essere considerato una risorsa riutilizzabile o può essere destinato allo smaltimento, se considerato radioattivo. L’attività radioattiva di queste sostanze, è espresso in TBq (Terabequerel – 1012 Bequerel). Utilizzando questo parametro, a detenerne di più è il Piemonte (31.137 TBq), seguito dalla Lombardia (4.278), dalla Basilicata (1.562) e dal Lazio (42).

La maggior parte del combustibile irraggiato (31.137 TBq) è stoccato nel deposito Avogadro in provincia di Vercelli. È seguito da quello del Centro Comune di Ricerche di Ispra Varese (4.271.6 TBq), Itrec di Rotondella in Basilicata (1.562), Opec 1 (34,37), Triga Rc 1 (8,04) e Lena (6) presso la Casaccia a nord di Roma.

Secondo invece un criterio quantitativo, su un totale di 30.497,3 metri cubi, è il Lazio la Regione con la maggiore quantità di rifiuti radioattivi, con 9.241 metri cubi, pari al 30,30% del totale. Segue la Lombardia con 5.875 metri cubi (19,26%), il Piemonte (5.101 metri cubi, 16,73%), l’Emilia Romagna (3.211 metri cubi, 10,53%), la Basilicata (3.150 metri cubi, 10,33%), la Campania (2.913 m3, 9,55%) e infine la Puglia con 1.007 metri cubi di rifiuti radioattivi (pari al 3,3%) che risultano però trasferiti.

Logica nimby o imposizione dello Stato. Una alternativa del diavolo

Il problema dunque è che le scorie nucleari sono state e vengono prodotte, anche in quantità e, per fortuna non tutte dello stesso livello di radioattività. Un sistema che crea rifiuti crea anche il problema di dove e come stoccarli o distruggerli. Quelli a forte radioattività non possono essere distrutti ma solo stoccati per decenni in attesa che la perdano.

Queste scorie sono state prodotte in Italia. Ci auguriamo che i nostri lettori vogliano escludere di esportarli come materiali nocivi in paesi poveri o disposti a prendere soldi per qualsiasi veleno come spesso è già avvenuto. Vogliamo escludere altrettanto di affidare la soluzione alle mafie che, da quanto risulta da alcune inchieste, hanno già provveduto ad affondare navi con bidoni di scorie nei nostri mari.

Ci troviamo dunque di fronte ad una alternativa del diavolo nella quale la logica nimby appare poco accettabile, mentre l’opzione di forza da parte delle autorità centrali si scontrerebbe con una maggiore o minore resistenza delle comunità locali.

È importante sapere che in Italia non ci sono stati solo i referendum del 1987 e del 2011 che hanno bloccato il ricorso al nucleare. C’è stata anche la bocciatura del referendum costituzionale promosso dal governo Renzi nel 2016. Nelle proposte di modifiche costituzionali che Renzi voleva introdurre c’era anche quella dell’introduzione della clausola “della supremazia dell’interesse nazionale”, strumento con cui il governo nazionale poteva imporre alle Regioni e ai Comuni scelte strategiche decise a livello centrale.

Ma anche nella Costituzione vigente c’è un comma dell’articolo 120 che prevede i poteri sostitutivi dello Stato in campo di sicurezza pubblica e di tutela dei servizi essenziali delle prestazioni. Messo alle strette, il governo potrebbe invocarla.

Nell’articolo 120 della Costituzione vigente è scritto che: “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione”.

Siccome la direttiva che impone il deposito nazionale delle scorie nucleari, come abbiamo visto, è una Direttiva europea contemplata dai trattati, la collocazione dei depositi di scorie nei vari territori diventa un po’ come una base della Nato: se il governo ha deciso di farla punterà a farla con ogni mezzo. Qualcuno si ricorda della base statunitense al Dal Molin di Vicenza?

L’unico esempio che abbiamo di resistenza e interdizione fattuale ad una operazione strategica decisa a livello centrale, è quello del Movimento No Tav, che però è rimasto una eccezione e non una esperienza diffusa ed estesa a livello nazionale, anche perchè a quel progetto devastante ha saputo opporre – oltre ad una radicata e fiera resistenza popolare – anche soluzioni alternative.

Dobbiamo dircelo con franchezza e dobbiamo saperlo: su dove sistemare le nostre scorie radioattive dovremo fare i conti con una alternativa del diavolo.

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06/01/2021

Scorie radioattive. Desecrata la mappa dei depositi

Il Governo ha tolto il segreto e ha reso pubblica la Carta nazionale delle aree più idonee sulle 67 selezionate (in sigla Cnapi) per ospitare le scorie nucleari prodotte nel nostro paese.

Il 30 dicembre la Sogin, la società pubblica di gestione del nucleare, ha ricevuto il via libera del Governo e nella notte tra il 4 e il 5 gennaio ha postato sul sito depositonazionale.it la documentazione completa, il progetto e la mappa dei depositi di scorie che dal 2015 era stata sotto riservatezza assoluta con minaccia di sanzioni penali per chi ne avesse rivelato i dettagli.

La carta indica le zone fra le quali sarà scelto il luogo in cui costruire con una spesa di 1,5 miliardi il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, rifiuti che già oggi sono distribuiti dal Piemonte alla Sicilia in una ventina di depositi.

Nella carta non viene indicato il punto in cui sarà costruito il deposito, ma sono indicati tutti i 67 siti tecnicamente idonei ad ospitarlo elencati secondo una graduatoria.

Ne viene fuori una mappa di 12 zone concentrate soprattutto in Piemonte (due in provincia di Torino e cinque in provincia di Alessandria) e nel Lazio (cinque in provincia di Viterbo).


Nella provincia di Torino le zone indicate sono Rondissone-Mazze-Caluso; Carmagnola; in quella di Alessandria sono Alessandria-Castelletto Monferrato-Quargnento; Fubine-Quargnento; Alessandria-Oviglio; Bosco Marengo-Frugarolo; Bosco Marengo-Novi Ligure.

Nel Lazio invece è particolarmente indicata la provincia di Viterbo dove si comincia dalla già nota Montalto di Castro con due localizzazioni, e poi Canino, Corchiano-Vignanello, Corchiano.

Con una classificazione meno definita vengono poi candidate le zone di Castelnuovo Bormida-Sezzadio (Alessandria), un’area a Siena (in val d’Orcia fra Pienza e Trequanda) e una a Grosseto (Campagnatico).

In Puglia viene interessata la zona a cavallo tra le Murge, un territorio in provincia di Bari (Gravina), due vaste aree tra Bari (Altamura) e Matera, una nella provincia di Matera e altre due zone ampie fra Matera e Taranto (Laterza).

Tra le 67 aree ritenute idonee – ma con meno parametri rispondenti – risultano esserci anche alcune zone in provincia di Potenza, la Sicilia (in provincia di Caltanissetta, Trapani e Palermo con i comuni di Calatafimi-Segesta, Petralia Sottana e Butera) e la Sardegna (4 aree idonee in provincia di Oristano e 10 nella provincia del Sulcis, tutte sulle ondulazioni che circondano il Campidano: Siapiccia, Albagiara, Assolo, Mogorella, Usellus, Villa Sant’Antonio, Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Pauli Arbarei, Tuili, Ussaramanna, Gergei, Las Plassas, Villamar, Mandas, Siurgus Donigala, Segariu, Guasila, Ortacesus).

Ma anche in queste localizzazioni di “terza fascia” la provincia di Viterbo appare particolarmente segnata. Oltre ai luoghi già indicati in fascia primaria ci sono anche Ischia di Castro, Canino-Cellere-Ischia di Castro, due lotti a Canino, Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Piansano-Tuscania, Piansano-Tuscania, Tuscania, un’altra area Canino-Montalto, Arlena di Castro-Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Tuscania 1 e 2, Tarquinia-Tuscania, Soriano nel Cimino, Soriano nel Cimino-Vasanello-Vignanello, Gallese-Vignanello, Corchiano-Gallese.

Era il 2 gennaio 2015 quando questa mappa – la Cnapi – fu consegnata in modo ufficiale e chiusa in cassaforte, coperta dal segreto. Anche se qualcosa era già trapelato nel 2013 (vedi Contropiano).

Il deposito nazionale non riguarda solo le scorie nucleari più pericolose, cioè con radioattività più alta e per le quali la soluzione sarà individuata insieme agli altri stati europei alle prese con lo stesso problema di smaltimento (e qualcosa ci fa dire che non è escluso che l’Italia sia costretta ad ospitare scorie nucleari anche di altri paesi in cambio di qualcos’altro sul piano europeo, ndr).

Ci sono infatti anche scorie radioattive a media e bassa attività come quelle prodotte dai mezzi radiodiagnostici degli ospedali e terapie nucleari, radiografie industriali, guanti e tute dei tecnici ospedalieri, reagenti farmaceutici, controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche, il torio luminescente dei vecchi quadranti degli orologi.

In Italia al momento sono già depositati 31mila metri cubi di scorie irraggiate. Una parte di queste perde pericolosità perché con il passare del tempo la radioattività decade, ma ogni anno ne vengono prodotte e aggiunte di ulteriori.

E come sempre ci si ritrova con il problema di come e dove smaltire rifiuti in questo caso molto speciali e pericolosi. E meno male che negli ultimi 43 anni almeno il ciclo delle centrali nucleari è stato bloccato con due referendum. La quantità di scorie ad alta radioattività sarebbe stata immensamente più elevata.

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