Il Ministro dei Trasporti Salvini procede ostinato al servizio di Stretto di Messina SpA per spianare la strada all’approvazione del progetto del ponte sullo stretto. Dopo aver messo mano alla commissione della Valutazione di Impatto Ambientale – che si era permessa di porre delle prescrizioni ambientali e di salvaguardia – adesso è stato il turno del Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Salvini ha rinnovato i componenti dell’organo inserendo un componente del comitato scientifico della società Stretto di Messina SpA, Mauro Dolce, e un iscritto al comitato Ponte Subito, Giuseppe Roberto Tomasicchio.
Una misura necessaria nel momento in cui l’organo è chiamato a valutare gli approfondimenti richiesti dalla Corte dei Conti, e ad approvare il progetto entro fine estate, secondo la tabella di marcia annunciata dal duo Salvini-Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina.
Il governo forza quindi la mano sulle valutazioni economiche e ambientali per dare il via libera al progetto, mentre la procura di Roma ha aperto un processo per corruzione che coinvolge la SdM SpA. La stretta sinergia tra governo e imprese smaschera gli interessi speculativi che portano soltanto devastazione nei territori di Messina e Villa San Giovanni.
Ma la funzione strategica del ponte ha origine nei palazzi dell’Unione Europea, per la quale l’opera si inserisce nella realizzazione del corridoio Scandinavo-Mediterraneo, parte della rete di trasporti transeuropea funzionale alla mobilità bellica di truppe e rifornimenti verso il confine mediterraneo.
Nel libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato dalla Commissione UE, si spiega che “La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata”.
Non è un caso che la salvaguardia dell’ambiente, testa d’ariete della presunta transizione ecologica, si dissolva di fronte agli interessi economici e militari che stanno alla radice della vera transizione bellica in atto.
Contro al progetto utile solo per il profitto delle imprese costruttive, ci troveremo a Messina per il corteo No Ponte per dire no a un’opera che grava sulle persone e sul territorio con costi economici enormi e ricadute di impatti incalcolabili. Il territorio del meridione e della Sicilia, è già strangolato da eventi climatici estremi, cicloni, siccità, onde di calore e divorato dagli incendi.
L’unica necessità urgente sono investimenti nella messa in sicurezza del territorio. La frana di Niscemi, le enormi devastazioni dei due cicloni Harry e Jolina e i bacini idrici a secco non sono eccezionalità, ma gli effetti del cambiamento climatico congiunto a un modello economico volto alla speculazione e allo sfruttamento dei territori, incapace di mettere al centro la prevenzione e la messa in sicurezza dei territori stessi.
Per rovesciare questo sistema, che investe in grandi opere e riarmo, facendo ricadere i costi economici e ambientali sui territori, saremo sempre al fianco di chi lotta. Ci troveremo al corteo No Ponte, sabato 8 agosto ore 18.30 a Piazza Cairoli, Messina!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/08/2026
Ponte sullo Stretto: il governo accelera per avviare i cantieri
30/07/2026
La Tav è funzionale alla mobilità militare, non allo sviluppo del paese
Sulla Tav Torino Lione, no. Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.
6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.
La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.
La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.
Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.
La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.
Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso l'Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.
Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.
Emers è il tasto rosso, qualsiasi stato lo può premere e le nostre strade e ferrovie si riempiranno di eserciti in marcia. I lavoratori civili perderanno tutele e saranno considerati come militari.
Già tutto è in preparazione.
La Tav Torino Lione per motivi commerciali e civili non ha senso. Magari una volta, ma poi si è capito che è un danno e un costo sproporzionato rispetto al vantaggio. Ora serve solo per una cosa. La guerra.
Quando si parla di “guerriglia” o meglio sabotaggio, anche se violento, contro questa grande opera, scriviamo esattamente le cose come stanno.
La Tav non è un treno, non è freccia rossa o TGV.
La Tav è Military mobility, è guerra.
E se una volta l’anno, in pieno giorno, in un giorno stabilito, e conosciuto dalla polizia, avviene un sabotaggio... chiamiamolo per quello che è, sabotaggio della Military mobility. Può non piacere, (a me il fumo nero non piace) possiamo preferirei altri metodi, ma chiamiamolo con il suo nome.
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25/12/2025
Dopo il riarmo l’Unione Europea vuole una “Schengen militare”
A favore della risoluzione formalmente “non vincolante”, esaminata lo scorso 17 dicembre, si sono espressi ben 493 eurodeputati, mentre solo 127 si sono detti contrari e 38 si sono astenuti.
L’ok dell’assemblea europea è giunto mentre i deputati tedeschi approvavano un pacchetto di 50 miliardi di euro in equipaggiamenti per l’esercito nazionale, portando a 83 miliardi lo stanziamento totale di Berlino per il suo esercito nell’ottica di elevarlo a 150 miliardi annui entro il 2029.
Il giorno precedente i capi di stato e di governo dei paesi che compongono il cosiddetto Fianco Orientale dell’Alleanza Atlantica, riuniti nel “Eastern Flank Watch”, avevano già esortato l’UE a «concedere priorità ai fondi difensivi da destinare al confine orientale della Nato».
La “Schengen militare”, la cui istituzione viene chiesta alla Commissione Europea e agli Stati membri, prevede di fatto la rimozione delle frontiere interne all’Unione per facilitare il movimento di truppe e potenziare la circolazione degli equipaggiamenti militari sulle ferrovie e le strade di tutta l’Europa.
Il co-relatore del testo, il liberale lituano Petras Auštrevičius, ha spiegato che «la mobilità di truppe e mezzi non costituisce un mero asset militare ma rappresenta un elemento essenziale di deterrenza nei confronti di possibili azioni ostili verso l’Unione Europea (...) Per mantenere la forza e la capacità dell’Europa di scoraggiare gli aggressori, è fondamentale dimostrare la nostra prontezza ad agire. Ciò include la capacità di dispiegare rapidamente truppe e attrezzature in tutta l’Ue».
Il testo approvato elenca una serie di misure considerate necessarie per superare le attuali limitazioni alla mobilità militare nel continente europeo.
In primo luogo, la risoluzione chiede l’incremento ad almeno 17 miliardi di euro dei fondi destinati ad adeguare circa 500 infrastrutture ritenute strategiche – tra ferrovie, ponti e gallerie – e di quelli destinati alla mobilità militare nell’ambito del “Multiannual Financial Framework (MFF)” per il 2028-2032. Il testo invita i singoli governi ad astenersi dal ridimensionare le previsioni di spesa come è invece accaduto nella precedente legislatura con un taglio del 75%.
Il documento cita poi espressamente l’istituzione di un’area “Schengen militare” tramite l’adozione di soluzioni digitali e l’accelerazione delle autorizzazioni dei movimenti militari transfrontalieri all’interno dell’UE. In quest’ottica, il Parlamento ha proposto anche un rafforzamento del coordinamento a livello europeo, attraverso l’istituzione di una task force ad hoc, incaricata di seguire l’attuazione delle misure e di facilitare la cooperazione tra i diversi stati membri.
La maggioranza dei deputati europei chiede investimenti mirati lungo i quattro corridoi prioritari di mobilità militare – Nord, Est, Centro Sud e Centro Nord – e ricorda che più del 94% di questi tracciati coincide con la rete Ten-T, il grande sistema europeo dei trasporti. L’obiettivo è duplice: rendere le infrastrutture civili utilizzabili anche dalle forze armate ed eliminare i “colli di bottiglia” che bloccano interi corridoi. Un grosso ostacolo è attualmente rappresentato dalla differenza di scartamento tra i sistemi ferroviari di diversi paesi che rallentano la mobilità dei convogli militari sulle vie ferrate.
La risoluzione insiste sulla necessità di rafforzare anche tutti gli aspetti logistici funzionali alla mobilità militare, a partire dalla manutenzione, dallo stoccaggio, dal rifornimento e dalle riparazioni.
Gli estensori della mozione hanno anche citato la necessità di un maggiore coordinamento con l’Alleanza Atlantica, la cui infrastruttura viene ritenuta essenziale per garantire il rapido movimento delle truppe in caso di crisi. L’obiettivo prefissato è quello di assicurare un limite massimo di tre giorni per la circolazione delle forze armate in tempo di pace e di sole 24 ore in situazioni di emergenza.
D’altronde l’idea di un’area “Schengen militare” risale alle proposte dell’ex comandante delle truppe statunitensi schierate in Europa, Ben Hodges. Già nel 2018 l’UE avviò un primo “Piano d’azione sulla mobilità militare” all’interno del quadro di cooperazione strutturata permanente. Ora però la risoluzione dell’Eurocamera intende dare un nuovo impulso agli sforzi per aumentare il coordinamento tra le forze armate dei diversi paesi allo scopo di aumentare la mobilità di mezzi e truppe che nonostante i passi avanti rispetto al passato soffre ancora di notevoli ostacoli amministrativi, finanziari e infrastrutturali.
Dopo il voto del Parlamento Europeo l’iniziativa passa ai membri delle commissioni Trasporti e Difesa, a cui spetta il compito di avviare i lavori legislativi sul pacchetto sulla mobilità militare presentato a novembre dalla Commissione europea.
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21/12/2025
Gli emendamenti alla finanziaria la stanno rendendo ancora più guerrafondaia
La polemica politica si è incentrata sulla stretta pensionistica, che ha riguardato il riscatto della laurea e un ulteriore allungamento dell’età pensionabile. La maggioranza si è divisa, varie voci hanno tuonato, e alla fine le coperture sono state trovate su altre voci previdenziali e in parte altrove. Ovviamente, non togliendole alle spese militari.
È saltata la pensione anticipata attraverso il cumulo degli importi delle forme pensionistiche complementari, e sono stati incrementati i tagli per l’anticipo pensionistico dei lavoratori precoci. Inoltre, è stato deciso anche un taglio di 40 milioni annui dal 2033 al Fondo per il pensionamento anticipato dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti. E ad ogni modo, ricordiamo che l’età pensionabile aumenterà ugualmente, in maniera automatica in relazione all’aspettativa di vita.
Tuttavia, i soldi si stanno trovando ugualmente per le imprese e le scuole paritarie (cioè private), a dimostrazione che il nemico del governo è tutto ciò che è pubblico, che è programmato in funzione dell’interesse collettivo. Parliamo dell’esenzione Imu e di oltre un centinaio di milioni che vengono letteralmente regalati agli istituti privati.
Ma come detto, è la tendenza guerrafondaia a caratterizzare davvero questa ennesima finanziaria Meloni, e lo dimostra l’emendamento che vorrebbe mettere in mano al governo la possibilità di decretare la conversione bellica dell’economia e delle infrastrutture del paese, “al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa”.
Così recita il testo, di cui è bene riportare anche le altre parti. Le capacità della difesa sono duplici, e sono “riferite alla produzione e al commercio di armi”. Non riguardano, dunque, solo l’assemblaggio degli armamenti negli stabilimenti, ma anche tutta la filiera logistica che ne permette la commercializzazione.
Infatti, l’emendamento aggiunge che è tramite “uno o più decreti del ministro della Difesa di concerto con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti” che il governo può procedere a individuare, “anche con funzioni ricognitive e comunque nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente, le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, ampiamento, conversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale”.
Se si analizza il testo, emergono vari elementi preoccupanti. Si parla della possibilità di procedere per decreto all’inserimento di alcune produzioni funzionali al riarmo dentro la filiera bellica, operandone appunto una conversione. Ma si parla anche della possibile estensione dei territori militarizzati.
Alcuni media hanno sottolineato che l’obiettivo è probabilmente quello di facilitare la realizzazione delle aree per i test dei nuovi carri armati e mezzi di fanteria prodotti da Leonardo-Rheinmetall, o anche della pista di addestramento degli F-35 nella base di Trapani-Birgi.
Ma emergono senza dubbio anche le potenzialità della conversione dual use, ad esempio, di infrastrutture civili già esistenti, con tutti i lavori di adeguamento annessi. Progetti del genere sono già sul tavolo, ad esempio con la diga foranea di Genova. Il coinvolgimento del ministero delle Infrastrutture è pensato perfettamente in linea con la spinta sulla mobilità militare che è diventata uno dei capisaldi della Difesa Europea.
Tutto ciò viene poi giustificato con la qualifica di opera di “interesse strategico nazionale”, e viene imposto attraverso atti governativi. Il ministro della Difesa Crosetto ha parlato di una semplice semplificazione della burocrazia, e non c’è dubbio che l’emendamento servirà ad applicare procedure semplificate e a ridurre gli oneri amministrativi, secondo gli indirizzi che in merito ha già adottato la UE, come ha ricordato Crosetto stesso.
Ma i margini offerti all’esecutivo da questa norma risultano eccessivamente ampi e ambigui. La democrazia parlamentare, scusate la nettezza, va a farsi fottere, e lascia il posto alla “democratura”.
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10/12/2025
A 20 anni dalla battaglia di Venaus, 8 dicembre 2005
Pubblichiamo quest’intervista in occasione del ventennale dell’8 dicembre 2005, uno dei momenti più alti di uno dei movimenti più longevi, combattivi e partecipati ad essersi mai prodotti nel nostro Paese. Stiamo parlando ovviamente del movimento No TAV, che dagli anni ’90 difende con energia il proprio territorio, i suoi ecosistemi, la salute di chi lo abita.
La lotta ha pagato ma non è ancora finita: nonostante i molteplici cambi di progetto e i rallentamenti conquistati con la resistenza del popolo valsusino, i governi insistono su questa grande opera ecocida, spinti da interessi mafiosi e (soprattutto) militari.
Abbiamo parlato di questi interessi, di come il movimento si sia organizzato per opporvisi, di cosa gli abbia permesso di mantenere il suo vigore negli anni, del valore della comunità, del futuro e della storia resistente di una valle che ha saputo lottare per la propria sopravvivenza senza mai smettere di guardare oltre, a quello che succedeva nel Paese e nel Mondo.
Un esempio concreto per tutti coloro che oggi, in Italia e non solo, vogliano organizzarsi contro il collasso ecologico e sociale scatenato dal capitalismo.
Da dove venite e come vi siete avvicinati alla lotta No TAV?
Marco: Io sono di Bussoleno. Sono nato nel ’59, in un contesto che in Valsusa era molto caldo. Già negli anni della resistenza la Valle è sempre stata molto attiva. Abbiamo iniziato molto giovani a fare politica, quando avevamo tra i 12 e i 14 anni, nel Collettivo Operai e Studenti (che poi diventò Lotta Continua). I partigiani che incontravamo nelle osterie delle borgate all’epoca avevano sui 50 anni e ci raccontavano della lotta partigiana.
La Valle aveva anche una concentrazione operaia importante. A Susa, a Borgone, c’era tutto l’indotto della FIAT e quando chiusero i cotonifici Riva nel ’69 (il padrone dall’oggi al domani prese tutti i soldi e scappò in Libia) si aprì tutta una stagione di lotte anche in altre fabbriche.
Nel movimento No TAV si vede bene la tradizione resistente della Valle, che viene da lontano.
Molti valligiani, me compreso, andarono poi a scuola a Torino e iniziarono a fare politica lì. Dunque per parte degli anni ’70 e negli anni ’80 stetti via prendendo parte a varie esperienze di lotta (tra cui quella di Prima Linea) e poi con anche altri compagni rientrammo a Bussoleno verso l’inizio degli anni ’90.
Giulia: Io mi chiamo Giulia, del ’59 anche io. Faccio parte del comitato No TAV Torino & Cintura e mi sono avvicinata alla lotta No TAV in modo attivo nel 2011, prima ne ero solo simpatizzante. Arrivo da una famiglia con forte impronta antifascista e legata alla storia della Resistenza.
Da ragazza avevo fatto attività di movimento da studentessa, avvicinandomi a Lotta Continua. Poi per vicende personali legate alla famiglia e ai figli per molti anni ho rallentato la partecipazione.
Uno dei momenti salienti che mi hanno riaccesa è stata la caduta dal traliccio di Luca Abbà, durante l’espropriazione forzata della Baita del movimento No TAV in Clarea (ndr: si parla di un agricoltore valsusino e storico militante No TAV che prese la scossa, cadde da 10 metri di altezza e finì in coma per mesi, dopo essere stato inseguito dalla polizia su un traliccio su cui si era arrampicato per protesta).
Quando situereste l’inizio della lotta No TAV?
Marco: Oggi diciamo 20 anni del Movimento No TAV, perché si fa riferimento alle grandi vittorie del 2005, ma in realtà il Movimento No TAV risale agli anni '90. Già a Genova 2001 i No TAV erano presenti col proprio spezzone e dal 2000 al 2005 si sono fatte molte grandi manifestazioni, marce Borgone-Bussoleno-Susa che portavano anche 30-40 mila persone in strada. Manifestazioni più piccole si vedevano già dalla fine degli anni ’90.
Il Comitato di Lotta Popolare, che è il comitato No TAV di cui faccio parte, nasce nel ’99, e nello stesso periodo si formano altri comitati come quello di Alpignano e quello di Susa. Dentro al Movimento No TAV convivevano le aree politiche più diverse, da Rifondazione Comunista, all’Askatasuna, alla componente anarchica, a compagni singoli... e la partecipazione in valle non si limitava solo ai compagni: nonostante questi rappresentassero una parte importante, c’era molto altro.
Ad esempio Perino, che è stato tra i leader e figura centrale del movimento, proveniva da Dialogo in Valle, un’area cattolica e pacifista che fin dall’inizio è stata dentro alle lotte.
Giulia: Sottolineo su questo punto l’importanza dei presìdi No TAV. Avere luoghi occupati sul territorio che diano la possibilità di incontrarsi, fare assemblee ma anche socialità, mangiare insieme, stringere rapporti che vanno oltre alla lotta, tutto questo crea un modo diverso di stare con le persone e di viversi il rapporto con le istituzioni e con la terra. Questo è uno dei fattori che ha permesso questa unità di intenti, e infatti ancora oggi ogni volta che ne apriamo uno provano a chiudercelo, come è successo l’anno scorso con il presidio di San Giuliano nonostante manchino ancora anni prima dell’inizio previsto dei lavori.
Marco: È vero! Ho visto gente che mai avrei pensato potesse venire a una manifestazione partecipare al movimento convinta come noi, e dicevano di aver riscoperto un senso nella vita, di aver riscoperto la comunità. Questo discorso della comunità in Valle ha assemblato teste completamente diverse, comunisti, anarchici, cattolici, pacifisti, e c’è quasi sempre stata l’intelligenza da parte di tutti di capire quando fare un passo avanti e quando farne uno di lato, per non lasciare indietro nessuno.
Questa è una delle caratteristiche che hanno fatto sì che il movimento abbia potuto reggere per oltre 25 anni, evolvendosi e contribuendo anche ad altre lotte fuori dalla Valle (dai No MUOS, ai No Ponte, ecc.).
Altro fattore è stata l’unità nell’azione. Certo, la repressione, le denunce, gli arresti fanno male, per un movimento che vede tra la sue fila dai 15enni agli ultraottantenni. Ma una delle grandi forze del movimento è stato non separare l’iniziativa pomeridiana al presidio, dalla manifestazione tranquilla, dall’assalto notturno al cantiere.
Ricordo benissimo quando Perino, cattolico e pacifista, inaugurò il discorso del sabotaggio, della giustezza del sabotaggio. Lui lo faceva riferendosi a Gandhi, sottolineando il fatto che l’attacco al macchinario non era un attacco alle persone: quindi era una pratica da fare. Lo disse in più volte, in più manifestazioni e anche pubblicamente.
In Valle la divisione fra buoni e cattivi non è mai passata.
Giulia: Sì, questo riguarda anche gli attacchi al cantiere. Gli attacchi al cantiere sono per fermare il cantiere, per far vedere che la valle non è pacificata. Non sono attacchi alle persone, sono attacchi all’opera e a tutela del territorio. Questo è importante, perché poi questa cosa viene mistificata sempre.
Il movimento No TAV ha sempre fatto un grosso lavoro sui tecnici, e per tutelarci dalla repressione sono stati in particolar modo importanti i nostri legali che da anni e anni e anni si prestano gratuitamente e sono loro stessi No TAV. Nel 2011, quando ho iniziato a partecipare al movimento in modo più attivo, c’erano già più o meno mille indagati.
Anche io stessa ho avuto tre avvisi di garanzia, che venivano dati per ogni cosa: un adesivo su una macchina del cantiere diventava già danneggiamento. La repressione ha picchiato molto duro, con le forze dell’ordine, con l’esercito (ndr: In Val di Susa sono impiegati a scopo di repressione dei No TAV i Cacciatori di Sardegna e di Calabria, unità dell’esercito specializzate nella guerriglia montana i cui membri vengono pagati 8.000 euro al mese, come in missione speciale), con tutte le sanzioni amministrative e le multe salatissime, ed è questo che magari fa un po’ retrocedere le persone che sono avanti con gli anni, o chi è meno pronto. Però tanti scelgono di restare nella lotta, anche se magari più nelle retrovie.
Su questa questione, credete che il livello di repressione in Val di Susa negli anni abbia in qualche modo preannunciato quello vissuto oggi da movimenti sociali e ambientalisti nel resto d’Italia?
Giulia: La Val di Susa è stata un laboratorio, hanno sperimentato quello che poi hanno portato un po’ in tutta Italia, la procura di Torino in modo particolare. Dalla magistratura, siamo sempre stati trattati come “terroristi”, con i processi fatti nelle aule bunker del carcere di Torino Vallette.
C’è stata una criminalizzazione che però dopo essere stata sperimentata in Valle è stata esportata, tanto è vero che nuove lotte come quella dei No MUOS già dal principio si sono trovate di fronte a un livello e ad un tipo di repressione che in Valsusa si era sviluppata dopo anni, per quanto riguarda ad esempio la parte tecnologica, le intercettazioni ambientali nel bosco, nei cantieri, nelle case.
Il gruppo delle Mamme per la Libertà di Dissenso che abbiamo in Piemonte fa delle riunioni periodiche con realtà analoghe di altre parti d’Italia, e queste ultime rimangono spesso scandalizzate dal livello di punizione anche preventiva nei confronti degli attivisti che non si trova da altre parti.
Il decreto “sicurezza” passato di recente riprende tutta una serie di pratiche giudiziarie e poliziesche che in Valle già erano uno standard da tempo, tipo la carcerazione preventiva, i DASPO, i divieti di dimora e le sanzioni amministrative pressoché inappellabili. Qualche anno fa hanno anche impedito a una ragazza di partecipare al funerale del padre, a causa di un divieto di dimora.
Marco: Prima per spezzare il movimento hanno provato a buttarla sulla narrazione mediatica. “Tra i No TAV ci sono gli ex-lottarmatisti!”... senonché non attecchiva, perché in Valle ci conosciamo tutti di persona e queste strumentalizzazioni non funzionano. Dopo hanno provato con la divisione buoni/cattivi, che pure come dicevo non ha funzionato...
Poi hanno cominciato con le multe: a Perino ne arrivò una da circa 300mila euro, su querela di TELT, l’azienda dietro al TAV!
Il movimento si attivò e raccolse in poco tempo la somma necessaria in tutta Italia, a riprova di quanto la lotta No TAV abbia saputo generalizzarsi e uscire dai confini della Valsusa. La multa poi è stata ridotta per una nostra azione legale perché totalmente illegittima, e quei soldi finirono nella cassa di resistenza No TAV, che finanzia le iniziative del movimento e la tutela dei compagni di fronte alla repressione.
Questa storia dei fogli di via, poi, è altrettanto assurda! Io sto a Bussoleno e ho fogli di via da Bruzolo, San Didero, Chiomonte, Giaveno...
Praticamente sei circondato, non puoi uscire dal tuo comune!
Marco: Infatti feci notare alla polizia l’assurdità della cosa, tant’è che dovevo passarci per andare a lavoro, e quindi mi scrissero che potevo “transitare” in questi posti, ma non fermarmi.
Ma nonostante tutto questo ci sono tanti giovani che non si lasciano spaventare e si uniscono alla lotta collegandola anche al quadro generale come i discorsi sul clima.
Giulia: La lotta è la stessa ma le pratiche sono differenti, c’è chi fa l’assemblea, c’è chi fa la mostra fotografica e c’è chi fa gli “attacchi” ai cantieri. Noi non siamo un movimento d’opinione: i convegni vanno fatti, ma non bastano. Noi vogliamo davvero che il treno si fermi, che questa valle non venga devastata, ed è questo il significato delle azioni che intraprendiamo, comprese le più dure.
Marco: Altro fattore importante, a proposito del tenere insieme più piani di lotta, sono stati i sindaci. Fino al 2005 e anche un po’ dopo ne abbiamo avuto di molto combattivi, sempre in testa ai cortei. I valligiani, anche i più timorosi, partecipavano a decine di migliaia ai cortei anche perché c’erano i sindaci che davano una forma leggermente più istituzionale e quindi la gente diceva se ci sono i sindaci dobbiamo andare anche noi.
Giulia: I sindaci dopo sono stati un po’ comprati, nel senso che tutto quello che riguarda la Val di Susa, dalla messa a norma nel territorio, alla rotonda, alla scuola da sistemare, è sottoposto a ricatto attraverso le compensazioni. Lo Stato e la Regione ti dicono ok, io ti do i soldi per fare questo, ma solo se tu sei favorevole al TAV o quantomeno non lo osteggi apertamente. Questo ha fatto sì che negli anni gli amministratori siano diventati più tiepidi.
Marco: I soldi non li hanno visti ancora, comunque. Il loro atteggiamento servile non li ha premiati.
Giulia: No, infatti. Nessuno ha ancora avuto una lira di queste fantomatiche compensazioni. Per questo, oramai ci siamo detti: sì provano ad includere le amministrazioni locali, ma poi anche se non ci sono il movimento va comunque avanti senza di loro.
In ogni caso, questo 8 dicembre sembra che i sindaci ci saranno!
Quali sono le fasi, a grandi linee, che ha attraversato il movimento? Quali i momenti di picco?
Marco: Un punto di svolta importante è stato appunto il 2005.
La militarizzazione della valle diventava sempre più evidente e questo fece aprire gli occhi a molti. La gente non poteva neanche andare al cimitero a trovare i propri cari defunti, se non era residente in quella specifica frazione dove sorgeva il camposanto, perché la polizia aveva istituito dei checkpoint e ti fermava.
Il 31 ottobre del 2005 blocchiamo il passaggio della prima trivella sul ponte del Seghino, con la Valle interamente militarizzata. Raggiunto un accordo con le forze dell’ordine, ci ritiriamo, ma questo accordo viene tradito nella notte dalle stesse, che ritornano di nascosto.
Pochi giorni dopo, la notte del 5 dicembre, il presidio di Venaus, che si trova dove ora si fa il Festival dell’Alta Felicità e dove all’epoca era pianificato il tunnel di base, viene sgomberato con una violenza inaudita dalla Polizia, che pesta a sangue persone inermi.
L’8 dicembre il movimento risponde e riconquista il presidio: forte di 40-50 mila persone si scontra ai Passeggeri (il bivio per Venaus) con la Polizia, dopodiché scende da tutti i boschi e migliaia e migliaia di persone circondano questo enorme prato, recintato dagli sbirri, e per qualche istante cala un silenzio incredibile...
Dopodiché parte uno con la bandiera, c’è un urlo e di botto tutta questa marea di gente inizia a buttare giù le inferriate, si riversa sul prato e la Polizia scappa. Scappa e si chiude dove c’era l’inizio di cantiere per quello che doveva essere il tunnel di base. Da lì poi nasce una trattativa, perché queste truppe di occupazione erano rimaste chiuse lì dentro e circondate.
Mi è rimasta l’immagine, immortalata anche dai filmati, di questa colonna di poliziotti in fila che escono dal buco dove si erano rintanati e per andare via devono sfilare tra le ali del movimento...
Giulia: Epico, epico!
Marco: Fu epico davvero, ci diede una forza incredibile! Perché avevamo impedito che facessero il buco nella montagna ed erano dovuti scappare.
Da quel momento fino al 2011 la situazione fu abbastanza stagnante... il movimento era vivo e in allerta, ma la controparte non si muoveva o quasi. Poi dal 2011 inizia un periodo di giornate intense perché la Polizia cominciò a occupare dei terreni per dare avvio alle espropriazioni.
Noi avevamo le sentinelle su tutta l’autostrada da tutte le parti e tutti dormivamo in scarponi: bastava che ci fosse un avviso, “c’è una colonna che parte da Torino” o si vedessero dei movimenti strani e tutta la gente si alzava e andava sul posto.
Durò parecchio, con scontri anche grossi. Da lì nacque poi, nel 2011, la Libera Repubblica della Maddalena. Si occupò tutto lo spiazzale dove oggi fanno il museo e si diede vita a una piccola repubblica, animata ogni giorno centinaia di persone che restavano lì con tendoni.
Lo sgombero del 27 giugno fu feroce ma si resistette a lungo. Poi il 3 luglio si tentò di riprendersi il posto e ci furono scontri con migliaia di candelotti lacrimogeni e centinaia di feriti che durarono fino a notte fonda.
Giulia: Non era solo una battaglia degli attivisti, c’era la gente delle Valle! Da quelli che ti portavano il tè ai blocchi a quelli che partecipavano agli scontri, c’erano valligiani di tutti i tipi e c’erano sempre.
Marco: Fu un periodo particolarmente intenso e durò due o tre anni.
Non a caso hanno scelto la Val Clarea per il tunnel di base: è molto più nascosta, rispetto a Venaus!
Negli anni successivi allo sgombero della Maddalena, la conflittualità del movimento No TAV si spostò al presidio dei Mulini, poco sopra. Lo zoccolo duro c’era sempre, ma a determinare momenti di picco e partecipazione di massa erano le mosse della controparte, quando ad esempio decideva di aprire un nuovo cantiere, ma tra un cantiere e l’altro potevano passare anni.
Adesso, invece, hanno iniziato a fare un cantiere nuovo al giorno, disboscano, recintano, cementificano! E poi sgomberi, espropri di case... è arrivato tutto insieme, dall’autoporto di San Didero (2021) in poi!
Quando è che il movimento No TAV ha acquisito veramente una dimensione nazionale?
Sia a livello “orizzontale” di connessione con gli altri movimenti territoriali sia a livello “verticale” di rilevanza nelle questioni generali che attraversano il Paese, come ad esempio di recente la militarizzazione.
La domanda è su entrambi i livelli perché credo che spesso interagiscano, come nello sciopero del 28 novembre scorso e nella manifestazione del 29 dove le più disparate realtà territoriali si sono ritrovate a lottare fianco a fianco sul tema comune dell’economia di guerra.
Marco: Il movimento ha sempre cercato di interagire con altri movimenti affini sul territorio nazionale e dare il proprio contributo, in base alle forze che aveva. Quando le forze erano tante, come nel 2011, il contributo era sostanzioso: ricordo manifestazioni di No Dal Molin a Vicenza dove lo spezzone No TAV contava più di 5000 persone.
Giulia: Il 2011 è il momento in cui si è molto perseguitati dalla repressione ma ugualmente molto vittoriosi. Le masse sono grandi e rappresentano la possibilità che chiunque di noi (anche fuori dalla Val di Susa) possa dire di no e mettersi di traverso rispetto alle scelte di chi comanda. Io direi che è dal 2011 in poi che il movimento capisce veramente che deve fare rete con gli altri movimenti, aiutarli a crescere per essere più forti insieme.
Marco: Abbiamo interagito in diverse situazioni con tantissime altre realtà, dal No Terzo Valico fino ai No TAP. Erano tutte realtà che hanno cercato di imparare da noi come costruire un movimento di queste dimensioni. Come abbiamo detto più volte in queste interviste, per avere un movimento così grande è necessario tenere assieme realtà completamente diverse. E non è semplice, ci vogliono molte capacità: di ascoltare, di parlare e alle volte di fare un passo indietro sul momento per poi farne due in seguito.
Ci sono dei momenti in cui puoi andare avanti e altri in cui devi fermarti, dei momenti in cui puoi fare dieci passi e altri in cui puoi fare cento. Non puoi fare sempre cento passi. Lascia indietro la gente.
Rispetto alle questioni più generali sollevate dal TAV, queste sono tantissime: la scusa iniziale per fare il TAV era il transito dei passeggeri, poi questa roba chiaramente non reggeva quindi hanno iniziato a parlare di traffico di camion e nel mentre il Mondo è cambiato e per come funziona il capitalismo della logistica oggi è assurdo pensare che una fabbrica in Polonia che non ha più magazzino, ad esempio, metta un camion qua sul treno pensando domattina alle 6 di far ripartire la linea di produzione. Questo lo dovette ammettere pure Ambrosetti!
Rispetto poi alla questione dei militarizzazione, che col TAV ha a che fare tantissimo dato che uno dei motivi per cui lo costruiscono è che dovrebbe far parte dei corridoi di mobilità militare europea...
Giulia: (ridendo) ....ti interrompo, su questo parlo io e me lo rivendico, perché su alcune cose il movimento è stato un po’ lento e abbiamo dovuto insistere. Nel senso che in realtà il discorso del TAV come corridoio militare è oggetto di approfondimento inizialmente da parte di un comitato No TAV che si muove a livello europeo, Presidio Europa, che è presente a Bruxelles e quindi è riuscito a cogliere in anticipo tutti questi segnali verso la guerra, la militarizzazione dei territori e quant’altro.
Da Presidio Europa il discorso è stato un ripreso inizialmente da No TAV Torino & Cintura (qui l’opuscolo). Avevamo con noi anche alcuni dei ragazzi di Cambiare Rotta, che erano molto sensibili a questo discorso. Abbiamo letto dei documenti e abbiamo fatto un fascicolo che abbiamo portato in giro per un po’ di tempo, lavorando con la Valle in questo senso: inizialmente in Valle infatti sembrava un po’ incredibile questo discorso del Tav come corridoio militare.
Progressivamente poi, come sempre accade nel movimento, ha prevalso l’apertura e l’approfondimento: adesso credo che la centralità della questione dei corridoi militari sia molto chiara a tutti e naturalmente si accompagna all’opposizione più generale all’economia di guerra e al sistema capitalistico.
A volte la realtà torinese ha fatto da miccia, è stata all’avanguardia nel portare dei contenuti che non riguardassero il territorio in senso stretto ma che fossero più ampi. È stato così anche per manifestazioni degli anni passati come quella contro la CMC di Ravenna nel 2013, cooperativa legata al Partito Democratico e pesantemente coinvolta nell’indotto TAV, o per le manifestazioni a Torino.
Bisogna sempre spingere un po’ perché la Valle fa tantissime cose meravigliose, ma a volte ha un po’ di difficoltà a uscire dal tracciato. Sulla guerra si è creato un bel dibattito a Torino anche con altre realtà, ad esempio l’assemblea antimilitarista torinese e tante altre, che poi è arrivato in Valle e adesso è uno dei contenuti che il movimento nel suo complesso porta avanti, anche perché la militarizzazione in Valsusa non si ferma ai cantieri: c’è molto da parlare anche su quello che accade nelle scuole, e sulle esercitazioni della NATO in alta Val di Susa.
Ci sono esercizioni della NATO in alta Valle? Non sapevo.
Giulia: Sì, c’erano alpini e gruppi vari che negli ultimi anni hanno incentivato tutta una serie di esercitazioni in cui si simulano scenari di guerra… Ma è un processo che ha investito tutti! La FIAT non è più FIAT, nel nostro paese produciamo cose che servono alla guerra, poi le trasportiamo col TAV e poi la guerra si guerreggia, perché se produci armi poi le usi. Tra l’altro il treno è proprio l’unico mezzo che permette il trasporto efficiente di mezzi molto pesanti come carri armati e artiglieria. La Valle questo discorso adesso l’ha perfettamente ricevuto e condivide col resto dei movimenti del Paese un’ottica fortemente antimilitarista.
Inoltre è stato utile a capirci di più sull’insistenza dei governi nel voler portare a compimento quest’opera che è assurda e inverosimile anche dal punto di vista ingegneristico!
Le temperatura nel tunnel geognostico superano i 50°, è impossibile lavorarci, e per di più ora sono fermi perché pare abbiano trovato dell’uranio, oltre all’amianto, nella montagna. Anche i finanziamenti non bastano, e tutti questi problemi sono solo la punta dell’iceberg... ma una volta che entra in gioco il discorso dell’uso militare, si quadra il cerchio!
Altro contributo fondamentale che è venuto dal rapporto con le altre realtà fuori dalla Valle è la connessione tra quello che succede in Valsusa e la questione ambientale e climatica più in generale.
Quando ci sono dei momenti nazionali, come il Festival dell’Alta Felicità o la marcia dell’8 dicembre, la cosa più importante è lo scambio, l’ossigeno che arriva da fuori e che ci permette di confrontarci sulla percezione di quello che sta accadendo nel paese.
Marco: Questo lo abbiamo visto anche con la Palestina nell’ultimo anno! Mentre noi che abbiamo dato il via al movimento venivamo già da una certa storia politica, parte delle nuove generazioni in Valle si è avvicinata alla politica per la prima volta proprio con il movimento No TAV, e a partire da quello ha cominciato poi a muoversi anche su altro: Palestina, ambiente, militarizzazione... quello che non vogliono che accada sul proprio territorio, ora sono pronti a battersi per non farlo accadere neanche da altre parti!
Quale pensate che sia stato l’impatto del movimento No TAV sulla politica nazionale, e quale invece l’impatto di ciò che avveniva in parlamento sulle sorti del movimento?
Giulia: Rispetto ai partiti politici, il movimento è molto critico perché è stato deluso più volte e soprattutto con i 5 stelle. C’è stato un momento in cui i 5 stelle, che erano da sempre No TAV, dichiaravano di voler sostenere la nostra la nostra lotta e portarla avanti anche in Parlamento... ma poi sono stati fagocitati dai soliti meccanismi.
Quindi il timore è di delegare a qualcuno che poi finisce per tradire la causa, perché i meccanismi istituzionali ti schiacciano. Un principio guida è quello che ciascuno, indipendentemente da chi voti e con chi si associ, deve continuare a essere presente nelle piazze, nelle lotte, nella assemblee a fare pressione.
Marco: C’è anche da dire che noi non abbiamo mai sposato un partito, neanche Rifondazione.
Giulia: Questo è vero, però c’erano state delle vicinanze.
Marco: Specialmente nel primo periodo del movimento No TAV, dal 2000 fino al periodo dopo il 2005, tutta una serie di partiti come i Verdi, Rifondazione eccetera, venivano in Valle e ci supportavano. Noi apprezzavamo il supporto ma non gli abbiamo mai creduto del tutto, e questa cosa nel movimento è sempre stata chiara: non non ci sposiamo con nessuno.
Questo ha fatto sì che poi, anche quando i partiti mollavano, il movimento invece non mollava. Molti di noi neanche si stupivano dei voltafaccia: alla notizia che Bertinotti sarebbe andato a fare il Presidente della Camera, che cosa ci saremmo dovuti aspettare di diverso?
Infatti credo che uno dei pregi del movimento sia stato svelare i non-detti della politica nazionale, ovvero quegli assunti che, indipendentemente da chi sieda in parlamento, non si permette che vengano davvero messi in discussione: la NATO, l’UE, il complesso militare-industriale e dunque anche il TAV.
Anche sulla rappresentanza poi, credo che il movimento No TAV sia stato in grado di rappresentare un esempio virtuoso, partendo dal principio che si diceva prima ovvero che la rappresentanza non si possa delegare ad esterni e che occuparsene non autorizzi a disertare le lotte reali sul territorio: lo abbiamo visto con la candidatura di Nicoletta Dosio con Potere al Popolo, che al movimento No TAV ha sempre dato tutto e che di certo non ha preso la propria candidatura come un’opportunità per allontanarsi dai presìdi e dalle lotte di tutti i giorni, anzi!
A questo punto vorrei porvi l’ultima domanda: come vedete il movimento No TAV oggi? Quali sono le sue prospettive future?
Marco: Nell’ultimo anno abbiamo visto tantissimi giovani attivarsi, specialmente dalle scuole e dalla bassa Valle. Io credo che in questa fase ci sia la possibilità che il movimento riprenda vigore, perché c’è di mezzo la piana di Susa. Buttare giù le case, come hanno fatto di recente a San Giuliano, significa colpire al cuore la gente. La foto della signora anziana che piange davanti casa dove ha vissuto per 55 anni colpisce, la vedono tutti.
I cantieri adesso non sono più imboscati in Val Clarea: li vedono ogni giorno tantissime persone, e se vogliono continuare con il loro piano dovranno stravolgere una piana abitatissima, fare sopraelevate da tutte le parti, distruggere le case, bloccare per anni il treno Susa-Bussoleno. E gli studenti che ogni mattina a centinaia lo prendono per andare a scuola, dove li metti? E gli anziani che devono andare all’unico ospedale della Valle?
Per non parlare poi della questione della salute: trasferendo il materiale di scavo, contenente amianto, a Susa, la gente lo vede e si fa due domande. Nelle acque della Valle sono state rilevate quantità di PFAS cancerogeni altissime, che prima del cantiere non c’erano, e l’ARPA stessa, collusa, pasticcia i dati sui tumori e pubblica report che si contraddicono l’un l’altro (ndr: l’ARPA inizialmente ha anche cercato di evitare la pubblicazione dei dati sull’estinzione locale della farfalla protetta Zerinzia da parte di TELT con la complicità dell’università di Torino, sostenendo di non averli a disposizione e pubblicandoli solo quando messa alle strette). Queste cose la gente le vede e si incazza.
Ho molta fiducia in questa parte più giovane, è impegnata e presente a tutte le iniziative e le assemblee del movimento, c’è un’aria secondo me molto buona. La casa che hanno espropriato a San Giuliano, l’abbiamo già rioccupata e trasformata in presidio No TAV, con il sentito ringraziamento della signora 87enne che ci viveva. Poi quanto durerà, ovvero quanto ce lo faranno durare, non lo so.
Ma tutto ciò che farà la controparte lo dovrà fare alla luce del sole in piena piana di Susa, e il terreno per loro inizia a diventare scivoloso.
Giulia: Il movimento ha questa caratteristica di tenere insieme le diverse generazioni, e oggi stiamo assistendo a una fase di passaggio. C’è stata una perdita per motivi naturali, anagrafici, di alcune vecchie figure carismatiche che non ci sono più e quindi c’è uno spazio che deve essere occupato oggi da nuove figure.
Non c’è un “capo” ed è bene che non ci sia, perché gli eccessivi protagonismi sono spesso una piaga dei movimenti, però è importante che si creino delle figure autorevoli che possano trascinare gli altri e dare sicurezza. Quello che rappresentava Alberto Perino era questo, un po’ come un “padre di famiglia”, non autoritario ma autorevole.
In questo momento c’è un passaggio graduale, che ha avuto delle criticità perché è difficile lasciare il testimone, ma che adesso è ben avviato proprio grazie all’incremento dell’attività e dell’iniziativa dei giovani, che io spero possano continuare sempre a vedere al loro fianco sia i vecchi che le generazioni di mezzo. Questo perché il dramma di molti della generazione mia e di Marco e stato quello, raggiunta una certa età, di abbandonare la lotta e ripiegarsi sulla vita privata.
È la scommessa più grande di tutte: continuare ad essere coerenti, a resistere e a lottare.
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01/12/2025
La Germania prepara la guerra alla Russia, non viceversa
Da un paio di secoli ormai i comandanti militari sono certi di una cosa. A Napoleone viene attribuita la frase “un esercito marcia sul proprio stomaco”, mentre un’altra citazione, del generale e poi presidente statunitense Eisenhower, è ancora più esplicita: “le battaglie, le campagne e persino le guerre si vincono o si perdono principalmente per un motivo: la logistica”. Il cuore dell’Oplan Deu è, appunto, la logistica.
Il piano spiega come 800 mila militari NATO verrebbero trasportati sull’ipotetica linea del fronte orientale. Considerato che di mezzo ci sono le Alpi, spiegano dal Brandenburg Institute for Society and Security, la Germania sarebbe un’area di passaggio obbligata, e il documento indica, dunque, i porti, i fiumi, le ferrovie e le strade su cui verrebbero trasportati i soldati, descrivendo anche come verrebbero riforniti e protetti lungo il percorso.
Recenti prove a cui ha partecipato anche la società Rheinmetall hanno dato suggerimenti che vengono continuamente incorporati nel piano. Un altro nodo non secondario riguarda la capacità delle infrastrutture di svolgere una fondamentale funzione dual use, civile e militare. Secondo Berlino, ai propri porti servono miliardi di investimenti e circa il 20% delle autostrade e oltre un quarto dei ponti stradali necessitano di riparazioni.
Alcuni funzionari tedeschi hanno stimato che la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare l’Europa nel 2029. Ma insieme alla diffusione delle informazioni nel documento, da più voci si sente ormai sostenere che i recenti casi di spionaggio e intrusione negli spazi aerei europei da parte di droni attribuiti a Mosca potrebbero far pensare di dover anticipare questa data.
“L’obiettivo è prevenire la guerra chiarendo ai nostri nemici che se ci attaccano, non avranno successo”, spiega un alto ufficiale militare e uno dei primi autori del piano, citato dal giornale statunitense. Sulle sue colonne viene poi aggiunto che la fine della guerra in Ucraina, secondo molti analisti, potrebbe consentire al Cremlino di spostare l’attenzione e molte delle sue forze e risorse verso altri fronti, potendo anticipare ulteriormente la data di un conflitto con la NATO.
Qui però cominciano a emergere i necessari dubbi su tutta l’operazione. Non quella bellica, ma quella mediatica. Se questo era un piano segreto, come è arrivato ora sui tavoli del Wall Street Journal? E perché ci sono commenti così circostanziati da parte dei suoi estensori? Infine, perché proprio questo giornale, che guarda caso ha avuto momenti di duro scontro col presidente Trump negli ultimi mesi?
I casi di sconfinamento russo nei cieli europei o sono stati montati mediaticamente attraverso una comunicazione ambigua, o sono semplicemente presunti senza portare alcuno straccio di prova. Inoltre, Putin ha da poco affermato esplicitamente che è pronto a mettere per iscritto che non c’è nessuna intenzione di intervenire militarmente verso alcun paese NATO.
Non solo la data del 2029 è palesemente arbitraria, per indicare una scadenza a ridosso di quella prevista dal piano di riarmo europeo, Readiness 2030, così da renderlo ancora più urgente, ma Mosca sta offrendo condizioni chiare di rinuncia a qualsiasi altra minaccia, per quanto inventata dagli apparati europei. Eppure, il cessate il fuoco in Ucraina viene rilanciato come l’opportunità russa di anticipare lo scontro con la NATO.
Basta unire i puntini per capire che questo trapelamento del piano è stato organizzato direttamente dalle altre sfere tedesche, ed è stato fatto passare tramite un giornale statunitense che è ben contento di screditare l’operato di Trump. Ma l’obiettivo finale è quello che è stato perseguito con chiarezza dai “volenterosi”: sabotare ogni ipotesi di pace in Ucraina.
Di fronte a tutto ciò, appare evidente che l’Oplan Deu non è pensato per difendersi da una guerra russa, ma per prepararne una europea contro Mosca.
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22/11/2025
La mobilità militare al cuore della trasformazione della UE
Innanzitutto, le novità. Il Commissario UE alla Difesa, Andrius Kubilius, ha riassunto le nuove misure così, usando le parole del generale statunitense John Pershing: “la fanteria vince le battaglie, la logistica vince le guerre”. E la logistica, a suo avviso, è messa in difficoltà dai limiti imposti da una UE che si vuole armata, ma che deve fare i conti con i confini di 27 paesi.
Questo è il primo obiettivo: ridurre i tempi dei permessi e semplificare le procedure per l’attraversamento dei confini da parte di soldati comunitari. L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE, Kaja Kallas, ha fatto notare che alcuni membri dell’area “richiedono ancora un preavviso di 45 giorni prima che le truppe di altri paesi possano attraversare il loro territorio per svolgere esercitazioni”, e “undici anni dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, semplicemente non va bene”.
Già qui comincia a emergere la realtà che si cela dietro questo nuovo allarmismo bellicista, ma le fila le tireremo alla fine. Qui, riportiamo che l’idea della Commissione è quella di ridurre tali tempi a soli tre giorni. Ciò significherebbe introdurre le prime norme armonizzate a livello comunitario per i movimenti militari transfrontalieri. Significherebbe, dunque, anche fare un salto ulteriore, in un ambito sensibile come quello della difesa, alla costruzione della UE come un soggetto politico unitario.
Il Commissario di Bruxelles ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, ha poi fatto alcuni concreti esempi, e tra di essi va di certo sottolineato quello della semplificazione delle “norme sul trasporto di merci pericolose”. Elemento assai critico, se si considera non solo il pericolo che deriverà da ciò per i lavoratori, ma anche che alcune delle lotte più radicali e di successo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi sono partite proprio dal blocco dei traffici bellici lungo i principali snodi di trasporto.
Le forze armate avrebbero poi un accesso prioritario alle infrastrutture, in particolari condizioni. La Commissione, con l’approvazione degli stati membri interessati, avrà il potere di formalizzare situazioni di emergenza del genere. Un ulteriore accentramento di prerogative nell’esecutivo europeo attraverso una verticalizzazione delle decisioni.
Ovviamente, accanto alla semplificazione e alla “prioritarizzazione” delle attività militari, ci sarà anche un importante investimento infrastrutturale. “Se un ponte non è in grado di sostenere un carro armato da 60 tonnellate, se una pista è troppo corta per un aereo cargo, abbiamo un problema”, ha detto Kallas. Il problema è semmai che la politica estone si riferisce a ponti e piste civili.
Tzitzikostas ha infatti confermato che “nella maggior parte dei casi si tratterà di potenziare le infrastrutture esistenti”, perché “nel 99,9% dei casi” la rete servirà per cittadini e merci. Ma in una profonda trasformazione dual use della vita civile, sempre più militarizzata, quello 0,01% determinerà gli indirizzi strategici – e dunque anche infrastrutturali – dei prossimi anni.
La traccia da seguire già esiste. È quella della rete TEN-T, nella quale sono stati individuati quattro corridoi militari fondamentali e ben 500 nodi nevralgici da rinforzare. Questa rete è stata indicata da tempo come elemento di interesse per la NATO, e tra i cantieri che la riguardano ci sono anche la TAV Torino-Lione e il Ponte sullo Stretto di Messina.
Tzitzikostas ha chiarito che, per svolgere i lavori preventivati, serviranno circa 100 miliardi di euro. Nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034 ne sono stati stanziati solo 17: gli altri dovranno essere reperiti attraverso altri strumenti, che sia riorientando altri fondi o per mezzo del SAFE.
Il dibattito sul piano per la mobilità militare è previsto già in settimana col Parlamento Europeo, ed entro dicembre con gli stati membri. Una fretta che risponde certo ai tempi del Readiness 2030, ma è anche espressione di una nuovo “modo” di far politica. È il modo del pericolo – inventato – di invasione russa per forzare dei passaggi altrimenti difficili da far digerire alle 27 opinioni pubbliche dei paesi UE.
L’accenno al mese e mezzo di preavviso necessario per il passaggio di truppe tra un paese e un altro è illuminante in questo senso: è ovvio che si tratta di una misura da tempo di pace, e che se ci fosse davvero un conflitto gli spostamenti delle forze armate non avverrebbero di certo secondo le norme attuali.
Questo progetto spiega anche l’accanimento in Italia contro il movimento No Tav che da anni si oppone a questa grande opera devastante ma che a questo punto è leggibile come parte di una logistica funzionale a logiche militari e della Nato.
Da una parte, perciò, lo spauracchio di Mosca viene usato per semplificare le procedure, rendere meno visibili i traffici di armi, e dunque meno “attaccabili” da chi vuole protestare contro la deriva bellicista di Bruxelles. Dall’altra, sempre con lo stesso spauracchio si opera una chiara verticalizzazione delle scelte, accompagnata da un’ulteriore spinta alla conversione verso un’economia di guerra, pensata come unica alternativa al deserto industriale creato in decenni di politiche industriali inesistenti o fallimentari.
Il tutto, mettendo in campo anche risorse che possono essere conteggiate per i target NATO, mentre la UE cerca ancora di costruirsi come attore unitario e dirimente della competizione globale attraverso il riarmo. Un crinale che non può che portare al disastro.
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14/10/2024
Guerra in Ucraina - Kiev e NATO spingono sull’escalation, ma che succede se Pokrovsk cade?
Si tratta di una spinta sul pedale dell’acceleratore dell’escalation che arriva probabilmente come tentativo di controbilanciare i risultati magrissimi che si stanno ottenendo sul fronte. Con la prospettiva della caduta di uno dei fulcri delle linee di difesa di tutto l’oblast’ di Donetsk: Pokrovsk.
Si era già letta e commentata la riflessione di un analista ucraino apparsa su Euromaidanpress riguardo all’importanza di questo centro, accanto a quello di Kramatorsk, per la logistica delle operazioni militari. Era un mese fa e la presa da parte dei russi della città di Vuhledar, a inizio ottobre, rende sempre più concreta la definitiva perdita della regione da parte di Kiev.
Le due città non si trovano una di seguito all’altra: Vuhledar era un punto di intersezione tra Donetsk e il fronte meridionale della guerra, mentre Pokrovsk si trova a una cinquantina di chilometri più a nord, in linea d’aria. Ma la caduta della prima rende ancora più facile la presa della seconda.
Pokrovsk è un fondamentale snodo ferroviario per la logistica bellica di Kiev, e con i russi sempre più vicini diventa impossibile evitare il bersagliamento dei convogli. Bisogna poi ricordare che dalle miniere intorno alla città proviene la maggior parte del carbone utilizzato dall’industria siderurgica del paese.
La produzione di ferro e acciaio rappresenta quasi il 6% del PIL dell’Ucraina, e negli ultimi mesi sono nettamente aumentate le importazioni di carbone usato nella produzione metallurgica. In particolare, sembra che una grande quantità sia arrivata dai siti statunitensi della compagnia ucraino-olandese Metinvest, che opera anche intorno a Pokvrovsk.
L’impatto che la perdita di quella fonte di combustibile potrebbe avere sull’economia e sulle forze armate ucraine non è difficile da immaginare. “Senza acciaierie, l’economia ucraina morirà”, ha dichiarato Stanislav Zinchenko, amministratore delegato di GMK Center, una società di consulenza industriale con sede proprio in Ucraina.
Dopo Pokrovsk non solo l’oblast di Donetsk sarebbe più saldamente sotto il controllo di Mosca, ma si aprirà anche la strada per continuare l’avanzata verso Dnipro (anche se non si tratterebbe dell’affare di un giorno, e forse nemmeno di mesi). Ma è vero che, oltre quella città, sono molte di meno le aree adatte a stabilire una linea di difesa.
Ad ora i russi stanno prendendo terreno a ridosso all’agglomerato urbano, sperando di poter arrivare a controllare Pokrovsk prima dell’inverno. La preoccupazione per il peso strategico e simbolico della città si fa sentire tra le autorità ucraine.
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16/04/2024
Accordo Leonardo e ferrovie italiane nel quadro della Schengen militare
Questa collaborazione si inserisce all’interno della cornice della Militar Mobility definita dalla UE. In sostanza, una sorta di «Schengen militare» di cui abbiamo parlato più volte (l’ultima un paio di mesi fa), e che ha lo scopo di facilitare lo spostamento di risorse e mezzi bellici all’interno e all’esterno dell’Unione.
Il problema non è burocratico, per quanto anche su questo lato stanno cercando di ridurre pratiche e controlli. Il nodo della mobilità militare è innanzitutto riguardante la capacità delle infrastrutture esistenti di garantire il trasporto di strumenti su vie e ferrovie progettate per il trasporto «in tempo di pace».
Anche in questo caso, dunque, si osserva la sempre maggiore pervasività della dimensione dual-use, ovvero dell’opportunità di spendere sul piano militare studi, iniziative e investimenti in ambito civile. È parte della transizione del nostro modello di sviluppo verso un’economia e una società sempre più orientate alla guerra.
Nell’epoca dei chip e dell’informatica, ovviamente anche la digitalizzazione è parte integrante di questo sforzo bellico. L’accordo Leonardo-RFI dovrà servire, infatti, a identificare architettura e funzionalità della piattaforma digitale che deve gestire la circolazione legata alla Militar Mobility.
Nell’assolvere questo compito, Leonardo metterà in campo alcune delle sue più avanzati strumenti e tecniche legate all’Intelligenza Artificiale. L’enorme quantità di dati sarà processata grazie all’HPC (High Performance Computing) davinci-1, uno dei computer più avanzati di tutto il settore aerospaziale.
Dunque, procede il piano di trasformazione dell’UE in una compiuta e autonoma potenza geostrategica, come espressione dell’imperialismo europeo. I progetti sulla mobilità non sono marginali, e hanno una lunga storia: la TAV mantiene ancora un valore strategico proprio perché sarebbe un corridoio fondamentale in un’Unione Europea ben armata.
Questa svolta da economia bellica è utile innanzitutto come risposta alla crisi economica e all’incapacità della classe dirigente di fare fronte ai costi che sta imponendo ai settori popolari. Macron lo ha detto in maniera esplicita e l’importanza che può assumere un certo keynesismo militare in un paese imperialista ce l’abbiamo davanti agli occhi con gli USA.
Nella prospettiva della “guerra mondiale a pezzi” che viviamo, è poi utile come preparazione a un confronto militare che non è più così improbabile come poteva sembrare alcuni anni fa.
La «Schengen militare» è un’esigenza espressa anche da Washington, e perciò su di essa le due sponde dell’Alleanza atlantica lavorano insieme, contro i paesi che emergono nell’ormai conclamato scenario multipolare.
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