Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2026

Le minacce a Rita Rapisardi e l’attacco frontale al diritto di cronaca

Raccontare ciò che è accaduto a Torino durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna nella sua interezza, restituendo contesto, sequenze, responsabilità e contraddizioni, non è un’opinione: è giornalismo. È dovere professionale.

È presidio di democrazia. Proprio per questo il lavoro di Rita Rapisardi, giornalista de il manifesto, è diventato bersaglio di una campagna d’odio violenta e organizzata.

Da giorni Rapisardi è oggetto di minacce, insulti, attacchi personali e intimidazioni, soprattutto sul web ma non solo. Una caccia alimentata da leoni da tastiera, da ex appartenenti alle forze dell’ordine e – fatto ancora più grave – da alcuni giornalisti che hanno scelto di mettere in dubbio la sua professionalità invece di confrontarsi con i fatti.

Non è una polemica: è un tentativo di delegittimazione. Non è critica: è intimidazione.

Il messaggio è chiaro e inquietante: chi rompe la narrazione unica, chi mostra ciò che viene sistematicamente rimosso – le violenze poliziesche, la gestione repressiva della piazza, la sproporzione nell’uso della forza – deve pagare un prezzo.

È il metodo classico delle stagioni autoritarie: non smentire i fatti, colpire chi li racconta.

Il diritto di cronaca non può essere messo al rogo ogni volta che la realtà non coincide con una versione precostituita, comoda al potere e rassicurante per chi invoca ordine e repressione. Colpire una giornalista perché ha fatto bene il suo lavoro non è un attacco individuale: è censura.

È un attacco alla libertà di stampa e al diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto e completo.

Non è un caso isolato. È il clima. È il risultato di anni di criminalizzazione del dissenso e di delegittimazione di chi prova a raccontarlo. Quando la cronaca diventa un problema di ordine pubblico e il giornalismo viene trattato come un atto ostile, la linea è già stata superata.

A Rita Rapisardi è arrivata la solidarietà del quotidiano il manifesto, del Comitato di redazione di Radio Popolare, testata con cui collabora, e di Alberto Deambrogio per Rifondazione Comunista. Segnali importanti, ma non sufficienti se restano isolati.

Le compagne e i compagni dell’Osservatorio Repressione sono vicini, complici e solidali con Rita Rapisardi. Perché difendere chi racconta la verità non è un atto di cortesia: è una necessità politica. O si difende il diritto di cronaca adesso, o domani resterà solo la versione dei manganelli.

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Manifestazione di Torino: la solidarietà dell’ordine alla giornalista vittima di una campagna di odio

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, riunito a Roma nei giorni di martedì 3 e mercoledì 4 febbraio, nel condividere la solidarietà già espressa dall’esecutivo del Consiglio ai colleghi della troupe della Rai aggrediti durante la manifestazione organizzata a Torino contro lo sgombero di un centro sociale. Il Consiglio esprime piena solidarietà a Rita Rapisardi che in queste ore è oggetto di offese e minacce per aver fatto cronaca puntuale di quanto accaduto a Torino nella manifestazione di sabato 31 gennaio 2026. Che la descrizione della verità sostanziale dei fatti possa scatenare una campagna di odio è un segnale preoccupante dello stato della libertà d’informazione in Italia.

Fonte

04/02/2026

Intifada a Torino

di Sergio Fontegher Bologna

La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.

Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.

Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.

Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”. La Torino che invoca l’ordine, una Torino che non ha connotati di classe, socialmente simile a quella che negli USA sta con Trump, non sembra dolersene. Se muore l’industria, può anche andare in pensione La Stampa. La massa indistinta che chiede ordine è oltre il capitalismo, perché il capitalismo dice che se sarai bravo starai meglio. Questi sanno di non poter mai star meglio, a loro basta veder messi in galera quelli di Askatasuna.

Punto terzo. Qui è la procuratrice generale del Tribunale di Torino a parlare: “sempre più imprese ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, di security, di smaltimento rifiuti e di recupero crediti”. Finita la manfrina che i poveri imprenditori sono taglieggiati dalla mafia. Imprese, anche multinazionali, chiedono aiuto alla mafia per pagar meno la gente. E nessuno fa qualcosa perché ciò non accada, men che meno Confindustria.

In questo quadro di generale declino, così simile a tante altre città italiane – alcune messe molto peggio, come Milano – avviene un fatto nuovo, un qualcosa che squarcia l’atmosfera asfittica: il movimento trasversale per fermare lo sterminio del popolo palestinese. Sembra a prima vista un movimento capace di realizzare una saldatura con le generazioni dei centri sociali, generazioni al plurale, perché alcuni hanno ormai i capelli bianchi e altri hanno vent’anni. La spinta di questo movimento suscita una disponibilità all’opposizione che si manifesta proprio in difesa di Askatasuna, incrina la compattezza di chi invoca l’ordine, contagia chi si oppone alla censura di certi intellettuali, rilancia le occupazioni dell’Università, risveglia un certo interesse per la condizione operaia, per il precariato. Insomma, sembrano venire a galla tante cose in grado alla fine di cambiare le carte in tavola, di pulire l’aria che si respira, di rendere meno facile la logica Piantedosi. Sembra di assistere a quel fenomeno rarissimo della ricomposizione, ossia del convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte, dove il comportamento pacifico è segno di forza, non di paura. Pacifico non significa inerme, se uno pensa ai siderurgici genovesi. Almeno, questo è il tipo di interpretazione proprio di quella cultura del conflitto, che affonda le sue radici nella tradizione socialista e comunista, nella soggettività operaia degli anni '70, cioè in tutte le visioni che hanno nel loro orizzonte una possibile riuscita, una vittoria, e sanno di non doverla sprecare con forzature.

Tutto questo s’infrange con gli scontri del 31 gennaio?

Meloni è già a Torino la mattina dopo. Chiede ai magistrati di procedere per tentato omicidio. La scena di un gruppo di persone che menano un poliziotto a terra, che cerca di ripararsi la testa dai colpi, ricorda le migliaia di volte che abbiamo visto immagini simili di gruppi di poliziotti accanirsi su manifestanti isolati. Forse non le conviene.

Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione, anche se la provocazione fa parte del gioco. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi. E il governo Meloni non è in grado di fermare la crisi, anche volendo, perché le forze che ci stanno dietro sono sovrastanti, sono le forze dell’alta finanza. Loro son capaci soltanto di partorire decreti sicurezza.

Fonte

“Guerra ai civili”. Per farla bene ci vuole una Tv obbediente...

A quanto pare la Tv è sotto un controllo ferreo. Di regime (senza) quasi... 
Una denuncia dei giornalisti RAI.

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Sul racconto delle violenze a Torino la TGR Piemonte non valorizza il lavoro giornalistico.

Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a #Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia.

Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza.

Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio.

Nel racconto della #TgrPiemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza.

Un collega aveva raccolto il giorno successivo alla manifestazione l’intervista a una componente del centro sociale Askatasuna.

Il collega aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto.

Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte.

La motivazione addotta dal direttore della Tgr al Comitato di Redazione di Torino è totalmente non condivisibile: la persona intervistata – che ha risposto alle domande guardando la telecamera – non ha fornito nome e cognome.

Decine di volte abbiamo mandato in onda portavoce di associazioni che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica sottopancia.

Decine e decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari.

È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande.

Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande.

Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico.

E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico.

Usigrai Coordinamento Cdr Tgr

Cdr Tgr Piemonte


Fonte

03/02/2026

Guerra ai civili. Meloni toglie la maschera

Chiamiamo le cose con il loro nome: il governo Meloni ha creato in modo premeditato l’“emergenza Torino” per imporre un metodo ben noto: la guerra ai civili.

Lo sgombero di Askatasuna, annunciato da anni, da tutti i governi, è stato messo in atto con un pretesto risibile (sei persone che dormivano in un’ala dichiarata inagibile) e durante le feste natalizie, in modo da non avere “resistenze” adeguate nel momento scelto.

Era ovvio e previsto che ci sarebbero state proteste, ma di certo non era stata immaginata la portata: oltre 50.000 manifestanti, in una città non facilmente raggiungibile a livello nazionale, per dare solidarietà ad un centro sociale classificato da sempre tra i “cattivi”. E tantissimi, come sempre più spesso accade, erano stati fermati sulle autostrade bloccando pullman, fermando macchine, controllando le stazioni...

Quella massa di gente inconsueta per Torino è l’eredità diretta dell’ondata di piena che si è vista in autunno, con oltre un milione di persone in due scioperi generali ravvicinatissimi, e poi nell’immensa manifestazione del 4 ottobre a Roma, a sostegno del popolo palestinese sottoposto a genocidio da Israele con la complicità diretta di tutta l’area euro-atlantica.

Un’ondata che ha preoccupato la classe dirigente italiota – tutta, dal centrodestra parafascista a chi ha provato goffamente a metterci un cappello sopra – al punto da far immediatamente progettare nuovi “decreti sicurezza”, nuovi reati e vecchissime soluzioni (il “fermo anticipato” applicato dal fascismo verso chiunque fosse sospettato di poter contestare il passaggio del “duce” nei paraggi).

Per imporre una simile svolta era indispensabile un episodio, uno scontro vero (quelli registrati come tali negli ultimi anni erano stati pestaggi di polizia contro manifestanti inermi), qualcosa che potesse far scattare la retorica “chiagn’e fotte” tipica dei fascisti in ogni variante, a cominciare ovviamente dai nazi-sionisti.

Bisognava provocarla con qualsiasi mezzo e per questo – come si desume da tutte le testimonianze anche giornalistiche – era stato dato un evidente ordine ai reparti schierati in piazza: manganellate chiunque non porti una divisa.

L’ordine è stato eseguito, come direbbe uno storico famoso. Fotografi, passanti, turisti (come si vede nell’articolo riproposto qui sotto), manifestanti e no, erano destinati a cadere sotto i candelotti sparati ad altezza d’uomo e i manganelli. Nel caos della violenza poliziesca era prevedibile che qualche forma di resistenza si sarebbe resa evidente. È nella logica del conflitto politico, spiega lucidamente anche Piergiorgio Odifreddi.

E se non si fosse manifestata, o non fosse stato possibile “certificarla” in immagini o video, erano pronti anche i soliti agenti camuffati da “black bloc” attivi fin dai tempi di Cossiga. Che, a quanto pare, stavolta sono riusciti soltanto a supportare la caccia al manifestante, visto che di caos ne era stato seminato parecchio già dai loro colleghi in divisa.

Un video incompleto è diventato “il braccio violento” della retorica governativa, mentre la testimonianza che lo contestualizzava in ben altro scenario è stata silenziata nel circuito mainstream, nonostante venisse da una professionista dell’informazione.

Guerra ai civili, tutti. Come a Genova 2001, dicono tutti quelli che hanno potuto vedere i due momenti ad un quarto di secolo di distanza. La “caccia ai rossi” è arrivata fin nelle corsie dei pronto soccorso, alla ricerca di chi era rimasto ferito e aveva bisogno di cure.

Abolita dal governo stesso la distinzione tra “buoni” e “cattivi” che qualche stolido “tardo-democratico” ha rispolverato anche questa volta come uno straccio ammuffito.

È addirittura il facente funzione di ministro dell’interno, Piantedosi, a spiegare che quella distinzione non serve più. Persino “la velocità” con cui si è mosso il corteo diventa per lui “la prova” che tutto era stato preparato per arrivare sul luogo prescelto “all’ora giusta” (senza neanche accorgersi dell’assurdità che dice: se serviva il buio, si poteva arrivare a qualsiasi ora...). Il post con cui accusa chiunque fosse in piazza di aver agito consapevolmente per coprire “i violenti” è una dichiarazione programmatica di guerra alle mobilitazioni future. Come il “fermo preventivo” o la “cauzione” da versare per poter scendere in piazza...

Non è una conclusione difficile da trarre. Un governo che non ha nulla da offrire alla popolazione, ma anzi le sfila ogni giorno qualcosa per garantire i profitti di un numero sempre minore di “benestanti”, comincia a sentire che nel fondo della società qualcosa si sta muovendo.

Per ora si è manifestato in due modi diversi: un’astensione elettorale che supera ormai stabilmente il 50%, sollevando chiari dubbi di legittimità democratica per qualsiasi maggioranza di governo, e una partecipazione alle mobilitazioni magari un po’ a singhiozzo, ma con dimensioni che non si vedevano da anni, specie tra i giovani.

E quando sente il fiato della popolazione sul collo, un governo reazionario – che sia in Italia o negli Stati Uniti – reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Sul piano legislativo e costituzionale, ma soprattutto con i corpi armati.

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«Picchiati e scherniti». Torino, i racconti di chi era in piazza

Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.

Sono decine i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».

Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima».

Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo.

«L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora.

Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».

In piazza è arrivata una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav».

Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino.

Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone –. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».

A fine manifestazione molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova.

«Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».

In molti rievocano quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia.

In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.

Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante che scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.

Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza».

Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».

Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale.

«Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.

Fonte

02/02/2026

“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto

È chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.

Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).

Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.

Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.

A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.

La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile... 

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.

Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?

P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).

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Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

Fonte

01/02/2026

Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze

Siamo abituati da decenni ai “due pesi e due misure” applicati dai governi occidentali – tutti, senza eccezione alcuna – quando si tratta di qualificare “atti di violenza”. E non solo quelli, ma ne riparleremo... 

Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle... 

Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.

Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.

Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.

Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).

A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.

Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.

In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni... 

Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.

E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo... 

Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”... 

Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).

La conclusione è semplice.

Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).

È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.

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31/01/2026

Migliaia in piazza con Torino partigiana


Decine di migliaia di persone hanno oggi attraversato Torino, per il corteo chiamato da Askatasuna dopo lo sgombero del 18 dicembre. Erano tre i concentramenti (da Palazzo Nuovo, l’università; da Porta Nuova, dove era presente soprattutto il movimento Notav; e da Porta Susa), una scommessa rischiosa che però è nettamente riuscita, vista la marea di persone presenti.

Già dalla mattina la città è stata militarizzata, come era successo al momento dello sgombero. Una militarizzazione a cui aveva risposto in massa la città nei giorni successivi, con intere famiglie, compresi i bambini, scesi in piazza a difendere il centro sociale. Eppure, Lucia Musti, Procuratrice generale del Piemonte, ha voluto ribaltare i fatti, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi il 30 gennaio.

“I torinesi patiscono una limitazione della propria libertà di vita in una città blindata e sotto scacco di pochi e violenti facinorosi”, ha detto all’evento, aggiungendo inoltre che, a suo avviso, esisterebbe “un’area grigia di matrice colta e borghese che ha una benevola tolleranza verso queste manifestazioni”, attaccando in sostanza i “ceti medi” che nella socialità creata dal centro sociale vedono un fattore positivo.

Il dispiegamento repressivo e preventivo ha raggiunto livelli che palesano l’attacco profondo condotto contro il diritto a manifestare e a esprimere dissenso. Stando ai dati forniti dalla questura, sono state 747 le persone identificate a partire già da ieri, con 236 veicoli e persino 4 voli controllati. 24 persone sono state colpite da fogli di via con divieto di ritorno nel comune di Torino, per periodi che variano da 1 a 3 anni, mentre 7 sono i Daspo urbani.

Ad ogni modo, tornando alla manifestazione, i tre cortei si sono mossi in contemporanea verso Piazza Vittorio, dove si sono ricongiunti dietro lo striscione “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali”. Parole d’ordine chiare rispetto alle responsabilità politiche di uno sgombero, quello del centro sociale torinese, che è solo un tassello di una deriva più generale di guerra, esterna e interna.

I manifestanti si sono diretti verso Viale Regina Margherita, in Vanchiglia, come già avevano dichiarato di voler fare e dove si trova appunto lo stabile ora sgomberato, in un quartiere ancora militarizzato. Già da Corso San Maurizio un ingente dispositivo poliziesco ha provato a confinare il corteo, chiudendo anche gli accessi ai vicini parchi pubblici. Ma una parte di esso è riuscito ad arrivare deciso nel viale dove c’è lo stabile dell’Askatasuna.

Cercando di avanzare verso l’edificio, è partito il lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti mentre dalle prime file del corteo venivano lanciati fuochi d’artificio. Sono seguite cariche della celere, mentre un lacrimogeno (alcuni lanciati anche ad altezza uomo) ha colpito una redattrice di Radio Onda d’Urto, si legge sul loro sito.

I manifestanti hanno resistito, con la polizia che si è mossa anche sulle vie laterali, procedendo con manganelli e fermi. Un corteo fatto da migliaia di persone si è infine ricompattato su Corso Regio Parco, portando a conclusione la manifestazione.

Si segnala una violenta attività delle forze dell’ordine.
Prevedibili e pesanti le dichiarazioni come quella dell’assessora regionale di Fratelli d’Italia, Elena Chiorino, che ha detto: “qui non c’è dissenso, non c’è protesta: ci sono solo odio organizzato e terrorismo politico”. Anche in questo caso, la categoria di “terrorismo” torna ad essere usata per demonizzare chi continua a mobilitarsi da mesi. Ma è merce ormai scaduta...

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