Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2026

Le minacce a Rita Rapisardi e l’attacco frontale al diritto di cronaca

Raccontare ciò che è accaduto a Torino durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna nella sua interezza, restituendo contesto, sequenze, responsabilità e contraddizioni, non è un’opinione: è giornalismo. È dovere professionale.

È presidio di democrazia. Proprio per questo il lavoro di Rita Rapisardi, giornalista de il manifesto, è diventato bersaglio di una campagna d’odio violenta e organizzata.

Da giorni Rapisardi è oggetto di minacce, insulti, attacchi personali e intimidazioni, soprattutto sul web ma non solo. Una caccia alimentata da leoni da tastiera, da ex appartenenti alle forze dell’ordine e – fatto ancora più grave – da alcuni giornalisti che hanno scelto di mettere in dubbio la sua professionalità invece di confrontarsi con i fatti.

Non è una polemica: è un tentativo di delegittimazione. Non è critica: è intimidazione.

Il messaggio è chiaro e inquietante: chi rompe la narrazione unica, chi mostra ciò che viene sistematicamente rimosso – le violenze poliziesche, la gestione repressiva della piazza, la sproporzione nell’uso della forza – deve pagare un prezzo.

È il metodo classico delle stagioni autoritarie: non smentire i fatti, colpire chi li racconta.

Il diritto di cronaca non può essere messo al rogo ogni volta che la realtà non coincide con una versione precostituita, comoda al potere e rassicurante per chi invoca ordine e repressione. Colpire una giornalista perché ha fatto bene il suo lavoro non è un attacco individuale: è censura.

È un attacco alla libertà di stampa e al diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto e completo.

Non è un caso isolato. È il clima. È il risultato di anni di criminalizzazione del dissenso e di delegittimazione di chi prova a raccontarlo. Quando la cronaca diventa un problema di ordine pubblico e il giornalismo viene trattato come un atto ostile, la linea è già stata superata.

A Rita Rapisardi è arrivata la solidarietà del quotidiano il manifesto, del Comitato di redazione di Radio Popolare, testata con cui collabora, e di Alberto Deambrogio per Rifondazione Comunista. Segnali importanti, ma non sufficienti se restano isolati.

Le compagne e i compagni dell’Osservatorio Repressione sono vicini, complici e solidali con Rita Rapisardi. Perché difendere chi racconta la verità non è un atto di cortesia: è una necessità politica. O si difende il diritto di cronaca adesso, o domani resterà solo la versione dei manganelli.

*****

Manifestazione di Torino: la solidarietà dell’ordine alla giornalista vittima di una campagna di odio

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, riunito a Roma nei giorni di martedì 3 e mercoledì 4 febbraio, nel condividere la solidarietà già espressa dall’esecutivo del Consiglio ai colleghi della troupe della Rai aggrediti durante la manifestazione organizzata a Torino contro lo sgombero di un centro sociale. Il Consiglio esprime piena solidarietà a Rita Rapisardi che in queste ore è oggetto di offese e minacce per aver fatto cronaca puntuale di quanto accaduto a Torino nella manifestazione di sabato 31 gennaio 2026. Che la descrizione della verità sostanziale dei fatti possa scatenare una campagna di odio è un segnale preoccupante dello stato della libertà d’informazione in Italia.

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17/12/2025

Stanno cercando di eliminare il movimento di solidarietà con la Palestina?

Edward Lorenz sosteneva che il battito delle ali di una farfalla in Brasile poteva scatenare un tornado nel Texas. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è il tentativo, con molte meno suggestioni scientifiche e decisamente forzato, di strumentalizzare una strage di civili di religione ebraica avvenuta all’altro capo del mondo – in Australia per la precisione – per usarlo politicamente nel nostro Paese.

L’obiettivo, apertamente o subdolamente dichiarato, è quello di mettere a tacere l’empatia e l’ampio movimento di solidarietà che si è manifestato a sostegno del popolo palestinese e il ripudio del genocidio commesso dagli apparati politici, militari e ideologici dello Stato di Israele a Gaza e in Cisgiordania.

Il tentativo sta andando avanti negli ultimi mesi, soprattutto dopo che grandi manifestazioni popolari nelle strade e alcuni scioperi generali nei luoghi di lavoro e di studio, hanno dato corpo all’indignazione generale cresciuta nella società.

Questo movimento ha suscitato grandi preoccupazioni in Israele, negli apparati sionisti attivi nel nostro ed altri paesi europei, ed anche nel governo di destra italiano che in ripetute occasioni ha dimostrato la propria complicità con Israele.

Possiamo individuare almeno cinque passaggi di questo tentativo di zittire il movimento di solidarietà con la causa palestinese:

1) Gli effetti del Piano Trump per Gaza;

2) Il rilancio del ricatto tramite l’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo con diversi disegni di legge sulla materia;

3) La delegittimazione di figure pubbliche che hanno denunciato con efficacia i crimini di guerra israeliani, a partire dalla relatrice dell’Onu Francesca Albanese o Greta Thunberg;

4) Il “fuoco amico” venuto dalla decisione del presidente dell’Anp di andare alla festa di Atreju;

5) L’onda lunga della strage avvenuta sulla spiaggia di Sidney.

Andiamo per ordine.

1) Depotenziare. Avevamo colto insieme a Moni Ovadia il rischio che il Piano Trump e la cessazione delle ostilità a Gaza sarebbero stati utilizzati dalle autorità israeliane, dagli apparati ideologici sionisti e dal governo italiano per disinnescare l’ondata di indignazione e mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi.
Il fatto che centinaia di palestinesi siano stati uccisi e feriti durante lo stesso cessate il fuoco, o che le condizioni di sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone a Gaza siano ancora oggi minacciate dalla mancanza di aiuti e dall’inverno, non ha inciso nella drastica modifica della narrazione mediatica sugli orrori sistemici e sistematici avvenuti in questi due anni.
La questione palestinese è tornata ad essere, nella migliore delle ipotesi, un problema umanitario, degno dunque di assai minore attenzione sul piano politico.
Non solo. Nelle indicazioni operative delle offensive dei bot e troll fasciosionisti sui social media diventa frequente il refrain sul fatto che la “Palestina ci ha stancato”, “basta parlare di Gaza” etc. etc. tutte indicazioni che devono dare l’idea della stanchezza, della smobilitazione, del disinteresse verso la questione palestinese.
In compenso il governo ha cominciato a sentire meno la pressione della propria opinione pubblica e lo stesso “campo largo” dell’opposizione – già marginalizzato nelle e dalle grandi mobilitazioni sulla Palestina – ha tirato un sospiro di sollievo non dovendo avere in cima alla propria agenda politica quella che considera “la seccatura palestinese”. Le forze filo-israeliane dentro il centro-sinistra hanno così ripreso subito fiato e rialzato la testa.

2) Punire. C’è stato però un problema: nonostante l’effetto depotenziatore dell’operazione sul Piano Trump per Gaza, la gente scesa in piazza per la Palestina non se ne era tornata a casa ed ha continuato a mobilitarsi non credendo al trucco che aveva davanti.
A quel punto, per intimidire occorre evocare anche la punizione e le sanzioni. Se la destra si è dimostrata allineata e coperta con la politica e i crimini di guerra israeliani, anche pezzi del centro-sinistra hanno sfruttato la contingenza per rientrare in campo. La destra ha presentato il Ddl Gasparri, la “sinistra” il Ddl Delrio, perfettamente complementari tra loro. Entrambi assumono il presupposto che le critiche o l’opposizione ad una ideologia politica suprematista e dominante in Israele – il sionismo – equivalgono a sostenere la discriminazione, il pregiudizio e finanche l’ostilità verso gli ebrei in quanto tali. Dunque le espressioni di antisionismo devono essere sanzionate.
Insomma è come affermare che essere antifascisti significa essere anti-italiani. È vero che questo, in fondo, è quello che pensano la Meloni e i suoi sostenitori, ma che questa torsione venga fatta propria da senatori del Pd o dal Presidente Mattarella è una contraddizione bella grossa.
Sia il Ddl Gasparri che quello Delrio – e i loro supporter – si fanno forti del fatto che in altri paesi europei questa criminalizzazione del movimento di solidarietà con la Palestina è già in atto da tempo.
Contestualmente a questa campagna di rilancio del ricatto sull’antisemitismo, ha ripreso vigore l’islamofobia, nella versione in basso – alimentata sia dai sionisti che dai fascisti – nella versione in alto con interventi dei parlamentari della destra e decisioni unilaterali come quella del ministro degli Interni Piantedosi contro l’imam di Torino, fortunatamente smontata dai magistrati.

3) Delegittimare. In queste settimane è diventato perfino sguaiato il killeraggio mediatico, politico ed ora anche istituzionale, contro una figura pubblica come Francesca Albanese la quale, fino a prova contraria, è ancora la Relatrice Speciale dell’Onu per i Territori Palestinesi occupati. Il suo mandato, tra l’altro, è stato rinnovato pochi mesi fa dalla stessa Onu. Allo stesso modo viene killerata una coraggiosa giovane donna come l’attivista Greta Thunberg.
L’efficacia e la profondità delle denunce di Francesca Albanese non solo contro il genocidio ma anche verso le complicità economiche e governative con esso, le hanno attirato una ostilità mai riservata ad una figura pubblica internazionale. Certo anche gli altri relatori speciali dell’Onu sulla Palestina, da Richard Falk in poi, sono stati osteggiati e insultati in ogni modo dagli israeliani.
Anche la popolarità, soprattutto tra i giovani, di Greta Thunberg vorrebbe essere demolita. Appena ha indossato la kefiah tutta l’empatia registrata quando denunciava l’infarto ecologico del Pianeta ha cominciato a traballare. Figuriamoci quando è salpata due volte con le flottiglie dirette a rompere il blocco navale a Gaza.
Contro queste due donne, e forse anche per questo, abbiamo sentito toni, parole e azioni insultanti e delegittimanti mai viste prima, in Israele come in Italia.
La commentatrice sionista Fiamma Nirestein, lamenta su Il Giornale che: “le scuole prenotano l’Albanese per insegnare ai ragazzi la balla di un mai esistito Stato palestinese “colonizzato” dagli ebrei! Il passaggio dalla sinistra nella brace proPal, capita un po’ perché i giovani sono vulnerabili, ignoranti”.
Il tentativo piuttosto evidente non è solo quello di complicargli il lavoro e la vita – a quello ci hanno già pensato le inaccettabili sanzioni degli USA – ma è quello di delegittimare in tutti i modi possibili la credibilità e la funzione di una relatrice speciale dell’Onu. Questa operazione non coinvolge solo la destra e i sionisti ma che anche ambiti non irrilevanti del centro-sinistra. Stanno agendo per tenere Francesca Albanese lontana dalle scuole, dalle università e dalle istituzioni locali, cioè quegli organismi che si sono attivati maggiormente per la Palestina di fronte all’inerzia o all’aperta complicità del governo con Israele.

4) Il “fuoco amico”. Più recentemente il tentativo di delegittimare e zittire il movimento popolare di solidarietà con la Palestina da parte del governo, ha potuto avvantaggiarsi anche del “fuoco amico” fornito dalla decisione del presidente dell’ANP, Abu Mazen, di partecipare all’evento politico di Fratelli d’Italia – la festa di Atreju – andando ben oltre il protocollo diplomatico di una visita di Stato. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha gestito l’operazione, ne ha tratto immediatamente vantaggio dichiarando che: “Con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese oggi sul palco di Atreju si fa giustizia di tante falsità che abbiamo sentito sull’operato del governo a Gaza”.
Se addirittura Abu Mazen ha legittimato l’operato di un governo filo-israeliano come quello della Meloni che cosa si può contestare all’esecutivo?
I danni della decisione di Abu Mazen sono diventati subito evidenti e lo saranno ancora. Altrettanto evidente è che la rottura e la distanza tra i movimenti di solidarietà con la Palestina in Italia e l’ANP di Abu Mazen è diventata definitiva.

5) Usare Sidney come una clava. Infine, e non certo per importanza, è arrivata la gestione politica qui in Italia della strage di Sidney, cioè di una realtà all’altro capo del mondo.
I commentatori sionisti e filo-israeliani si sono rapidamente scatenati cercando di massimizzarne il vantaggio politico. Gli attentatori che hanno realizzato la strage di cittadini ebrei erano pakistani e non palestinesi, erano dell’Isis e non di organizzazioni palestinesi, ma la narrazione confonde e sovrappone sistematicamente le due cose, cercando soprattutto di additare le manifestazioni e i sostenitori della solidarietà con la Palestina come i mandanti morali.
Ne possiamo vedere alcuni esempi.
Alla domanda sulla strage di Sidney del quotidiano di destra Il Tempo – Chi è che si dovrebbe fare un esame di coscienza oggi? – il capo della comunità ebraica romana Victor Fadlun risponde paro paro: “Tutti coloro che sono in testa al movimento ProPal. Questo è antisemitismo. Quindi chi lo propugna in questo modo ha la coscienza potenzialmente sporca, è moralmente complice della carneficina di questi miei fratelli, di questi ebrei”.
Emblematico quanto scrive Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, un altro giornale sionista da mazzetta mattutina: “A Sydney tutti i ragionamenti astratti, gli arzigogoli giustificazionisti, i perversi distinguo tra antisionismo e antisemitismo – quella foglia di fico dietro cui si nasconde la viltà morale dell’intellighenzia occidentale – sono morti. E sono morti per sempre i convegni, i talk show e gli editoriali in cui si spiega, con il ditino alzato, che “criticare Israele è un diritto democratico e nulla ha a che fare con l’odio per gli ebrei”. In teoria, in un mondo ideale, sarebbe così. Nella realtà del 2025, questa è una menzogna che ha le gambe corte e le mani sporche di sangue (...) Siamo in guerra. E in guerra la zona grigia non esiste. Ogni equidistanza è complicità”.

Non arretrare di un millimetro

Dovremo dunque fare i conti nella prossima fase con un combinato disposto di ritorno al silenzio/manipolazione mediatica sul genocidio dei palestinesi – un ritorno a quel “politicidio” che lo ha preceduto e preparato nei decenni precedenti – e ad una offensiva politica e mediatica contro il movimento di solidarietà con la causa della Palestina, incluse alcune misure repressive dell’agibilità di piazza e liberticide contro la libertà di espressione.

Occorre anche in questa occasione scegliere di non arretrare di un millimetro, di tenere in piedi tutte le iniziative in corso di denuncia, informazione e boicottaggio e ridefinire una tabella di marcia delle mobilitazioni che tenga però conto di una fase diversa da quella precedente. Se è vero che “volevamo liberare la Palestina ma la è la Palestina che ha liberato noi”, va mantenuta stretta la connessione con coloro che si sono mobilitati generosamente in questi mesi ma anche la connessione tra quanto avviene sul terreno e nel campo palestinese e le iniziative che possiamo e dobbiamo sviluppare nel nostro paese.

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10/11/2023

Chi sono i giornalisti “embedded” in questo conflitto?

“Domani mattina alle 6.00 fatti trovare pronto”. Questo è, al massimo, quello che alcuni corrispondenti da Gaza per importanti testate internazionali (Reuters, Associated Press, CNN, New York Times) si saranno sentiti dire alla vigilia del 7 ottobre.

Una volta che il raid palestinese oltre il muro di confine tra Gaza e Israele è partito hanno seguito i loro contatti e si sono ritrovati sul campo, in particolare all’ex inespugnabile valico di Eretz, e poi nei kibbutz presi d’assalto dai combattenti palestinesi.

Le foto che hanno messo in circolazione sono quelle dei carri armati “espugnati” e di miliziani che entrano nelle comunità, non quelle di uccisioni di civili israeliani.

Adesso quei corrispondenti palestinesi di queste quattro testate internazionali vengono accusati di essere stati “complici” delle uccisioni di civili israeliani il 7 ottobre, secondo una campagna di disinformazione decisamente infame da molti punti di vista. Vediamo perché.

In primo luogo c’è la “fonte” di questa campagna di criminalizzazione dei giornalisti sul campo. Si tratta di una vera e propria fogna ultrasionista: il sito Honest Reporting, praticamente un ossimoro.

Il suo corrispettivo in Italia è il sito ultrasionista Informazione Corretta, visibilmente gestito da un gruppo di “fomentati” che, al solo leggerli, si rischia di diventare anti-israeliani per tutta la vita.

Honest Reporting, così come il suo corrispettivo italiano, non è un sito di news o di informazione, ma è un vero e proprio apparato di intervento/linciaggio israeliano in materia di informazione, dedicato a delegittimare ogni articolo o commento critico verso Israele.

Lo spiegano sul loro stesso sito: “La missione di HonestReporting è quella di garantire la verità, l’integrità e l’equità, e di combattere i pregiudizi ideologici nel giornalismo e nei media, così come hanno un impatto su Israele”. Pretese da fact checker, insomma, ma dichiaratamente a senso unico.

Una “fonte non credibile” non può rendere credibile, fin dalla partenza, una campagna di informazione/disinformazione.

In secondo luogo questa campagna di criminalizzazione dei reporter sul campo (palestinesi in questo caso) ha l’obiettivo di delegittimare ogni corrispondente che non si limiti a passare le veline delle Idf, cioè delle Forze Armate Israeliane.

Osservate come nei lanci di agenzie, nei Tg o negli articoli venga sempre specificato che sono “Forze di Difesa Israeliane” e non forze armate, e di come ogni volta che si cita Hamas venga aggiunto sempre che è il responsabile dell’eccidio del 7 ottobre.

Gli israeliani “vengono uccisi”, mentre i palestinesi “sono morti”. I palestinesi vengono filmati solo come disperati ma mai come combattenti. In questi giorni di scontri durissimi ne avete mai visto uno?

È meglio – per qualcuno – diffondere le immagini di un popolo dolorante e sconfitto che quelle di un popolo che sa anche resistere.

Sfumature, ma che fanno la differenza nell’impatto che hanno sull’opinione pubblica.

Ragion per cui nei mass media vanno diffuse solo le versioni, le immagini e il linguaggio stabilito dagli apparati israeliani, che su questo godono di una decennale esperienza e influenza.

Terzo e ultimo elemento. È vergognoso definire “embedded” (cioè giornalisti a seguito di truppe) i corrispondenti palestinesi delle testate internazionali. Soprattutto se detto da redazioni, telegiornali e giornali che intorno a Gaza sono arruolati in mezzo alle truppe israeliane e raccontano o filmano solo quello che i militari israeliani gli consentono.

Se i giornalisti palestinesi delle quattro testate internazionali vengono ritenuti “complici dei terroristi”, occorrerebbe affermare che anche chi lavora a seguito delle truppe di Tel Aviv è “complice del terrorismo di Stato” israeliano.

La scusa spesso ripetuta è che a Gaza i giornalisti occidentali non possono entrare, omettendo di ricordare che oltre al valico di Eretz in Israele c’è anche quello di Rafah in Egitto e magari da lì ci si può provare.

Ma è naturalmente molto rischioso. Perciò molte testate hanno assunto come corrispondenti giornalisti palestinesi che vivono (o vivevano visto che ne hanno già ammazzati 39 in un mese) nella Striscia di Gaza.

Una guerra raccontata solo dai terrazzi o dalle strade di Tel Aviv, o degli accampamenti dei soldati israeliani, ha ben poco di completezza informativa. Così come lo erano ben poco le corrispondenze al seguito delle truppe statunitensi in Iraq o Afghanistan, che hanno poi regalato carriere fulminanti ad alcune/i giornaliste/i della Rai.

Anche sulla guerra in Ucraina, del resto, ci hanno abituato a vedere corrispondenti che devono stare sul lato ucraino e da lì descrivere il conflitto.

I pochi corrispondenti sul lato russo, per quanto potessero provare ad essere “neutrali”, sono stati silenziati, ignorati, criminalizzati – anche lì – come “complici”; ricordiamo il caso clamoroso del corrispondente Rai da Mosca, Marc Innaro.

Infine, ma non per importanza, vogliamo ribadire che in tempi di guerra non esiste – o almeno non riteniamo esista – una informazione “obiettiva”. Al massimo ci può stare una informazione onesta, ma sicuramente non nel nome abusato che si è dato il sito israeliano che sta cercando di delegittimare i corrispondenti palestinesi sul campo.

Non certo per “onestà”, ma solo per imporre l’egemonia della comunicazione israeliana su tutti i mass media.

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28/12/2022

Palestina - La relatrice speciale dell’Onu sotto l’attacco degli apparati israeliani

Francesca Albanese è una persona assolutamente ammirevole. È un avvocato internazionale, un’esperta di rifugiati palestinesi e relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, un incarico che svolge pro bono. Attualmente è sotto attacco feroce sulla stampa israeliana e sui social media per presunto antisemitismo, che si dice la escluda dall’agire come rappresentante delle Nazioni Unite.

In assenza di qualsiasi prova di antisemitismo, il Times of Israel ha ripescato un post su Facebook del 2014, in cui scriveva “America ed Europa, una soggiogata dalla lobby ebraica, l’altra dal senso di colpa per l’Olocausto , rimangono in disparte”. Questo è stato scritto a titolo personale, otto anni prima che assumesse la sua posizione alle Nazioni Unite. Il contesto, invariabilmente tralasciato dai critici, è stato un brutale assalto israeliano a Gaza che ha causato la morte di oltre 2.000 palestinesi, tra cui 550 bambini.

La Albanese aveva tutte le ragioni per criticare l’America e l’Europa per non aver fatto nulla per frenare l’aggressore. Sarebbe stato meglio parlare di ‘lobby israeliana’ piuttosto che di ‘lobby ebraica’ e la Albanese ha ammesso il suo errore. Ma non si può negare che la lobby israeliana eserciti un’enorme influenza nella politica americana. È infatti la lobby di politica estera più potente degli Stati Uniti. Né può esserci alcun dubbio che il senso di colpa per l’Olocausto continui a impedire all’Europa di denunciare Israele per le sue violazioni quotidiane del diritto internazionale umanitario.

Gli attacchi alla sig.ra Albanese sono politicamente motivati. Nel settembre 2022 ha presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite un rapporto di 23 pagine sulla “Situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”. Gli attacchi non si riferiscono all’analisi di questo eccellente rapporto; fanno riferimento solo a dichiarazioni come il post di Facebook del 2014. Equivalgono all’assassinio della reputazione. Il loro scopo è screditarla, distoglierla dall’adempiere al suo mandato ONU e minare i suoi sforzi per ritenere Israele responsabile rispetto agli standard universali dei diritti umani.

Gli attacchi alla signora Albanese sono solo l’esempio più recente di una campagna globale in corso condotta dal governo israeliano e da organizzazioni ideologicamente allineate con esso con l’obiettivo di confondere le legittime critiche alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi con il fanatismo antiebraico.

Israele ha già perso la battaglia davanti al tribunale dell’opinione pubblica. Negli ultimi due anni, quattro importanti organizzazioni per i diritti umani hanno concluso che Israele commette il crimine di apartheid nei confronti dei palestinesi. Il documento di presa di posizione pubblica del gennaio 2021 di B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani molto rispettata, è significativamente intitolato “Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è l’apartheid”.

Israele è anche sotto inchiesta da parte della Corte penale internazionale per crimini di guerra in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Più vengono smascherate le azioni brutali e criminali di Israele, più aggressivi diventano i suoi portavoce e sostenitori nei loro sforzi per diffamare e delegittimare i suoi critici.

Oggi è Israele ad essere sul banco degli imputati, non il relatore delle Nazioni Unite. Alla signora Albanese non va altro che il merito del coraggio e della dedizione dimostrati nell’espletamento del suo mandato ONU. Può indossare gli attacchi su di lei come distintivo d’onore.

I tre pilastri principali dell’ebraismo sono la verità, la giustizia e la pace. La signora Albanese personifica questi valori in misura straordinariamente alta. E ci saranno molti ebrei in tutto il mondo, turbati dal tradimento di Israele di questi fondamentali valori ebraici, che possono avere motivo di ringraziarla per averli sostenuti.

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07/04/2022

Guerra in Ucraina. Ormai parlano solo i “falchi”. Negoziati addio, guerra a oltranza

È l’ora dei falchi e dei guerrafondai. “Sono venuto a Bruxelles con tre temi nella mia agenda: armi, armi, armi” ha dichiarato il ministro degli Affari esteri dell’Ucraina, Dmytro Kuleba, parlando ai giornalisti insieme con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla riunione dei ministri degli Affari esteri dei Paesi dell’Alleanza. Immediata la disponibilità della Nato in tal senso: “Abbiamo dato sostegno per molti anni formando centinaia di migliaia di forze ucraine e ora gli alleati stanno dando equipaggiamenti per sostenervi nella difesa. È urgente ulteriore sostegno e oggi affronteremo il bisogno di più sistemi di difesa aerea, armi anticarro, armi leggere e pesanti e altro” ha dichiarato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.

Il quotidiano britannico Times rivela l’ulteriore fornitura militare britannica di mezzi blindati all’Ucraina. Il giornale scrive di aver appreso di un piano cui stanno lavorando i vertici della difesa “per offrire armi offensive, nella convinzione che le prossime tre settimane saranno decisive per le sorti del conflitto”. Si tratta dei veicoli blindati ‘Mastiff’ (mastino) e ‘Jackall’ (sciacallo). Secondo il piano, i mezzi verrebbero “privati delle dotazioni sensibili”, ovvero dei sistemi che il governo britannico non vorrebbe che finissero nelle mani dei russi. Inoltre, “personale militare britannico verrebbe inviato in un Paese vicino all’Ucraina per condurre le attività formative” necessarie ad addestrare gli ucraina all’uso di questi blindati.

Emblematicamente il presidente polacco – il “falco” Andrzej Duda – ha dichiarato alla CNN che il dialogo con la Russia “non ha senso” ed ha sostenuto l’imposizione di “condizioni molto dure” al governo russo per l’invasione dell’Ucraina invece di seguire il suo “gioco per guadagnare tempo”. Nell’intervista ha voluto argomentare le “dichiarazioni emotive” del suo primo ministro, Mateusz Morawiecki, il quale ha recentemente attaccato il presidente francese Emmanuel Macron che aveva contatti con Putin, paragonandolo a “negoziati con Hitler”.

Così come avvenne per la Società delle Nazioni, anche l’Onu oggi rischia di essere resa obsoleta e smantellata. La delegittimazione è venuta proprio dal presidente ucraino Zelenski che ha preso di petto i membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu. “Il proposito di questa organizzazione è garantire la pace”, ha affermato Zelensky che più volte nel suo discorso ha invocato una riforma dell’organismo. chiedendo che la Russia ne sia rimossa, affinché non possa più esercitare il suo diritto di veto sulle risoluzioni che condannano le aggressioni: “Altrimenti potete anche chiudere”, ha incalzato Zelenski assumendosi uno spessore e un potere che non merita.

Evidente che il presidente ucraino si senta le spalle coperte da Usa, Gran Bretagna e Nato. Ma il clima che si sta definendo dopo “l’evento scatenante di Bucha” – e si sapeva perfettamente che a questo serviva e che così sarebbe andata – è ormai quello della guerra a oltranza, del forte riarmo dell’Ucraina con l’obiettivo di sconfiggere la Russia, anche con uno scontro che preveda l’intervento della Nato.

Il negoziato ormai è un ricordo e anche le Nazioni Unite rischiano di diventarlo, come lo fu la Società delle Nazioni durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla Russia tocca la piena responsabilità di aver realizzato “il fatto compiuto” invadendo l’Ucraina senza valutarne le inevitabili conseguenze, all’Occidente quella di aver operato sistematicamente per provocare questa guerra con la Russia ed ora di volerla proseguire a tutti i costi. La tendenza alla guerra sembra ormai prevalere su quella contraria.

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03/11/2018

“La Bestia” fascioleghista ancora contro Viola e Potere al Popolo. Paura, eh?

Su come funzionano le fake news, il giornalismo “ufficiale” e sul perché degli attacchi di questi giorni.

Oggi Viola e Potere al Popolo sono di nuovo sui giornali. Mica per quello che fanno – attività sociali, iniziative politiche, il corteo oggi a Trieste – o quello che pensano (le valutazioni sulla manovra del Governo, ad esempio...). No, per un’inventata polemica con Chiara Ferragni.

Uno legge sta notizia e non può non pensare: “ma questi non c’hanno un cazzo da fare. Con tutti i problemi che ci sono parlano della Ferragni”. Ovviamente il lettore non va ad approfondire. Spesso si ferma al titolo. Titolo che è pensato per associare quell’oggetto ai pregiudizi che il lettore ha già, rinforzandoli. Per cui la notizia è l’ennesima dimostrazione che i comunisti e la sinistra sono inutili, ideologici, lontani dal popolo – questo è infatti il senso comune che ormai si è affermato, anche fra quelli di sinistra...

Ma da dove nasce questa non-notizia? Chi è che la “produce”?

Un po’ di ricerchine le sappiamo fare anche noi. Da qualche settimana abbiamo notato che ci sta addosso tal Francesca Totolo. La ricordate? E’ quella tizia che inventò la famosa fake news dello “smalto di Josefa”, la migrante salvata dalle acque del Mediterraneo. Non è una giornalista, ma una propagandista di CasaPound, che ha a disposizione un’ampia rete di contatti che arrivano fino a persone molto importanti...

Che fa la Totolo di mestiere? Inventa notizie. Ovviamente la prima regola di una fake news è che deve avere un piccolo appiglio con la realtà. Ad esempio, Josefa aveva davvero lo smalto sulle unghie: c’è lo screenshot, è la prova inoppugnabile. Viola ha davvero nominato la Ferragni in uno dei tanti post, etc etc.

Agganciato il lettore, si lavora a ridefinire il contesto, facendo sparire il quando, il dove, il come e il perché e il SENSO del fatto, esagerando certi aspetti, inserendo un elemento di dubbio/complotto, concludendo con una sentenza morale.

E’ roba stra-studiata, ma non per questo la gente non ci casca.

La buona – si fa per dire – Totolo, lancia la notizia che poi viene ripresa da una serie di quotidiani esplicitamente fascisti, che agiscono in maniera coordinata, iniziano a creare il “caso”, anche perché il “caso” fa fare click e dunque soldi per la pubblicità, e questo meccanismo a volte arriva fino alla stampa mainstream.

La quale ormai si adatta ai parametri comunicativi e ai contenuti della destra, perché sono quelli che fanno fare più accessi. Ovviamente questo crea un cortocircuito: si droga il lettore di certe notizie e così te ne chiederà sempre di più. In questo modo siamo arrivati in Italia ad avere una percezione tutta sballata del fenomeno migratorio, siamo un unicum in Europa. Ed è anche per questo motivo che mentre i giovani europei guardano a sinistra, i nostri guardano Donadel.

Ultimamente la Totolo sta degnando Potere al Popolo delle sue attenzioni: in poco tempo ha “lanciato” diversi video contro il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli, che poi sono arrivati sulla pagina ufficiale di Salvini, che ha minacciato repressione (la repressione ha sempre infatti bisogno di preparare il terreno mediatico per legittimarsi). Poi è partita con la storia di “Desiree fortunata“, ed è riuscita a farla arrivare lontano... Infine ieri con Ferragni.

Così il Mattino di Napoli ripubblica CasaPound forse senza nemmeno saperlo, e il neofascismo viene sdoganato, prima che ufficialmente, nella logica e nei contenuti.

Sbaglia chi non capisce o sottovaluta la gravità di quanto sta accadendo. E’ questo meccanismo comunicativo che crea fatti come quello di Macerata. O che fa il vuoto intorno ai contenuti di emancipazione, progresso, umanità, impedendo l’azione non di un singolo gruppo rivoluzionario o riformista, ma di tutti.

Sbaglia chi non considera che oggi il fascismo non è solo quello delle aggressioni squadriste per strada. Non si punta a demolire il nemico solo fisicamente. Si demolisce la sua immagine e credibilità, si destruttura la sua rete di legami, intimorendo chi dà solidarietà (perché se dai solidarietà sei a tua volta un radical chic).

Lo scopo è non far parlare le persone, o obbligarle a una comunicazione così misurata che non possano dire altro che banalità politicamente corrette, salvo poi attaccarle proprio perché dicono banalità. Meccanismo già ampiamente sperimentato con la Boldrini.

Ora, distrutta la “sinistra di governo” e del passato, i fascisti che operano sempre per conto terzi (il padronato e il capitale) devono passare a Potere al Popolo. Perché è un progetto giovane e “senza colpe”, vedono che cresce nei sondaggi, ha un profilo antisistema che potrebbe recuperare parte di quell’elettorato di giovani e arrabbiati, Viola è un personaggio credibile... Meglio muoversi prima di trovarsi con una combattiva organizzazione popolare fra i piedi.

Ecco il senso di quello che sta accadendo in questi giorni. Giorni complicati perché c’è di mezzo anche l’approvazione del Decreto Sicurezza, con cui Salvini vuole chiudere la partita con i 5 Stelle, sottomettendo definitivamente il Governo alla sua linea politica.

Molti 5 Stelle dissidenti, oltre ad avere coscienza morale, hanno capito la posta in gioco politica e dunque puntano i piedi per evitare che il 5 Stelle ceda su tutto. Queste persone, e il pezzo di elettorato che rappresentano, sono molto lontane dalla sinistra storica, ma magari con Potere al Popolo potrebbero incontrarsi su vertenze specifiche... A maggior ragione bisogna evitare il coagularsi di un fronte trasversale di opposizione a Salvini. Ecco che non solo l’elettorato giovane e arrabbiato, ma anche quello dei 5 Stelle deve essere “allertato”...

A questo punto, ogni persona con un po’ di buon senso, capita la mossa, anche se non condivide Potere al Popolo dovrebbe essere pronto a disinnescare queste fake news e lavorare nel senso della “protezione” di questo movimento che comunque ha il merito di portare avanti istanze effettivamente importanti per i giovani e le classi popolari... Purtroppo la nostra frammentazione e la nostra incomprensione del fatto di star combattendo una vera e propria “guerra civile”, fa sì che questo meccanismo spesso manchi. Ma niente è per sempre, e a breve questi meccanismi di solidarietà torneranno a essere immediati...

In ogni caso, è probabile che gli attacchi nelle prossime settimane si intensificheranno. Vuol dire che ci divertiremo un po’.

D’altronde siamo qui proprio perché il fascismo, nelle sue nuove forme, non prenda piede nel nostro paese. E se pensano di intimorirci hanno sbagliato palazzo. Siamo qui per restare!

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L'escalation è estremamente grave, servirebbe come il pane una gestione mediatica alternativa e capillare, purtroppo, anche in questo frangente, a sinistra si è ancora esageratamente frammentati e soprattutto preda di micro redazioni più interessate a tenere in piedi la bandiera della propria bottega che quella, unica, degli interessi degli sfruttati.