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12/02/2026

Jeffrey Epstein, potere neotribale

L’esercizio del potere nelle strutture sociali gerarchiche, arcaiche o neotribali, non si limita alla gestione delle risorse materiali o della forza militare. Quindi il caso Epstein, visto dall’antropologia politica, non rappresenta una deviazione comportamentale ma ci riporta ad un fenomeno conosciuto riemerso oggi negli aggregati neotribali della finanza e del potere globale: il possesso e lo sfruttamento di vergini, giovani donne e bambini da parte dei membri di una aggregato collettivo come pilastri fondamentali per la gestione, la stabilizzazione e la circolazione dell’autorità. Storicamente, le élite hanno utilizzato il controllo sulle capacità riproduttive e sessuali di soggetti vulnerabili per rispondere a necessità sistemiche: dalla gestione dell’entropia demografica delle prime città-stato alla creazione di legami di fedeltà assoluta attraverso la condivisione del tabù. Oggi questo controllo serve invece per dimostrare chi è veramente al vertice dei flussi di denaro e potere globali.

Nel caso Epstein il corpo delle vittime non viene solo sfruttato ma anche trasformato in capitale politico. È una trasformazione che emerge nelle dinastie dello Yemen medievale come nelle strutture di potere degli inca e dei norreni, facendo delineare le categorie concettuali di creazione, concentrazione e circolazione del potere. Si tratta di categorie che ritroviamo nella trasformazione del corpo in capitale politico emerso nel caso di Jeffrey Epstein, come una manifestazione contemporanea di logiche tribali ataviche, neotribale appunto, dove lo sfruttamento minorile diventa il fulcro di un’infrastruttura di potere costruita sulla morte sociale delle vittime e sulla fratellanza di colpa dei carnefici. In questo quadro, lo sfruttamento sessuale non è un fine, ma un mezzo: il possesso del corpo altrui è la manifestazione tangibile del diritto di vita e di morte che definisce la sovranità. La pratiche del concubinato e della poliginia nelle élite norrene illustrano come il controllo sulle donne servisse a costruire reti di obbligazione. Per i nobili scandinavi, possedere più partner non era solo un indicatore di ricchezza, ma uno strumento politico per integrare individui di status inferiore nel proprio sistema domestico, creando una gerarchia di dipendenza che preveniva la formazione di fazioni rivali. In Epstein le reti di obbligazione, create attraverso l’offerta di consumo di abusi sessuali, non riguardano il controllo sociale ma le relazioni di potere all’interno di reti elitarie che non hanno neanche più bisogno di un rapporto con la società.

Un elemento cruciale della dominazione tribale è il valore attribuito alla verginità, spesso percepita come un “serbatoio di energia” trasferibile o consumabile dal sovrano. Nelle società indoeuropee patriarcali, la verginità non era solo un requisito per la certezza dell’eredità, ma un attributo che conferiva autonomia o sacralità a chi la possedeva, rendendo la sua violazione un atto di appropriazione di potere metafisico. Qui, sebbene la storicità universale del jus primae noctis sia sempre oggetto di dibattito, il suo valore simbolico come “esposizione del potere maschile” è innegabile. La deflorazione rituale da parte di capi, sacerdoti o stranieri riflette la psicologia della dominanza sociale coercitiva. In molte culture, l’iniziazione sessuale di una giovane era affidata a individui di alto status sociale per “consacrare” la capacità riproduttiva della donna, trasferendo la benedizione del signore o degli dei sulla futura prole. In termini evoluzionistici, questo comportamento imita quello dei maschi dominanti nei primati, che rivendicano la priorità di accesso alle femmine fertili per riaffermare la gerarchia del gruppo.

Per analizzare il fenomeno dello sfruttamento sessuale d’élite, è necessario definire tre categorie operative che spiegano come il corpo umano diventi un ingranaggio della macchina politica.
La prima è la creazione del potere attraverso la morte sociale. Il potere viene creato attraverso l’atto dello sradicamento. La schiavitù è il dispositivo politico della “morte sociale”, un processo in cui l’individuo viene privato di ogni identità, relazione e vitalità sociale. Nello sfruttamento tribale, il nobile crea potere “uccidendo socialmente” la vittima: separandola dalla famiglia e dai supporti comunitari (alienazione natale), che diventa così una tabula rasa su cui il padrone può incidere la propria volontà. Questa condizione rende la vittima totalmente dipendente, trasformandola in un’estensione della personalità del nobile.
La seconda è la concentrazione del potere attraverso l’architettura del segreto. Una volta creato, il potere deve essere concentrato in spazi che sfuggono al controllo della collettività. L’harem, il tempio o il recinto privato servono a isolare le risorse preziose (donne e bambini) e a segnalare l’esclusività dell’accesso d’élite. L’architettura stessa di questi luoghi – come dimostrato dall’analisi dello spazio sintattico nei templi arcaici – crea gerarchia limitando il movimento e la visibilità. Chi controlla l’accesso a questi spazi “sacri” o “proibiti” controlla la distribuzione della grazia o del piacere, consolidando la propria posizione al vertice della tribù.
La terza è la circolazione del potere attraverso l’ospitalità sessuale e la fratellanza di colpa. Il potere non può restare statico; deve circolare per creare alleanze. L’antropologia illustra come il corpo di una donna possa essere offerto a un ospite di alto rango per stabilire un legame di debito e reciprocità. Tuttavia, nelle forme più oscure di dominanza d’élite, la circolazione avviene attraverso la “trasgressione condivisa”. Partecipare insieme a un atto criminale o tabù (come lo sfruttamento di minori) crea un “patto di silenzio” e una “fratellanza di colpa” che è molto più vincolante di qualsiasi alleanza formale. Questo legame libidico e criminale assicura che i membri dell’élite proteggano il sistema per proteggere se stessi.

Il caso di Jeffrey Epstein non deve essere interpretato come un’anomalia della modernità, ma come una riattivazione di modelli tribali di gestione del potere basati sullo sfruttamento dei corpi vulnerabili. Epstein ha operato in modo neotribale, unendo schemi atavici di sottomissione in una società tecnologica, costruendo un’infrastruttura di potere che riflette creazione, concentrazione e circolazione del potere basate sullo sfruttamento estremo dei corpi ma non più in società arcaiche o premoderne ma nelle reti di potere delle élite globali. La creazione del potere, per Epstein e la sua cerchia avveniva attraverso un sistema di reclutamento che ricalca l’alienazione natale della schiavitù tradizionale. Utilizzando intermediari (come Ghislaine Maxwell) per adescare ragazze giovani e minorenni con promesse di istruzione o carriera, Epstein mirava a isolare le vittime dai loro supporti familiari. La “morte sociale” di queste ragazze era garantita dalla loro vulnerabilità economica e dal trauma, che le rendeva incapaci di ribellarsi o di cercare aiuto all’esterno. In questo modo, Epstein “creava” un pool di risorse umane su cui esercitare un dominio assoluto.

L’isola di Little St. James rappresenta l’apice della concentrazione del potere spaziale. Come i recinti sacri degli inca o dei re levantini, l’isola era un territorio “fuori dal mondo” dove le leggi della società ordinaria non avevano valore. Le testimonianze dei dipendenti descrivono l’arrivo costante di aerei privati (il “Lolita Express”) carichi di giovani donne, spesso vestite con felpe universitarie per mimetizzare la loro età. L’architettura dell’isola, con il suo ormai celebre “tempio” con cupola dorata e le statue eccentriche, serviva a creare una cosmologia privata che riflettesse il narcisismo sovrano di Epstein. Analizzando lo spazio secondo la logica del recinto cultuale, l’isola funzionava come un locus di potere dove Epstein agiva da sacerdote/padrone, decidendo chi poteva entrare e chi doveva servire. La vera “importanza” di Epstein per l’élite globale risiedeva nella sua capacità di far circolare il potere attraverso l’offerta di accesso alle vittime. Portando personalità influenti – politici, reali, scienziati – sulla propria isola e mettendoli in contatto sessuale con minori, Epstein non stava solo offrendo “piacere”, ma stava cementando alleanze attraverso la trasgressione condivisa.

In questa prospettiva, la vittima minorenne non è solo un oggetto di desiderio, ma una “valuta simbolica”. Chi consuma l’atto proibito con la “vergine” fornita dal padrone entra in una rete di mutuo ricatto e dipendenza. Questo meccanismo di fraternità criminale garantisce la coesione del gruppo d’élite: il segreto condiviso è il collante più forte di qualsiasi contratto poiché la sua rivelazione comporterebbe la rovina di tutti i partecipanti. Il neotribale finanziario di cui Epstein era componente non ha come valore assoluto il contratto, che si può mettere in discussione, ma il segreto che non si può né mettere in discussione né rivelare.

Nello sfruttamento tribale, il valore della vittima è inversamente proporzionale alla sua autonomia e la giovinezza e la verginità sono preziose perché rappresentano lo stato di natura non ancora “domato” dalla cultura ordinaria; violarle significa dimostrare una forza che può infrangere i tabù fondamentali della tribù. Nel caso Epstein, l’uso di minori e giovani donne serviva a segnalare ai partecipanti uno status di “semidei”. In una società che protegge formalmente l’infanzia, l’atto di abusare di un bambino in un ambiente di lusso e in sicurezza è la prova suprema di appartenenza a una casta che è al di sopra della legge comune. La vittima diventa un “segno” dell’invulnerabilità del carnefice. Le testimonianze riportano l’uso di maschere e ambienti decorati in modo grottesco, suggerendo una dimensione teatrale e rituale dell’abuso che serve a distanziare l’atto dalla realtà morale quotidiana. Il violentatore, all’interno di questa cerchia, acquisisce uno status di “iniziato”. Partecipare ai riti dell’isola significa essere stati scelti per vedere e fare ciò che alla “gente comune” è proibito. Questo crea un senso di superiorità e una separazione ontologica tra l’élite e il resto della popolazione. La capacità di Epstein di mantenere questa rete per decenni, nonostante le denunce e una condanna precedente, è la dimostrazione della forza di questa “resilienza del lignaggio” costruita sulla complicità criminale. Epstein rivela come le strutture di potere più avanzate possano regredire – o forse abbiano sempre mantenuto – logiche tribali di dominio. La concentrazione di ricchezza senza precedenti permette infatti la creazione di “isole di sovranità” dove il corpo umano torna a essere una merce di scambio primordiale. La violenza estrema del neotribale è servita in ambienti costruiti come se fossero resort per vacanze.

L’importanza per i membri nobili della tribù del possesso di vergini, giovani donne e bambini risiede nella loro funzione di “catalizzatori di sovranità”. Attraverso la creazione di soggetti socialmente morti, la concentrazione di queste risorse in spazi extra-territoriali e la loro circolazione in reti di complicità trasgressiva, le élite stabilizzano il proprio potere in modi che la politica formale non può replicare. Il caso Epstein rappresenta la versione iper-capitalistica, socialmente neotribale di questa dinamica atavica. La creazione di potere è avvenuta attraverso una rete di traffico che ha operato uno sradicamento sistematico delle persone reclutate; la sua concentrazione si è manifestata nell’architettura sacrale di Little St. James; e la sua circolazione ha cementato un’alleanza globale tra figure di immenso potere, unite non da ideologie, ma dal legame primordiale della colpa condivisa e del possesso del corpo altrui. Il valore simbolico delle vittime risiede nella loro capacità di agire come prova dell’impunità sovrana, trasformando ogni atto di abuso in un mattone dell’architettura del dominio d’élite. La comprensione di queste dinamiche è una necessità per decodificare le forme più oscure e persistenti di gestione del potere nella storia umana che si sono ben adattate alle evoluzioni del capitalismo.

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