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11/02/2026

Produzione distrutta e dividendi garantiti: il modello Stellantis

di Alessandro Volpi

L’amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa, insieme al collega di Volkswagen Oliver Blume, ha chiesto nei giorni scorsi un massiccio piano di aiuti all’Unione europea. A proposito di Stellantis e di aiuti pubblici, andrebbe però ricordato che l’azienda dal 2021 ad oggi ha distribuito oltre 16 miliardi di euro di dividendi ai propri azionisti di cui 3 miliardi alla coppia Elkann-Agnelli.

Ma il dato più grave è un altro. La vicenda Stellantis, infatti, sta approdando a una conclusione tragica che fa emergere la verità di un capitalismo avido. Il nuovo capo Filosa, poco dopo aver chiesto aiuti europei, ha dovuto dichiarare, di fatto, che per distribuire dividendi stellari agli azionisti la precedente gestione di Carlos Tavares, d’accordo con Elkann, ha distrutto la produzione di auto, licenziando migliaia di ingegneri, di tecnici e operai, vendendo pezzi strategici e sbagliando tutte le previsioni. Ma non solo, Stellantis aveva bilanci gonfiati – falsi? – dato che ora è necessario, o meglio obbligatorio, registrare 22 miliardi di euro di costi straordinari legati alla revisione di quella montagna di follie concepite per modelli elettrici senza alcun senso e ben 19 miliardi di euro di perdite, tutte accumulate nel secondo semestre del 2026, ma che sono la presa d’atto dei meccanismi contabili precedenti. Per far fronte a questa tragica crisi, è paradossale che Filosa annunci la vendita di gigafactory e soprattutto di potenziare la produzione negli stabilimenti americani.

In sintesi, la coppia Elkann-Taveres si è arricchita, ha versato miliardi ai grandi azionisti, ha distrutto la produzione di veicoli in Italia, con drammatici licenziamenti e tutto questo è stato possibile anche con la copertura di bilanci più o meno fasulli e piani strampalati; dulcis in fundo la soluzione, impossibile, della crisi è un’ulteriore americanizzazione della produzione. Vale la pena ricordare che Tavares durante la sua permanenza in Stellantis ha guadagnato 112 milioni di euro e per Elkann parlano i dividendi stellari.

Questa brutta storia non sembra del tutto estranea ad altre due vicende, solo apparentemente, distinte. I “file di Epstein” consentono letture interessanti sul potere. In tali documenti sono infatti citati un gran numero di membri del think tank statunitense Council on foreign relations (Cfr). Da Leon Black di Apollo Management, con grandi affari anche in Italia, a David Rockfeller, a Leslie Wexner, a Glenn Dubin, creatore seriale di fondi speculativi. Ma sono presenti anche molti nomi di politici, da Bill Clinton a Howard Lutnick, il falco trumpiano che aveva finanziato la campagna di Hillary Clinton, fino a Larry Summers.

Ma che cos’è il Council on foreign relations? È un’organizzazione nata nel 1921 a cui hanno aderito negli anni quasi tutti i direttori della Cia, i segretari di Stato Usa e i principali amministratori delegati della major americane. In Italia, ha avuto e ha tra i suoi principali frequentatori la famiglia Agnelli. Ora, le presenze più rilevanti sono quelle di Domenico Siniscalco, Marco Tronchetti Provera, Emma Marcegaglia, Gian Felice Rocca e, naturalmente, John Elkann. Il dato rilevante è che questo organismo ha costituito e costituisce uno dei luoghi di elaborazione teorica, e pratica, del capitalismo finanziario –quello della celebrazione dei dividendi – e della cosiddetta geopolitica ufficiale attraverso una rivista come Foreign affairs. Non bisogna mettere tutto insieme ma certo i “file di Epstein”, il Cfr, le illustri presenze trasversali e il modello della narrazione neoliberale hanno molto in comune.

L’altra vicenda riguarda i “ladri ricchi”. Nel corso del 2025, i circa 86mila evasori totali individuati in Italia hanno sottratto al fisco una base imponibile (ovvero redditi netti non dichiarati) stimata in oltre 18 miliardi di euro. Di questi una gran parte è costituita dai grandi evasori con redditi superiori ai 500mila euro. Spesso si tratta di società di capitali “cartiere” o imprenditori che operano in settori come la logistica, l’edilizia e i servizi alle imprese. Ci sono poi influencer e digital creator con redditi annui tra i 200mila e gli 800mila euro, derivanti da piattaforme come OnlyFans, YouTube o sponsorizzazioni dirette, completamente sconosciuti al fisco. Nella fascia alta dell’evasione figurano anche molti venditori online che operavano senza partita Iva e che hanno occultato volumi d’affari tra i 100mila e i 300mila euro all’anno. Un posto particolare hanno le frodi sui crediti d’imposta. Alcune organizzazioni criminali hanno creato “redditi fittizi” e incassato crediti d’imposta (non dovuti) per oltre 10-15 milioni di euro a testa, pur risultando ufficialmente nullatenenti o senza aver mai presentato una dichiarazione dei redditi. Appare chiaro il nesso: la celebrazione della fortuna privata ed egoistica rappresenta il lessico, teorico e pratico, del capitalismo.

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