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10/02/2026

La marcia sul posto dell’Unione Europea

Tempi duri, per l’Unione Europea… La “rottura” dell’asse euro-atlantico ha portato allo scoperto tutte le debolezze strategiche e concettuali della barocca costruzione continentale. Sul come andare avanti fioccano le ipotesi e gli scetticismi, a dimostrazione che l’inceppamento è molto serio e metterci riparo per niente facile.

“Andare avanti” significa – o significherebbe... – fare un salto deciso verso la “federazione”, come suggerito al solito da Mario Draghi, superando le resistenze permesse dal diritto di veto in capo ad ognuno del 27 paesi membri. Una mossa “logica” nel mondo astratto delle idee fisse, ma molto complicata da realizzare in quello reale.

Chiedere agli Stati di rinunciare per sempre a qualsiasi indipendenza su una lunga serie di questioni fondamentali, di peso “esistenziale”, è una mossa molto azzardata. Se ne sono resi conto anche molti sostenitori di questa svolta, costretti ad stilare liste dei paesi che sarebbero favorevoli su alcuni temi ma contrari su altri, ben oltre la solita stigmatizzazione di Ungheria e – a volte – Slovacchia, tacciati di “filo-putinismo” perché non vogliono rinunciare alle forniture di gas russo da cui dipende la loro sopravvivenza energetica.

Facendo i conti, per esempio, salta fuori che le importazioni di gas da Mosca, nel 2025, sono addirittura aumentate invece di diminuire per effetto degli ormai venti “pacchetti di sanzioni”: 7,2 miliardi di euro, rispetto ai 6,2 miliardi del 2024. Ma il primo acquirente non è uno dei due “reprobi” dell’est, bensì la Francia del “volenteroso” Macron, che ne ha acquistato il 41,7%, seguita da Belgio, Spagna e Olanda.

Uno scarto abissale tra dichiarazioni bellicose di rottura netta con Mosca e pratica quotidiana consigliata dal bisogno, che illumina da vicino la dimensione delle difficoltà che “l’Europa” si trova ad affrontare per la dabbenaggine della propria classe dirigente (tutta: sia l’ala politica che quella imprenditoriale).

Si può cambiare tema, ma il quadro non cambia. Persino sul riarmo, dove l’intesa sembra(va) totale, si deve ora registrare un’impasse molto seria. Si deve andare verso la costruzione di un esercito europeo (come la logica astratta vorrebbe), con armamenti tendenzialmente comuni e non differenziati, oppure verso eserciti nazionali di maggiori dimensioni e tecnologicamente avanzati?

Friedrich Merz, cancelliere tedesco e democristiano, ha spiegato già qualche mese fa che il suo obiettivo è costruire “l’esercito più forte d’Europa”, non un esercito comune più forte. E la conferma è arrivata in queste ore, con la sepoltura di fatto del progetto di “caccia del futuro” franco-tedesco, lanciato ai tempi di Angela Merkel.

Il progetto chiamato Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (FCAS), sviluppato da Francia, Germania e Spagna, è – in questo momento secondo i soliti funzionari che parlano solo sotto anonimato – “morto, tutti lo sanno, ma nessuno vuole dirlo”.

Il problema è ovviamente di tipo industriale: il caccia pilotato è stato al centro delle aspre dispute industriali tra la francese Dassault e la “comunitaria” Airbus su chi dovesse averne la leadership, decidendo così anche su tecnologia, ripartizione del lavoro, dell’occupazione e dei profitti. Francia e Germania avevano fissato una scadenza al 17 dicembre dello scorso anno per raggiungere l’accordo, ma la data è passata senza trovare una soluzione.

A questo punto è anche venuto fuori che Berlino sta valutando per proprio conto un cambiamento radicale di progetto. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz sta ponendo ora maggiore attenzione sul programma rivale, il Global Combat Air Programme (GCAP) guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.

Dall’asse franco tedesco a quello cripto-statunitense, insomma, con buona pace dell’“indipendenza europea”.

È del resto la traccia indicata dal sempre improbabile segretario della Nato, Mark Rutte, che aveva già affossato l’idea di “difesa autonoma”, spalleggiato dal generale Cavo Dragone: «Chi pensa che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti, può continuare a sognare».

Olanda, Lettonia, Lituania, Estonia, Romania, Bulgaria, Grecia sono della stessa opinione. Mentre Germania, Francia, Finlandia, Svezia e Spagna, ritengono (con le riserve tedesche appena illustrate) che ci siano i margini per provare a costruire un apparato militare-industriale adeguato in tempi non biblici. Italia, Polonia e altri invece galleggiano a metà del guado, sempre sensibili alle sirene Usa.

Del resto molti paesi sono formalmente dentro la UE, ma hanno stretto intese bilaterali con gli Usa o ne vengono direttamente finanziati (i Baltici).

Un quadro molto mosso, come si vede, da interessi materiali – finanziari, militari, energetici, ecc. – che rendono ogni forzatura verso una integrazione più decisa un rebus senza soluzioni semplici da tradurre in trattati.

Una cosa è dire “l’unione fa la forza”, tutt’altra è costruire la forza interna non contraddittoria che permetta di realizzare almeno un briciolo di maggiore unità. Da questa strettoia non si esce con gli slogan e i luoghi comuni, specie se si devono investire centinaia di miliardi ogni anno per diversi anni.

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