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15/05/2026

Rutte propone di triplicare gli aiuti NATO all’Ucraina, ma anche in Europa si storce il naso

L’Alleanza Atlantica attraversa una fase di intensi dibattiti interni riguardanti il proprio fianco orientale, in relazione agli impegni degli Stati Uniti e al ruolo dell’Ucraina: il vertice NATO previsto ad Ankara nel mese di luglio sarà sicuramente un momento fondamentale per le sorti di Kiev.

Soprattutto ora che Zelensky appare sempre più coinvolto nel pesante scandalo dell’inchiesta Midas, e a Bruxelles si comincia a discutere di chi sarà il rappresentante europeo al tavolo delle trattative. Che è in sostanza il passo precedente a discutere una via d’uscita da un conflitto che ha davvero poco da offrire ormai alle mire europee (mentre probabilmente comincia ad apparire più interessante la ricostruzione una volta chiusa la guerra).

Alcuni paesi dell’Est Europa, però, ancora spingono sul sostegno militare, e Rutte li segue nel suo solito tentativo di assecondare tutto e tutti, e di riaffermare la centralità dell’Alleanza mentre le fratture interne si allargano. Il Segretario Generale della NATO ha proposto agli alleati di destinare lo 0,25% del proprio PIL all’Ucraina: ciò significherebbe circa 143 miliardi di dollari, a fronte dei 45 in aiuti per la sicurezza ricevuti da Kiev l’anno scorso.

La proposta è arrivata nella capitale della Romania, dove si è tenuto il vertice del formato Bucarest 9 (B9), il gruppo creato nel 2015 che riunisce i Paesi NATO dell’Europa Orientale: i padroni di casa, Polonia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, i baltici. Al centro dell’incontro c’è stato proprio il rafforzamento della capacità di deterrenza dell’Alleanza, l’aumento delle spese militari e il consolidamento degli aiuti a Kiev.

Ad aprire i lavori sono stati il presidente romeno, Nicusor Dan, e quello polacco, Karol Nawrocki. Mentre Dan ha sottolineato l’esigenza di trasformare i budget per la difesa in capacità operative, ricordando in particolare il ruolo strategico del Mar Nero e rinnovando il supporto all’Ucraina e alla Moldavia, Nawrocki ha rincarato la dose in vista del summit di Ankara, chiedendo un rafforzamento permanente del fianco orientale.

Non a caso è arrivato a Bucarest anche Zelensky, per partecipare a consultazioni e incontri bilaterali. Nel suo intervento, il presidente ucraino ha affermato: “dobbiamo dimostrare che la NATO è forte e non si disgregherà”. Una dichiarazione segnata dalla franchezza di chi è alla guida di un paese in guerra e sa che mantiene la propria poltrona solo per questo, e che si presenta come un campanello d’allarme sulle divisioni interne dell’Alleanza e sui costi del sostegno alla causa persa dell’Ucraina.

Stanno infatti emergendo, in maniera sempre più plateale, importanti tensioni sulla ripartizione degli oneri economici degli aiuti a Kiev, esacerbate dalla decisione di Donald Trump di bloccare quasi tutti i nuovi flussi statunitensi, lasciando così l’intero peso militare sulle spalle dei paesi europei e di altri alleati.

La proposta di Rutte nasce anche in risposta a questa situazione, ma il risultato è stato quello di far esporre in senso contrario alcuni dei paesi più importanti d’Europa. Francia e Regno Unito hanno espresso scetticismo, rendendo improbabile il passaggio della proposta nella sua forma attuale, che necessiterebbe del consenso di tutti i membri della NATO.

Una complicazione ulteriore deriva dal fatto che alcuni alleati, membri anche dell’UE, chiedono che i loro contributi al recente prestito europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina vengano tenuti in considerazione nei futuri calcoli dell’Alleanza, ha detto un diplomatico della NATO al giornale Politico. La questione sarà verosimilmente discussa in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della NATO, prevista per la prossima settimana nella città svedese di Helsingborg.

Attualmente, le nazioni nordiche e baltiche, i Paesi Bassi e la Polonia stanno donando una percentuale del proprio PIL in aiuti militari di gran lunga superiore rispetto ad altri alleati. Al contrario, il Kiel Institute ha evidenziato come l’Europa meridionale rimanga un donatore minore rispetto ad altre aree. Se l‘obiettivo è quello di arrivare al vertice di Ankara con un risultato concreto che metta d’accordo tutti, per ora sembra che i guerrafondai europei siano ancora in alto mare.

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