di Domenico Moro
L’egemonia degli Usa a livello geopolitico si basa in parte sul fatto che la loro valuta, il dollaro, è moneta di riserva internazionale. Le banche centrali di tutto il mondo, specie quelle estremo orientali e delle petromonarchie arabe, detengono una grande quantità di dollari come riserva da utilizzare in caso di bisogno. In particolare, vengono acquistati dollari sotto forma di titoli di Stato statunitensi, permettendo così agli Usa di indebitarsi a loro piacimento. Un pilastro dell’egemonia del dollaro è il legame con il petrolio, la più importante delle materie prime, che viene venduto in dollari, da cui il termine di petrodollaro. Questo legame, però, recentemente è stato messo in crisi dalle sanzioni che gli Usa hanno messo in atto specialmente contro la Russia in occasione della guerra in Ucraina.
Ma andiamo con ordine e vediamo l’origine del petrodollaro. Nel 1971 il presidente statunitense Nixon aveva sganciato il dollaro dall’oro: i paesi che esportavano negli Usa non avrebbero più avuto la possibilità di essere pagati in oro, convertendo i dollari nel minerale prezioso. Nel 1973, sempre Nixon aveva stabilito un accordo con il re dell’Arabia Saudita, Faisal bin Abdulaziz Al Saud, per sostenere con il petrolio il dollaro, ormai sganciato dall’oro. L’Arabia Saudita si impegnava a vendere il proprio petrolio in dollari, in cambio gli Usa si impegnavano a difendere la sicurezza del regno, rifornendolo di armi e garantendo appoggio militare in caso di necessità.
Dopo cinquant’anni questo accordo sembra essere stato messo in crisi dall’avvento di un nuovo multipolarismo. Le sanzioni hanno giocato un ruolo importante, perché il dollaro è una moneta fiat, cioè basata sulla fiducia, in questo caso sulla fiducia che gli altri Paesi e le loro banche centrali ripongono nel governo degli Usa. È proprio questa fiducia che recentemente è stata incrinata. Infatti, gli Usa hanno espulso la Russia dal sistema di pagamenti internazionale Swift e soprattutto bloccato in Europa e Usa la metà (circa 300 miliardi di dollari) delle riserve internazionali della banca centrale russa. Questo ha messo sull’avviso tutte le banche centrali dei Paesi che hanno riserve in dollari in Europa e Usa, dato che l’azione sanzionatoria statunitense dimostra che queste riserve sono tutt’altro che sicure e che sono soggette agli umori politici del governo degli Stati Uniti.
Quindi, numerosi Paesi non hanno più molto interesse a che il dollaro sia valuta di scambio internazionale. Di conseguenza il dollaro non domina più incontrastato gli scambi internazionali di petrolio, che sempre di più avvengono in valute diverse dal dollaro. Secondo JP Morgan, già ora un quinto di tutte le transazioni di petrolio mondiali avviene in altre valute. Questa quota dovrebbe allargarsi con l’ingresso di tre forti produttori di petrolio, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran, nella cerchia dei Brics, il club delle economie emergenti che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.
Questi tre Paesi entreranno, a partire dal 1° gennaio 2024, insieme ad Argentina, Egitto ed Etiopia, nei Brics, che a questo punto raccoglieranno una parte importante dei maggiori esportatori e importatori mondiali di petrolio, che sono accomunati dal desiderio, per diverse ragioni, di ridimensionare il ruolo del dollaro e delle istituzioni economiche internazionali che ne sostengono il ruolo di moneta egemone. I Brics hanno anche una banca, la Nuova banca di sviluppo, presieduta da Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile, che punta a sostenere le economie emergenti con aiuti in valute differenti dal dollaro. In questo modo molti Paesi periferici vengono sottratti all’influenza di istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che sono controllate dagli Usa e dai Paesi del G7, l’altro club internazionale che, oltre agli Usa, riunisce Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada e che si pone in competizione con i Brics.
Intanto, il ruolo del dollaro viene ridimensionato anche nei mercati finanziari collegati al petrolio. Qui l’influenza del dollaro nell’andamento dei prezzi del barile di petrolio sta venendo meno. In particolare viene meno quella correlazione inversa per la quale quando il dollaro si rafforzava il prezzo del petrolio calava. Sempre più spesso capita che il prezzo del petrolio salga nel mentre il dollaro si apprezza nei confronti di altre valute, penalizzando così doppiamente i paesi importatori di petrolio come l’Italia. Secondo JP Morgan, tra il 2005 e il 2013 un aumento dell’1% del dollaro provocava un ribasso del 3% del prezzo internazionale del petrolio. Invece, tra 2014 e 2022 provocava una discesa di appena lo 0,2%. La ragione di questo cambiamento, sempre secondo JP Morgan, sta nelle prime sanzioni statunitensi elevate contro la Russia nel 2014, in occasione dell’annessione della Crimea, che hanno provocato l’aumento degli acquisti del petrolio russo in valute differenti dal dollaro.
Il divorzio tra dollaro e petrolio ha effetti collaterali sul debito pubblico Usa, dal momento che spesso i petrodollari sono stati riciclati in titoli di Stato statunitensi, contribuendo a rafforzare lo status di valuta di riserva internazionale del biglietto verde. I Paesi petroliferi hanno ridotto gli acquisti di titoli di stato Usa anche in periodo di rialzo delle quotazioni del petrolio. In particolare l’Arabia Saudita l’anno scorso ha incassato dalle vendite di petrolio la cifra record di 326 miliardi di dollari, ma allo stesso tempo ha venduto titoli di Stato Usa, riducendone il valore in portafoglio ai minimi da sei anni (108,1 miliardi di dollari a giugno). Particolarmente significative sono state le parole pronunciate al forum di Davos dal ministro delle Finanze saudita, Mohammed Al-Jadaan, secondo cui l’Arabia Saudita: “non ha alcun problema a discutere come regolare gli accordi commerciali, in dollari statunitensi, in euro, o in riyal sauditi”[i]. Queste parole del ministro saudita mettono la pietra tombale sul petrodollaro. Intanto i rapporti dell’Arabia Saudita con la Cina e in parte con la Russia si fanno sempre più stretti. A dimostrarlo è anche il ruolo di mediazione svolto dalla Cina nel recente avvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran, che da lungo tempo erano rivali nell’area del Golfo persico e che ora sono entrati entrambi nei Brics.
Tra i Paesi che si stanno muovendo per attenuare l’isolamento economico della Russia ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti e l’India che è divenuta uno dei maggiori importatori di petrolio russo, pagato anche in rupie e dirham emiratini. L’Iraq, altro importante produttore di petrolio, ha annunciato che accetterà pagamenti in yuan renminbi dalla Cina. Quest’ultima, intanto, a marzo per la prima volta nella storia ha effettuato più transazioni commerciali internazionali con la propria valuta che con il dollaro. Sempre a marzo la Cina ha comprato per la prima volta in yuan gas liquefatto da una compagnia francese, TotalEnergies, attraverso la Borsa petrolifera e del gas naturale di Shangai, dove, fra l’altro, si negoziano future sul petrolio denominati in valuta cinese. Proprio la borsa di Shangai è uno degli strumenti utilizzati dalla Cina per incrinare il predominio del dollaro sui mercati finanziari e favorire l’ascesa dello yuan come valuta internazionale.
Per ora il dollaro è senza rivali come valuta di riserva anche se la sua quota nelle riserve delle banche centrali è calata dal 71% del 1999 al 59% del 2022, secondo il Fondo monetario internazionale. Ad ogni modo, la tendenza alla de-dollarizzazione non è mai stata così forte come ora. A dimostrarlo è anche l’accumulo di riserve in oro da parte delle banche centrali a ritmi che non si vedevano dal 1950. Se il petrodollaro continua il suo declino, come sembra dall’analisi del mercato del petrolio, la de-dollarizzazione prosegue e con essa il declino del dollaro come valuta di riserva mondiale, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti. Soprattutto per la gestione del loro doppio debito, quello pubblico e quello commerciale, che di fatto gli permette di vivere al di sopra delle proprie possibilità a spese del resto del mondo.
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18/09/2023
28/04/2017
Mors tua, fiducia mea... Anche la crisi non è uguale per tutti
L’assenza di una qualsiasi politica economica – a livello nazionale – è resa evidente dai dati pubblicati dall’Istat sulla “fiducia” di imprese e famiglie. Da un lato l’ottimismo di chi campa soprattutto di esportazioni (un 20% circa delle imprese italiane), al lato completamente opposto “le famiglie” (dizione anodina per indicare l’universo dei “consumatori”, socialmente molto composito – tutti comprano qualcosa, se non altro per mantenersi in vita – ma nella stragrande maggioranza composto da lavoratori dipendenti di ogni genere, pensionati, ecc). Qui la sfiducia aumenta, si consolida mese dopo mese. E si è da tempo trasformata da problema solo economico in incognita politica pensatissima per chi in qualche modo “governa” il paese.
Del resto, se ben 7 milioni e 209 mila italiani – una cifra in crescita, nonostante non comprenda i migranti – hanno “gravi problemi economici”, nessuno può pretendere che la “fiducia” sia in miglioramento. Con o senza 80 euro...
Ma neanche tra le imprese, si diceva, si va schiarendo l’orizzonte. Gli esportatori hanno ritrovato il sorriso, ma solo loro. Anche se hanno frenato la lunga caduta, i settori tradizionalmente trainanti la produzione italica – quelli orientati quasi esclusivamente al mercato interno, come l’edilizia – ristagnano. Con le ovvie ricadute negative su occupazione e salari, dunque sui consumi e sulle imprese che vi fanno conto, in un avvitamento senza via d’uscita. Se ci si affida alle sole forze “spontanee del mercato”.
Sono ormai in molti a sottolineare la differenza crescente tra l’atteggiamento della nuova amministrazione Usa e la politica dell’Unione Europea. Trump, espressione diretta della old economy, “va a tirare tutte e due le orecchie dei manager che stanno per chiudere le aziende per andarne a costruire delle nuove in Messico, o dove sia, per spendere meno in salari. E minaccia di mettere la Border Tax, per colpire i prodotti importati delle multinazionali americane” (Guido Salerno Aletta, su Teleborsa). Mentre invece il candidato “europeista” al ballottaggio in Francia, Emmanuel Macron, “è andato a trovare gli operai in lotta della fabbrica della Whirpool ad Amiens, che sta per chiudere in vista della delocalizzazione della produzione in Polonia. Si è presentato lì per allargare le braccia e dire che questo è il mercato, e che lo Stato non può fare nulla”.
Inutile lamentarsi, dunque, se nella stessa giornata arriva Marine Le Pen nello stesso luogo per dire agli stessi operai che con lei all’Eliseo, invece, sarà impedita ogni delocalizzazione. Mente, è ovvio, ma intanto fa strada nella testa della gente.
Lo scarto tra “fiducia” di una parte delle imprese e quella di quasi tutte le famiglie preoccupa anche IlSole24Ore: “una minoranza che fa bene o benissimo sui mercati internazionali e una maggioranza spiaggiata sull’arenile del mercato interno – non sembra più una configurazione temporanea della nostra industria. Inizia, piuttosto, ad assomigliare a un destino”. Un “grosso problema”, perché non c’è narrazione che possa far sembrare un cammino verso il progresso quello che tutti vivono materialmente come un peggioramento costante della vita quotidiana. E nemmeno “tagli delle tasse alle imprese” che possano rigenerare settori in deficit di clienti (per pagare le tasse, devi aver prima venduto qualcosa...).
Come se ne esce? Nè con la linea Trump (protezionismo nazionalistico), né con quella Ue (austerità che elimina i più deboli), ovviamente. O, per metterla sulla presunta “alternativa” francese, né con Le Pen né con Macron. “Pubblicizzare” la produzione e le utility strategiche, costruendo ponti con le economie compatibili (per composizione organica, produttività, ecc.) potrebbe forse tamponare la caduta verticale di una serie di paesi (come spiegava Martin Wolf, ieri: " il Paese europeo più vulnerabile in tal senso è l’Italia, anche se nemmeno la Francia ne è immune. ").
Altrimenti è chiaro che nessuno potrà seriamente controllare l'esplosione del malcontento sociale ovunque. Perché masse crescenti di persone possono accettare in eterno di restare “spiaggiate sul litorale” di un sistema che non funziona più.
Fonte
Del resto, se ben 7 milioni e 209 mila italiani – una cifra in crescita, nonostante non comprenda i migranti – hanno “gravi problemi economici”, nessuno può pretendere che la “fiducia” sia in miglioramento. Con o senza 80 euro...
Ma neanche tra le imprese, si diceva, si va schiarendo l’orizzonte. Gli esportatori hanno ritrovato il sorriso, ma solo loro. Anche se hanno frenato la lunga caduta, i settori tradizionalmente trainanti la produzione italica – quelli orientati quasi esclusivamente al mercato interno, come l’edilizia – ristagnano. Con le ovvie ricadute negative su occupazione e salari, dunque sui consumi e sulle imprese che vi fanno conto, in un avvitamento senza via d’uscita. Se ci si affida alle sole forze “spontanee del mercato”.
Sono ormai in molti a sottolineare la differenza crescente tra l’atteggiamento della nuova amministrazione Usa e la politica dell’Unione Europea. Trump, espressione diretta della old economy, “va a tirare tutte e due le orecchie dei manager che stanno per chiudere le aziende per andarne a costruire delle nuove in Messico, o dove sia, per spendere meno in salari. E minaccia di mettere la Border Tax, per colpire i prodotti importati delle multinazionali americane” (Guido Salerno Aletta, su Teleborsa). Mentre invece il candidato “europeista” al ballottaggio in Francia, Emmanuel Macron, “è andato a trovare gli operai in lotta della fabbrica della Whirpool ad Amiens, che sta per chiudere in vista della delocalizzazione della produzione in Polonia. Si è presentato lì per allargare le braccia e dire che questo è il mercato, e che lo Stato non può fare nulla”.
Inutile lamentarsi, dunque, se nella stessa giornata arriva Marine Le Pen nello stesso luogo per dire agli stessi operai che con lei all’Eliseo, invece, sarà impedita ogni delocalizzazione. Mente, è ovvio, ma intanto fa strada nella testa della gente.
Lo scarto tra “fiducia” di una parte delle imprese e quella di quasi tutte le famiglie preoccupa anche IlSole24Ore: “una minoranza che fa bene o benissimo sui mercati internazionali e una maggioranza spiaggiata sull’arenile del mercato interno – non sembra più una configurazione temporanea della nostra industria. Inizia, piuttosto, ad assomigliare a un destino”. Un “grosso problema”, perché non c’è narrazione che possa far sembrare un cammino verso il progresso quello che tutti vivono materialmente come un peggioramento costante della vita quotidiana. E nemmeno “tagli delle tasse alle imprese” che possano rigenerare settori in deficit di clienti (per pagare le tasse, devi aver prima venduto qualcosa...).
Come se ne esce? Nè con la linea Trump (protezionismo nazionalistico), né con quella Ue (austerità che elimina i più deboli), ovviamente. O, per metterla sulla presunta “alternativa” francese, né con Le Pen né con Macron. “Pubblicizzare” la produzione e le utility strategiche, costruendo ponti con le economie compatibili (per composizione organica, produttività, ecc.) potrebbe forse tamponare la caduta verticale di una serie di paesi (come spiegava Martin Wolf, ieri: " il Paese europeo più vulnerabile in tal senso è l’Italia, anche se nemmeno la Francia ne è immune. ").
Altrimenti è chiaro che nessuno potrà seriamente controllare l'esplosione del malcontento sociale ovunque. Perché masse crescenti di persone possono accettare in eterno di restare “spiaggiate sul litorale” di un sistema che non funziona più.
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29/12/2015
Nonostante l'"ottimismo" renziano, cala la fiducia
Lo scontro – nella testa di ogni persona – tra i messaggi “ottimisti” provenienti dal governo, veicolati dai media senza alcun filtro, e la realtà tangibili in cui si vive, alla fine deve veder prevalere la verifica empirica personale, anziché la propaganda.
E quindi “l'Italia sarà anche ripartita”, ma ognuno di noi non riesce ad accorgersene. O perlomeno comincia a non crederci più tanto. Lo certifica l'Istat, che ha diffuso stamattina i dati sugli indici di “fiducia” di cittadini e imprese. Si tratta dei dati meno scientifici tra quanti l'Istat pubblica come sua attività istituzionale, in quanto si tratta di cogliere “l'impressione” di molte soggettività, inevitabilmente influenzate dalla propria condizione socio-economica ma anche dall'”aria che tira”, dai messali che arrivano.
Perché è comunque interessante questo dato, ora? Perché la comunicazione governativa è rimasta immutata, iper-ottimista; ma comincia a perdere credibilità, visto che la realtà che ognuno vive non migliora affatto. E dunque la “fiducia” cala...
L'indice relativo ai consumatori, spiega l'Istat, diminuisce a dicembre 2015 a 117,6 da 118,4 del mese precedente. Mentre quello delle imprese – costrette a fare quotidianamente i conti con fatturato e ordinativi – cala in misura maggiore: dai 107,1 di novembre a 105,8.
Il livello in entrambi i casi resta elevato (l'indice prende come base 100 il 2010), perché i due anni con Renzi al governo sono stati un turbinio di “novità”, quasi sempre disastrose in prospettiva, ma presentate come “miracolose” a breve termine. Ora si comincia a vedere che non è vero, e questo ”sentimento” può essere addirittura misurato.
“Tutte le stime delle componenti del clima di fiducia dei consumatori diminuiscono: il calo risulta maggiore per le componenti economica e corrente che passano, rispettivamente, a 152,9 da 157,9 e a 109,1 da 111,6; la differenza è invece più contenuta per la componente personale (a 104,5 da 105,0) e quella futura (a 127,3 da 128,0)”. Ed è proprio su questa differenza che si può in qualche modo misurare il peso della “comunicazione”: è ancora difficile, per le persone (“i consumatori”), mettere in relazione precisa il peggioramento delle attese in generale e la propria sorte individuale.
Sul piano generale, infatti, comincia ad esserci una consapevolezza più razionale, visto che peggiorano le stime sia dei giudizi sia delle attese sull'attuale situazione economica del Paese (a -24 da -20 e a 25 da 31 i rispettivi saldi). Né si nutrono speranze per una diminuzione dei prezzi (che per molti intervistati sono indistinguibili dalle tariffe). Ed anche le speranze di trovar lavoro spariscono velocemente: aumenta infatti il saldo delle attese di disoccupazione (a 2 da -8).
Più ciniche e più informate le imprese. Qui il clima di fiducia sale solo nei “servizi di mercato” (a 114,3 da 113,8), mentre scende nelle costruzioni (a 114,8 da 121,4), nel commercio al dettaglio (a 109,1 da 115,0) e nella manifattura (a 104,1 da 104,4).
Possiamo scommettere su un poderoso incremento dell'ottimismo a Palazzo Chigi, per combattere quei "gufi" che crescono nelle nostre tasche vuote...
Il rapporto completo.
Fonte
E quindi “l'Italia sarà anche ripartita”, ma ognuno di noi non riesce ad accorgersene. O perlomeno comincia a non crederci più tanto. Lo certifica l'Istat, che ha diffuso stamattina i dati sugli indici di “fiducia” di cittadini e imprese. Si tratta dei dati meno scientifici tra quanti l'Istat pubblica come sua attività istituzionale, in quanto si tratta di cogliere “l'impressione” di molte soggettività, inevitabilmente influenzate dalla propria condizione socio-economica ma anche dall'”aria che tira”, dai messali che arrivano.
Perché è comunque interessante questo dato, ora? Perché la comunicazione governativa è rimasta immutata, iper-ottimista; ma comincia a perdere credibilità, visto che la realtà che ognuno vive non migliora affatto. E dunque la “fiducia” cala...
L'indice relativo ai consumatori, spiega l'Istat, diminuisce a dicembre 2015 a 117,6 da 118,4 del mese precedente. Mentre quello delle imprese – costrette a fare quotidianamente i conti con fatturato e ordinativi – cala in misura maggiore: dai 107,1 di novembre a 105,8.
Il livello in entrambi i casi resta elevato (l'indice prende come base 100 il 2010), perché i due anni con Renzi al governo sono stati un turbinio di “novità”, quasi sempre disastrose in prospettiva, ma presentate come “miracolose” a breve termine. Ora si comincia a vedere che non è vero, e questo ”sentimento” può essere addirittura misurato.
“Tutte le stime delle componenti del clima di fiducia dei consumatori diminuiscono: il calo risulta maggiore per le componenti economica e corrente che passano, rispettivamente, a 152,9 da 157,9 e a 109,1 da 111,6; la differenza è invece più contenuta per la componente personale (a 104,5 da 105,0) e quella futura (a 127,3 da 128,0)”. Ed è proprio su questa differenza che si può in qualche modo misurare il peso della “comunicazione”: è ancora difficile, per le persone (“i consumatori”), mettere in relazione precisa il peggioramento delle attese in generale e la propria sorte individuale.
Sul piano generale, infatti, comincia ad esserci una consapevolezza più razionale, visto che peggiorano le stime sia dei giudizi sia delle attese sull'attuale situazione economica del Paese (a -24 da -20 e a 25 da 31 i rispettivi saldi). Né si nutrono speranze per una diminuzione dei prezzi (che per molti intervistati sono indistinguibili dalle tariffe). Ed anche le speranze di trovar lavoro spariscono velocemente: aumenta infatti il saldo delle attese di disoccupazione (a 2 da -8).
Più ciniche e più informate le imprese. Qui il clima di fiducia sale solo nei “servizi di mercato” (a 114,3 da 113,8), mentre scende nelle costruzioni (a 114,8 da 121,4), nel commercio al dettaglio (a 109,1 da 115,0) e nella manifattura (a 104,1 da 104,4).
Possiamo scommettere su un poderoso incremento dell'ottimismo a Palazzo Chigi, per combattere quei "gufi" che crescono nelle nostre tasche vuote...
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