Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2023

Uranio impoverito, tracciante morale di malafede

di Massimo Zucchetti

Mi occupo di uso militare dell’uranio impoverito (DU) da ormai un quarto di secolo. (Libro gratis). Anni fa coniai la definizione, per il DU, di “tracciante morale” per la malafede e l’ignoranza di chi lo utilizzava, e di coloro che ne giustificavano l’uso con argomentazioni negazioniste.

Le vicende di queste settimane sono state un’ulteriore tragica prova di quanto sostenevo e sostengo. Sapete che recentemente i britannici hanno fornito all’Ucraina proiettili al DU. Io speravo che qualcuno cum grano salis (anche in Ucraina come in Russia ce ne sono molti, non bisogna demonizzare un’intera nazione per colpa dei loro governanti è da qualunquisti) respingesse al mittente l’offerta, basandosi sui un ragionamento semplice: il DU è radioattivo, emette radiazioni alfa che lo rendono pericolosissimo qualora incendiato, polverizzato, inalato, ingerito.

Contaminare con DU un campo di battaglia è una pratica non giustificabile secondo i più semplici principi di radioprotezione: tanto più – scusate il cinismo – se il campo di battaglia è casa tua. Contamina il tuo territorio, le conseguenze a lungo termine sono ben note.

Gli USA e la NATO infatti lo han sempre usato quando portavano democrazia in casa d’altri: Iraq, Afghanistan, Jugoslavia.

Purtroppo, non so se per dabbenaggine o per asservimento, l’Ucraina ha invece accettato. Immediata, si mobilitò l’Armata Negazionista sostenendo che il DU fosse “debolmente radioattivo” e quindi poco pericoloso, una risorgenza che speravamo di non dover vedere, a fronte – oltre che delle prove scientifiche – anche soltanto della sorte tragica toccata a tanti nostri soldati tornati dai Balcani.

Stancamente, è stato necessario ribadire alcune cose ovvie: addirittura con un video casalingo che divenne virale, con l’invito ai negazionisti a grattare la polvere di uranio per condire la pasta.


E dopo un po’, cala il silenzio: l’opinione pubblica italiana è ormai così, “merito” dei media italiani, hanno la memoria del pesce rosso.

Peculiare in quelle settimane l’atteggiamento degli ‘ambientalisti ed ecologisti di Stato’, sempre così queruli quando si parla di nucleare e radioattività, sempre così verdi, sempre pronti ad agitare lo spauracchio delle radiazioni anche quando non c’entrano. Ma in questo caso stanno con la bocca cucita dal diktat di partito e di governo, ligi al Verbo: le armi all’Ucraina “salvano vite”, sono cosa buona e giusta, anche se radioattive. Pacifinti con l’elmetto e senza contatore Geyger, ovviamente sulla pelle della popolazione ucraina.

Poi, verso il 12 di maggio, succede il patatrac: la Russia, individuato un importante deposito ucraino delle armi al DU, lo bombarda e lo distrugge. A Khmelnytskyi (Ucraina) sono colpiti magazzini con le armi all’uranio impoverito forniti all’Ucraina dal Regno Unito.

Prendono fuoco. Beh, naturale, il DU è anche piroforico. Si forma una bella nube dall’incendio, con fumo, con polveri fini e particolato da combustione.

Nube, come? Oh, nube “tossica” dicono qui i media, disperati. Cogliamo il rumore delle unghie sui vetri e gli ordini di scuderia: la parola “nube radioattiva” è tabù.

Qualcuno cum grano salis in Occidente (ne abbiamo anche qui) inizia ad associare le parole “incendio”, “nube”, “uranio”, ma non appare nessuna fonte affidabile che confermi che la contaminazione da radiazioni è significativa.

Noi dobbiamo ricorrere, molto incuriositi anche per mestiere (insegno ‘Protezione dalle Radiazioni’ al Politecnico dì Torino sin dagli anni ’90) ai canali non ufficiali.

Gli ucraini, povere stelle, dichiarano nei commenti ufficiali che sono state danneggiate le infrastrutture. Come dire: si è incendiato il deposito dei botti a Fuorigrotta, ma han preso fuoco solo tavoli e sedie.

Arrivano i dati che temevamo. Un aumento del rateo di dose da fondo naturale, normalmente intorno a 0.080 microSievert/ora dalle parti di Khmelnytskyi, viene rivelato da semplici misure del rateo di radiazioni gamma intorno al 12 maggio; si vedano per curiosità le figure 1-2: si arriva ad un raddoppio del fondo naturale, nelle rilevazioni che possiamo esaminare, fatte non intorno al deposito incendiato, ma nella cittadina nelle vicinanze.

Figura 1

Figura 2

Questo dimostra che c’è stato incendio da DU e contaminazione radioattiva della zona: senza nessun dubbio. Natura non facit saltus.

Attendevamo qui, nei giorni successivi, la sollevazione degli scienziati nucleari con laurea in radiazioni presso la ‘Google University’, ed eccola puntuale: “l’Uranio è radioattivo alfa, non gamma, le particelle alfa non sono rilevabili con quelle misure, quindi quei valori non possono essere causate dall’incendio!”.

Che fatica... chi ha perfezionato la laurea su Google con quella universitaria in discipline adeguate (esempio: Ingegneria nucleare sì, Scienze politiche no) sa che l’Uranio è – sì – “radioattivo alfa”, ma tiene famiglia: i prodotti del suo decadimento sono una bella schiera, sono radioattivi, sia alfa, che beta, che – guarda un po’ – gamma. È pratica comune la rivelazione dell’Uranio mediante spettrometria gamma.

Agevoliamo in figura 3 l’album di famiglia con tutti i figli radioattivi dell’Uranio-238, ed in figura 4 una spettrometria gamma dell’Uranio.

Figura 3

Figura 4

Allora c’è la nube radioattiva, allarmi allarmi, invaderà tutta l’Europa, “come Chernobyl”? Calma. Diciamo che ce lo meriteremmo, di pagar qualcosa anche noi europei in termini di salute, mica solo gli ucraini.

Infatti, credo per divertimento e “per vedere l’effetto che fa”, dalla Russia con amore ci avvertono che verremo investiti da una nube radioattiva: e chi è causa del suo mal pianga se stesso, avete dato armi radioattive all’Ucraina? Beh ecco qui le conseguenze (figura 5).

Figura 5

Però la radioprotezione è una scienza, e non è al servizio di nessun politicante, europeo, ucraino o russo che sia. Qui seguono alcuni punti che è necessario sapere, per una corretta valutazione del rischio.

Quanto DU ha preso fuoco? Sono poi disponibili misure oneste dei livelli di radiazione ambientale nei dintorni? Perché un conto è il doppio del fondo naturale, un altro conto è dieci o cento volte.

Ci sono misure in diversi punti del territorio e nel tempo? Questo ce lo potrebbero dire solo gli Ucraini. Quindi quei dati, almeno fin quando non sarà finita la guerra, non li avremo mai. Dati verificabili, intendo.

Potevano andare gli inglesi, sul posto, a far misure: magari lo hanno anche fatto, ma anche qui, zero titoli sui giornali, zero report ufficiali e scientificamente verificabili.

L’uranio per fortuna è pesante (1 litro pesa 19 chili) e quindi, per dirla semplice, fa fatica a viaggiare a grandi distanze. Nel nostro gergo, questi elementi radioattivi così pesanti li chiamiamo “particolato”: ad esempio, dall’incendio di Chernobyl uscì di tutto, ma quello che arrivò in Occidente – la “nube” – era composta essenzialmente da due elementi, lo Iodio-131 e il Cesio-137, molto adatti a stare nell’aeriforme e fare anche migliaia di chilometri.

Uscì da Chernobyl anche parecchio Plutonio, ma essendo pure lui pesante come l’Uranio, contaminò solo l’area circostante.

D’altra parte, se ricordate, nel 1995 e 1999 la NATO rimpinzò la Jugoslavia di bombe al DU, ma qui in Italia non arrivò nessuna nube. Oddio, arrivarono quei poveri militari mandati dal ministro della difesa Mattarella a sgombrare le macerie a mani nude e in braghe corte: da allora, ne sono morti a centinaia, di linfomi, leucemie, altre malattie orribili.

Ma questa è una storia diversa. Popolo sardo a parte, poligoni di tiro e prova di quelle armi a parte, niente “nube da Uranio” in Italia.

Non dobbiamo quindi preoccuparci? Sì, invece, e molto. Dovremmo preoccuparci per la popolazione Ucraina, diciamo nel raggio di alcuni (decine di?) chilometri intorno al luogo del disastro.

Ma anche qui, come nel caso dell’Iraq, costoro stanno subendo tanti di quei danni di ogni tipo che – voglio sperare – un provvedimento di emergenza che abbia raccomandato di stare al chiuso (“sheltering”) per un po’ abbia ridotto gli ulteriori rischi a lungo termine sulla loro salute, povera gente.

Monitorerei il terreno, le acque, non due misure in croce come ho letto abbiano fatto i locali: potessi, bombe o no, guerra o no, vi assicuro che andrei io stesso con alcuni dei miei sodali del Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra. Ma, come è facile immaginare, lo scrivente è, da quelle parti, persona non grata.

Le rilevazioni fatte in Polonia e nel resto d’Europa dalle agenzie atomiche nazionali ed internazionali hanno confermato che – tolta l’Ucraina – non è arrivato nulla.

Come diceva la pubblicità di un salame, negli anni ‘70: “Sceriffo, anche questa volta è andata bene, ringraziamo la nostra buona stella”. Possiamo continuare a imbottire l’Ucraina di armi sempre più sofisticate, sempre armi “che salvano vite”: non ci rimetteremo in salute, almeno fin quando non ci sarà l’escalation al conflitto nucleare.

Ci rimetteremo nulla più che la situazione economica disastrosa del regime di guerra, e ci rimetteremo alla lunga la faccia davanti alle generazioni future. Ma per alcuni, compresi quegli pseudoscienziati che parlano di “bufala dell’uranio”, questo non è un problema: tanto, hanno la faccia come il deretano.

Nota. L’autore desidera ringraziare l’amico Adriano Ascoli di Pisa per l’aiuto nel reperire i dati e per le utili discussioni sull’argomento.

Fonte

01/04/2023

Uranio Impoverito. “Il metallo del disonore”

Si torna a parlare delle armi all’uranio impoverito. Il “merito” è del governo britannico, e del compito che si è auto-assegnato di “avanguardia della guerra contro la Russia, a tutti i costi, con tutti i mezzi, in ogni luogo”.

L’escalation bellicista con cui il Regno Unito di Johnson, Truss, Sunak ha cercato e cerca disperatamente di riconquistare qualche centimetro dell’enorme spazio di mercato perduto negli ultimi 100 anni, ha portato infatti i suoi governanti-avventurieri a strombazzare ai quattro venti il seguente annuncio democratico-umanitario: forniremo all’Ucraina proiettili all’uranio impoverito.

Salvo poi – una volta incassata a stretto giro la risposta russa: “è un ulteriore passo verso l’apocalisse nucleare” – affidare al ministro degli esteri Cleverley il compito di minimizzare “sono munizioni puramente convenzionali”. Il che è manifestamente falso.

A meno che per convenzionali non si voglia intendere in uso da decenni da parte degli umanisti della Nato, il che è invece vero.

Alcuni anni fa i redattori di questo blog (non i più giovani, ma quelli “diversamente giovani”) hanno curato la traduzione italiana della prima e più importante denuncia dell’uso massiccio dell’uranio impoverito contro la popolazione irachena nella prima guerra all’Iraq (almeno 400 tonnellate) proveniente dagli Stati Uniti, opera dell’International Action Center.

A suo tempo (il tempo della guerra alla “piccola Jugoslavia”) il libro uscì a cura del Centro di Documentazione sul Movimento Operaio “Wilhelm Wolff” di Marghera, e le due edizioni andarono presto esaurite. Tuttavia, chi sia interessato/a a riceverne una fotocopia, può scrivere a com.internazionalista@gmail.com (il costo è di 15 euro).

Introduzione a “Il metallo del disonore: l’uranio impoverito”

Questo è un libro importante, da conoscere e far conoscere.

Esso contiene la denuncia documentata, scientifica, militante della guerra condotta con armi all’uranio impoverito: il nuovo tipo di guerra totale che il Pentagono, la Nato, l’Occidente tutto hanno inaugurato 30 anni fa, sperimentandola sulle carni del popolo iracheno, ed hanno poi gloriosamente replicato in Bosnia, in Kosovo ed in Serbia contro i popoli jugoslavi.

Parliamo di guerra totale perché le armi all’uranio impoverito (dai missili ai proiettili d'artiglieria d’ogni calibro), oltre a seminare la morte immediata con più efficacia delle armi convenzionali tradizionali, hanno anche il “pregio” di seminare, tra le popolazioni prese a bersaglio, la morte lenta, differita nel tempo.

Tumori di ogni genere (ai polmoni, al cervello, alla pelle, ai bronchi, alla vescica, allo stomaco, al seno), leucemia, abbattimento permanente di tutte le difese immunitarie (un effetto simile a quello che provoca l’Aids): ecco che cosa sono in grado di produrre le armi all’uranio impoverito, capaci contemporaneamente di devastare l’esistenza delle future generazioni con l’enorme aumento di terribili alterazioni congenite nei nuovi nati, ed un altrettanto micidiale caduta della fertilità e della funzionalità sessuale.

E non è finita. Infatti, i bombardamenti all’uranio impoverito hanno un altro gravissimo effetto letale: contaminare per milioni e milioni di anni (arrestatevi per un istante a riflettere su questo ‘particolare’ tempo) la terra, l’acqua, l’intero ambiente naturale dell’uomo. Si tratta, insomma, della perfetta fusione tra la guerra nucleare, chimica e biologica, alla faccia dell’infinità di convenzioni e risoluzioni internazionali che “mettono al bando” le armi di distruzione di massa.

Fonte

25/03/2023

I proiettili a uranio impoverito. Conseguenze gravi per ambiente e esseri umani

di Francesco Dall'Aglio

Visto che di questa questione dell’uranio impoverito (Depleted Uranium, DU) si sta parlando parecchio in questi giorni, e quasi sempre a sproposito, ecco due o tre cose che so dell’uranio impoverito (cioè, dei proiettili che lo usano).

In primo luogo: a che serve “mettere” l’uranio impoverito nei proiettili?

Non è che lo si mette, tipo lacca. Costituisce il penetratore a energia cinetica dei proiettili anticarro APFSDS (Armor-Piercing, Fin-Stabilized, Discarding Sabot, che più o meno significa perforante, stabilizzato con alette, a perdita di involucro), cioè la parte del proiettile a forma di freccia che, una volta che il proiettile stesso è stato sparato dal cannone e l’involucro che lo contiene è stato abbandonato dopo avere esaurito la sua carica propulsiva, colpisce il bersaglio.

Si tratta di proiettili che NON esplodono, ma perforano la corazza grazie alla combinazione di velocità elevatissima, massa altissima e punto di impatto (la punta della “freccia”) estremamente ridotto, per la nota equazione dell’energia cinetica K = 1/2 mv2, cioè il semiprodotto della massa per il quadrato della velocità.

Tanta più massa hai e tanta più velocità hai, tanto più alta è la tua energia cinetica e, di conseguenza, la tua capacità di provocare costernazione e morte negli equipaggi dei carri nemici se, appunto, concentri K in un punto estremamente ridotto.

Ora il problema è che è difficile massimizzare la massa senza aumentare il volume, perché si va a discapito della velocità, e la velocità da sola, senza una massa sufficiente, non produrrebbe effetti.

Serve quindi un materiale estremamente denso, per avere quanta più massa possibile e contemporaneamente un volume quanto più ridotto possibile – senza contare che poi entrano in gioco altri fattori, quali la resistenza del materiale, la sua capacità di resistere all’accelerazione senza deformarsi eccetera.

I migliori materiali a questo scopo sono il tungsteno e, appunto, l’uranio impoverito: densissimi e resistenti. Il tungsteno costa un occhio della testa, l’uranio impoverito costa invece molto poco (se hai un’industria atomica che ti consente di utilizzare i suoi scarti).

In più l’uranio impoverito non si deforma all’impatto, ma si affila sempre di più se viene a contatto con un materiale omogeneo (NB: le corazze dei carri moderni non sono omogenee). I Challenger inglesi utilizzano proiettili da 120 mm L27A1 CHARM 3, e sarebbero i primi proiettili a DU a debuttare sul campo di battaglia ucraino (nella prima foto, comparazione tra i proiettili per i Challenger e quelli per gli Abrams, anch’essi con il penetratore in DU).

Ora, il problema dell’uranio impoverito non è la radioattività, che è bassissima (per dire, viene usato come ballast in buona parte degli aerei commerciali. Se avete mai attraversato l’oceano su un Boeing, siete stati seduti a pochissima distanza da qualche quintale di uranio impoverito): è che disperde nell’aria una gran quantità di polvere che è tossica, cancerogena, e resta intrappolata nel terreno e nelle falde acquifere con conseguenze abbastanza gravi per l’ambiente, gli esseri umani e gli animali.

Anche solo maneggiare senza cautela un proiettile DU espone a rischi significativi per la salute, soprattutto a carico dei reni.

Qualche link: 1, 2, 3.

La Russia, come sappiamo, ha chiarito che li considererà l’equivalente di una “bomba sporca”, anche se, appunto, non è tanto un problema di radioattività quanto di tossicità. Vedremo come andrà a finire.

PS – il Challenger è l’unico carro di terza generazione che utilizza un cannone a canna rigata. I cannoni a canna rigata riducono la velocità iniziale di uscita dei proiettili, perché parte della loro energia cinetica si disperde nella rotazione che la rigatura imprime al proiettile. Perché usano quel cannone, allora? Perché sono scemi, credono sia ancora il 1960, e insistono a usare i proiettili HESH (High-explosive squash head) che contro le corazze reattive non servono più a niente.

NB: anche la Russia ha in inventario proiettili in doppia variante o tungsteno o DU: 3BM-29 Nadfil-2, 3BM-32 Vant, 3BM-46 Svinets, e quando e se il T-14 Armata entrerà in servizio, anche il suo proiettile dedicato Vacuum-1. Gli APFSDS in uso al momento però sono il 3VBM-17 Mango e il proiettile che lo sta soppiantando, il 3BM-60 Svinets-2. Entrambi hanno il penetratore in tungsteno.

Fonte

22/03/2023

Guerra in Ucraina - Kiev e Washington dicono no al cessate il fuoco

Da Kiev e da Washington è “fuoco di sbarramento” contro l’ipotesi di un cessate il fuoco per la guerra in corso.

L’Ucraina è contraria a un cessate il fuoco perché ciò significherebbe protrarre il conflitto contro la Russia. A dirlo, tramite Twitter, è stato il consigliere presidenziale di Zelenski, Mikhailo Podolyak: “Ogni tentativo di congelare il conflitto lo farebbe protrarre; un cessate il fuoco determinerà una cosa sola, una guerra non finita che brucia nel cuore d’Europa”.

Anche John Kirby, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ha sostenuto che ad oggi la cessazione delle ostilità non avrebbe alcun effetto positivo. Al contrario, una mossa del genere “riconoscerebbe di fatto le conquiste della Russia e il tentativo di prendere con la forza il territorio del suo vicino, permettendo alle truppe di Mosca di continuare a occupare il territorio ucraino sovrano”. Nello specifico, un cessate il fuoco fornirebbe a Mosca l’opportunità di “consolidare ulteriormente le sue posizioni in Ucraina” e di “ricostruire, rifornire e rinfrescare le sue forze in modo da poter ricominciare gli attacchi contro l’Ucraina in un momento a sua scelta”.

La Casa Bianca, preoccupata che il pallino dell’iniziativa negoziale e diplomatica sia nelle mani di Pechino, afferma di non ritenere che la Cina possa essere un mediatore imparziale tra Mosca e Kiev sulla guerra in Ucraina. Lo ha detto chiaramente il già citato John Kirby, nella serata di martedì, quando il presidente Xi Jinping era ancora a Mosca.

Al termine dei colloqui a Mosca tra Putin e Xi Jinping nei quali è emersa una proposta di pace, a partire dal cessate il fuoco, per cominciare a disinnescare la guerra in corso in Ucraina, il presidente russo ha delineato il quadro entro il quale si può parlare di pace ed il piano cinese può fare da base a un futuro accordo sul conflitto. “Molti dei punti inclusi nel piano di pace cinese sono in linea con le posizioni russe e possono servire come base per una soluzione pacifica”, ha detto Putin, un piano utile “quando l’Occidente e Kiev saranno pronti. Anche se, per ora, non vediamo una tale volontà da parte loro”.

Arriva così la conferma che Washington e il fronte oltranzista (Polonia, Repubbliche Baltiche, Gran Bretagna) hanno tutto l’interesse alla prosecuzione della guerra in Ucraina. Al contrario, la parola d’ordine del cessate il fuoco non può che diventare il tema centrale di una fase di mobilitazione popolare – a est e a ovest – per costringere i governi a fermare l’escalation militare e imboccare la strada del negoziato.

A complicare ulteriormente il quadro, Putin ha avvertito che la Russia reagirà all’eventuale spedizione in Ucraina da parte del Regno Unito di munizioni per i carri armati a uranio impoverito: un monito a chiare lettere dopo che ieri il sottosegretario alla Difesa del Regno Unito, Annabell Goldie, aveva ventilato questa possibilità in Parlamento. Secondo il ministro della Difesa russo, Sergey Shoigu “un simile passo avvicina sempre più un conflitto nucleare”.

Questa mattina intanto la Flotta russa del Mar Nero ha respinto un nuovo attacco di droni ucraini nei pressi di Sebastopoli, in Crimea. Lo ha riferito sul proprio canale Telegram il governatore della Crimea, Mikhail Razvozhaev. “Al mattino presto, la nostra flotta ha respinto un attacco di droni. In totale, tre velivoli sono stati distrutti mentre cercavano di entrare nella baia”, ha scritto Razvozhaev. Secondo il governatore, le navi da guerra sono rimaste intatte, ma l’attacco ha rotto i vetri in diversi edifici.

Sull’altro fronte, questa notte un attacco di droni russi contro la regione di Kiev ha provocato 3 vittime e almeno 20 feriti. Lo ha affermato l’amministrazione municipale della capitale ucraina, precisando che la difesa aerea ha abbattuto otto droni Shahed di fabbricazione iraniana.

Fonte

29/01/2023

Vittime dell’uranio impoverito: “Con le esercitazioni Nato in Sardegna è in atto un massacro”

Le forze Nato, con la complicità attiva del Ministero della Difesa, stanno compiendo un vero e proprio massacro in Sardegna (e non solo), dove militari e civili si ammalano e muoiono a causa dell’uranio impoverito.

Lo sostiene l’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito, secondo cui le bonifiche previste non hanno lo scopo di rendere più salubre l’ambiente ma solo quello di rendere possibili nuove esercitazioni.

Sardegna – L’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito da diversi anni si impegna nella lotta per la verità e la giustizia per tutti i militari che sono stati contaminati dall’uranio impoverito e da metalli pesanti durante le cosiddette e surrettizie missioni umanitarie all’estero, ma anche a seguito dell’addestramento nei poligoni di guerra Nato, sul suolo italiano, come denuncia anche Emanuele Lepore portavoce dell’associazione.

Da chi è composta l’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito?

Molti degli associati sono sardi, padri, madri, mogli, sorelle o anche fratelli di militari che si sono addestrati nei poligoni Nato in Sardegna e che sono deceduti o sono tuttora gravemente malati.

La lotta dell’Associazione è contro i poteri forti come la Nato.

La lotta dell’Associazione si lega alla lotta contro la Nato: tutti noi abbiamo interesse affinché i poligoni militari Nato in Sardegna vengano chiusi e bonificati, affinché nessuno più venga contaminato dall’inquinamento bellico dovuto ai giochi di guerra – o meglio alle nefandezze belliche – dove gli stessi militari spesso di truppa, e non i generali ai vertici, vengono utilizzati come carne da macello e bassa manovalanza sacrificabile. Sottomessi e sacrificati al potere.

E l’interesse del Ministero della Difesa?

Ha stupito l’interesse del Ministero della Difesa nella bonifica della penisola Delta di Capo Teulada, penisola duramente bombardata con ogni sorta di armamenti e di cui stranamente sono state rese pubbliche liste molto vaghe e sintetiche.

La Penisola Delta Poligono di Capo Teulada, che sulla carta risulta inserita in una zona naturalistica protetta, è in realtà l’emblema della devastazione dovuta alle esercitazioni militari: in settant’anni di bombardamenti è stata colpita da milioni di proiettili, missili e razzi, tanto da essere dichiarata non bonificabile e interdetta agli stessi militari.

Stupisce, tra le altre problematiche, che l’interesse del Ministero della Difesa avvenga in un momento in cui alcuni ufficiali delle forze armate italiane sono sotto processo proprio per il disastro ambientale causato dall’esercitazione che qualcuno vorrebbe dare solo per presunta, nonostante la quarta commissione parlamentare di inchiesta sui danni da uranio impoverito, presieduta da Giampiero Scanu, abbia accertato a suo tempo le criticità ambientali dei poligoni di guerra Nato in Sardegna e nonostante lo stesso ministero negli anni abbia dichiarato imbonificabile proprio il poligono di capo Teulada.

Parliamo di Capo Teulada e l’innalzamento della soglia degli inquinanti.

Capo Teulada è un sito talmente inquinato che non è bastato l’innalzamento delle soglie di metalli pesanti – centuplicate nel 2014 con il via libera del disegno di legge “competitività” proposto dal governo Renzi – per far risultare accettabile il livello di inquinamento anche da un punto di vista burocratico.

Nel dispositivo visionabile sul sito della regione autonoma Sardegna si legge che la finalità dell’attività di rimozione dei residuati da esercitazione è quella di ripristinare le condizioni del poligono Delta per consentire il normale transito in sicurezza e consentire l’utilizzo futuro dello stesso quale zona bersaglio per “arrivo colpi”, che sarà delimitata con materiale ecosostenibile e collocata all’interno di un sito privo di essenze arboree pregiate.

In tale quadro si intende avviare con l’impiego di assetti specialistici le attività necessarie alla rimozione di tutti i residuati da esercitazione, fino alla profondità di un metro presenti nell’area in questione e classificabili e smaltibili a norma di legge come rifiuti.

A nome dell’Associazione delle vittime occorre approntare bonifiche valide e serie.

Questo significa che l’area deve essere resa agibile a nuove esercitazioni? Poniamo questi quesiti da parte di tutte le vittime e i malati oncologici, che oltre trecento sentenze hanno accertato correlati alla contaminazione da metalli pesanti utilizzati in vari tipi di munizionamento: l’uranio impoverito, il Torio 232 e gli altri agenti si rilevano solo da un metro di profondità? L’acqua e l’aria non sono oggetto di esame? Le tonnellate di nanopolveri, residui delle esplosioni che viaggiano per chilometri trasportati dal vento, sono considerate residuato da esercitazione?

E ancora: l’uranio impoverito e altri metalli pesanti sono considerati smistabili come rifiuti? Se hanno intenzione di bonificare come è stato fatto fare ai militari italiani in Bosnia, Serbia, Afghanistan, Iraq allora conosciamo bene la metodologia, ma circa ottomila malati di tumore e quattrocento morti stanno a testimoniare che tali bonifiche non sono servite a molto, anzi.

La popolazione serba può essere considerata vittima della Nato?

La popolazione serba – che sconta un aumento dell’incidenza tumorale da quando la Nato nel 1999 ha scaricato sul suo paese quindici tonnellate di uranio impoverito – non è molto convinta delle bonifiche che sono state effettuate con la stessa metodologia ripresa dai manuali di bonifica delle forze armate.

Capo Teulada vittima dei poteri forti?

L’operazione di bonifica del poligono di capo Teulada serve a un doppio scopo: il primo è riprendere le esercitazioni rese impossibili dagli inerti inesplosi. Non è un problema di salute pubblica, di recupero di un territorio, ma solo di garantire la continuità delle esercitazioni Nato e possibilità di scaricare la peggiore immondizia, che spesso viene chiamata anche “armi convenzionali”.

In secondo luogo, è un’operazione utile a confondere le acque e dare elementi così contrastanti di valutazione utili a far assolvere in qualche modo gli ufficiali coinvolti nel processo in corso proprio sul disastro ambientale di Teulada, in maniera simile a come hanno fatto con i rilevamenti e le indagini discutibili per dare elementi probatori contrastanti nel processo sui veleni di Quirra.

Sono quindi necessarie bonifiche vere e non fasulle con l’innalzamento dei livelli degli inquinanti.

Le bonifiche sono necessarie, ma devono essere quelle vere: tracciare i metalli pesanti dispersi nell’ambiente, attuare le misure necessarie per bonificarli, impedire che le nuove esercitazioni depositino ancora altri metalli pesanti prodotti da sempre più aggiornati e sofisticati armamenti, altamente distruttivi e inquinanti.

È necessario quindi vigilare sulle manovre che i poteri forti stanno portando avanti e cercare di imporre delle bonifiche reali, trasparenti, che siano controllate da organi esterni, dalle associazioni che si occupano del problema e che hanno chiara l’idea di cosa vuol dire risolvere una questione così complessa.

L’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito è per la pace e contro ogni guerra?

L’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito è al fianco della lotta contro la Nato, perché abbiamo un interesse comune: portare a termine il massacro che il Ministero della Difesa promuove a danni dei suoi stessi militari e della popolazione civile che vive e lavora nei pressi dei poligoni di guerra in Sardegna.

La società civile e l’associazionismo sono disponibili quindi a compiere la strada necessaria e percorrere il cammino di pace e nonviolenza che possono portarci all’interdizione dei poligoni, alla loro reale bonifica e alla tutela della salute collettiva.

Fonte

14/11/2022

Il vizietto di Mattarella

“La guerra scatenata dalla Federazione Russa contro l’Ucraina sta riportando indietro di un secolo l’orologio della storia. Non possiamo arrenderci a questa deriva. Da qui il sostegno senza riserve a Kyiv.
La Repubblica – con i Paesi democratici con cui si è alleata per costruire un ordine internazionale più equo e inclusivo – ha testimoniato fermamente, con la sua politica estera, la vocazione di pace, in coordinamento con le Nazioni Unite, con le iniziative dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica. Nello svolgimento di questa politica le Forze Armate hanno svolto un ruolo rilevante”
.

“Sostegno senza riserve” di Sergio Mattarella, che continua a confondere Nato con Onu, come fece nel 1999 da Ministro della Difesa del governo D’Alema bombardando la Jugoslavia con l’operazione Nato Allied Force.

Fu il primo vero episodio di interventismo militare italiano dal secondo dopoguerra. A disprezzo della Costituzione.

Nel 1999 Palazzo Chigi ricevette dalla Nato un documento con cui si mettevano in guardia i paesi dell’Alleanza contro i rischi possibili di metallo pesante residuale in veicoli corazzati, infatti, i militari italiani inviati nei Balcani, senza istruzioni e protezioni, si sono ammalati a causa dell’uranio impoverito e stanno oggi morendo lentamente, curati da medici-ricercatori italiani in Inghilterra mentre in Italia si tagliano continuamente i fondi per la sanità e si continua a sprecare denaro pubblico in armamenti.

Fonte

17/02/2017

Siria - Il Pentagono ammette l'uso di uranio impoverito

di Chiara Cruciati

Ieri l’atteso vertice di Astana, il secondo promosso da Russia, Turchia e Iran, è stato archiviato senza grossi risultati. Un accordo definitivo sul cessate il fuoco non è stato raggiunto. Secondo fonti del quotidiano Asharq al-Awsat, il comunicato finale avrebbe dovuto contenere un protocollo – redatto dai russi – che però governo e opposizioni non hanno firmato: procedure per individuare eventuali violazioni della tregua e misure per prevenirle, accanto a sanzioni verso i responsabili.

Nessuna firma, però, perché restano, dicono fonti arabe, “profonde divisioni nella visione dei due principali sponsor, Turchia e Russia”. In particolare Ankara non avrebbe dato il via libera ad alcuni criteri di monitoraggio della tregua.

Unico elemento in più è stata la promessa di Mosca di non bombardare le zone controllate dalle opposizioni, così da facilitare un eventuale scambio di prigionieri, come proposto nei giorni scorsi da Damasco. Da parte loro le opposizioni, per bocca dell’Alto Comitato per i Negoziati (federazione creata dall’Arabia Saudita nel dicembre 2015 e inizialmente rimasta fuori da Astana), confermano la presenza all’incontro del prossimo giovedì, il 23 febbraio, a Ginevra sotto l’egida Onu. Più dura la delegazione governativa: l’ambasciatore siriano all’Onu e capo negoziatore, Bashar al-Jaafari, ha accusato i gruppi anti-Assad e la Turchia di “boicottaggio del meeting di Astana” e chiesto il ritiro delle truppe turche dal nord della Siria.

Le truppe di Ankara sono presenti ormai da agosto 2016, senza provocare particolari resistenze da parte governativa. Ora, però, la battaglia di al-Bab si fa più stringente – con i turchi che ieri annunciavano l’ingresso nella città di frontiera – e la possibilità di un faccia a faccia tra esercito governativo e unità dell’Esercito Libero Siriano più probabile.

Gli Stati Uniti, esclusi da Astana, non commentano. Ma parlano: due giorni fa il Pentagono ha ammesso l’uso di proiettili ad uranio impoverito in almeno due raid contro l’Isis a novembre 2015. Oltre 5mila proiettili Pgu-14 da 30 millimetri avrebbero colpito dei convogli dello Stato Islamico che, secondo il Dipartimento della Difesa Usa, venivano usati per trasportare petrolio. Il Pentagono è stato costretto ad ammetterlo dopo che il think tank Foreign Policy ha citato fonti interne che parlavano dell’utilizzo dell’arma, non ufficialmente vietata dal diritto internazionale e di guerra, ma considerato estremamente pericolosa per i civili.

Il caso esplose qualche anno dopo la guerra nei Balcani, all’inizio del nuovo millennio, quando militari italiani di ritorno da Kosovo e Bosnia Erzegovina cominciano ad ammalarsi. I due paesi erano stati bombardati dalla Nato con proiettili all’uranio impoverito, derivante da materiale di scarto delle centrali nucleari e utilizzato per la sua consistente capacità di perforazione. Ma l’esplosione di quei proiettili rilascia nell’aria nano-particelle di metalli pesanti, responsabili di malattie croniche gravi sul lungo periodo.

L’uranio impoverito è stato ampiamente usato anche in Medio Oriente: in Iraq medici e scienziati hanno registrato nel tempo un aumento innaturale e repentino dei casi di tumori e malformazioni alla nascita, leucemia, anemia, il collasso del sistema immunitario, a causa dell’uso da parte Usa di armi chimiche e uranio impoverito.

Immediata, dunque la reazione, delle organizzazioni internazionali: “Siamo rimasti senza parole nel sentire che è stato usato in Siria”, ha commentato Doug Weir, coordinatore della Coalizione per Bandire le armi a uranio. L’Onu – nonostante non sia stato ancora messo fuorilegge – lo ha definito nel 2014 “estremamente pericolo per gli esseri umani e l’ambiente”.

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26/01/2016

Iraq - L'inferno Usa-Isis di Fallujah, aspettando il vertice di Ginevra

di Chiara Cruciati il Manifesto

I “bambini-Frankestein” di Bassora ora nascono a Fallujah: il destino dell’Iraq violentato da decenni di guerra globale sta nei corpi deformati dei neonati della seconda città della provincia di Anbar. Sono trascorsi 13 anni dall’invasione Usa dell’Iraq: tra le comunità in prima fila contro l’occupazione Usa, Fallujah ne paga ancora le violenze fisiche e politiche. A raccontare la storia dei bambini di Fallujah è un reportage di Middle East Monitor: uranio impoverito e fosforo bianco (il cui uso fu ammesso da Washington nel novembre 2005), inquinando aria e terreni, producono ancora i loro macabri effetti. Il tasso di neonati con deformazioni e tumori è tanto alto – scrive l’agenzia – da superare quello di Hiroshima e Nagasaki.

Ma le conseguenze della “guerra al terrore” non si fermano ai corpi straziati dei bambini. Vanno oltre, fino a sfociare nell’occupazione Isis, che qui si è fatto strada sostenuto da ex ufficiali del partito Baath: i residenti ancora presenti, dei 300mila originari, sono schiacciati dalla brutalità del “califfato”. Esecuzioni in pubblico, punizioni corporali, scuole aperte per poche ore, bambini rapiti e reclutati come soldati, tagli dei servizi base. Eppure Fallujah resta in stand by. Dopo la ripresa di Ramadi, capoluogo di Anbar, Baghdad aveva promesso un intervento immediato: con il sostegno delle unità tribali sunnite, i primi passi erano stati compiuti per poi interrompersi. Ad oggi la controffensiva è ancora sulla carta, seppure lo Stato Islamico la usi per stringere la morsa su Fallujah: trincee, tunnel, ordigni nei quartieri residenziali. Ma soprattutto propaganda per spaventare una comunità, quella sunnita, che teme l’Isis quanto le rappresaglie delle milizie sciite. Gli abusi di Tikrit li conoscono tutti, a menadito.

Turchia e Usa tra Siria e Iraq

E se Fallujah aspetta di conoscere il proprio destino, le potenze si muovono sulle macerie del governo iracheno. Epicentro degli interessi resta la base militare di Bashiqa: a 20 km da Mosul, usata dai peshmerga per spingere indietro la linea del fronte dell’Isis, da dicembre è oggetto delle attenzioni della Turchia che, bypassando Baghdad, ha inviato un suo contingente. Ufficialmente per addestrare i combattenti kurdi, ufficiosamente per mettere il cappello sulla controffensiva a Mosul.

Le proteste irachene sono rimaste inascoltate e oggi, nonostante deboli rimbrotti da parte Usa, Washington e Ankara si sarebbero accordati. Secondo fonti Usa, nell’incontro di sabato il vice presidente Biden e il presidente Erdogan avrebbero gettato le basi per «nuove iniziative comuni» su Bashiqa, un coordinamento militare tra Ankara e Nato che farebbe da contraltare all’operazione paventata in Siria dallo stesso Biden. Sabato il vice presidente ha riportato dell’intenzione di intervenire militarmente con la Turchia nel caso di fallimento del negoziato siriano.

Un negoziato che affonda: il dialogo avrebbe dovuto aprirsi ieri a Ginevra ma il boicottaggio delle opposizioni ne ha impedito l’avvio, con il segretario di Stato Usa Kerry costretto ad arrampicarsi sugli specchi e a promettere di «chiarire» la questione entro 24-48 ore. Forse la chiarezza che cerca gli arriverà dalle opposizioni siriane e dall’incontro di emergenza deciso per oggi a Riyadh: il comitato nato dal meeting in Arabia Saudita di dicembre sarà chiamato a decidere se partecipare o meno al negoziato di Ginevra. I gruppi anti-Assad stanno apertamente bloccando il processo politico: con il governo di Damasco pronto a cominciare, le opposizioni accusano Kerry di pressioni, la Russia di interferenza, così da prendere tempo a favore degli alleati regionali, Turchia e Golfo, con in mano meno potere contrattuale del passato. Ieri l’inviato Onu per la Siria de Mistura ha provato a mettere punti fermi: oggi partiranno gli inviti, il tavolo si aprirà il prossimo venerdì, 29 gennaio.

Ue ai piedi di Erdogan

E mentre le prospettive di un dialogo reale si affievoliscono, al centro dei giochi resta proprio la Turchia che tenta di risalire la china sfruttando le spinte belliche Usa e facendosi scudo con i rifugiati. Ankara sa di poter contare su Bruxelles perché potente è la minaccia rappresentata per la fortezza Europa dall’emergenza rifugiati. Ieri lady Pesc Mogherini è volata ad Ankara per rassicurare l’alleato: i 3 miliardi promessi a novembre (ufficialmente per progetti a favore di profughi, ma in realtà volti a bloccarne il flusso verso i territori europei) arriveranno «in un ragionevole lasso di tempo».

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15/01/2014

Soldati all’uranio impoverito

di Rosa Ana De Santis 

Alcuni nostri soldati sono morti per esposizione all'uranio impoverito? Sul caso indaga una commissione parlamentare e la Procura di Rimini. A documentarlo, numerose testimonianze di soldati ammalati, molti dei quali già morti. I dati dell’Osservatorio Militare riferiscono di 305 casi di soldati morti per esposizione all’uranio impoverito, ma il sospetto è che non sia solo questo l’agente killer per i nostri militari.
L’aumento di malati di linfomi e leucemie, in modo particolare, anche tra chi non ha mai messo piede in missioni internazionali, fa pensare che siano anche altre le cause di questa impennata di casi di tumore. Il numero di malati oncologici tra i militari raggiunge i 70 mila casi. Un numero impressionante se pensiamo al dato per cui le persone scelte per la carriera militare sono selezionate di norma anche in virtù di uno stato di salute ottimale.

Quel che è certo, e che rappresenta un’anomalia da sanare, è che gli arruolati vengono sottoposti a cocktail di vaccini senza alcuna informazione preventiva sui farmaci utilizzati e quindi senza adeguata valutazione dell’impatto che alcuni medicinali potrebbero avere sul singolo per storia individuale e anamnesi familiare. Nell’era del consenso informato e dei pazienti consapevoli è certamente una prassi errata e pericolosa, non soltanto lesiva del diritto alla salute, ma forse, sarà il caso di riconoscerlo con i numeri di questi malati in mano, affatto efficace.

Magari protocolli personalizzati eviterebbero questi casi di cancro precoce. Non mancano, questa la nota disarmante e insidiosa, rischi di accuse per insubordinazione per chi volesse essere informato e scegliere di conseguenza, come accaduto all’ex maresciallo dell’aeronautica, Luigi Sanna.

I casi sono classificati e analizzati da tempo e a battersi per la causa c’è Domenico Leggiero, maresciallo in servizio presso l’Osservatorio, mentre l’indagine, che fa capo al procuratore di Rimini, Davide Ercolani, va avanti seppure in un clima generalizzato di ostracismo dei militari che hanno parlato e denunciato.

Sui casi dei morti per uranio impoverito c’era stata nel 2009 un’inchiesta giornalistica dal titolo “l’Italia chiamò”, a firma di Leonardo Brogioni, Angelo Miotto e Matteo Scanni. Il servizio documentava, tra le altre cose, il lavoro dei soldati a mani nude - Operazione Vulcano - mentre bonificano campi e territori del Kossovo. E poi storie. Teste rasate questa volta per le sedute di chemio, cartelle cliniche, giovani padri e mariti in guerra con le cellule impazzite del Linfoma di Hodkin o dell’adenocarcinoma polmonare.

Ex soldati che hanno faticato a trovare alleanza e solidarietà non appena diventati testimoni scomodi. I casi sono innumerevoli e tutti preziosi nella faticosa ricostruzione delle responsabilità. Gianbattista Marica, ex parà simbolo numero uno della battaglia e malato di linfoma dopo una missione in Somalia, tre mesi prima di morire - nel 2009 - aveva ottenuto dal Tribunale di Firenze un maxi risarcimento, il primo in Italia per oltre mezzo milione di euro.
L’85% dei soldati ammalati di cancro non è mai andato all’estero e questo, senza dubbi, mette in luce anomalie da approfondire nel reclutamento più che nelle azioni di guerra e di pace delle nostre forze armate.

Finora i vertici hanno smarcato la responsabilità rivendicando di essersi sottoposti alle stesse prassi delle truppe. Pur nell’ovvia differenza di numeri si potrebbe passare in rassegna la casistica dei malati dagli ufficiali in su. Si potrebbero esaminare i malati post congedo e quanti, tra questi, non hanno ricondotto la loro patologia alla vita in divisa. Si dovrebbe, certamente, pretendere un’azione di controllo e studio perorata con maggior forza dalla politica sui vertici militari. Una commissione straordinaria di medici e ricercatori e uomini di scienza neutri.

Il Ministro della Difesa e il governo non possono demandare a bega militare un caso di vera e propria emergenza di salute nazionale che riguarda, paradossalmente, proprio quei ragazzi che sotto il tricolore venivano ringraziati e omaggiati - con tanto di spot televisivo - dalla Patria. Quella per cui molti hanno dato la vita senza bisogno di andare in guerra.

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06/05/2013

Serbia: l’uranio impoverito della ‘Nato’ fa strage

Secondo uno studio sarebbero finora 40 mila le persone morte a causa delle tonnellate di uranio impoverito sparse sul territorio serbo durante i bombardamenti della Nato del 1999.
L'uranio impoverito contenuto nelle bombe e nei proiettili utilizzati dalla Nato durante i bombardamenti aerei contro la Federazione Jugoslava nella primavera del 1999 è sotto accusa per l'impennata delle morti per cancro registrata nel sud della Serbia.
Come riferiva ieri il quotidiano Vecernje Novosti, negli ultimi tre mesi, nella regione meridionale serba di Leskovac, non lontana dal Kosovo, sono morti più di cento veterani delle guerre degli anni novanta nella ex Jugoslavia, in massima parte ex combattenti degli scontri armati in Kosovo alla fine degli anni ‘90. Le vittime sono tutti uomini di età compresa fra i 37 e i 50 anni, morti nel 95% dei casi a causa di diverse forme di cancro. ''Non passa giorno che la nostra organizzazione non perda uno dei suoi componenti'', ha detto al giornale il presidente dell'Associazione dei veterani di guerra Dusan Nikolic. Ai primi posti fra le cause di morte, ha precisato, figurano il cancro all'intestino, all'esofago, ai polmoni, e solo pochi i casi di infarto.
Il quotidiano belgradese cita anche le ricerche effettuate al riguardo dall'Istituto specialistico sanitario 'Batut', secondo cui nei bombardamenti della Nato sulla Serbia (dal 23 marzo al 10 giugno del 1999) furono lanciate almeno 15 tonnellate di uranio impoverito, e come conseguenza di ciò sarebbero morte finora 40 mila persone. Per non parlare delle migliaia di bambini e bambine nati in questi ultimi anni con gravissime malformazioni, provocate da una sostanza ipertossica che continuerà ad essere mortale per centinaia, migliaia di anni. Anche in quei territori 'liberati' del Kosovo dove i morti neanche li contano e dove non esistono seri studi sulle conseguenze delle armi usate dai 'liberatori'.

I governi di Roma in tutti questi anni hanno fatto finta di nulla, ma anche tra i soldati italiani non sono mancati casi di morti e malattie gravi causate dall'esposizione nei Balcani all'uranio impoverito. Secondo l’Osservatorio militare si conterebbero tra i militari italiani 170 morti e circa 2.500 malati dagli anni novanta ad oggi.

La Nato intervenne nella primavera del 1999 per sostenere le milizie dell’Uck – Esercito di Liberazione del Kosovo – contro l’esercito regolare della Federazione yugoslava, e dopo 78 giorni di bombardamenti le truppe di terra dell’Alleanza Atlantica occuparono la provincia serba e consentirono ai separatisti di proclamare, il 17 febbraio del 2008 un’indipendenza che dopo cinque anni non è stata ancora riconosciuta da tutta la comunità internazionale.
Recentemente il governo di Belgrado, sotto pressione da parte dell’Unione Europea, ha siglato un accordo con il governo di Pristina che tende alla normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. Ma i cittadini serbi relegati nei territori del nord del Kosovo – e obiettivo di una vera e propria pulizia etnica durante e dopo l’invasione della Nato – hanno chiesto a Belgrado di permettere a tutti i serbi di potersi esprimere sull’accordo attraverso un referendum popolare.


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28/07/2012

Uranio impoverito, marò malato: “Lasciati soli. Io e i miei compagni moriremo tutti”

“Gli americani hanno disseminato il Kosovo di bombe all’uranio non esplose: le buttavano anche senza inneschi, pur di rinnovare gli armamenti”. Salvo Cannizzo, 36 anni, ha un tumore al cervello e nessun dubbio: “Mi sono ammalato a Djakoviza, quando ero un marò del battaglione San Marco”. Secondo i medici gli restano pochi mesi di vita, che ha deciso di dedicare per denunciare “la condizione di duemila militari in Italia, abbandonati dallo Stato, ammalati senza che gli venga riconosciuto lo stato di servizio”. Da aprile, data del suo ultimo intervento, e fino a pochi giorni fa ha rifiutato controlli medici e cure: uno sciopero della chemio, per vedere “se il ministero della Difesa ha il coraggio di lasciar morire me e gli altri duemila soldati italiani nelle mie condizioni”. Ci ha ripensato, forse è troppo tardi ma si curerà “convinto dalle persone che mi vogliono bene”. Ma di cose da dire sulle sue missioni in Kosovo ne ha tante dopo mesi in silenzio causati dall’asportazione di parte dell’emisfero sinistro del cervello: “Gli americani sapevano dei rischi dell’uranio, lasciando noi italiani nelle zone ad alto rischio: ho visto a Djakovica squadre trattare del semplice munizionamento con tute da “astronauti” e autorespiratori”.
Diciassette anni di servizio nell’esercito, in congedo definitivo da settembre del 2011, gli ultimi cinque passati da impiegato civile a causa del tumore, da cui pensava di essere guarito. Dal 1999 al 2001 in Kosovo è stato quattro volte, ricevendo in premio una medaglia, una croce di ferro, il grado di sergente e tanti soldi. “Ho amato il mio lavoro e i miei compagni di squadra sono per me come fratelli. Ma sono entrato nell’esercito perché avevo bisogno di soldi, 72 dollari al giorno per le missioni oltre alla paga di duemila euro al mese. Non me ne pento, dovevo comprare casa”. Oggi vive con la seconda moglie a Catania con una piccola pensione da 800 euro al mese, con cui paga affitto, gli alimenti alla prima moglie e le spese mediche. Una situazione diventata insostenibile per Salvo, che ha finito i risparmi di una vita passata nelle missioni all’estero.
“Eravamo in nove nella mia squadra e cinque di noi si sono ammalati di tumore in varie parti del corpo. Proprio per questo il ministero della Difesa dice che non c’è rapporto di causa-effetto, ma è ridicolo: normalmente la casistica prevede un malato ogni migliaia di persone”, racconta Salvo. Secondo cui, a causa della malattia contratta per cause di servizio, lo Stato dovrebbe riconoscere a ognuno di loro un indennizzo di almeno due milioni di euro. “Uno dei miei fratelli del battaglione, un compagno di squadra, è già morto – continua Cannizzo – e tra tre mesi toccherà a me, poi a un altro, fin quando non moriremo tutti e lo stato avrà risparmiato miliardi: per loro i duemila soldati ammalatisi in Kosovo sono una piccola finanziaria“.
Salvo viene da Librino, grande rione della periferia sud di Catania, dove ha avuto anche un piccolo ruolo politico come consigliere di quartiere. “Finita la scuola, ho iniziato a lavorare come restauratore. Cinquantamila lire a settimana. Ho resistito un anno e poi sono partito volontario nell’esercito”. Era il 1995, aveva diciannove anni. “La mia scelta è stata motivata solo da motivi economici ed è una cosa che non ho mai nascosto, nemmeno nei colloqui nell’esercito. Ma il basco, la divisa militare e il rapporto strettissimo con i miei compagni, mi hanno cambiato: sentivo lo spirito di corpo“. Una premessa necessaria per Salvo, che quello spirito nonostante sia lontano dalle missioni dal 2006, quando il suo tumore si è presentato la prima volta, lo sente ancora oggi. Parla di Djakoviza e di come la mattina con i suoi compagni andasse “a fare jogging, a respirare a pieni polmoni l’uranio, in mezzo alle macerie di una città distrutta. A quei tempi non sapevamo perché auto e carri fossero praticamente dissolti. Erano solo le radiazioni“. Delle sue missioni ricorda bene l’ambiguità. “Erano chiamate di peace keeping: un giorno dovevamo mostrarci amici, il giorno dopo magari dovevamo disarmare una squadra dell’Uck” racconta. Sulla guerra in Kosovo ha un’opinione netta: “Dovevamo cacciare chi era da sempre in quei territori per far spazio ai nuovi arrivati. Una guerra ingiusta, nata solo perché una guerra gli americani dovevano farla”.
Ingiusta, ma non solo per la popolazione: “Noi italiani eravamo lasciati soli a Djakoviza. Gli americani, che stavano in una città vicina, la bombardavano sistematicamente. Ma spesso le bombe non esplodevano”. Ordigni senza innesco, denuncia Cannizzo, eliminati “per acquistarne altri, anche le bombe hanno una data di scadenza, dopo dieci anni devono essere smaltite e farlo costa tantissimo”. Bombe “pagate con i soldi della Nato per proseguire il loro businness, acquistarne altre”. Salvo adesso aspetta che le sue denunce arrivino a quanta più gente possibile, per “far sapere quale era la situazione, perché sono convinto che i vertici militari italiani sapessero”. Non crede nelle class action contro l’uranio impoverito: “So già che non ci pagheranno mai, moriremo tutti”. E, dopo lo sciopero della chemio che lo ha indebolito, se non dovesse farcela, almeno avrà scelto “quando morire, visto che non posso più scegliere quando vivere”.

di Leandro Perrotta


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