Quando, due giorni fa, il Parlamento Europeo ha votato la risoluzione per togliere ogni restrizione all’uso delle armi occidentali sul suolo russo, abbiamo avuto l’esempio lampante di come la UE non voglia più nascondere la propria proiezione bellica. E lo fa con un avventurismo pericoloso, dando il suo via libera all’impegno diretto della NATO nella guerra con la Russia.
Popolari, socialisti, liberali, ma anche molti verdi e, infine, diversi esponenti della Sinistra Europea, hanno approvato la guerra euroatlantica contro Mosca. Tra questi, i finlandesi Jussi Saramo, Merja Kyllönen e Li Andersson, gli svedesi Jonas Sjöstedt Hannah Gedin, e il danese Per Clause.
Ma in un certo senso, a sollevare maggiormente l’attenzione non può che essere il voto favorevole accordato da Carola Rackete. Ossia da una delle figure più rappresentative delle lotte portate avanti negli ultimi anni in quel grande cimitero di migranti, di disperati vittime di politiche neocoloniali e guerre sporche, che è il Mar Mediterraneo.
La Rackete è entrata in una dialettica di scontro con le autorità italiane cinque anni fa, quando al comando della Sea Watch 3 accennò lo speronamento di una motovedetta della Guardia di Finanza, per forzare il blocco dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Da allora, dopo essersi fatta anche qualche giorno di arresti domiciliari, Carola è diventata simbolo dell’accoglienza senza se e senza ma. Ebbe in quel caso anche il nostro convinto plauso.
Alle scorse elezioni europee è stata poi eletta al parlamento di Strasburgo, e ovviamente in tanti hanno pensato che sarebbe stata una spina nel fianco delle politiche europee. Come lo era stata per Frontex e tutti gli accordi che la UE (e l’Italia per conto della UE) hanno fatto con i trafficanti di esseri umani del Mediterraneo.
E invece Carola Rackete ha votato anche lei a favore dell’escalation bellica contro la Russia, perfettamente in linea con tutti quei partiti con cui si è scontrata negli ultimi anni. Sulla guerra e sulla proiezione militare della gamba europea della NATO è stata trovata un’oscena unità di intenti tra la maggioranza guerrafondaia europea e una storica rappresentante delle lotte per l’accoglienza.
Sembra assurdo che l’attivista e politica tedesca abbia dato sostegno all’incancrenirsi di una politica coloniale e bellicista che è poi uno dei motivi principali dei flussi di disperati che arrivano in Europa alla ricerca di una vita dignitosa. Ma in realtà non è così assurdo se pensiamo a questo voto dentro la cornice di un soggetto imperialistico come la UE.
Pezzi importanti delle sedicenti ‘forze antagoniste’ europee svolgono ormai da tempo la funzione che un marxista come Losurdo avrebbe definito “sinistra imperiale”. Una sinistra che non fa mai i conti con gli interessi materiali del blocco economico e geopolitico in cui si trova a vivere e ad operare, analizzandoli e riconoscendoli nel quotidiano, ma che ragionando solo con criteri morali astratti alla fin fine avalla proprio quegli interessi.
L’accoglienza è un nobile principio, che come il nostro giornale dimostra da anni, condividiamo appieno. Ma se non viene accompagnata, dentro una visione del mondo coerente e rispondente alla realtà, non tanto dall'“integrazione” (che spesso, in molti paesi, è un altro strumento di irreggimentazione e oppressione), ma dalla garanzia della tutela effettiva dei diritti sociali, civili e di organizzazione, sindacale e politica, può diventare semplicemente la co-gestione dei flussi di manodopera necessari al modello di sfruttamento dominante.
Una volta salvati ed entrati, i migranti vengono in genere lasciati in balia del “mercato”. E così, con il suo voto bellicista, Carola Rackete diventa un’ulteriore figura che legittima quell’apparato reazionario che da una parte ha creato le leggi contro l’immigrazione, dall’altra si presenta come il tutore di un “ordine” e una “civiltà” di cui è invece il principale pericolo.
Mentre industria e servizi richiedono un determinato afflusso di lavoratori facilmente sfruttabili, di cui ci si scorda una volta arrivati entro i confini europei, viene insomma rinforzata l’idea che la UE sia un “giardino” che combatte per “la democrazia” contro un'“alleanza del male”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Carola Rackete. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carola Rackete. Mostra tutti i post
06/09/2019
Mimmo Lucano e Carola Rachete, la magistratura “fiuta l’aria”
Siamo naturalmente molto contenti che a Mimmo Lucano sia stato tolto l’assurdo divieto di dimora nel comune di cui era sindaco – Riace – prima dell’altrettanto assurdo arresto. E troviamo in qualche misura divertente (la Storia sa essere molto ironica...) che ora Salvini sia indagato per diffamazione nei confronti di Carola Rackete, la comandante tedesca della Sea Watch 3, di cui non era riuscito ad ottenere l’arresto.
Troviamo indicativo che queste due cose siano accadute nello stesso giorno in cui il nuovo-mezzo vecchio governo giurava nelle mani del presidente della Repubblica (che pure aveva controfirmato entrambi i decreti sicurezza voluti da Salvini, sollevando “perplessità” che, da ex membro della Corte Costituzionale, ben sapeva riguardare rilievi palesi di assoluta incostituzionalità).
Non crediamo che la magistratura esegua pedissequamente “ordini” provenienti da una classe politica che spesso e volentieri strapazza. Anzi, in diversi casi, in questo paese, è stata direttamente la magistratura a scrivere le peggiori leggi (a partire da quelle dell’“emergenza antiterrorismo”, negli anni ‘70), portando dentro la giurisdizione “normale” procedure e sanzioni da Stato di polizia.
Sappiamo però – abbiamo una certa esperienza, purtroppo – che buona parte dei magistrati “fiuta l’aria” e reagisce di conseguenza. In questo caso con una rapidità tale da lasciar spazio anche al sospetto opposto (dare un assist alla propaganda di destra).
Il che costringe a misurare quanto la breve stagione del “Truce” elevato a ministro dell’interno abbia abbrutito quel che restava (poco e slabbrato) dello “Stato di diritto”.
L’arresto di Mimmo Lucano poteva avvenire tranquillamente anche quando era ministro Marco Miniti, che sulla questione migranti è pressoché indistinguibile dal successore (comunicazione social a parte), ma è solo con Salvini sulla tolda di comando che qualcuno – in magistratura come nei vari corpi di polizia – si è sentito davvero “libero” di fare come più gli aggrada. Di “fare la legge”, anziché applicarla.
Il “cambio di clima” è minimo, non vi illudete. Avverranno cose simili, ma “condite meglio”, Con meno frasi mussoliniane e meno sbrasate da spiaggia. Anzi, più velenose perché accompagnate da grandi slinguazzate retoriche alla “legalità democratica”.
Però di questo ci occuperemo da domani. Per oggi sorridiamo con Mimmo che ha potuto riabbracciare il vecchio padre malato (come definire lo Stato che lo ha impedito per tanti mesi?).
E ci segniamo il procedimento per diffamazione contro Salvini tra i fatti che, tardivamente, ricordano che essere investiti di “poteri forti”, ancorché non “pieni”, non consente neanche a un vicepremier di epistrofare come «sbruffoncella, criminale, fuorilegge, delinquente, tragettatrica di immigrati clandestini», chi salva vite in mare.
L’abbrutimento istituzionale, infatti, ha seguito a lungo quella della “comunicazione che punta alla pancia della gente”. Che, come noto, è occupata in processi metabolici naturali ma non per questo bene odoranti.
Fonte
Troviamo indicativo che queste due cose siano accadute nello stesso giorno in cui il nuovo-mezzo vecchio governo giurava nelle mani del presidente della Repubblica (che pure aveva controfirmato entrambi i decreti sicurezza voluti da Salvini, sollevando “perplessità” che, da ex membro della Corte Costituzionale, ben sapeva riguardare rilievi palesi di assoluta incostituzionalità).
Non crediamo che la magistratura esegua pedissequamente “ordini” provenienti da una classe politica che spesso e volentieri strapazza. Anzi, in diversi casi, in questo paese, è stata direttamente la magistratura a scrivere le peggiori leggi (a partire da quelle dell’“emergenza antiterrorismo”, negli anni ‘70), portando dentro la giurisdizione “normale” procedure e sanzioni da Stato di polizia.
Sappiamo però – abbiamo una certa esperienza, purtroppo – che buona parte dei magistrati “fiuta l’aria” e reagisce di conseguenza. In questo caso con una rapidità tale da lasciar spazio anche al sospetto opposto (dare un assist alla propaganda di destra).
Il che costringe a misurare quanto la breve stagione del “Truce” elevato a ministro dell’interno abbia abbrutito quel che restava (poco e slabbrato) dello “Stato di diritto”.
L’arresto di Mimmo Lucano poteva avvenire tranquillamente anche quando era ministro Marco Miniti, che sulla questione migranti è pressoché indistinguibile dal successore (comunicazione social a parte), ma è solo con Salvini sulla tolda di comando che qualcuno – in magistratura come nei vari corpi di polizia – si è sentito davvero “libero” di fare come più gli aggrada. Di “fare la legge”, anziché applicarla.
Il “cambio di clima” è minimo, non vi illudete. Avverranno cose simili, ma “condite meglio”, Con meno frasi mussoliniane e meno sbrasate da spiaggia. Anzi, più velenose perché accompagnate da grandi slinguazzate retoriche alla “legalità democratica”.
Però di questo ci occuperemo da domani. Per oggi sorridiamo con Mimmo che ha potuto riabbracciare il vecchio padre malato (come definire lo Stato che lo ha impedito per tanti mesi?).
E ci segniamo il procedimento per diffamazione contro Salvini tra i fatti che, tardivamente, ricordano che essere investiti di “poteri forti”, ancorché non “pieni”, non consente neanche a un vicepremier di epistrofare come «sbruffoncella, criminale, fuorilegge, delinquente, tragettatrica di immigrati clandestini», chi salva vite in mare.
L’abbrutimento istituzionale, infatti, ha seguito a lungo quella della “comunicazione che punta alla pancia della gente”. Che, come noto, è occupata in processi metabolici naturali ma non per questo bene odoranti.
Fonte
14/07/2019
Siamo tutti Carola! Va bene, però dopo che si fa?
di Giovanni Iozzoli
[Questo scritto è uscito su Napoli Monitor il 04/07/19. Nonostante Carmilla non riproponga testi già pubblicati in altri contesti, in questo caso viene fatta un’eccezione ritenendo il pezzo utile al dibattito]
Lo Zelig di quel che resta della sinistra, ogni tanto assume identità fittizie – il più delle volte un personaggio mediatico o globale – e prova disperatamente ad aggrapparsi alla scia della personalità o dell’evento, cercando un qualche contenuto, un valore, un orientamento. Siamo tutti Assange, siamo tutti Me too, siamo tutti Greta: aver buttato nel cesso la storia rivoluzionaria del Novecento, l’assenza di memoria teorizzata come valore, l’introiezione acritica dell’agenda liberista scambiata per modernità e diritti civili, tutto ciò ha reso l’ectoplasma della sinistra bisognoso di unirsi a “qualcos’altro” – generalmente qualcosa di evanescente e assai provvisorio – per riuscire a dare una effimera definizione di sé.
A me la faccenda della Carola non entusiasma. A parte la solidarietà umana per una ragazza coraggiosa (oggettivamente simpatica, anche per l’iperbolico reato di cui è accusata: “resistenza a nave da guerra”, fattispecie penale più adatta a Godzilla), questa pseudo contesa tra Capitana e Capitano, mi sembra porti acqua solo al mulino di Salvini. Non riesco proprio ad aderire alla prevalente cultura del “like”: mi piace o non mi piace – questa storia che siamo sempre pubblico di uno spettacolino in cui al massimo ci è consentito schierarci a favore o contro qualcosa.
Al di là del fatto che le ONG mi provocano una istintiva diffidenza – in alcuni casi sono state persino strumento governativo di guerra e di golpismo1 –, possiamo andare avanti attaccandoci a questo o quel barchino e sperando che queste rappresentazioni mediatiche indignino e risveglino una qualche “opinione pubblica democratica”? Il fatto che “Io sto con Carola” mentre la stragrande maggioranza degli italiani sta con Salvini non dovrebbe un po’ preoccuparci? È vero che su certe battaglie ideali, in certe fasi storiche, la minorità è condizione inevitabile: ma non ci poniamo neanche il problema di come uscirne, di come riconnetterci alle pubbliche opinioni con un posizionamento forte e alternativo, che ci opponga a Salvini ma non ci confonda con la Boldrini o la Open Society?
Cosa è successo in questi anni? Che le destre sono state molto determinate nel costruire una loro narrazione sull’immigrazione – con delle varianti che vanno dalla “sostituzione etnica” (la versione demenzial-hard) fino alla “immigrazione favorita dalla sinistra e dalle cooperative per speculare”. Niente di trascendentale, come livello del dibattito – del resto Bannon non è Evola, e se quello è il loro guru, possono al massimo sguazzare in quelle basse acque melmose. Però, grazie a queste elaborazioni ripetute e consolidate nel tempo, qualsiasi persona di destra mediamente informata, anche il salumiere sotto casa, sa articolare il suo discorsetto su immigrazione ed economia mondo.
A sinistra, invece – nel campo dei movimenti, della resistenza di classe – qual è la lettura che si dà dei processi migratori? Se ne manca una, abbiamo qualche problema – se è vero che entro tre decenni in Africa ci sarà un miliardino di persone in più. Ce la possiamo cavare con il tifo per Carola?
Quali sono le parole d’ordine con cui affrontiamo questa cruciale fase storica, nei quartieri, in fabbrica, nei posti di lavoro? Cosa dobbiamo raccontare, quando si parla di dinamiche migratorie, che “io sto con la Sea Watch”? Ma che argomento politico è, scusate? Tutt’al più è uno schieramento individuale, anche eticamente nobile. Ma non costituisce un posizionamento strategico, né aiuta a costruire una teoria, sulle migrazioni. E soprattutto non aggiunge e non toglie niente a una narrazione di destra che si fa ogni giorno più tetragona ed efficace. Sono le ONG il nostro contributo al dibattito? È Carola – o Casarini o la Open Arms o Soros – che ci darà la linea in materia? Eccola la subcultura maledetta del like – sto con questo o sto con quello – che ci toglie la fatica di pensare, leggere e anticipare la complessità dei fenomeni, costruire progettualità, parole d’ordine, alleanze nella società, che non siano sempre “di solidarietà” (parola di cui in politica forse è meglio cominciare a diffidare, perché non è al buon cuore che bisogna affidarsi), ma di nuova vertenzialità sociale. Che nei prossimi mesi e anni significherà essenzialmente: come evitare che sezioni di proletariato differenziate su base etnica e di gerarchia sociale, si scannino tra loro per strapparsi a vicenda residui di welfare, per contendersi spazi urbani all’abbandono e svendersi sul mercato del lavoro al peggior offerente. Carola e le navi delle ONG non possono dirci niente, in materia.
Bisogna che su queste tematiche ricominciamo a discutere, senza troppe inibizioni politicamente corrette, da scienziati sociali, per chi ne ha voglia e competenze: una bella analisi materialista sull’imperialismo, la demografia, le contraddizioni tra le classi (e dentro la classe), i problemi del continente africano (che identifichiamo sempre con l’Africa sub-sahariana e la sue estrema fragilità, senza pensare alle metropoli d’Egitto o della Nigeria, come se avessimo rimosso addirittura anche solo la possibilità della lotta socialista e della rivoluzione panafricana e il nostro contributo si limitasse a come far sbarcare gommoni a Lampedusa). Insomma, trovare il modo in cui le avanguardie (o sedicenti tali) possano rapportarsi a questa tematica fondamentale, in una modalità che non sia sempre “a posteriori”, all’inseguimento di questo o quello strappo indotto dalle destre o dall’oggettiva durezza dei tempi.
Molti le fanno, queste cose, per carità; ma da qualche parte bisognerà trovare l’intelligenza (collettiva) per fare una sintesi e consolidare delle soglie acquisite di discussione, che diventino patrimonio comune e strumentazione politica d’intervento per le nuove generazioni che scelgono l’impegno anticapitalistico: non lasciamo che brancolino nell’improvvisazione, nel solidarismo umanitario, in vaghe aspettative millenaristiche su una “futura umanità” che si produrrà da sé, quando la bontà trionferà sull’egoismo. Se non disponiamo delle armi della critica, sarà facile, per Salvini e i suoi sgherri, rovesciare addosso a noi e agli stranieri, la frustrazione di massa degli italiani.
Fonte
[Questo scritto è uscito su Napoli Monitor il 04/07/19. Nonostante Carmilla non riproponga testi già pubblicati in altri contesti, in questo caso viene fatta un’eccezione ritenendo il pezzo utile al dibattito]
Lo Zelig di quel che resta della sinistra, ogni tanto assume identità fittizie – il più delle volte un personaggio mediatico o globale – e prova disperatamente ad aggrapparsi alla scia della personalità o dell’evento, cercando un qualche contenuto, un valore, un orientamento. Siamo tutti Assange, siamo tutti Me too, siamo tutti Greta: aver buttato nel cesso la storia rivoluzionaria del Novecento, l’assenza di memoria teorizzata come valore, l’introiezione acritica dell’agenda liberista scambiata per modernità e diritti civili, tutto ciò ha reso l’ectoplasma della sinistra bisognoso di unirsi a “qualcos’altro” – generalmente qualcosa di evanescente e assai provvisorio – per riuscire a dare una effimera definizione di sé.
A me la faccenda della Carola non entusiasma. A parte la solidarietà umana per una ragazza coraggiosa (oggettivamente simpatica, anche per l’iperbolico reato di cui è accusata: “resistenza a nave da guerra”, fattispecie penale più adatta a Godzilla), questa pseudo contesa tra Capitana e Capitano, mi sembra porti acqua solo al mulino di Salvini. Non riesco proprio ad aderire alla prevalente cultura del “like”: mi piace o non mi piace – questa storia che siamo sempre pubblico di uno spettacolino in cui al massimo ci è consentito schierarci a favore o contro qualcosa.
Al di là del fatto che le ONG mi provocano una istintiva diffidenza – in alcuni casi sono state persino strumento governativo di guerra e di golpismo1 –, possiamo andare avanti attaccandoci a questo o quel barchino e sperando che queste rappresentazioni mediatiche indignino e risveglino una qualche “opinione pubblica democratica”? Il fatto che “Io sto con Carola” mentre la stragrande maggioranza degli italiani sta con Salvini non dovrebbe un po’ preoccuparci? È vero che su certe battaglie ideali, in certe fasi storiche, la minorità è condizione inevitabile: ma non ci poniamo neanche il problema di come uscirne, di come riconnetterci alle pubbliche opinioni con un posizionamento forte e alternativo, che ci opponga a Salvini ma non ci confonda con la Boldrini o la Open Society?
Cosa è successo in questi anni? Che le destre sono state molto determinate nel costruire una loro narrazione sull’immigrazione – con delle varianti che vanno dalla “sostituzione etnica” (la versione demenzial-hard) fino alla “immigrazione favorita dalla sinistra e dalle cooperative per speculare”. Niente di trascendentale, come livello del dibattito – del resto Bannon non è Evola, e se quello è il loro guru, possono al massimo sguazzare in quelle basse acque melmose. Però, grazie a queste elaborazioni ripetute e consolidate nel tempo, qualsiasi persona di destra mediamente informata, anche il salumiere sotto casa, sa articolare il suo discorsetto su immigrazione ed economia mondo.
A sinistra, invece – nel campo dei movimenti, della resistenza di classe – qual è la lettura che si dà dei processi migratori? Se ne manca una, abbiamo qualche problema – se è vero che entro tre decenni in Africa ci sarà un miliardino di persone in più. Ce la possiamo cavare con il tifo per Carola?
Quali sono le parole d’ordine con cui affrontiamo questa cruciale fase storica, nei quartieri, in fabbrica, nei posti di lavoro? Cosa dobbiamo raccontare, quando si parla di dinamiche migratorie, che “io sto con la Sea Watch”? Ma che argomento politico è, scusate? Tutt’al più è uno schieramento individuale, anche eticamente nobile. Ma non costituisce un posizionamento strategico, né aiuta a costruire una teoria, sulle migrazioni. E soprattutto non aggiunge e non toglie niente a una narrazione di destra che si fa ogni giorno più tetragona ed efficace. Sono le ONG il nostro contributo al dibattito? È Carola – o Casarini o la Open Arms o Soros – che ci darà la linea in materia? Eccola la subcultura maledetta del like – sto con questo o sto con quello – che ci toglie la fatica di pensare, leggere e anticipare la complessità dei fenomeni, costruire progettualità, parole d’ordine, alleanze nella società, che non siano sempre “di solidarietà” (parola di cui in politica forse è meglio cominciare a diffidare, perché non è al buon cuore che bisogna affidarsi), ma di nuova vertenzialità sociale. Che nei prossimi mesi e anni significherà essenzialmente: come evitare che sezioni di proletariato differenziate su base etnica e di gerarchia sociale, si scannino tra loro per strapparsi a vicenda residui di welfare, per contendersi spazi urbani all’abbandono e svendersi sul mercato del lavoro al peggior offerente. Carola e le navi delle ONG non possono dirci niente, in materia.
Bisogna che su queste tematiche ricominciamo a discutere, senza troppe inibizioni politicamente corrette, da scienziati sociali, per chi ne ha voglia e competenze: una bella analisi materialista sull’imperialismo, la demografia, le contraddizioni tra le classi (e dentro la classe), i problemi del continente africano (che identifichiamo sempre con l’Africa sub-sahariana e la sue estrema fragilità, senza pensare alle metropoli d’Egitto o della Nigeria, come se avessimo rimosso addirittura anche solo la possibilità della lotta socialista e della rivoluzione panafricana e il nostro contributo si limitasse a come far sbarcare gommoni a Lampedusa). Insomma, trovare il modo in cui le avanguardie (o sedicenti tali) possano rapportarsi a questa tematica fondamentale, in una modalità che non sia sempre “a posteriori”, all’inseguimento di questo o quello strappo indotto dalle destre o dall’oggettiva durezza dei tempi.
Molti le fanno, queste cose, per carità; ma da qualche parte bisognerà trovare l’intelligenza (collettiva) per fare una sintesi e consolidare delle soglie acquisite di discussione, che diventino patrimonio comune e strumentazione politica d’intervento per le nuove generazioni che scelgono l’impegno anticapitalistico: non lasciamo che brancolino nell’improvvisazione, nel solidarismo umanitario, in vaghe aspettative millenaristiche su una “futura umanità” che si produrrà da sé, quando la bontà trionferà sull’egoismo. Se non disponiamo delle armi della critica, sarà facile, per Salvini e i suoi sgherri, rovesciare addosso a noi e agli stranieri, la frustrazione di massa degli italiani.
Fonte
La strada sbagliata. Dalla Sea Watch all’antifascismo
In Italia il dibattito politico è sospeso in un limbo su cui vale la pena spendere alcuni ragionamenti.
La dialettica vera, sulle questioni che riguardano i nodi reali da sciogliere, è ferma a quella tra le due formazioni di governo, nonché la componente più direttamente emanazione della UE, rappresentata da Tria e Moavero, mentre le opposizioni di “sinistra” ritrovano nell’antifascismo uno spontaneo e strumentale collante.
Le virgolette alla definizione sinistra sono quanto mai appropriate, inserendo il PD dentro tale opposizione. Ma nella percezione di massa, ancor di più in assenza di una forza credibile di classe, il PD è gran parte della “sinistra”. Nelle nostre riflessioni spesso questo “dettaglio” viene omesso o rimosso.
E la parola d’ordine dell’antifascismo è quella attorno a cui proprio il PD sta cercando di riaggregare forze. Non ci vuole molto per capirlo visto che la guida politica di tale strategia si è espressa sulle pagine di Repubblica. Dopo il Caimano, c’è il Capitano da combattere, ma la sostanza non cambia.
I fatti ci dicono che da quando questa campagna è iniziata il partito di Salvini è passato dal 17 al 35% dei consensi, la sinistra radicale non è avanzata di un centimetro e il PD ha riacquisto, seppure ancora molto a stento e tra mille contraddizioni, la patente del Partito che credibilmente si può candidare a guida di un’alternativa.
Se questi sono i risultati qualcosa non funziona quantomeno per i soggetti che in forme variegate tentano di rilanciare un’opzione comunista e di sinistra alternativa non solo al Governo giallo-verde, ma anche al PD.
Già su questa rivista abbiamo affrontato l’argomento nell’articolo “Antifascisti del XXI secolo”, a cui rimandiamo per capirne l’approccio, ma le ultime vicende richiedono un breve approfondimento.
La crisi globale e i cambiamenti strutturali che ne stanno scaturendo determinano certamente reazioni nel tessuto sociale di carattere regressivo. E questo è la storia che lo dice. Di esempi se ne possono rintracciare a decine.
L’assenza di una soggettività anticapitalistica, in grado di ricomporre la classe lavoratrice su un terreno generale di cambiamento e la desertificazione politica degli ultimi venti anni, portano quasi naturalmente vasti settori popolari a sposare la causa di Salvini e della Lega, che sull’immigrazione ha un cavallo di battaglia a costo zero. O, per dirla meglio, milioni di persone, attanagliate da questioni reali, che spostano velocemente i propri consensi seguendo la spinta del momento, oggi hanno canalizzato l’attenzione su Salvini.
È la stessa spinta che porta alla disaffezione al voto o che ha portato i Cinquestelle al Governo. Questo significa che qualsiasi riflessione non funziona se non tiene conto dell’alta fluidità di consensi che, in qualche modo, rappresenta l’opportunità di un quadro modificabile.
I fatti e le vicende vanno analizzati con oggettiva razionalità se si vuole costruire una risposta all’altezza. Troppo spesso a sinistra siamo a caccia di eroi e punti di riferimento che improvvisamente diventano il centro di una prospettiva. Basti pensare a Mimmo Lucano a Riace o la “Capitana” Carola. Persone che hanno la massima considerazione di chi scrive, ma che non possono semplicisticamente essere portati a modello, perché oggettivamente non lo sono e loro stessi ne sono consapevoli.
In realtà è solo con la capacità e la forza di indicare una prospettiva generale e con una concreta piattaforma in grado di evocarla che è possibile ribaltare la situazione. Insomma, con un lavoro di lunga lena.
L’operato di Carola Rakete non può diventare l’appiglio su cui la sinistra politica può impostare la sua battaglia. Non si può ingaggiare la scontro sull’immigrazione senza tenere conto di un senso comune generale che scaturisce dalle condizioni materiali di milioni di proletari. Da questo deve partire il ragionamento. Senza ricostruire questo filo che definisce i nemici principali e quelli secondari nel tessuto di classe, non si va da nessuna parte. Se non ci si pone il tema del blocco sociale nessuna lotta gridata dalle banchine di Lampedusa potrà produrre risultati per i lavoratori italiani e stranieri, che a diversi gradi di sfruttamento abitano stabilmente le società contemporanee.
E dalle pagine di Repubblica tali nessi vengono rimossi, con il risultato di coprire le responsabilità dei Governi precedenti e dell’Europa, spingendo tutto contro l’attuale vicepremier. Non cadere in questo tranello è importante.
In questo senso la parola d’ordine dell’antifascismo quale centro della battaglia politica contro il Governo è assolutamente fuorviante. Lo è perché non siamo in un regime di questo tipo, né le classi dominanti puntano a riprodurre e sostenere forme vicine al fascismo storico, e perché i cosiddetti sovranisti per essere sconfitti vanno disvelati non in quanto fascisti ma perché espressione di un progetto che ha un respiro corto e non è in grado di portare a fondo la maggior parte dei suoi proclami. Dalla stessa immigrazione fino alla reale volontà di rottura con l’Unione Europea.
In realtà, come abbiamo ribadito più volte, un vero antifascismo nel XXI secolo non può che trovare radici contro le forme sempre più dominanti di oligarchia politica che in maniera soft, ma non sempre così soft, ha ormai da anni ridotto l’agibilità democratica. Su questo sono da leggere le considerazioni di Putin sulla fine della democrazia liberale, non per condividerle ma per ragionare sul tema. Il tutto con il PD e Repubblica come parte attiva. In questo senso ha ragione di essere scomodato l’antifascismo nella sua essenza di difesa democratica e l’incompatibilità della Costituzione italiana con i vincoli europei. La battaglia, invece, contro i Salvini si fa dimostrando che di fatto il suo fumo è sprigionato da un arrosto piuttosto insignificante.
È bene che quel che resta della sinistra ragioni su questi semplici concetti, pena di non farlo è quello di fare gli inconsapevoli portatori d’acqua di chi è causa del contesto politico che abbiamo di fronte. E non ci sembra che sia la strada più proficua da percorrere.
Fonte
La dialettica vera, sulle questioni che riguardano i nodi reali da sciogliere, è ferma a quella tra le due formazioni di governo, nonché la componente più direttamente emanazione della UE, rappresentata da Tria e Moavero, mentre le opposizioni di “sinistra” ritrovano nell’antifascismo uno spontaneo e strumentale collante.
Le virgolette alla definizione sinistra sono quanto mai appropriate, inserendo il PD dentro tale opposizione. Ma nella percezione di massa, ancor di più in assenza di una forza credibile di classe, il PD è gran parte della “sinistra”. Nelle nostre riflessioni spesso questo “dettaglio” viene omesso o rimosso.
E la parola d’ordine dell’antifascismo è quella attorno a cui proprio il PD sta cercando di riaggregare forze. Non ci vuole molto per capirlo visto che la guida politica di tale strategia si è espressa sulle pagine di Repubblica. Dopo il Caimano, c’è il Capitano da combattere, ma la sostanza non cambia.
I fatti ci dicono che da quando questa campagna è iniziata il partito di Salvini è passato dal 17 al 35% dei consensi, la sinistra radicale non è avanzata di un centimetro e il PD ha riacquisto, seppure ancora molto a stento e tra mille contraddizioni, la patente del Partito che credibilmente si può candidare a guida di un’alternativa.
Se questi sono i risultati qualcosa non funziona quantomeno per i soggetti che in forme variegate tentano di rilanciare un’opzione comunista e di sinistra alternativa non solo al Governo giallo-verde, ma anche al PD.
Già su questa rivista abbiamo affrontato l’argomento nell’articolo “Antifascisti del XXI secolo”, a cui rimandiamo per capirne l’approccio, ma le ultime vicende richiedono un breve approfondimento.
La crisi globale e i cambiamenti strutturali che ne stanno scaturendo determinano certamente reazioni nel tessuto sociale di carattere regressivo. E questo è la storia che lo dice. Di esempi se ne possono rintracciare a decine.
L’assenza di una soggettività anticapitalistica, in grado di ricomporre la classe lavoratrice su un terreno generale di cambiamento e la desertificazione politica degli ultimi venti anni, portano quasi naturalmente vasti settori popolari a sposare la causa di Salvini e della Lega, che sull’immigrazione ha un cavallo di battaglia a costo zero. O, per dirla meglio, milioni di persone, attanagliate da questioni reali, che spostano velocemente i propri consensi seguendo la spinta del momento, oggi hanno canalizzato l’attenzione su Salvini.
È la stessa spinta che porta alla disaffezione al voto o che ha portato i Cinquestelle al Governo. Questo significa che qualsiasi riflessione non funziona se non tiene conto dell’alta fluidità di consensi che, in qualche modo, rappresenta l’opportunità di un quadro modificabile.
I fatti e le vicende vanno analizzati con oggettiva razionalità se si vuole costruire una risposta all’altezza. Troppo spesso a sinistra siamo a caccia di eroi e punti di riferimento che improvvisamente diventano il centro di una prospettiva. Basti pensare a Mimmo Lucano a Riace o la “Capitana” Carola. Persone che hanno la massima considerazione di chi scrive, ma che non possono semplicisticamente essere portati a modello, perché oggettivamente non lo sono e loro stessi ne sono consapevoli.
In realtà è solo con la capacità e la forza di indicare una prospettiva generale e con una concreta piattaforma in grado di evocarla che è possibile ribaltare la situazione. Insomma, con un lavoro di lunga lena.
L’operato di Carola Rakete non può diventare l’appiglio su cui la sinistra politica può impostare la sua battaglia. Non si può ingaggiare la scontro sull’immigrazione senza tenere conto di un senso comune generale che scaturisce dalle condizioni materiali di milioni di proletari. Da questo deve partire il ragionamento. Senza ricostruire questo filo che definisce i nemici principali e quelli secondari nel tessuto di classe, non si va da nessuna parte. Se non ci si pone il tema del blocco sociale nessuna lotta gridata dalle banchine di Lampedusa potrà produrre risultati per i lavoratori italiani e stranieri, che a diversi gradi di sfruttamento abitano stabilmente le società contemporanee.
E dalle pagine di Repubblica tali nessi vengono rimossi, con il risultato di coprire le responsabilità dei Governi precedenti e dell’Europa, spingendo tutto contro l’attuale vicepremier. Non cadere in questo tranello è importante.
In questo senso la parola d’ordine dell’antifascismo quale centro della battaglia politica contro il Governo è assolutamente fuorviante. Lo è perché non siamo in un regime di questo tipo, né le classi dominanti puntano a riprodurre e sostenere forme vicine al fascismo storico, e perché i cosiddetti sovranisti per essere sconfitti vanno disvelati non in quanto fascisti ma perché espressione di un progetto che ha un respiro corto e non è in grado di portare a fondo la maggior parte dei suoi proclami. Dalla stessa immigrazione fino alla reale volontà di rottura con l’Unione Europea.
In realtà, come abbiamo ribadito più volte, un vero antifascismo nel XXI secolo non può che trovare radici contro le forme sempre più dominanti di oligarchia politica che in maniera soft, ma non sempre così soft, ha ormai da anni ridotto l’agibilità democratica. Su questo sono da leggere le considerazioni di Putin sulla fine della democrazia liberale, non per condividerle ma per ragionare sul tema. Il tutto con il PD e Repubblica come parte attiva. In questo senso ha ragione di essere scomodato l’antifascismo nella sua essenza di difesa democratica e l’incompatibilità della Costituzione italiana con i vincoli europei. La battaglia, invece, contro i Salvini si fa dimostrando che di fatto il suo fumo è sprigionato da un arrosto piuttosto insignificante.
È bene che quel che resta della sinistra ragioni su questi semplici concetti, pena di non farlo è quello di fare gli inconsapevoli portatori d’acqua di chi è causa del contesto politico che abbiamo di fronte. E non ci sembra che sia la strada più proficua da percorrere.
Fonte
08/07/2019
La capitana e il capitano. Le vie del “gomblotto” sono infinite!
Finora su Carola non mi sono espresso, perché non amo, in alcun caso, le strumentalizzazioni mediatiche e le improvvise ribalte spettacolari. Non mi piacciono neanche le bandiere sventolate senza un profondo radicamento ideologico, figuriamoci. E non amo le icone. Di nessun tipo. Anche quando il pur ottimo compagno Abubakar Soumahoro, dirigente Usb, cominciò ad avere larga ed improvvisa notorietà televisiva, mi infastidì. Ci vedo sempre un’arma a doppio taglio, nella pervasiva ingerenza mediatica di un evento. Ingerenza, che spesso sconfina nella manipolazione.
Fatta tale premessa però...
Leggere “compagni” avvelenati dal virus del complottismo, storicamente di matrice nazifascista, tirare in ballo la cospirazione demo-pluto-giudo-global-sorosiana, è deprimente. Peggio ridicolo! Come deprimente e ridicolo, per dei sedicenti comunisti, è il cavillare sulle leggi dello stato italiano trasgredite dalla capitana. O, addirittura, sullo speronamento della nave da guerra della Guardia di Finanza.
Trasecolo. Leggi dello Stato? Guardia di Finanza? Nave da guerra? Ma lo Stato borghese non andava abbattuto? Il Comunismo non era rivoluzionario? Non nasce, innanzitutto, per cancellare quell’elemento di oppressione classista che è lo Stato? Mi sembra di averlo letto da qualche parte: Stato e Rivoluzione di Lenin, mi pare! E non si era internazionalisti, ancor prima che difensori di questa cagata che è il sacro suolo patrio? Io me ne fotto della legalità dello stato liberale! Me ne fotto delle leggi di uno stato che mi fa il culo a suo piacimento! Me ne sbatto dell’opportunità politica!
Ho sentito addirittura qualcuno dichiarare che Carola Rackete poteva portare i migranti a Tunisi, in quanto porto sicuro, perché ivi sbarcano tranquillamente i turisti. Immigrazione uguale turismo, non si può francamente sentire. La capitana aveva 42 migranti a bordo che non erano in condizioni di rimanere altro tempo sulla Sea Watch. Andavano fatti sbarcare. Il resto è, appunto, spettacolo. In ogni sua declinazione. Teatrino politico!
La passerella mediatica dei parlamentari Pd e Sinistra, per esempio, non c’entra nulla col salvataggio prioritario di vite umane. È, difatti, mediatico fumo negli occhi. Non si può sostenere che dato che questi buffoni hanno alimentato il circo televisivo e giornalistico, allora non si doveva far sbarcare chi versava in precarie condizioni. Altrimenti Salvini lucra voti. Ancora, chi se ne fotte! Siamo all’imbecillità più pura. In questo momento lucrerebbe voti anche se dicesse, lui, di essere comunista!
Si ragiona per differenze non per assimilazioni. È stata una becera mossa propagandistica da parte di opportunisti che, avendo perso ormai ogni legame con la realtà e con il proprio blocco sociale di riferimento, non possono far altro che votarsi all’immagine/spettacolo. E gli viene pure male. Visto che l’abbraccio tra Gennaro Migliore e il giovane turco Matteo Orfini ha veramente il sapore dell’insulto, in quel contesto. Un sapore grottesco.
E ancora. Nessuno nega, tra le altre cose, che ci siano Ong che, malgrado la loro sbandierata mission “non governativa”, siano, invece, non solo al servizio di governi, ma anche al soldo di interessi privati o di multinazionali. Ma, ancora una volta, ci vorrebbe un minimo di discernimento raziocinante.
E invece no. Tutto è uguale al tutto. Tutto è indistinto. E dietro c’è sempre una qualche macchinazione ordita da un Grande Vecchio.
Ci fracassate i coglioni da quarant’anni col gomblotto. Con il cui prodest. Con il chissà chi c’è dietro. Chissà chi finanzia chi.
Da Moro in giù è un continuo esercizio di dietrologia paralizzante. Salvini vince per questo, non per Carola o Lucano. Avete terrore di agire. Di fare una qualunque cazzo di scelta impopolare. Siete nel flusso del pensiero dominante e non ve ne accorgete.
Quel flusso si chiama relativismo. Incapacità di azione, quasi amletica, dovuta ad esasperata ed esasperante cavillosità argomentativa. Insomma, in parole povere, vi fate le pippe mentali. Onanisti digitali! Il relativismo fa a cazzotti col marerialismo dialettico, mettetevelo in testa. È puro esercizio ermeneutico a-finalistico dei fatti. Un’aberrazione, in termini marxiani.
Ho letto perfino una versione di aiutiamoli a casa loro spacciata per argomentazione “veramente” di sinistra, da mettere in campo con valorose organizzazioni Onlus. Versione sposata da comunisti duri e puri. Alla Rizzo, per intenderci. Ma quando vado a leggere il proponente la versione, non posso fare a meno di invocare il nome del Koba. Di Battista!
Roba da paccheri. A uno che ha scritto “una mensola ti cambia la vita”, neanche il passacarte del “segretario del sottosegretario dell’aiutante del vicesegretario di un circolo bocciofilo”, farei fare. Figurarsi se posso farmi dettare l’agenda politica in tema di immigrazione e di affari internazionali.
Ma tant’è, è l’avvilente segno dei tempi. I Cinque Stelle sono al governo e allora una qualche ragione dovranno pur avercela. E i compagni si accodano. Senza cercare le loro, di ragioni. Ragioni nuove, all’indomani di una sconfitta epocale. Invece, si rincorre. O la globalizzazione liberista. O la destra. O il passato.
Salviamoli a casa loro in versione “di sinistra” è inaccettabile. Se però lo volete fare, bene. Vi dò un piccolo consiglio. Pigliate le armi e fermate il Capitalismo, il Liberismo, il Colonialismo e l’Imperialismo qui. Da noi. Perché è qui l’origine del male. Oppure impegnatevi a trovare una soluzione politica che rompa davvero la gabbia di questa criminale Unione Europea, che sull’immigrazione sta senza dubbio speculando. Altrimenti, chiudete la bocca. E cercate di recuperare una sana intelligenza di classe, se ve n’è rimasta.
No perché, gomblotto per gomblotto, chi mi dice a me, egregi compagni, che non siate voi al servizio occulto della Cia, del Mossad o di qualche oscura multinazionale? Chi mi dice che non vi abbiano installato un microchip sotto pelle o nella testa – come in The Manchurian Candidate – per fare di voi inconsapevoli agenti al servizio della reazione e del Capitale?
D’altra parte, si sa, le vie del gomblotto sono infinite!
Fonte
Fatta tale premessa però...
Leggere “compagni” avvelenati dal virus del complottismo, storicamente di matrice nazifascista, tirare in ballo la cospirazione demo-pluto-giudo-global-sorosiana, è deprimente. Peggio ridicolo! Come deprimente e ridicolo, per dei sedicenti comunisti, è il cavillare sulle leggi dello stato italiano trasgredite dalla capitana. O, addirittura, sullo speronamento della nave da guerra della Guardia di Finanza.
Trasecolo. Leggi dello Stato? Guardia di Finanza? Nave da guerra? Ma lo Stato borghese non andava abbattuto? Il Comunismo non era rivoluzionario? Non nasce, innanzitutto, per cancellare quell’elemento di oppressione classista che è lo Stato? Mi sembra di averlo letto da qualche parte: Stato e Rivoluzione di Lenin, mi pare! E non si era internazionalisti, ancor prima che difensori di questa cagata che è il sacro suolo patrio? Io me ne fotto della legalità dello stato liberale! Me ne fotto delle leggi di uno stato che mi fa il culo a suo piacimento! Me ne sbatto dell’opportunità politica!
Ho sentito addirittura qualcuno dichiarare che Carola Rackete poteva portare i migranti a Tunisi, in quanto porto sicuro, perché ivi sbarcano tranquillamente i turisti. Immigrazione uguale turismo, non si può francamente sentire. La capitana aveva 42 migranti a bordo che non erano in condizioni di rimanere altro tempo sulla Sea Watch. Andavano fatti sbarcare. Il resto è, appunto, spettacolo. In ogni sua declinazione. Teatrino politico!
La passerella mediatica dei parlamentari Pd e Sinistra, per esempio, non c’entra nulla col salvataggio prioritario di vite umane. È, difatti, mediatico fumo negli occhi. Non si può sostenere che dato che questi buffoni hanno alimentato il circo televisivo e giornalistico, allora non si doveva far sbarcare chi versava in precarie condizioni. Altrimenti Salvini lucra voti. Ancora, chi se ne fotte! Siamo all’imbecillità più pura. In questo momento lucrerebbe voti anche se dicesse, lui, di essere comunista!
Si ragiona per differenze non per assimilazioni. È stata una becera mossa propagandistica da parte di opportunisti che, avendo perso ormai ogni legame con la realtà e con il proprio blocco sociale di riferimento, non possono far altro che votarsi all’immagine/spettacolo. E gli viene pure male. Visto che l’abbraccio tra Gennaro Migliore e il giovane turco Matteo Orfini ha veramente il sapore dell’insulto, in quel contesto. Un sapore grottesco.
E ancora. Nessuno nega, tra le altre cose, che ci siano Ong che, malgrado la loro sbandierata mission “non governativa”, siano, invece, non solo al servizio di governi, ma anche al soldo di interessi privati o di multinazionali. Ma, ancora una volta, ci vorrebbe un minimo di discernimento raziocinante.
E invece no. Tutto è uguale al tutto. Tutto è indistinto. E dietro c’è sempre una qualche macchinazione ordita da un Grande Vecchio.
Ci fracassate i coglioni da quarant’anni col gomblotto. Con il cui prodest. Con il chissà chi c’è dietro. Chissà chi finanzia chi.
Da Moro in giù è un continuo esercizio di dietrologia paralizzante. Salvini vince per questo, non per Carola o Lucano. Avete terrore di agire. Di fare una qualunque cazzo di scelta impopolare. Siete nel flusso del pensiero dominante e non ve ne accorgete.
Quel flusso si chiama relativismo. Incapacità di azione, quasi amletica, dovuta ad esasperata ed esasperante cavillosità argomentativa. Insomma, in parole povere, vi fate le pippe mentali. Onanisti digitali! Il relativismo fa a cazzotti col marerialismo dialettico, mettetevelo in testa. È puro esercizio ermeneutico a-finalistico dei fatti. Un’aberrazione, in termini marxiani.
Ho letto perfino una versione di aiutiamoli a casa loro spacciata per argomentazione “veramente” di sinistra, da mettere in campo con valorose organizzazioni Onlus. Versione sposata da comunisti duri e puri. Alla Rizzo, per intenderci. Ma quando vado a leggere il proponente la versione, non posso fare a meno di invocare il nome del Koba. Di Battista!
Roba da paccheri. A uno che ha scritto “una mensola ti cambia la vita”, neanche il passacarte del “segretario del sottosegretario dell’aiutante del vicesegretario di un circolo bocciofilo”, farei fare. Figurarsi se posso farmi dettare l’agenda politica in tema di immigrazione e di affari internazionali.
Ma tant’è, è l’avvilente segno dei tempi. I Cinque Stelle sono al governo e allora una qualche ragione dovranno pur avercela. E i compagni si accodano. Senza cercare le loro, di ragioni. Ragioni nuove, all’indomani di una sconfitta epocale. Invece, si rincorre. O la globalizzazione liberista. O la destra. O il passato.
Salviamoli a casa loro in versione “di sinistra” è inaccettabile. Se però lo volete fare, bene. Vi dò un piccolo consiglio. Pigliate le armi e fermate il Capitalismo, il Liberismo, il Colonialismo e l’Imperialismo qui. Da noi. Perché è qui l’origine del male. Oppure impegnatevi a trovare una soluzione politica che rompa davvero la gabbia di questa criminale Unione Europea, che sull’immigrazione sta senza dubbio speculando. Altrimenti, chiudete la bocca. E cercate di recuperare una sana intelligenza di classe, se ve n’è rimasta.
No perché, gomblotto per gomblotto, chi mi dice a me, egregi compagni, che non siate voi al servizio occulto della Cia, del Mossad o di qualche oscura multinazionale? Chi mi dice che non vi abbiano installato un microchip sotto pelle o nella testa – come in The Manchurian Candidate – per fare di voi inconsapevoli agenti al servizio della reazione e del Capitale?
D’altra parte, si sa, le vie del gomblotto sono infinite!
Fonte
02/07/2019
Dei migranti, a Salvini, non gliene può fregare di meno...
Ammiro l’ottimismo di chi pensa che lo sbarco dei 42 migranti della Sea Watch sia una sconfitta per Salvini.
A lui di quanta gente arriva non gliene può fregare di meno, anzi, più ne arriva e più potrà dire che siamo invasi dai ne*ri, quindi occhio alle vostre donne, al vostro posto di lavoro, ai vostri risparmi, alla vostra sicurezza domestica.
Girano sondaggi in cui si sostiene che il 60% degli italiani è contro la Sea Watch e i naufraghi che aveva raccolto in mare. D’altra parte non sono meglio quelli che parlano di necessaria redistribuzione di questi migranti tra i paesi europei, come se servisse davvero un confronto tra stati per accogliere 40 persone.
E se è vero che nemmeno gli altri paesi europei erano disposti ad aprire i porti alla Sea Watch, è vero pure che il nostro ministro degli Interni ha saltato quasi tutti gli incontri in cui si sarebbe parlato di rivedere i meccanismi di accoglienza in Europa. Non importa a nessuno, non sposta un voto, provoca sbadigli.
Tra l’altro tutta questa storia è avvenuta mentre di migranti a Lampedusa ne arrivavano altri 300 a bordo di barchette di fortuna.
Questo perché, diciamolo un’altra volta ancora, a Salvini e ai suoi seguaci degli immigrati non gliene può fregare di meno (vale anche per i terremotati, che da quando non c’è più il Pd pare stiano tutti benissimo e abbiano smesso di lamentarsi; vale anche per i poveri che non esistono più perché è noto a tutti che questo governo la povertà l’ha abolita; vale anche per gli operai dell’Ilva che stanno ancora a metà strada tra la morte per cancro e un futuro di miseria, eccetera eccetera, perché i problemi sono sempre gli stessi e non sono magicamente spariti nell’ultimo anno).
Al Truce una cosa sola gli interessava: arrestare la comandante della Sea Watch. Ce l’ha fatta, infine.
E, mettiamocelo in testa, siamo in pochi a sapere che la foto qui sopra rappresenta una scena estremamente violenta. La maggioranza, stamattina, vuole soltanto che Carola Rackete vada in galera. E che buttino via la chiave.
[P.S. Non vale nemmeno il discorso che i figli dei figli dei leghisti di oggi penseranno a questo periodo storico con vergogna. Perché ci sarà sempre qualcuno che dirà «ma Salvini ha fatto anche cose buone»].
Fonte
01/07/2019
Cuore di cane a Lampedusa
Il partigiano “che si trovava sul camion, ricorda benissimo che alcune persone sollevarono il tendone e fra queste un gruppo di donne, note nel paese come ‘Le Repubblichine’, sputarono addosso ai cadaveri e ai feriti, complimentandosi poi coi fascisti per l’operazione”.
Mi tornano spesso in mente queste righe, relative a un rastrellamento fascista contro una piccola formazione partigiana; mi tornano in mente anche perché l’episodio lo ricordava ogni tanto uno di quei partigiani feriti, nostro stretto parente (non è mai stato chiarito ufficialmente, com’è che il capo della Provincia optasse per risparmiare i feriti catturati: tra i molti “si dice”, anche la sua furbizia di ingraziarsi i futuri vincitori, pur se il fronte era ancora lontano); mi vengono in mente ogni qualvolta si assiste, pure indirettamente, a scene come quelle di Torre Maura e di Casalbruciato, o come, ora, di Lampedusa.
Ammetto di aver visto appena un brevissimo filmato, riproposto da Neues Deutschland, in cui si inquadra Carola Rackete scortata verso l’auto della Guardia di Finanza e si sentono le grida di “venduta, venduta”; tutti gli altri “complimenti” al suo indirizzo li ho letti su vari post, ma il filmato non inquadra le persone impegnate a “sputare addosso” alla Rackete quei “vezzeggiativi”.
Ma, anche se quelle degne persone fossero state inquadrate, dal solo filmato nulla avrei potuto sapere di loro: mestiere, appartenenza sociale, origine; nulla, tranne che ci troviamo sui lati opposti della barricata.
La stessa cosa, ma al contrario, potrei dire all’indirizzo di Carola Rackete: contro quelli che ora sembrano sapere tutto di lei, potrei dire che non la conosco (non mi dice nulla il mestiere del padre, non mi dice nulla il fatto che lei abbia navigato in Artico e Antartico), tranne che, nella vicenda di Lampedusa, ci troviamo sullo stesso lato della barricata; tranne che, chi oggi “sputa addosso” a lei, domani sarebbe pronto a fare complimenti a chi mi avesse sparato addosso.
Sinceramente, non so se Carola Rackete sia “un’eroina del progresso dell’umanità”, come qualcuno ha scritto; che “disobbedendo agli ordini disumani degli aguzzini che governano l’Italia ... ha dimostrato di essere una vera rivoluzionaria”.
So però che difficilmente potrei definire compagno, o anche solo “compagno di viaggio”, chi “sputa addosso” a quanti osino agitare “lo spettro del Governo Fascioleghista”, chi qualifica come “servi dei servi del pensiero unico mondialista e neoliberale” quanti, semplicemente, non accettano di essere etichettati quali “sinistrati arcobalenanti” perché fanno “incursione ai comizi di Salvini”, o addirittura quanti hanno “scientemente deciso di stare, con sicumera, dalla parte del ... Regime dei padroni”.
Così che, par di capire – ma potremmo sbagliarci, visto che, ci si dice, ci saremmo “persi nei meandri del vuoto pneumatico della vostra assenza di analisi, della vostra incapacità di capire” – par di capire, dicevo, che ai comunisti non rimarrebbe oggi altra alternativa: o si sta dalla parte dei fascioleghisti, che ogni tanto dicono no all’Europa, ma solo quando devono difendere gli interessi di bottega della propria classe di riferimento, che non è certo quella di chi soffre il super-sfruttamento della piccola e piccolissima industria, oppure si viene cancellati “dalla storia”.
Di grazia: quali interessi di classe stava difendendo il Governo Fascioleghista mentre inveiva contro Carola Rackete? Quali interessi di classe rappresentavano coloro che a Lampedusa sputavano contro Carola Rackete?
Perché, volenti o nolenti, coscienti o incoscienti, si seguono sempre precisi indirizzi di classe, di una classe: che non sempre è la classe cui si appartiene. Oppure, ancora una volta, gli interessi primari, gli interessi “nazionali”, di coloro che dicono di essere contro il “Regime dei padroni”, non sono altro che gli interessi italici proprio di quei padroni?
Più modestamente, quello che mi (chiedo scusa per esprimermi in prima persona) interessa oggi è il comportamento di chi, a Lampedusa, “non ottenebrato da questa grottesca e feroce globalizzazione”, era lì a “offendere, insultare e sputare” contro la “borghese Carola Rackete”, per aver attraccato al molo di un italico porto.
Non vedendoli e sentendone soltanto le voci, me li sono immaginati come tanti botoli a guinzaglio, portati a passeggio e aizzati contro “l’estraneo che sta forzando” la recinzione di casa, quasi a mettere in atto la “legittima difesa”, digrignando i denti e abbaiando.
Come si sa, il botolo è di natura codardo; da solo, non si azzarderebbe mai ad attaccare qualcuno; ma, se avverte il guinzaglio e chi lo tiene, allora prende “coraggio” e si avventa e si precipita a “insultare e sputare”. Il botolo non è, di per sé, una razza canina; è un essere che può riunire diverse razze; se il padrone sa imporsi nei suoi confronti, allora il botolo si fa timido e più piccolo di quanto già non sia.
Chi abbaiava sul molo di Lampedusa, non abbaiava per sé: c’era là dietro il padrone che teneva il guinzaglio e gli infondeva quel “coraggio” che, di per sé non ha. Quasi come il cane-uomo Poligraf Poligrafovič che, per sedurre l’impiegata dell’ufficio per la lotta ai gatti randagi, sua sottoposta, le racconta che la cicatrice in testa se l’è fatta sul fronte anti-Kolčak, e non è invece conseguenza dell’operazione all’ipofisi fattagli dal professor Preobraženskij: un’operazione che gli aveva fatto assumere le sembianze dell’omuncolo, ma che gli aveva inevitabilmente lasciato il cuore del cane.
Come “Le Repubblichine” del gennaio ’44, “forti” del guinzaglio della Compagnia OP repubblichina, sputavano sui cadaveri e i feriti, ma mai avrebbero avuto il coraggio di affrontare i giovani partigiani, così i botoli che abbaiavano a Lampedusa, a dispetto della voce feroce, liberati dal guinzaglio se la sarebbero data a gambe. Gentuccia.
Nella UE è stata commessa “un’ingiustizia”, ha detto Carola Rackete, perché l’Italia è stata abbandonata nella questione dei rifugiati. Ma una “ingiustizia molto più grande” sussiste tra gli emisferi settentrionale e meridionale della terra. Una persona.
Fonte
Mi tornano spesso in mente queste righe, relative a un rastrellamento fascista contro una piccola formazione partigiana; mi tornano in mente anche perché l’episodio lo ricordava ogni tanto uno di quei partigiani feriti, nostro stretto parente (non è mai stato chiarito ufficialmente, com’è che il capo della Provincia optasse per risparmiare i feriti catturati: tra i molti “si dice”, anche la sua furbizia di ingraziarsi i futuri vincitori, pur se il fronte era ancora lontano); mi vengono in mente ogni qualvolta si assiste, pure indirettamente, a scene come quelle di Torre Maura e di Casalbruciato, o come, ora, di Lampedusa.
Ammetto di aver visto appena un brevissimo filmato, riproposto da Neues Deutschland, in cui si inquadra Carola Rackete scortata verso l’auto della Guardia di Finanza e si sentono le grida di “venduta, venduta”; tutti gli altri “complimenti” al suo indirizzo li ho letti su vari post, ma il filmato non inquadra le persone impegnate a “sputare addosso” alla Rackete quei “vezzeggiativi”.
Ma, anche se quelle degne persone fossero state inquadrate, dal solo filmato nulla avrei potuto sapere di loro: mestiere, appartenenza sociale, origine; nulla, tranne che ci troviamo sui lati opposti della barricata.
La stessa cosa, ma al contrario, potrei dire all’indirizzo di Carola Rackete: contro quelli che ora sembrano sapere tutto di lei, potrei dire che non la conosco (non mi dice nulla il mestiere del padre, non mi dice nulla il fatto che lei abbia navigato in Artico e Antartico), tranne che, nella vicenda di Lampedusa, ci troviamo sullo stesso lato della barricata; tranne che, chi oggi “sputa addosso” a lei, domani sarebbe pronto a fare complimenti a chi mi avesse sparato addosso.
Sinceramente, non so se Carola Rackete sia “un’eroina del progresso dell’umanità”, come qualcuno ha scritto; che “disobbedendo agli ordini disumani degli aguzzini che governano l’Italia ... ha dimostrato di essere una vera rivoluzionaria”.
So però che difficilmente potrei definire compagno, o anche solo “compagno di viaggio”, chi “sputa addosso” a quanti osino agitare “lo spettro del Governo Fascioleghista”, chi qualifica come “servi dei servi del pensiero unico mondialista e neoliberale” quanti, semplicemente, non accettano di essere etichettati quali “sinistrati arcobalenanti” perché fanno “incursione ai comizi di Salvini”, o addirittura quanti hanno “scientemente deciso di stare, con sicumera, dalla parte del ... Regime dei padroni”.
Così che, par di capire – ma potremmo sbagliarci, visto che, ci si dice, ci saremmo “persi nei meandri del vuoto pneumatico della vostra assenza di analisi, della vostra incapacità di capire” – par di capire, dicevo, che ai comunisti non rimarrebbe oggi altra alternativa: o si sta dalla parte dei fascioleghisti, che ogni tanto dicono no all’Europa, ma solo quando devono difendere gli interessi di bottega della propria classe di riferimento, che non è certo quella di chi soffre il super-sfruttamento della piccola e piccolissima industria, oppure si viene cancellati “dalla storia”.
Di grazia: quali interessi di classe stava difendendo il Governo Fascioleghista mentre inveiva contro Carola Rackete? Quali interessi di classe rappresentavano coloro che a Lampedusa sputavano contro Carola Rackete?
Perché, volenti o nolenti, coscienti o incoscienti, si seguono sempre precisi indirizzi di classe, di una classe: che non sempre è la classe cui si appartiene. Oppure, ancora una volta, gli interessi primari, gli interessi “nazionali”, di coloro che dicono di essere contro il “Regime dei padroni”, non sono altro che gli interessi italici proprio di quei padroni?
Più modestamente, quello che mi (chiedo scusa per esprimermi in prima persona) interessa oggi è il comportamento di chi, a Lampedusa, “non ottenebrato da questa grottesca e feroce globalizzazione”, era lì a “offendere, insultare e sputare” contro la “borghese Carola Rackete”, per aver attraccato al molo di un italico porto.
Non vedendoli e sentendone soltanto le voci, me li sono immaginati come tanti botoli a guinzaglio, portati a passeggio e aizzati contro “l’estraneo che sta forzando” la recinzione di casa, quasi a mettere in atto la “legittima difesa”, digrignando i denti e abbaiando.
Come si sa, il botolo è di natura codardo; da solo, non si azzarderebbe mai ad attaccare qualcuno; ma, se avverte il guinzaglio e chi lo tiene, allora prende “coraggio” e si avventa e si precipita a “insultare e sputare”. Il botolo non è, di per sé, una razza canina; è un essere che può riunire diverse razze; se il padrone sa imporsi nei suoi confronti, allora il botolo si fa timido e più piccolo di quanto già non sia.
Chi abbaiava sul molo di Lampedusa, non abbaiava per sé: c’era là dietro il padrone che teneva il guinzaglio e gli infondeva quel “coraggio” che, di per sé non ha. Quasi come il cane-uomo Poligraf Poligrafovič che, per sedurre l’impiegata dell’ufficio per la lotta ai gatti randagi, sua sottoposta, le racconta che la cicatrice in testa se l’è fatta sul fronte anti-Kolčak, e non è invece conseguenza dell’operazione all’ipofisi fattagli dal professor Preobraženskij: un’operazione che gli aveva fatto assumere le sembianze dell’omuncolo, ma che gli aveva inevitabilmente lasciato il cuore del cane.
Come “Le Repubblichine” del gennaio ’44, “forti” del guinzaglio della Compagnia OP repubblichina, sputavano sui cadaveri e i feriti, ma mai avrebbero avuto il coraggio di affrontare i giovani partigiani, così i botoli che abbaiavano a Lampedusa, a dispetto della voce feroce, liberati dal guinzaglio se la sarebbero data a gambe. Gentuccia.
Nella UE è stata commessa “un’ingiustizia”, ha detto Carola Rackete, perché l’Italia è stata abbandonata nella questione dei rifugiati. Ma una “ingiustizia molto più grande” sussiste tra gli emisferi settentrionale e meridionale della terra. Una persona.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
