La Commissione di garanzia sugli scioperi, riunitasi ieri, ha valutato illegittimo lo sciopero generale proclamato per il 3 ottobre, “in violazione dell’obbligo legale di preavviso, previsto dalla Legge 146/90”.
Lo si legge in una nota in cui si precisa che nel provvedimento adottato, il Garante ha ritenuto “inconferente il richiamo dei sindacati proclamanti all’art. 2, comma 7, che prevede la possibilità di effettuare scioperi senza preavviso solo ’nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell’ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori’”.
L’Autorità ha quindi inviato un’indicazione immediata alle organizzazioni sindacali, ricordando che “il mancato adeguamento comporta, tra l’altro, l’apertura di un procedimento di valutazione del comportamento”.
I sindacati principali hanno ovviamente difeso la propria scelta, considerandola del tutto legittima. E hanno presentato immediatamente un ricorso minacciano di fare altrettanto con eventuali sanzioni che potrebbero esser decise.
Ma la Commissione antisciopero presenta solo, di fatto, un atteggiamento causidico, di scarso valore legale e quasi inutile su quello politico. Una discussione giuridica sulla “legittimità” infatti, sarebbe piuttosto ostica per una Commissione ossessionata dall’ansia di vietare qualsiasi agitazione con i più vari pretesti.
Tant’è vero che il governo al completo, anche maledicendo ovviamente tutti i sindacati che l’avevano proclamato – formalmente in modo indipendente. La CGIL per conto suo, così come l’USB – ha escluso precettazioni anche nei servizi essenziali.
Dal punto di vista strettamente legale, infatti, una scelta del genere sarebbe stata inapplicabile perché uno sciopero generale era già stato indetto dal SiCobas. Perfettamente in tempo, per tutte altre ragioni strettamente sindacali, probabilmente sottovalutato in quanto “minoritario”, si ritrova invece a fare da “pezza d’appoggio giuridica” per chiunque domani voglia scioperare.
È pur sempre, infatti, uno sciopero generale.
Ma probabilmente nel governo ha pesato anche una valutazione più strettamente politica. Una precettazione antisciopero avrebbe buttato certamente benzina sul fuoco, creando momenti di tensione nella piazze e anche nelle istituzioni. La presenza della Cgil, da questo punto di vista, non permette di giocare la cartuccella dei “pochi estremisti” che bloccano il paese puntando solo ai gangli infrastrutturali più importanti.
Una piccola paura, insomma, che rivela come questa classetta politica ridicola, al dunque, non sa esattamente cosa fare, ma improvvisa rispoeste un tanto al chilo. Che valgono altrettanto...
Nonostante questo il povero Salvini ha provato ad abbaiare le solite sue minacce senza fondamento, diramando una nota in cui ricorda in modo obliquo che “chi domani sciopera rischia a termini di legge”. Evidentemente non gli hanno spiegato che uno sciopero considerato “legittimo” – e riconosciuto tale dalla stessa Commissione di garanzia – era comunque stato dichiarato, quindi a prescindere dalle sigle sindacali chi si astine dal lavoro è sicuramente al riparo da sanzioni.
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17/07/2023
La strage della Rsa a Milano: non è stata una fatalità
Incendio alla RSA “Casa dei Coniugi” a Milano: sei morti e 81 feriti.
Da una sigaretta fumata a letto da una degente si diffonde un incendio disastroso.
Sarei curiosa di sapere se i materassi e i lenzuoli della stanza erano ignifughi, e che cosa avevano previsto i Vigili del Fuoco a riguardo, quando rilasciarono il Certificato Prevenzione Incendi.
Poi viene fuori che l’impianto di rilevazione fumi era guasto dal 2022, e che la gara d’appalto per la sua manutenzione, in carico al Comune di Milano, era ancora in corso.
Viene fuori che i delegati sindacali da tempo denunciavano le anomalie dei presidi antincendio, dal rilevatore fumi agli estintori, oltre all’inadeguatezza degli organici: solo un infermiere e tre Asa per tre piani con circa 170 pazienti da seguire.
Viene fuori che in una RSA con 170 ospiti non autosufficienti la notte non c’è un medico, e che probabilmente non è nemmeno previsto (gli standard del personale sono definiti con legge regionale).
Un medico che avrebbe potuto prestare i primi soccorsi.
E io mi chiedo dov’erano:
– la Regione Lombardia, che determina con legge i requisiti minimi delle strutture e anche gli standard del personale, e che esercita la vigilanza sulle RSA tramite le ATS (assessore competente: Guido Bertolaso).
– il Comune, proprietario della struttura e dei relativi impianti.
Il Comune, che ha bandito a suo tempo l’appalto per la gestione di quel servizio (con che formula? Massimo ribasso?), e che avrebbe potuto chiedere misure aggiuntive, ed esercitare il controllo sul suo appaltatore.
Il Comune, che se vuole può prevedere controlli aggiuntivi sulle strutture socioassistenziali (è stato fatto una ventina di anni fa al Comune di Rimini), perché è lui che gli dà l’autorizzazione a esercitare, e anche perchè il Sindaco ha una responsabilità istituzionale in temi di sicurezza e incolumità pubblica.
Ma forse a Milano si preferisce esercitarla perseguitando i senzatetto.
– l’ATS di Milano, che è organo di controllo, e che se trova inadempienze in tema di antincendio deve attivare i VVFF.
– Il Comando provinciale dei vigili del fuoco, che ha rilasciato a suo tempo il Certificato Prevenzione Incendi, e che è organo di vigilanza.
– La cooperativa appaltatrice, su cui verte l’obbligo di valutazione del rischio di incendio, tenuta del registro antincendio ed organizzazione efficace del servizio interno di prevenzione incendi e gestione delle emergenze, con adeguate dotazioni di personale e mezzi.
Con tutta probabilità nessuno di questi soggetti pagherà per questi morti.
Con tutta probabilità non verranno messi in discussione il sistema degli appalti e le logiche di profitto nella gestione dei servizi.
Con tutta probabilità non verrà messa in discussione la pratica del “cane non mangia cane” quando si tratta di controlli sulle strutture pubbliche.
Con tutta probabilità, per questi morti verranno dichiarati colpevoli la signora che fumava, i dipendenti presenti e il mozzicone.
Pubblichiamo, di seguito, comunicato del Si Cobas sull’accaduto.
Da una sigaretta fumata a letto da una degente si diffonde un incendio disastroso.
Sarei curiosa di sapere se i materassi e i lenzuoli della stanza erano ignifughi, e che cosa avevano previsto i Vigili del Fuoco a riguardo, quando rilasciarono il Certificato Prevenzione Incendi.
Poi viene fuori che l’impianto di rilevazione fumi era guasto dal 2022, e che la gara d’appalto per la sua manutenzione, in carico al Comune di Milano, era ancora in corso.
Viene fuori che i delegati sindacali da tempo denunciavano le anomalie dei presidi antincendio, dal rilevatore fumi agli estintori, oltre all’inadeguatezza degli organici: solo un infermiere e tre Asa per tre piani con circa 170 pazienti da seguire.
Viene fuori che in una RSA con 170 ospiti non autosufficienti la notte non c’è un medico, e che probabilmente non è nemmeno previsto (gli standard del personale sono definiti con legge regionale).
Un medico che avrebbe potuto prestare i primi soccorsi.
E io mi chiedo dov’erano:
– la Regione Lombardia, che determina con legge i requisiti minimi delle strutture e anche gli standard del personale, e che esercita la vigilanza sulle RSA tramite le ATS (assessore competente: Guido Bertolaso).
– il Comune, proprietario della struttura e dei relativi impianti.
Il Comune, che ha bandito a suo tempo l’appalto per la gestione di quel servizio (con che formula? Massimo ribasso?), e che avrebbe potuto chiedere misure aggiuntive, ed esercitare il controllo sul suo appaltatore.
Il Comune, che se vuole può prevedere controlli aggiuntivi sulle strutture socioassistenziali (è stato fatto una ventina di anni fa al Comune di Rimini), perché è lui che gli dà l’autorizzazione a esercitare, e anche perchè il Sindaco ha una responsabilità istituzionale in temi di sicurezza e incolumità pubblica.
Ma forse a Milano si preferisce esercitarla perseguitando i senzatetto.
– l’ATS di Milano, che è organo di controllo, e che se trova inadempienze in tema di antincendio deve attivare i VVFF.
– Il Comando provinciale dei vigili del fuoco, che ha rilasciato a suo tempo il Certificato Prevenzione Incendi, e che è organo di vigilanza.
– La cooperativa appaltatrice, su cui verte l’obbligo di valutazione del rischio di incendio, tenuta del registro antincendio ed organizzazione efficace del servizio interno di prevenzione incendi e gestione delle emergenze, con adeguate dotazioni di personale e mezzi.
Con tutta probabilità nessuno di questi soggetti pagherà per questi morti.
Con tutta probabilità non verranno messi in discussione il sistema degli appalti e le logiche di profitto nella gestione dei servizi.
Con tutta probabilità non verrà messa in discussione la pratica del “cane non mangia cane” quando si tratta di controlli sulle strutture pubbliche.
Con tutta probabilità, per questi morti verranno dichiarati colpevoli la signora che fumava, i dipendenti presenti e il mozzicone.
Pubblichiamo, di seguito, comunicato del Si Cobas sull’accaduto.
*****
Milano RSA “Casa dei Coniugi”. Incendio nella notte del 7 luglio, 6 morti e 81 feriti.
Comunicato del Si Cobas
La solita tragedia raccontano i media.
I soliti resoconti ricchi di dettagli tanto cari ad una narrativa che fa del cinico sensazionalismo tanto rumore per meglio occultare scomode verità e responsabilità.
Da quando la tutela della salute delle persone anziane, non autosufficienti, affette in alcuni casi da demenza senile e stata sottratta al SSN, inesorabilmente la salute è diventata un “mercato”.
Gli anziani non più utili a valorizzare la ricchezza del capitale conoscono una nuova dannazione ed un nuovo livello di sfruttamento. Le pensioni e le esose integrazioni a carico delle famiglie per i ricoverati nelle RSA hanno richiamato i pescecani che affollano le acque di un settore che, al di la della natura giuridica pubblica o privata, è gestito secondo criteri di profittabilità.
Questi “criteri di mercato” annullano ogni considerazione di carattere umano, ogni rispetto della persona, ignorando le sofferenze e le criticità che la vecchiaia comporta.
Dopo essere stati prosciugati delle energie come lavoratori attivi il loro ciclo di sfruttamento continua come vecchi, malati, infermi. Non è stata una tragedia. Quello che queste persone hanno subito non è da imputare a sfortuna, al caso, alla malasorte.
La morte di queste persone è un evento ineluttabile perché preparato da mille irresponsabilità, da mille sottovalutazioni dei rischi, da mille complicità, da tante omissioni, da tanta illogicità che solo la sfrenata voglia di profitto sa mascherare come incidenti. Gli impianti antincendio e antifumo erano fuori uso da tempo.
Questo si configurerà nelle fredde righe di bilancio della cooperativa Proges, che gestisce la RSA, come una economia, un risparmio. Al posto delle più elementari norme di prevenzione e sicurezza si è sostituito un fantasioso e tragico “controllo dinamico” incredibilmente previsto dalle procedure comunali e rubricato sotto la voce “misure di compensazione”.
Il cosiddetto “controllo dinamico” consiste nell’affidare la sorveglianza antincendio ad un addetto esterno che avrebbe fatto le veci di centinaia di sensori guasti non solo della struttura Casa dei Coniugi ma anche di un’altra RSA gemella. Il rogo ha evidenziato quanto inconsistenti e criminali fossero le “misure di compensazione” avallate dal Comune di Milano.
Nelle righe di bilancio della Proges e del Committente (Comune) certamente non è esplicitato che a gestire 173 pazienti dislocati su tre piani vi fossero solo sei operatori. Non può esserci cura e non può esserci sorveglianza attiva se tra le altre criticità molti pazienti sono affetti da Alzheimer e abbisognerebbero di monitoraggio continuo.
Certamente nei bilanci affettivi delle famiglie di Laura, Anna, Loredana, Paola, Mikhail, Nadia perite nell’incendio sono scritte cifre di dolore. La perdita dei cari non può conoscere “misure di compensazione”.
Resta il fatto che questa realtà bruciata non è la sola, e non è un caso isolato perchè sono molte le RSA che si avvalgono di irresponsabilità, di mille sottovalutazioni dei rischi, di mille complicità, di tante omissioni, di tanta illogicità che solo la sfrenata voglia di profitto sa presentare come razionali, come per la Casa dei Coniugi.
Il silenzio su tanto sconforto dovrebbe essere un lenitivo, un velo di mestizia e raccoglimento.
Così non è!
Il Sindaco Sala: “bilancio pesantissimo”. Presidente Mattarella: “cordoglio per le vittime…”. Assessore al Welfare Bortolaso: “strage evitata e la macchina dei soccorsi ha funzionato”.
Le autorità, più che partecipare con sincero sentimento al dolore, elaborano non il lutto per i morti ma la loro auto assoluzione.
Il pentimento, che non c’è, serve a prepararsi a nuovi peccati.
Questa arroganza, questa impunità è la vera tragedia.
Fonte
15/08/2022
Crolla il teorema della Procura di Piacenza, scarcerati i sindacalisti USB e Si Cobas
Il tribunale del riesame di Bologna ha ordinato questa mattina la scarcerazione dei sei compagni, due USB e quattro Si Cobas, posti agli arresti domiciliari in seguito all'inchiesta/teorema della Procura di Piacenza sull'attività sindacale nel settore della logistica.
Cade di fatto il reato di Associazione per delinquere per tutti gli imputati. I sei dirigenti sindacali scarcerati oggi dovranno però sottoporsi all'obbligo della firma tre volte a settimana. Il giudice si è riservato il deposito del dispositivo entro 45 giorni e solo dopo questo atto sarà possibile ricorrere in Cassazione per chiedere la revoca anche dell'obbligo di firma.
USB esprime soddisfazione per l'esito favorevole del riesame ma mantiene inalterato il giudizio sul gravissimo operato della Procura di Piacenza e mantiene alta la mobilitazione per fermare questo attacco gravissimo al sindacalismo conflittuale e di classe.
Fonte
Cade di fatto il reato di Associazione per delinquere per tutti gli imputati. I sei dirigenti sindacali scarcerati oggi dovranno però sottoporsi all'obbligo della firma tre volte a settimana. Il giudice si è riservato il deposito del dispositivo entro 45 giorni e solo dopo questo atto sarà possibile ricorrere in Cassazione per chiedere la revoca anche dell'obbligo di firma.
USB esprime soddisfazione per l'esito favorevole del riesame ma mantiene inalterato il giudizio sul gravissimo operato della Procura di Piacenza e mantiene alta la mobilitazione per fermare questo attacco gravissimo al sindacalismo conflittuale e di classe.
Fonte
27/07/2022
Arrestati per quale reato? Essere un sindacato
Migliaia di lavoratrici e lavoratori della logistica, in maggioranza migranti, e poi tanti studenti e attivisti sociali, sono scesi in un enorme corteo sabato 23 a Piacenza.
Un corteo totalmente ignorato da grandi giornali e tv, troppo impegnati a seguire ogni micro-movimento della casta politica per interessarsi al paese reale.
Un corteo contro il gravissimo attacco alla democrazia che parte dalla Procura di Piacenza e dalle grandi imprese della logistica che hanno fatto di quella provincia un centro di attività, affari e sfruttamento.
Otto dirigenti della USB e del SiCobas sono stati sottoposti all’arresto e ad altre misure restrittive. Un centinaio sono gli inquisiti tra gli attivisti e i collaboratori dei due sindacati particolarmente attivi nella provincia tra i facchini delle multinazionali della logistica.
Tutti per un vero e proprio Reato di Sindacato.
Questo infatti è il vero capo d’accusa del mostruoso procedimento costruito dalla Procura, che assieme alla Digos dal 2015 indaga sulle lotte sindacali nella provincia emiliana. Ovviamente su ispirazione delle grandi imprese della distribuzione delle merci. Imprese che in pochi anni hanno visto una crescita enorme di attività e profitti, con la messa a lavoro di migliaia di operai.
Piacenza è diventa in breve la Mirafiori dei grandi magazzini di raccolta e distribuzione delle merci, con una massa enorme di persone che affluivano nella città per lavorare.
Questi operai in gran parte venivano da paesi lontani, non conoscevano né la lingua né i diritti sindacali del nostro paese e quindi all’inizio avevano accettato condizioni di sfruttamento terribili.
Poi grazie all’opera di proselitismo militante, simile a quella degli albori del movimento operaio, di attivisti prima del SiCobas, poi della USB, le cose sono cambiate. I lavoratori hanno maturato coscienza del loro diritti e cominciato a rivendicarli, ovviamente con il solo modo che da sempre hanno gli oppressi per cambiare la loro condizione: la lotta organizzata e lo sciopero.
Ebbene, per la Procura di Piacenza questo grande e giusto processo di emancipazione sociale è stato la manifestazione di una “associazione a delinquere a fini estorsivi”. I sindacati organizzavano scioperi per estorcere alle aziende soldi che poi sindacalisti intascavano per sé stessi. Questa la tesi di fondo, ridicola e falsa, della maxi-inchiesta dei magistrati piacentini.
Il sindacato che lotta non è una associazione a delinquere e chi sciopera per migliorare le proprie condizioni di lavoro non è un “estorsore”. È semplicemente pazzesco che lo si debba affermare non nell’Ottocento, ma oggi in un procedimento penale intentato da magistrati, per i quali dovrebbe valere la Costituzione della Repubblica.
Il teorema della Procura di Piacenza è semplicemente la scrittura giuridica del peggiore e antico punto di vista reazionario e padronale: il sindacato che fa il suo mestiere viola le leggi del mercato e fa violenza alle imprese.
Anni e anni di costosissime intercettazioni telefoniche e di spionaggio su militanti sindacali, ventiduemila pagine, centinaia di fogli di accusa. Il tutto per trovare nient’altro che la dubbia assenza di qualche scontrino: dalla quale però i magistrati di Piacenza hanno fatto derivare tutta la loro tesi preconcetta e precostituita.
I sindacalisti, i militanti, i lavoratori impegnati in durissime lotte per la libertà, sarebbero sostanzialmente “una mafia”.
I compagni di lavoro e di lotta di Abdel Salam e Adil, sindacalisti assassinati impunemente a picchetti di sciopero quando l’inchiesta della Procura già in corso, sarebbero dei mafiosi.
Forse per coprire l’enormità delle loro tesi i magistrati accusatori hanno poi fatto sapere che non avrebbero nulla contro il sindacato in quanto tale. Ma facciano il piacere... I sindacalisti sarebbero una associazione a delinquere ma il loro sindacato non sarebbe perseguitato? Questa è pura falsa coscienza.
In realtà a Piacenza è in gioco la democrazia, quella vera, non quella finta per cui il palazzo ci porta in guerra.
È in gioco la democrazia costituzionale, per la quale il conflitto e lo sciopero sono il mezzo lecito e giusto che i lavoratori hanno a disposizione contro il potere del padrone.
A Piacenza c’è una inchiesta giudiziaria di regime, che punta a far regredire il nostro sistema sindacale al 1791. Quando una legge in Francia vietò lo sciopero ed i sindacati perché contrastavano il “libero mercato del lavoro, la libera contrattazione tra padrone ed operai”.
Sono tanti oggi gli attacchi alla Costituzione antifascista, che nel 2013 la Banca JP Morgan definì troppo favorevole al lavoro, troppo “socialista”. Quello della Procura di Piacenza è uno dei più pericolosi.
Per questo in piazza a Piacenza non c’era solo il sindacato di classe, ma la difesa della democrazia.
Fonte
Un corteo totalmente ignorato da grandi giornali e tv, troppo impegnati a seguire ogni micro-movimento della casta politica per interessarsi al paese reale.
Un corteo contro il gravissimo attacco alla democrazia che parte dalla Procura di Piacenza e dalle grandi imprese della logistica che hanno fatto di quella provincia un centro di attività, affari e sfruttamento.
Otto dirigenti della USB e del SiCobas sono stati sottoposti all’arresto e ad altre misure restrittive. Un centinaio sono gli inquisiti tra gli attivisti e i collaboratori dei due sindacati particolarmente attivi nella provincia tra i facchini delle multinazionali della logistica.
Tutti per un vero e proprio Reato di Sindacato.
Questo infatti è il vero capo d’accusa del mostruoso procedimento costruito dalla Procura, che assieme alla Digos dal 2015 indaga sulle lotte sindacali nella provincia emiliana. Ovviamente su ispirazione delle grandi imprese della distribuzione delle merci. Imprese che in pochi anni hanno visto una crescita enorme di attività e profitti, con la messa a lavoro di migliaia di operai.
Piacenza è diventa in breve la Mirafiori dei grandi magazzini di raccolta e distribuzione delle merci, con una massa enorme di persone che affluivano nella città per lavorare.
Questi operai in gran parte venivano da paesi lontani, non conoscevano né la lingua né i diritti sindacali del nostro paese e quindi all’inizio avevano accettato condizioni di sfruttamento terribili.
Poi grazie all’opera di proselitismo militante, simile a quella degli albori del movimento operaio, di attivisti prima del SiCobas, poi della USB, le cose sono cambiate. I lavoratori hanno maturato coscienza del loro diritti e cominciato a rivendicarli, ovviamente con il solo modo che da sempre hanno gli oppressi per cambiare la loro condizione: la lotta organizzata e lo sciopero.
Ebbene, per la Procura di Piacenza questo grande e giusto processo di emancipazione sociale è stato la manifestazione di una “associazione a delinquere a fini estorsivi”. I sindacati organizzavano scioperi per estorcere alle aziende soldi che poi sindacalisti intascavano per sé stessi. Questa la tesi di fondo, ridicola e falsa, della maxi-inchiesta dei magistrati piacentini.
Il sindacato che lotta non è una associazione a delinquere e chi sciopera per migliorare le proprie condizioni di lavoro non è un “estorsore”. È semplicemente pazzesco che lo si debba affermare non nell’Ottocento, ma oggi in un procedimento penale intentato da magistrati, per i quali dovrebbe valere la Costituzione della Repubblica.
Il teorema della Procura di Piacenza è semplicemente la scrittura giuridica del peggiore e antico punto di vista reazionario e padronale: il sindacato che fa il suo mestiere viola le leggi del mercato e fa violenza alle imprese.
Anni e anni di costosissime intercettazioni telefoniche e di spionaggio su militanti sindacali, ventiduemila pagine, centinaia di fogli di accusa. Il tutto per trovare nient’altro che la dubbia assenza di qualche scontrino: dalla quale però i magistrati di Piacenza hanno fatto derivare tutta la loro tesi preconcetta e precostituita.
I sindacalisti, i militanti, i lavoratori impegnati in durissime lotte per la libertà, sarebbero sostanzialmente “una mafia”.
I compagni di lavoro e di lotta di Abdel Salam e Adil, sindacalisti assassinati impunemente a picchetti di sciopero quando l’inchiesta della Procura già in corso, sarebbero dei mafiosi.
Forse per coprire l’enormità delle loro tesi i magistrati accusatori hanno poi fatto sapere che non avrebbero nulla contro il sindacato in quanto tale. Ma facciano il piacere... I sindacalisti sarebbero una associazione a delinquere ma il loro sindacato non sarebbe perseguitato? Questa è pura falsa coscienza.
In realtà a Piacenza è in gioco la democrazia, quella vera, non quella finta per cui il palazzo ci porta in guerra.
È in gioco la democrazia costituzionale, per la quale il conflitto e lo sciopero sono il mezzo lecito e giusto che i lavoratori hanno a disposizione contro il potere del padrone.
A Piacenza c’è una inchiesta giudiziaria di regime, che punta a far regredire il nostro sistema sindacale al 1791. Quando una legge in Francia vietò lo sciopero ed i sindacati perché contrastavano il “libero mercato del lavoro, la libera contrattazione tra padrone ed operai”.
Sono tanti oggi gli attacchi alla Costituzione antifascista, che nel 2013 la Banca JP Morgan definì troppo favorevole al lavoro, troppo “socialista”. Quello della Procura di Piacenza è uno dei più pericolosi.
Per questo in piazza a Piacenza non c’era solo il sindacato di classe, ma la difesa della democrazia.
Fonte
24/07/2022
Rivendicare diritti e dignità di chi lavora non è estorsione ma giustizia.
A Piacenza migliaia di lavoratrici, lavoratori e giovani hanno riempito ieri pomeriggio le strade per protestare contro gli arresti dei sindacalisti dell’Usb e del Sicobas arrestati all’inizio della settimana con l’accusa di “essersi associati per estorcere retribuzioni salariali superiori a quelle del contratto nazionale della logistica”. La manifestazione unitaria dei sindacati di base e conflittuali conferma ancora una volta che è la forza che fa l’unione.
Per la procura di Piacenza le lotte condotte nella logistica dal 2014 al 2021 sarebbero state attuate per motivazioni pretestuose e con intenti “estorsivi”, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale.
Questo teorema giudiziario è un evidente tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori. Si vuole negare la legittimità del sindacalismo conflittuale e delle sue pratiche e si vuole dare una ulteriore spinta repressiva contro il diritto di sciopero in un settore strategico per le multinazionali e per il capitale.
Ma la lotta per “estorcere” salari migliori e maggiori diritti per chi lavora nelle zone grigie del neoschiavismo industriale, non riguarda solo i settori della circolazione delle merci. Anche lì dove si producono come nelle campagne, spesso in condizioni schiavistiche, cresce la rabbia e l’organizzazione.
Mentre sabato migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Piacenza chiedendo la liberazione dei sindacalisti di Usb e Si Cobas arrestati, a centinaia di chilometri di distanza, a Ragusa, circa 500 persone, in stragrande maggioranza, lavoratori migranti, hanno manifestato venerdì per le strade della città siciliana, aderendo all’iniziativa promossa dalla Federazione USB locale per chiedere che si indaghi sulla scomparsa di Daouda Diane, di cui l’ultima foto mostra che stava lavorando nella pulizia di una betoniera.
La manifestazione si è conclusa davanti alla Prefettura, dove una delegazione di compagni di Daouda Diane, accompagnata dai delegati dell’USB e dalla deputata Simona Suriano di ManifestA, hanno incontrato Cettina Pennisi, viceprefetto di Ragusa, e il capo di gabinetto Ferdinando Trombadore. Assente invece la Regione Sicilia alla quale sin dal 13 luglio era stata inviata una richiesta di incontro senza ricevere ancora risposta.
I compagni di Daouda hanno esposto la grande preoccupazione per la sorte del loro amico, ribadendo che non aveva assolutamente alcun motivo per allontanarsi senza avvisare. I lavoratori hanno sottolineato di nuovo l’esistenza del video in cui si vede Daouda che lavora nel cementificio di Acate e denuncia le condizioni di lavoro insopportabili.
I dirigenti USB hanno riproposto la piattaforma di rivendicazione dei lavoratori migranti, come il diritto di cittadinanza e il rispetto delle condizioni contrattuali e di sicurezza sul lavoro.
Formali le risposte della Prefettura: massima attenzione nelle ricerche, le indagini sono di competenza della magistratura, interesse e ascolto alle rivendicazioni degli amici di Daouda.
Da Piacenza a Ragusa il sindacalismo combattivo e di classe manda un segnale decisivo: la schiavitù salariale sarà combattuta metro per metro, l’organizzazione sindacale e di classe dei lavoratori non verrà indebolito dalle persecuzioni giudiziarie della magistratura.
Fonte
23/07/2022
Dall’inchiesta di Piacenza un nuovo arretramento della Costituzione
La Rete legali USB – comprende tutti gli avvocati che collaborano con l’organizzazione sindacale nella difesa giudiziaria dei lavoratori – e Ce.In.G – il Centro di iniziativa giuridica intestato ad Abd El Salam, sindacalista USB ucciso mentre partecipava ad una manifestazione per i diritti dei lavoratori a Piacenza – hanno accolto con stupore la notizia delle misure cautelari applicate dalla Procura della Repubblica di Piacenza ai dirigenti sindacali accusati di realizzare una associazione a delinquere.
Come diceva Calamandrei “la Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.
La nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul Lavoro, favorisce l’organizzazione sindacale e riconosce il diritto di sciopero, considera il conflitto sociale come uno strumento per il progresso della collettività.
Del resto, la Corte Costituzionale con la sentenza 244/1996 ha affermato come ciò che connota e rende costituzionalmente legittima la normativa sulla rappresentanza del lavoro “comporta un’interpretazione rigorosa della fattispecie dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro, direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale”.
Confondere i sindacati, che altro non sono che l’associazione per la conquista dei diritti – anche in maniera schietta e determinata – con l’associazione per delinquere, provoca un arretramento nell’inveramento del disegno costituzionale.
Inoltre, l’iscrizione nel registro degli indagati di un avvocato che collabora con USB e membro di Ce.In.G per avere sollecitato l’attuazione del diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui all’art.18 s.l. di un gruppo di lavoratori, sancito dalla Corte d’Appello di Bologna (ed in seguito, anche del Tribunale di Piacenza) è un atto che mina il ruolo fondamentale della difesa legale.
Facciamo queste riflessioni anche perché, sempre nello spirito dell’attuazione della Costituzione, abbiamo a cuore che la Magistratura sia indipendente e attenta a distinguere attività delittuosa dal legittimo conflitto.
Pertanto, manifestiamo solidarietà e vicinanza alle organizzazioni sindacali coinvolte e daremo il nostro contributo con ogni azione necessaria per il corretto inveramento del messaggio costituzionale e la garanzia del democratico conflitto sindacale.
Fonte
Come diceva Calamandrei “la Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.
La nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul Lavoro, favorisce l’organizzazione sindacale e riconosce il diritto di sciopero, considera il conflitto sociale come uno strumento per il progresso della collettività.
Del resto, la Corte Costituzionale con la sentenza 244/1996 ha affermato come ciò che connota e rende costituzionalmente legittima la normativa sulla rappresentanza del lavoro “comporta un’interpretazione rigorosa della fattispecie dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro, direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale”.
Confondere i sindacati, che altro non sono che l’associazione per la conquista dei diritti – anche in maniera schietta e determinata – con l’associazione per delinquere, provoca un arretramento nell’inveramento del disegno costituzionale.
Inoltre, l’iscrizione nel registro degli indagati di un avvocato che collabora con USB e membro di Ce.In.G per avere sollecitato l’attuazione del diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui all’art.18 s.l. di un gruppo di lavoratori, sancito dalla Corte d’Appello di Bologna (ed in seguito, anche del Tribunale di Piacenza) è un atto che mina il ruolo fondamentale della difesa legale.
Facciamo queste riflessioni anche perché, sempre nello spirito dell’attuazione della Costituzione, abbiamo a cuore che la Magistratura sia indipendente e attenta a distinguere attività delittuosa dal legittimo conflitto.
Pertanto, manifestiamo solidarietà e vicinanza alle organizzazioni sindacali coinvolte e daremo il nostro contributo con ogni azione necessaria per il corretto inveramento del messaggio costituzionale e la garanzia del democratico conflitto sindacale.
Fonte
19/07/2022
Misure cautelari e perquisizioni contro l’Unione Sindacale di Base e le lotte di classe: USB proclama lo sciopero generale della logistica. Giù le mani da USB!
Da questa mattina all’alba è in corso un’operazione di polizia su input della Procura di Piacenza nei confronti di dirigenti sindacali dell’USB e del Si Cobas della logistica. Con ben 350 pagine di ordinanza si costruisce un vero e proprio “teorema giudiziario” sulla scorta di un elenco interminabile di “fatti criminosi” quali picchetti, scioperi, occupazioni dei magazzini, assemblee ecc. Numerosi i dirigenti sindacali posti agli arresti domiciliari e le perquisizioni.
La logistica è uno degli snodi centrali dell’economia capitalista di nuova generazione, la circolazione delle merci è un ganglio determinante della catena del valore ed è lì che la contraddizione si esprime a livello più alto: sfruttamento della manodopera, per lo più straniera e ricattabile, utilizzo senza freni degli appalti e subappalti a cooperative anche con infiltrazioni, nemmeno troppo sotterranee, della malavita organizzata, diritti sindacali inesistenti e sistematicamente violati e quindi è lì che le lotte, il conflitto sono più dure e determinate e lì colpisce la repressione.
La USB è nel mirino del Ministero degli Interni e delle Procure di mezz’Italia ormai da troppo tempo, dalle denunce a raffica nei confronti di chi si oppone alla guerra e all’invio di armi, alle condanne per chi manifestava contro l’assassinio del nostro delegato proprio della logistica Abd El Salam durante un picchetto proprio a Piacenza per cui nessuno ha pagato, al “ritrovamento” di una pistola in un bagno della Federazione nazionale USB che si prova ad accollare ad un dirigente sindacale proprio della logistica.
È quindi evidente il tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori.
La USB proclama lo sciopero generale della logistica a partire dal turno di notte odierno e per 24 ore, lancia un appello a tutte le proprie federazioni perché attivino presidi di protesta in ogni città e sta valutando con i propri legali la controffensiva giudiziaria per smontare questo vero e proprio teorema antisindacale e le ulteriori iniziative di lotta.
Fonte
La logistica è uno degli snodi centrali dell’economia capitalista di nuova generazione, la circolazione delle merci è un ganglio determinante della catena del valore ed è lì che la contraddizione si esprime a livello più alto: sfruttamento della manodopera, per lo più straniera e ricattabile, utilizzo senza freni degli appalti e subappalti a cooperative anche con infiltrazioni, nemmeno troppo sotterranee, della malavita organizzata, diritti sindacali inesistenti e sistematicamente violati e quindi è lì che le lotte, il conflitto sono più dure e determinate e lì colpisce la repressione.
La USB è nel mirino del Ministero degli Interni e delle Procure di mezz’Italia ormai da troppo tempo, dalle denunce a raffica nei confronti di chi si oppone alla guerra e all’invio di armi, alle condanne per chi manifestava contro l’assassinio del nostro delegato proprio della logistica Abd El Salam durante un picchetto proprio a Piacenza per cui nessuno ha pagato, al “ritrovamento” di una pistola in un bagno della Federazione nazionale USB che si prova ad accollare ad un dirigente sindacale proprio della logistica.
È quindi evidente il tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori.
La USB proclama lo sciopero generale della logistica a partire dal turno di notte odierno e per 24 ore, lancia un appello a tutte le proprie federazioni perché attivino presidi di protesta in ogni città e sta valutando con i propri legali la controffensiva giudiziaria per smontare questo vero e proprio teorema antisindacale e le ulteriori iniziative di lotta.
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02/07/2021
Repressione e lotte sociali: intervista con Eddy
Incontriamo Eduardo Sorge (Eddy), compagno napoletano del quartiere Bagnoli, oltre che attivista del Movimento Disoccupati “7 Novembre” e dirigente del SiCobas.
Da tempo, Eddy, è un collezionista di denunce, ossia – in virtù della sua attività sociale nel quartiere flegreo e nella città di Napoli – è costantemente sotto tiro della Digos, la quale perseguita il compagno con denunce continue, perquisizioni, convocazioni in Questura e tutta l’abituale sequenza di provvedimenti – formali ed informali – con cui vengono criminalizzati i protagonisti del conflitto sociale.
Una condizione materiale – quella di Eddy – assimilabile a quella di tanti attivisti, napoletani e non solo, i quali quotidianamente – nei picchetti anti/sfratto, negli scioperi e nei quartieri popolari – alimentano la mobilitazione ed il possibile rilancio del conflitto politico e sociale nel nostro paese.
In questi giorni, però, si è appreso che alle denunce che periodicamente vengono recapitate ad Eddy si starebbe aggiungendo una accusa di “Associazione a Delinquere” (articolo 416 del Codice Penale).
Se tale notizia dovesse concretizzarsi in un atto formale saremmo di fronte alla formulazione di un “reato associativo” che si sommerebbe ai tanti “reati specifici” ascritti a Eddy configurando la possibilità di una inchiesta che per tempi, modalità e pene previste sancirebbe una pericolosa quanto preoccupante escalation penale e repressiva.
Inoltre la scelta del reato (l’Associazione a Delinquere), particolarmente nell’area metropolitana napoletana, di solito utilizzato dalle Procure per il contrasto giudiziario alla grandi organizzazioni criminali suona come una autentica offesa alle ragioni sociali delle lotte a cui Eddy partecipa e rappresenta un grave atto di opacizzazione e mistificazione autoritaria delle variegate forme del conflitto.
Vuoi sintetizzarci il percorso di lotte che hai intrapreso negli ultimi anni e l’inevitabile impatto con l’insieme dei dispositivi repressivi e criminalizzanti che gli apparati dello stato hanno messo in essere a Napoli e nel paese?
Negli ultimi anni, proseguendo il lavoro politico con il Laboratorio Politico Iskra di Napoli, ho concentrato l’impegno nel contributo sindacale, con l’esperienza dell’organizzazione sindacale SiCobas, per allargare la conflittualità e la lotta operaia espressa nel settore della logistica in altri settori e categorie del mondo del lavoro, per migliorare le condizioni di vita, di salario, di dignità e per rimettere al centro gli interessi dei lavoratori e non quelli del profitto.
In particolare a Napoli, invece, sostenendo e promuovendo la costruzione e la lotta del Movimento dei disoccupati – 7 Novembre, che ha praticamente riempito tutti i giorni le piazze con iniziative di lotta per un salario garantito, un lavoro utile e dignitoso.
La mole accumulata di procedimenti e processi che coinvolgono lavoratori, disoccupati, compagni ed operatori sindacali è ovviamente difficile da sintetizzare: fogli di via, multe, fermi, arresti preventivi ai sindacalisti, processi, provocazioni fino all’invenzione di castelli giudiziari.
Insomma ogni iniziativa di lotta è trasformata in problema di ordine pubblico. È il clima di escalation repressiva che fa il paio con quanto viviamo all’interno dei luoghi di lavoro (con l’utilizzo di polizia e guardie private contro chi sciopera fino agli omicidi come quello di Adil a Novara), con la finalità di frenare qualsiasi tentativo di ricomposizione di classe su un terreno di lotta e di conflittualità.
Più che “elencare” la repressione bisogna trasformarla in uno dei terreni di ricomposizione: dalle lotte nella logistica, a quelle dei disoccupati organizzati e di altre categorie (pensiamo ai portuali), fino ai movimenti di resistenza territoriali (NoTav) o per il diritto all’abitare, per costruire una prospettiva politica anticapitalista contro il corso disastro degli eventi.
Il Governo Draghi e la cosiddetta “uscita capitalistica dalla fase acuta della crisi pandemica” stanno avviando la ripresa dell’offensiva padronale nei posti di lavoro, con misure antipopolari (dallo Sblocco dei Licenziamenti al varo del famigerato Codice degli Appalti, fino al rincaro di prezzi e tariffe). Tutto nel quadro del PNRR il quale, al di là della fuffa propagandistica, si configura come un gigantesco piano di centralizzazione e di riorganizzazione del capitalismo su scala continentale. In tale contesto la repressione interviene – spesso anche preventivamente – per impedire l’articolazione e la possibile generalizzazione di vertenze, lotte e conflitti che minerebbero la pace sociale e l’Union Sacrè parlamentare.
A tuo parere come è possibile costruire un deciso stop a questo corso antisociale e come possiamo determinare un argine culturale e politico a tale linea di condotta criminalizzante?
Innanzitutto con il massimo sforzo delle organizzazioni sindacali per una stagione di sciopero generale unitario contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano. Al fronte unico dei padroni ed all’unione sacra del capitale opporre un fronte unico di classe: questo è l’unico modo superando divisioni ed orticelli.
Non possiamo che unirci attorno ad un programma politico che faccia da ponte tra le rivendicazioni immediate e la prospettiva rivoluzionaria anticapitalista, tra le emergenze ed esigenze sociali e l’ottica di trasformazione della società, tra la redistribuzione della ricchezza e la messa in discussione di come la si produce, tra noi e l’orizzonte internazionalista.
Un programma di mobilitazione che parli a chi ancora non è organizzato con noi ma sta pagando il costo della crisi capitalistica, un programma che metta al centro la parola d’ordine “Espropriare gli Espropriatori”: prelievo forzoso del 10% sul 10% più ricco, tagli delle spese militari, delle grandi opere, delle pensioni d’oro, del clero, requisizione delle strutture e cliniche private per la medicina di base e del lavoro, un piano straordinario per il lavoro per il riassetto idrogeologico, per il diritto alla casa, le bonifiche dei territori, la messa in sicurezza ed i servizi alle persone, il rinnovo dei Ccnl, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la cancellazione dei decreti sicurezza, un serio programma ecologico altro che “finzione ecologica” ecc.
In questo percorso rafforzare gli strumenti collettivi (autodifesa operaia, cassa di resistenza unitaria, intervento coordinato legale, ecc.) contro la repressione che avanzerà all’avanzare della crisi e della ristrutturazione capitalistica contro chi sarà considerato “il nemico” delle esigenze del mercato.
Proprio in questi giorni, oltre che a Napoli, in città come Livorno, Genova, Roma e in tanti centri grandi e piccoli, decine di attivisti sono raggiunti da provvedimenti giudiziari (spesso si tratta dell’odioso strumento delle Sanzioni Amministrative) che, di fatto, limitano l’agibilità e la libertà di lotta e di organizzazione. Parimenti, nella società e nei posti di lavoro, avanzano forme di disciplinamento sociale (vedi le periodiche campagne anti/immigrati) che puntano a rinfocolare ulteriormente la frantumazione sociale e la desolidarizzazione.
Ritieni drammaticamente matura la necessità di una larga e sistematica campagna di controinformazione e di lotta sui temi delle agibilità politiche e sindacali, dell’abolizione del Pacchetto Sicurezza e della depenalizzazione dell’insieme dei reati ascrivibili alle lotte sociali?
Ritengo oggi compito politico primario dei comunisti, e più in generale dei militanti anti-capitalisti degni di questo nome, denunciare questo processo repressivo nel suo insieme, e attivare contro di esso una risposta il più possibile unitaria, perché se si proseguirà con il dare risposte frammentarie e sostanzialmente locali, si finirà per consegnarsi pressoché inermi all’azione sempre più coordinata degli apparati repressivi dello stato.
Una risposta necessaria è urgente.
Da un lato la massima convergenza per una campagna di controinformazione e di lotta per i diritti sindacali partendo dall’abolizione dei Decreti Sicurezza (Minniti e Salvini) e totale depenalizzazione dei reati di natura sociale e politica, dall’altro la convergenza di tutte le organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale per una stagione di Sciopero Generale Nazionale Unitario, che sia capace di iniziare a rispondere in maniera unitaria a quanto sta avvenendo dentro e fuori i luoghi di lavoro, contro la complicità dei sindacati confederali con i piani padronali, contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano.
Se le organizzazioni cosiddette confederali, la Cgil e Landini piangono inginocchiati davanti a Bonomi e Confindustria, dicendosi preoccupati di uno scenario da esplosione sociale, noi diciamo che guardiamo esattamente a questo scenario come possibili protagonisti.
Fonte
Da tempo, Eddy, è un collezionista di denunce, ossia – in virtù della sua attività sociale nel quartiere flegreo e nella città di Napoli – è costantemente sotto tiro della Digos, la quale perseguita il compagno con denunce continue, perquisizioni, convocazioni in Questura e tutta l’abituale sequenza di provvedimenti – formali ed informali – con cui vengono criminalizzati i protagonisti del conflitto sociale.
Una condizione materiale – quella di Eddy – assimilabile a quella di tanti attivisti, napoletani e non solo, i quali quotidianamente – nei picchetti anti/sfratto, negli scioperi e nei quartieri popolari – alimentano la mobilitazione ed il possibile rilancio del conflitto politico e sociale nel nostro paese.
In questi giorni, però, si è appreso che alle denunce che periodicamente vengono recapitate ad Eddy si starebbe aggiungendo una accusa di “Associazione a Delinquere” (articolo 416 del Codice Penale).
Se tale notizia dovesse concretizzarsi in un atto formale saremmo di fronte alla formulazione di un “reato associativo” che si sommerebbe ai tanti “reati specifici” ascritti a Eddy configurando la possibilità di una inchiesta che per tempi, modalità e pene previste sancirebbe una pericolosa quanto preoccupante escalation penale e repressiva.
Inoltre la scelta del reato (l’Associazione a Delinquere), particolarmente nell’area metropolitana napoletana, di solito utilizzato dalle Procure per il contrasto giudiziario alla grandi organizzazioni criminali suona come una autentica offesa alle ragioni sociali delle lotte a cui Eddy partecipa e rappresenta un grave atto di opacizzazione e mistificazione autoritaria delle variegate forme del conflitto.
Vuoi sintetizzarci il percorso di lotte che hai intrapreso negli ultimi anni e l’inevitabile impatto con l’insieme dei dispositivi repressivi e criminalizzanti che gli apparati dello stato hanno messo in essere a Napoli e nel paese?
Negli ultimi anni, proseguendo il lavoro politico con il Laboratorio Politico Iskra di Napoli, ho concentrato l’impegno nel contributo sindacale, con l’esperienza dell’organizzazione sindacale SiCobas, per allargare la conflittualità e la lotta operaia espressa nel settore della logistica in altri settori e categorie del mondo del lavoro, per migliorare le condizioni di vita, di salario, di dignità e per rimettere al centro gli interessi dei lavoratori e non quelli del profitto.
In particolare a Napoli, invece, sostenendo e promuovendo la costruzione e la lotta del Movimento dei disoccupati – 7 Novembre, che ha praticamente riempito tutti i giorni le piazze con iniziative di lotta per un salario garantito, un lavoro utile e dignitoso.
La mole accumulata di procedimenti e processi che coinvolgono lavoratori, disoccupati, compagni ed operatori sindacali è ovviamente difficile da sintetizzare: fogli di via, multe, fermi, arresti preventivi ai sindacalisti, processi, provocazioni fino all’invenzione di castelli giudiziari.
Insomma ogni iniziativa di lotta è trasformata in problema di ordine pubblico. È il clima di escalation repressiva che fa il paio con quanto viviamo all’interno dei luoghi di lavoro (con l’utilizzo di polizia e guardie private contro chi sciopera fino agli omicidi come quello di Adil a Novara), con la finalità di frenare qualsiasi tentativo di ricomposizione di classe su un terreno di lotta e di conflittualità.
Più che “elencare” la repressione bisogna trasformarla in uno dei terreni di ricomposizione: dalle lotte nella logistica, a quelle dei disoccupati organizzati e di altre categorie (pensiamo ai portuali), fino ai movimenti di resistenza territoriali (NoTav) o per il diritto all’abitare, per costruire una prospettiva politica anticapitalista contro il corso disastro degli eventi.
Il Governo Draghi e la cosiddetta “uscita capitalistica dalla fase acuta della crisi pandemica” stanno avviando la ripresa dell’offensiva padronale nei posti di lavoro, con misure antipopolari (dallo Sblocco dei Licenziamenti al varo del famigerato Codice degli Appalti, fino al rincaro di prezzi e tariffe). Tutto nel quadro del PNRR il quale, al di là della fuffa propagandistica, si configura come un gigantesco piano di centralizzazione e di riorganizzazione del capitalismo su scala continentale. In tale contesto la repressione interviene – spesso anche preventivamente – per impedire l’articolazione e la possibile generalizzazione di vertenze, lotte e conflitti che minerebbero la pace sociale e l’Union Sacrè parlamentare.
A tuo parere come è possibile costruire un deciso stop a questo corso antisociale e come possiamo determinare un argine culturale e politico a tale linea di condotta criminalizzante?
Innanzitutto con il massimo sforzo delle organizzazioni sindacali per una stagione di sciopero generale unitario contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano. Al fronte unico dei padroni ed all’unione sacra del capitale opporre un fronte unico di classe: questo è l’unico modo superando divisioni ed orticelli.
Non possiamo che unirci attorno ad un programma politico che faccia da ponte tra le rivendicazioni immediate e la prospettiva rivoluzionaria anticapitalista, tra le emergenze ed esigenze sociali e l’ottica di trasformazione della società, tra la redistribuzione della ricchezza e la messa in discussione di come la si produce, tra noi e l’orizzonte internazionalista.
Un programma di mobilitazione che parli a chi ancora non è organizzato con noi ma sta pagando il costo della crisi capitalistica, un programma che metta al centro la parola d’ordine “Espropriare gli Espropriatori”: prelievo forzoso del 10% sul 10% più ricco, tagli delle spese militari, delle grandi opere, delle pensioni d’oro, del clero, requisizione delle strutture e cliniche private per la medicina di base e del lavoro, un piano straordinario per il lavoro per il riassetto idrogeologico, per il diritto alla casa, le bonifiche dei territori, la messa in sicurezza ed i servizi alle persone, il rinnovo dei Ccnl, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la cancellazione dei decreti sicurezza, un serio programma ecologico altro che “finzione ecologica” ecc.
In questo percorso rafforzare gli strumenti collettivi (autodifesa operaia, cassa di resistenza unitaria, intervento coordinato legale, ecc.) contro la repressione che avanzerà all’avanzare della crisi e della ristrutturazione capitalistica contro chi sarà considerato “il nemico” delle esigenze del mercato.
Proprio in questi giorni, oltre che a Napoli, in città come Livorno, Genova, Roma e in tanti centri grandi e piccoli, decine di attivisti sono raggiunti da provvedimenti giudiziari (spesso si tratta dell’odioso strumento delle Sanzioni Amministrative) che, di fatto, limitano l’agibilità e la libertà di lotta e di organizzazione. Parimenti, nella società e nei posti di lavoro, avanzano forme di disciplinamento sociale (vedi le periodiche campagne anti/immigrati) che puntano a rinfocolare ulteriormente la frantumazione sociale e la desolidarizzazione.
Ritieni drammaticamente matura la necessità di una larga e sistematica campagna di controinformazione e di lotta sui temi delle agibilità politiche e sindacali, dell’abolizione del Pacchetto Sicurezza e della depenalizzazione dell’insieme dei reati ascrivibili alle lotte sociali?
Ritengo oggi compito politico primario dei comunisti, e più in generale dei militanti anti-capitalisti degni di questo nome, denunciare questo processo repressivo nel suo insieme, e attivare contro di esso una risposta il più possibile unitaria, perché se si proseguirà con il dare risposte frammentarie e sostanzialmente locali, si finirà per consegnarsi pressoché inermi all’azione sempre più coordinata degli apparati repressivi dello stato.
Una risposta necessaria è urgente.
Da un lato la massima convergenza per una campagna di controinformazione e di lotta per i diritti sindacali partendo dall’abolizione dei Decreti Sicurezza (Minniti e Salvini) e totale depenalizzazione dei reati di natura sociale e politica, dall’altro la convergenza di tutte le organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale per una stagione di Sciopero Generale Nazionale Unitario, che sia capace di iniziare a rispondere in maniera unitaria a quanto sta avvenendo dentro e fuori i luoghi di lavoro, contro la complicità dei sindacati confederali con i piani padronali, contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano.
Se le organizzazioni cosiddette confederali, la Cgil e Landini piangono inginocchiati davanti a Bonomi e Confindustria, dicendosi preoccupati di uno scenario da esplosione sociale, noi diciamo che guardiamo esattamente a questo scenario come possibili protagonisti.
Fonte
19/06/2021
Adil, Luana e gli altri... Padroni assassini, governo complice
A Biandrate di Novara, davanti ad un magazzino Lidl, il compagno Adil Belakhdim operaio e sindacalista del Si Cobas padre di due figli, è stato barbaramente assassinato da un camionista crumiro, che lo ha investito col suo mezzo durante lo sciopero. Abdil era in lotta assieme a tutti i lavoratori della logistica, per lo sciopero nazionale proclamato unitariamente, superando consolidate divisioni, dal SiCobas, dalla USB e da tutti i sindacati di base.
La mobilitazione era stata decisa proprio come risposta allo squadrismo criminale che aveva aggredito lavoratori in sciopero davanti ai magazzini FedEx-TNT di Lodi e alla Texprint di Prato.
I lavoratori della logistica, i facchini che fanno funzionare e guadagnare una delle attività oggi più lucrose, la distribuzione capillare delle merci, ovunque si stanno battendo per conquistare condizioni di lavoro e salari dignitosi.
Devono vedersela con un sistema meticoloso e criminale di sfruttamento, organizzato con una catena di appalti e subappalti, che parte dalle grandi multinazionali miliardarie che arriva alle cooperative di caporalato.
Un sistema di sfruttamento brutale e banditesco, che reagisce alle sacrosante rivendicazioni dei lavoratori con la violenza dei licenziamenti, delle persecuzioni e delle liste nere per gli attivisti, con l’aggressione fisica diretta da parte di bande di picchiatori assoldati e anche con l’omicidio, come è avvenuto pochi anni fa con il sindacalista USB Abd el Salam e ora con quello del SiCobas Adil.
Quanto accaduto a Novara non è un incidente, come invece cercheranno di minimizzare il potere ed i mass media, ma la conseguenza di una sempre più diffusa criminalità imprenditoriale che, grazie alle comprensione ed al sostegno del sistema politico, si sente autorizzata a violare ogni regola e diritto pur di conseguire i propri sporchi profitti. Fino all’assassinio.
L’omicidio di Adil si collega a quello di Luana massacrata in fabbrica a Prato, perché erano state eliminate le misure di sicurezza parer farla lavorare di più. Al ragazzo di sedici anni in fin di vita a Brescia perché mandato allo sbaraglio sopra un capannone durante l’alternanza scuola lavoro.
Alle vittime del Mottarone e della ex Ilva, ai lavoratori e ai cittadini le cui vite ogni giorno sono sacrificate nel nome degli affari e del raggiungimento del PIL.
La violenza criminale che colpisce i lavoratori della logistica, in gran parte migranti che subiscono la doppia oppressione del sistema di sfruttamento aziendale e della discriminazione e del razzismo istituzionale, è in realtà la punta emersa di una realtà che oramai coinvolge tutto il mondo del lavoro.
Ovunque dilaga il fascismo aziendale con il quale le imprese impongono ai lavoratori la rinuncia ai più elementari diritti costituzionali. Un operaio è stato licenziato da Arcelor Mittal per aver pubblicato su Facebook l’invito a vedere una fiction televisiva.
Ovunque nei luoghi di lavoro si sopprimono quei diritti umani per i quali l’ipocrisia borghese si commuove in paesi lontani che considera nemici. E quando tutto questo non basta, si uccide.
La criminalità assassina nel padronato italiano dilaga per la complicità del sistema politico e di governo. L’eliminazione dell’articolo 18 e la deregolamentazione di tutti i rapporti di lavoro, l’attacco ai contratti nazionali e la diffusione delle più barbare forme di precarietà autorizzate ed incentivate per legge.
E poi la campagna schiavista di Confindustria e politicanti contro i fannulloni del reddito di cittadinanza che rifiuterebbero di lavorare per paghe da fame. E più in generale” l’impresismo”, ultima degenerazione del liberismo, l’ideologia per cui impresa ed affari debbano essere al centro di tutto.
Chiamano tutto questo “progresso”, ma è il ritorno indietro al capitalismo di due secoli fa ed è così che i padroni si sentono autorizzati a fare tutto ciò che fanno.
A sua volta il governo Draghi continua ed accelera in questo retropercorso devastante, con lo sblocco dei licenziamenti, con ulteriori concessioni agli appalti selvaggi, con altra criminale flessibilità, con la semplificazione e la voluta assenza di controlli ed interventi a tutela delle condizioni e della vita di chi lavora.
Sì, Adil è vittima di un padronato assassino e della complicità con esso del sistema politico e del governo di una Repubblica che non è più fondata su lavoro, ma sullo sfruttamento.
Condividiamo con i familiari e con le compagne del SiCobas il dolore per Adil. E noi che siamo ancora vivi scendiamo in piazza e chiediamo conto dell’assassinio a tutti i responsabili.
Fonte
La mobilitazione era stata decisa proprio come risposta allo squadrismo criminale che aveva aggredito lavoratori in sciopero davanti ai magazzini FedEx-TNT di Lodi e alla Texprint di Prato.
I lavoratori della logistica, i facchini che fanno funzionare e guadagnare una delle attività oggi più lucrose, la distribuzione capillare delle merci, ovunque si stanno battendo per conquistare condizioni di lavoro e salari dignitosi.
Devono vedersela con un sistema meticoloso e criminale di sfruttamento, organizzato con una catena di appalti e subappalti, che parte dalle grandi multinazionali miliardarie che arriva alle cooperative di caporalato.
Un sistema di sfruttamento brutale e banditesco, che reagisce alle sacrosante rivendicazioni dei lavoratori con la violenza dei licenziamenti, delle persecuzioni e delle liste nere per gli attivisti, con l’aggressione fisica diretta da parte di bande di picchiatori assoldati e anche con l’omicidio, come è avvenuto pochi anni fa con il sindacalista USB Abd el Salam e ora con quello del SiCobas Adil.
Quanto accaduto a Novara non è un incidente, come invece cercheranno di minimizzare il potere ed i mass media, ma la conseguenza di una sempre più diffusa criminalità imprenditoriale che, grazie alle comprensione ed al sostegno del sistema politico, si sente autorizzata a violare ogni regola e diritto pur di conseguire i propri sporchi profitti. Fino all’assassinio.
L’omicidio di Adil si collega a quello di Luana massacrata in fabbrica a Prato, perché erano state eliminate le misure di sicurezza parer farla lavorare di più. Al ragazzo di sedici anni in fin di vita a Brescia perché mandato allo sbaraglio sopra un capannone durante l’alternanza scuola lavoro.
Alle vittime del Mottarone e della ex Ilva, ai lavoratori e ai cittadini le cui vite ogni giorno sono sacrificate nel nome degli affari e del raggiungimento del PIL.
La violenza criminale che colpisce i lavoratori della logistica, in gran parte migranti che subiscono la doppia oppressione del sistema di sfruttamento aziendale e della discriminazione e del razzismo istituzionale, è in realtà la punta emersa di una realtà che oramai coinvolge tutto il mondo del lavoro.
Ovunque dilaga il fascismo aziendale con il quale le imprese impongono ai lavoratori la rinuncia ai più elementari diritti costituzionali. Un operaio è stato licenziato da Arcelor Mittal per aver pubblicato su Facebook l’invito a vedere una fiction televisiva.
Ovunque nei luoghi di lavoro si sopprimono quei diritti umani per i quali l’ipocrisia borghese si commuove in paesi lontani che considera nemici. E quando tutto questo non basta, si uccide.
La criminalità assassina nel padronato italiano dilaga per la complicità del sistema politico e di governo. L’eliminazione dell’articolo 18 e la deregolamentazione di tutti i rapporti di lavoro, l’attacco ai contratti nazionali e la diffusione delle più barbare forme di precarietà autorizzate ed incentivate per legge.
E poi la campagna schiavista di Confindustria e politicanti contro i fannulloni del reddito di cittadinanza che rifiuterebbero di lavorare per paghe da fame. E più in generale” l’impresismo”, ultima degenerazione del liberismo, l’ideologia per cui impresa ed affari debbano essere al centro di tutto.
Chiamano tutto questo “progresso”, ma è il ritorno indietro al capitalismo di due secoli fa ed è così che i padroni si sentono autorizzati a fare tutto ciò che fanno.
A sua volta il governo Draghi continua ed accelera in questo retropercorso devastante, con lo sblocco dei licenziamenti, con ulteriori concessioni agli appalti selvaggi, con altra criminale flessibilità, con la semplificazione e la voluta assenza di controlli ed interventi a tutela delle condizioni e della vita di chi lavora.
Sì, Adil è vittima di un padronato assassino e della complicità con esso del sistema politico e del governo di una Repubblica che non è più fondata su lavoro, ma sullo sfruttamento.
Condividiamo con i familiari e con le compagne del SiCobas il dolore per Adil. E noi che siamo ancora vivi scendiamo in piazza e chiediamo conto dell’assassinio a tutti i responsabili.
Fonte
18/06/2021
Un altro lavoratore ammazzato per il profitto. È ora di lottare uniti!
Un altro sindacalista della logistica è stato ammazzato mentre manifestava durante lo sciopero generale del settore convocato da SiCobas, USB, Adl e altre organizzazioni del sindacalismo di base dopo l’aggressione alla Zampieri di Lodi.
Adil, coordinatore del SiCobas di Novara è stato volontariamente travolto da un camion che lo ha trascinato per molti metri ed è poi fuggito. La polizia lo ha però poi rintracciato.
La ferocia del capitale e del profitto fanno quindi un’altra vittima proprio nella logistica, il settore di punta del conflitto di classe nel nostro paese, dopo l’analogo omicidio che uccise nel 2016 il sindacalista USB Abd El Salam a Piacenza.
Nulla deve fermare la catena del valore, nulla deve ritardare le consegne e l’accumulazione, questo è il messaggio che arriva dai cancelli del deposito Lidl di Biandrate, Novara, questo il messaggio che il governo dell’unità nazionale, della totale sottomissione ai diktat dell’unione europea ci consegna.
Non ci si ferma neppure davanti ad un lavoratore che partecipa ad un picchetto in occasione di uno sciopero generale della categoria convocato proprio per contrastare e respingere la violenza padronale e rispondere all’aggressione da parte di guardiani prezzolati dal padrone nel Lodigiano solo qualche giorno fa e che ha mandato all’ospedale gravemente ferito un lavoratore che protestava contro i licenziamenti.
È evidente che è in corso un’escalation della risposta padronale e statuale alla ripresa del conflitto contro lo sfruttamento, le morti sul lavoro, il sistema degli appalti e della precarietà. Il nuovo attacco al diritto di sciopero proprio nel settore della logistica che stanno predisponendo in queste ore ne è una conferma definitiva.
A questa escalation va data una risposta di lotta generale determinata e unitaria.
USB, nell’esprimere la propria incondizionata solidarietà alla famiglia di Adil, al SiCobas e a tutti i lavoratori impegnati nelle lotte in corso invita tutti propri militanti e tutte le strutture a mobilitarsi immediatamente in tutto il Paese.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Adil, coordinatore del SiCobas di Novara è stato volontariamente travolto da un camion che lo ha trascinato per molti metri ed è poi fuggito. La polizia lo ha però poi rintracciato.
La ferocia del capitale e del profitto fanno quindi un’altra vittima proprio nella logistica, il settore di punta del conflitto di classe nel nostro paese, dopo l’analogo omicidio che uccise nel 2016 il sindacalista USB Abd El Salam a Piacenza.
Nulla deve fermare la catena del valore, nulla deve ritardare le consegne e l’accumulazione, questo è il messaggio che arriva dai cancelli del deposito Lidl di Biandrate, Novara, questo il messaggio che il governo dell’unità nazionale, della totale sottomissione ai diktat dell’unione europea ci consegna.
Non ci si ferma neppure davanti ad un lavoratore che partecipa ad un picchetto in occasione di uno sciopero generale della categoria convocato proprio per contrastare e respingere la violenza padronale e rispondere all’aggressione da parte di guardiani prezzolati dal padrone nel Lodigiano solo qualche giorno fa e che ha mandato all’ospedale gravemente ferito un lavoratore che protestava contro i licenziamenti.
È evidente che è in corso un’escalation della risposta padronale e statuale alla ripresa del conflitto contro lo sfruttamento, le morti sul lavoro, il sistema degli appalti e della precarietà. Il nuovo attacco al diritto di sciopero proprio nel settore della logistica che stanno predisponendo in queste ore ne è una conferma definitiva.
A questa escalation va data una risposta di lotta generale determinata e unitaria.
USB, nell’esprimere la propria incondizionata solidarietà alla famiglia di Adil, al SiCobas e a tutti i lavoratori impegnati nelle lotte in corso invita tutti propri militanti e tutte le strutture a mobilitarsi immediatamente in tutto il Paese.
Unione Sindacale di Base
Fonte
18 Giugno, sciopero per ripartire
Il 18 giugno è un giorno che può segnare la ripresa della lotta di classe nel nostro paese.
Prima di tutto scioperano per ventiquattro ore i lavoratori della logistica, quei facchini che hanno lavorato sempre e di più durante la pandemia e che hanno fatto balzare in alto i profitti di tutti i padroni del settore. Un settore dove la catena dello sfruttamento arriva alle grandi multinazionali da un lato, alle cooperative di caporalato dall’altro. E dove il fascismo aziendale viene esercitato in tutti modi per mantenere sottomessi i lavoratori.
Fino allo squadrismo criminale che ha colpito i lavoratori alla FedEx TNT di Lodi e alla Texprint di Prato. Ora i sindacati che lottano nel settore, il SiCobas, la USB e tutti i sindacati di base, superando divisioni e contrapposizioni, hanno deciso di proclamare assieme lo sciopero. È una scelta di grande intelligenza che darà i suoi frutti in tutto il mondo del lavoro.
Nel trasporto aereo tutti i sindacati, compresi quelli confederali che quando scioperano fanno davvero notizia, fermeranno l’attività per quattro ore. Per il massacro industriale e sociale che il governo, la UE e le grandi compagnie stanno organizzando in Alitalia, in Air Italy, in tutto il settore.
Infine il 18 scioperano con la USB i lavoratori della giustizia, perché la politica fa finta di non sapere che se di vuole una giustizia giusta bisogna che ci sia il personale adeguato, dopo anni di tagli e precarietà.
Il 18 giugno scioperano lavoratrici e lavoratori con storie e condizioni molto diverse tra loro, operai ed impiegati, precari e con un contratto più stabile, privati e pubblici, migranti e italiani.
Ognuno sciopera per le proprie ragioni e i propri interessi, ma tutti assieme hanno lo stesso nemico: la scelta dei padroni privati e del potere pubblico di far pagare ai lavoratori tutti i costi. I costi degli affari, quelli delle ristrutturazioni, quelli dei tagli al sistema pubblico.
Quella del 18 giugno non è ancora la risposta che serve per ribaltare i rapporti di forza con la Confindustria, le multinazionali ed il loro governo. Però è un passo importante nella strada giusta. E altri ne seguiranno, a partire dalla mobilitazione contro lo sblocco dei licenziamenti e contro tutta la politica classista e padronale di Draghi.
Forza compagne e compagni: basta piangere, è ora di lottare.
Fonte
Prima di tutto scioperano per ventiquattro ore i lavoratori della logistica, quei facchini che hanno lavorato sempre e di più durante la pandemia e che hanno fatto balzare in alto i profitti di tutti i padroni del settore. Un settore dove la catena dello sfruttamento arriva alle grandi multinazionali da un lato, alle cooperative di caporalato dall’altro. E dove il fascismo aziendale viene esercitato in tutti modi per mantenere sottomessi i lavoratori.
Fino allo squadrismo criminale che ha colpito i lavoratori alla FedEx TNT di Lodi e alla Texprint di Prato. Ora i sindacati che lottano nel settore, il SiCobas, la USB e tutti i sindacati di base, superando divisioni e contrapposizioni, hanno deciso di proclamare assieme lo sciopero. È una scelta di grande intelligenza che darà i suoi frutti in tutto il mondo del lavoro.
Nel trasporto aereo tutti i sindacati, compresi quelli confederali che quando scioperano fanno davvero notizia, fermeranno l’attività per quattro ore. Per il massacro industriale e sociale che il governo, la UE e le grandi compagnie stanno organizzando in Alitalia, in Air Italy, in tutto il settore.
Infine il 18 scioperano con la USB i lavoratori della giustizia, perché la politica fa finta di non sapere che se di vuole una giustizia giusta bisogna che ci sia il personale adeguato, dopo anni di tagli e precarietà.
Il 18 giugno scioperano lavoratrici e lavoratori con storie e condizioni molto diverse tra loro, operai ed impiegati, precari e con un contratto più stabile, privati e pubblici, migranti e italiani.
Ognuno sciopera per le proprie ragioni e i propri interessi, ma tutti assieme hanno lo stesso nemico: la scelta dei padroni privati e del potere pubblico di far pagare ai lavoratori tutti i costi. I costi degli affari, quelli delle ristrutturazioni, quelli dei tagli al sistema pubblico.
Quella del 18 giugno non è ancora la risposta che serve per ribaltare i rapporti di forza con la Confindustria, le multinazionali ed il loro governo. Però è un passo importante nella strada giusta. E altri ne seguiranno, a partire dalla mobilitazione contro lo sblocco dei licenziamenti e contro tutta la politica classista e padronale di Draghi.
Forza compagne e compagni: basta piangere, è ora di lottare.
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16/06/2021
La forza fa l’unione
Avvengono cose insolite, inattese, sorprendenti. Ed è bene che accadano. Questo venerdì 18 giugno ci sarà lo sciopero generale della logistica proclamato da Usb, SiCobas, Adl.
Per chi conosce la storia del sindacalismo di base e le sue pervicaci divisioni, in effetti, si tratta di uno scatto imperioso in avanti. Come sempre, eventi simili dipendono dal convergere virtuoso di diversi fattori, non dalla “buona volontà” dei singoli attivisti o dei sempre deprecati (qualche volta a ragione, altre a torto) “gruppi dirigenti”.
L’evento è importante anche dal punto di vista politico, per le evidenti analogie con la “divisione della sinistra”, che spesso condivide con il sindacalismo di base la stessa rissosità, inversamente proporzionale alla rilevanza sociale.
In entrambi i casi, davanti al non esaltante spettacolo della frammentazione, fioriscono le analisi – sempre uguali – che si concludono immancabilmente con “appelli all’unità” cui seguono (altrettanto immancabilmente) cocenti delusioni e nuove divisioni.
Ogni nuova sigla – politica o sindacale – nasce chiamando all’unità (i lavoratori o “la sinistra”) e poi si cristallizza in una organizzazione delle dimensioni limitate – spesso assai limitate – ma con “ambizioni generali”.
Lasciamo perdere i deficit culturali che si esercitano in questa coazione a ripetere dilagata negli ultimi quindici anni. Anche un bambino riesce a comprendere che “l’unità” è razionalmente la condizione migliore per esercitare un ruolo nel conflitto con l’avversario di classe. Ma se ciò non avviene – da decenni – quella razionalità astratta, evidentemente, non spiega nulla. È solo l’espressione di un desiderio, che non si sa come concretizzare.
Le divisioni e la frammentazione sono nate dentro un percorso storico reale, nel conflitto sociale/politico. Ognuna di esse ha una sua “ragione” molto concreta anche se altamente “irrazionale”. Non la si supera con un atto di buona volontà. Non la si supera sognando lo “scioglimento” delle organizzazioni esistenti. Non si supera con “fusioni a freddo” e tanto meno con improvvisati “cartelli elettorali” che, non a caso, non raccolgono neanche la somma dei consensi individuali.
La si supera dentro un percorso di conflitto politico/sociale che tiene conto delle condizioni reali a contorno e in cui si fanno le “scelte giuste”. Quali sono? Quelle che funzionano, che rispondono a un bisogno sociale reale, che consentono di creare svolte reali, momenti e contenuti che parlano a tutti i soggetti interessati.
Non esiste un “manuale di buone pratiche” da cui trarre le indicazioni spicciole. Bisogna assumere su di sé la fatica di pensare e fare le scelte giuste.
E non ci sembra un caso che il primo baluginio di “unità di classe” avvenga nel settore della logistica.
Qui la realtà dei rapporti di forza tra le classi – tra lavoratori e “imprenditori” – è terribile. Le forme contrattuali sono infinite; le “esternalizzazioni” a false cooperative, pratica comune; i salari un optional, spesso sotto il livello della sopravvivenza; le divisioni etniche tra gruppi di dipendenti, innumerevoli e oscenamente sfruttate dai caporali a servizio delle aziende; le divisioni sindacali altrettanto infinite.
Ma la logistica non si può “delocalizzare”. La distribuzione capillare delle merci va fatta qui, dove si vendono. E qui il conflitto di classe non può essere bypassato con un salto tecnologico o organizzativo. Da anni la logistica è teatro degli episodi più significativi di un conflitto che altrove cova sempre sotto la cenere.
Poi accade che un imprenditore più violento di altri – Zampieri Holding – assuma dei bodyguard per aggredire uno dei tanti picchetti organizzati per protestare contro licenziamenti arbitrari e di massa. Accade che si verifichi un pestaggio sotto gli occhi della polizia, la quale manifestamente lascia fare fin quando “il risultato” (sgombrare il picchetto) è stato raggiunto. Accade che il pestaggio padronale si accanisca su attivisti e lavoratori SiCobas, ma sarebbe avvenuto lo stesso con qualsiasi altra sigla sindacale “non complice”.
E a questo punto che tutto diventa chiaro. Il rapporto di forza sociale complessivo è tale che non c’è più una striscia di terreno su cui arretrare in attesa di tempi migliori. Dietro le nostre spalle c’è solo il baratro dello schiavismo, dell’essere trattati e del sentirsi merce usa-e-getta.
A questo punto si riesce finalmente a vedere con chiarezza che le infinite divisioni (tra sindacati e tra sigle politiche) sono il frutto di quattro decenni di arretramenti. Di battaglie condotte in difesa delle conquiste degli anni ‘60 e ‘70, utilizzando un margine sempre meno consistente, ma reale. Battaglie tutte perse in nome del realismo, del concedere il meno possibile, e che lasciavano come inevitabile strascico delusione, accuse reciproche, separazioni astiose e irrecuperabili.
Divisioni però possibili perché c’erano ancora frammenti di terreno su cui “resistere”, arroccarsi, sopravvivere, “contrattare” (sia che si trattasse di condizioni di lavoro o di spazi sociali). “Orticelli”, diciamo...
Il dibattito politico di questi giorni, non a caso, si incentra sull’abolizione del reddito di cittadinanza. Una misura debolissima, irrisoria, che abbiamo in molti giustamente criticato come assolutamente insufficiente a garantire la sopravvivenza. Ma che ha involontariamente assunto una funzione di “soglia invalicabile” per la corsa al ribasso dei salari e delle forme contrattuali.
Ricordiamo che il livello medio dei redditi di cittadinanza effettivamente erogati è di 581 euro al mese. Ben al di sotto della soglia della “povertà assoluta” – 780 euro – che indica il minimo vitale per la sopravvivenza (secondo l’Istat, non secondo noi).
Questo è però anche il livello dei salari che gli “imprenditori” della microeconomia (ma non solo loro) sono disposti a pagare nel turismo, nella ristorazione, ecc. Sempre più spesso si prova addirittura a far ricorso al lavoro gratuito, oscenamente definito “volontario”.
Siamo dunque arrivati al punto in cui viene ritenuto “normale” pretendere che un essere umano lavori (senza neanche discutere dell’orario di lavoro) per una cifra inferiore al livello di sussistenza. O gratis.
È il punto limite. Se il “frutto del lavoro” non garantisce neanche il restare in vita, non c’è più nulla da difendere. Non c’è più spazio per “mediare”, per trattare. E i mazzieri di padron Zampieri sono entrati in campo per dimostrarlo.
È a questo punto che diventa fisicamente chiaro come ciò che “tocca uno, tocca tutti”. Ed è qui che si rivela concretamente l’interesse generale di classe, il quale supera di gran lunga qualsiasi “interesse di organizzazione”, ne dimostra i limiti evidenti e pone le basi per il superamento non solo delle divisioni nel sindacalismo di base, ma anche per la stessa burocratica e ostativa presenza del sindacalismo “complice” di CgilCislUil.
Dobbiamo dare merito a Usb di aver colto nella vicenda di Tavazzano di Lodi l’irrompere di una “novità” che costringe tutti a ragionare ed agire in un altro modo: secondo l’interesse generale di classe.
Non staremo qui a ricordare tutti gli eventi altrettanto gravi, o anche di più, che non sono riusciti a smuovere gli steccati inter-organizzazioni. Sarebbe inutile e dannoso, sarebbe un camminare con la testa voltata all’indietro, pronti ad inciampare ad ogni ostacolo.
Questo non vuol dire che da oggi tutti i problemi e le divisioni sono superati. Vuol dire “solo” – ma è un passo avanti enorme – che comincia per tutti una diversa fase storica nel conflitto sociale, in Italia quantomeno, in cui chi si muove per affermare l’interesse generale lavora anche, concretamente, per raggiungere l’obiettivo dell’unità della classe.
È insomma la necessità che costringe ad unirsi, non il fascino razionale dell’idea. È la necessità di esprimere una forza adeguata – sociale, organizzativa, numerica, analitica, ecc. – che rende la tensione all’unità più “persuasiva” della chiusura nel proprio orticello.
L’unità organizzativa, come ricordiamo ai tempi dei “consigli di fabbrica”, segue e non precede l’unità nel conflitto. È un risultato dell’azione, non un “appello” affidato ai buoni sentimenti.
Vale anche per “la sinistra”, o ciò che resta degli innumerevoli partiti e partitini comunisti.
Ma su questo versante, probabilmente, ancora non si vede un evento-shock altrettanto chiarificatore.
Fonte
Per chi conosce la storia del sindacalismo di base e le sue pervicaci divisioni, in effetti, si tratta di uno scatto imperioso in avanti. Come sempre, eventi simili dipendono dal convergere virtuoso di diversi fattori, non dalla “buona volontà” dei singoli attivisti o dei sempre deprecati (qualche volta a ragione, altre a torto) “gruppi dirigenti”.
L’evento è importante anche dal punto di vista politico, per le evidenti analogie con la “divisione della sinistra”, che spesso condivide con il sindacalismo di base la stessa rissosità, inversamente proporzionale alla rilevanza sociale.
In entrambi i casi, davanti al non esaltante spettacolo della frammentazione, fioriscono le analisi – sempre uguali – che si concludono immancabilmente con “appelli all’unità” cui seguono (altrettanto immancabilmente) cocenti delusioni e nuove divisioni.
Ogni nuova sigla – politica o sindacale – nasce chiamando all’unità (i lavoratori o “la sinistra”) e poi si cristallizza in una organizzazione delle dimensioni limitate – spesso assai limitate – ma con “ambizioni generali”.
Lasciamo perdere i deficit culturali che si esercitano in questa coazione a ripetere dilagata negli ultimi quindici anni. Anche un bambino riesce a comprendere che “l’unità” è razionalmente la condizione migliore per esercitare un ruolo nel conflitto con l’avversario di classe. Ma se ciò non avviene – da decenni – quella razionalità astratta, evidentemente, non spiega nulla. È solo l’espressione di un desiderio, che non si sa come concretizzare.
Le divisioni e la frammentazione sono nate dentro un percorso storico reale, nel conflitto sociale/politico. Ognuna di esse ha una sua “ragione” molto concreta anche se altamente “irrazionale”. Non la si supera con un atto di buona volontà. Non la si supera sognando lo “scioglimento” delle organizzazioni esistenti. Non si supera con “fusioni a freddo” e tanto meno con improvvisati “cartelli elettorali” che, non a caso, non raccolgono neanche la somma dei consensi individuali.
La si supera dentro un percorso di conflitto politico/sociale che tiene conto delle condizioni reali a contorno e in cui si fanno le “scelte giuste”. Quali sono? Quelle che funzionano, che rispondono a un bisogno sociale reale, che consentono di creare svolte reali, momenti e contenuti che parlano a tutti i soggetti interessati.
Non esiste un “manuale di buone pratiche” da cui trarre le indicazioni spicciole. Bisogna assumere su di sé la fatica di pensare e fare le scelte giuste.
E non ci sembra un caso che il primo baluginio di “unità di classe” avvenga nel settore della logistica.
Qui la realtà dei rapporti di forza tra le classi – tra lavoratori e “imprenditori” – è terribile. Le forme contrattuali sono infinite; le “esternalizzazioni” a false cooperative, pratica comune; i salari un optional, spesso sotto il livello della sopravvivenza; le divisioni etniche tra gruppi di dipendenti, innumerevoli e oscenamente sfruttate dai caporali a servizio delle aziende; le divisioni sindacali altrettanto infinite.
Ma la logistica non si può “delocalizzare”. La distribuzione capillare delle merci va fatta qui, dove si vendono. E qui il conflitto di classe non può essere bypassato con un salto tecnologico o organizzativo. Da anni la logistica è teatro degli episodi più significativi di un conflitto che altrove cova sempre sotto la cenere.
Poi accade che un imprenditore più violento di altri – Zampieri Holding – assuma dei bodyguard per aggredire uno dei tanti picchetti organizzati per protestare contro licenziamenti arbitrari e di massa. Accade che si verifichi un pestaggio sotto gli occhi della polizia, la quale manifestamente lascia fare fin quando “il risultato” (sgombrare il picchetto) è stato raggiunto. Accade che il pestaggio padronale si accanisca su attivisti e lavoratori SiCobas, ma sarebbe avvenuto lo stesso con qualsiasi altra sigla sindacale “non complice”.
E a questo punto che tutto diventa chiaro. Il rapporto di forza sociale complessivo è tale che non c’è più una striscia di terreno su cui arretrare in attesa di tempi migliori. Dietro le nostre spalle c’è solo il baratro dello schiavismo, dell’essere trattati e del sentirsi merce usa-e-getta.
A questo punto si riesce finalmente a vedere con chiarezza che le infinite divisioni (tra sindacati e tra sigle politiche) sono il frutto di quattro decenni di arretramenti. Di battaglie condotte in difesa delle conquiste degli anni ‘60 e ‘70, utilizzando un margine sempre meno consistente, ma reale. Battaglie tutte perse in nome del realismo, del concedere il meno possibile, e che lasciavano come inevitabile strascico delusione, accuse reciproche, separazioni astiose e irrecuperabili.
Divisioni però possibili perché c’erano ancora frammenti di terreno su cui “resistere”, arroccarsi, sopravvivere, “contrattare” (sia che si trattasse di condizioni di lavoro o di spazi sociali). “Orticelli”, diciamo...
Il dibattito politico di questi giorni, non a caso, si incentra sull’abolizione del reddito di cittadinanza. Una misura debolissima, irrisoria, che abbiamo in molti giustamente criticato come assolutamente insufficiente a garantire la sopravvivenza. Ma che ha involontariamente assunto una funzione di “soglia invalicabile” per la corsa al ribasso dei salari e delle forme contrattuali.
Ricordiamo che il livello medio dei redditi di cittadinanza effettivamente erogati è di 581 euro al mese. Ben al di sotto della soglia della “povertà assoluta” – 780 euro – che indica il minimo vitale per la sopravvivenza (secondo l’Istat, non secondo noi).
Questo è però anche il livello dei salari che gli “imprenditori” della microeconomia (ma non solo loro) sono disposti a pagare nel turismo, nella ristorazione, ecc. Sempre più spesso si prova addirittura a far ricorso al lavoro gratuito, oscenamente definito “volontario”.
Siamo dunque arrivati al punto in cui viene ritenuto “normale” pretendere che un essere umano lavori (senza neanche discutere dell’orario di lavoro) per una cifra inferiore al livello di sussistenza. O gratis.
È il punto limite. Se il “frutto del lavoro” non garantisce neanche il restare in vita, non c’è più nulla da difendere. Non c’è più spazio per “mediare”, per trattare. E i mazzieri di padron Zampieri sono entrati in campo per dimostrarlo.
È a questo punto che diventa fisicamente chiaro come ciò che “tocca uno, tocca tutti”. Ed è qui che si rivela concretamente l’interesse generale di classe, il quale supera di gran lunga qualsiasi “interesse di organizzazione”, ne dimostra i limiti evidenti e pone le basi per il superamento non solo delle divisioni nel sindacalismo di base, ma anche per la stessa burocratica e ostativa presenza del sindacalismo “complice” di CgilCislUil.
Dobbiamo dare merito a Usb di aver colto nella vicenda di Tavazzano di Lodi l’irrompere di una “novità” che costringe tutti a ragionare ed agire in un altro modo: secondo l’interesse generale di classe.
Non staremo qui a ricordare tutti gli eventi altrettanto gravi, o anche di più, che non sono riusciti a smuovere gli steccati inter-organizzazioni. Sarebbe inutile e dannoso, sarebbe un camminare con la testa voltata all’indietro, pronti ad inciampare ad ogni ostacolo.
Questo non vuol dire che da oggi tutti i problemi e le divisioni sono superati. Vuol dire “solo” – ma è un passo avanti enorme – che comincia per tutti una diversa fase storica nel conflitto sociale, in Italia quantomeno, in cui chi si muove per affermare l’interesse generale lavora anche, concretamente, per raggiungere l’obiettivo dell’unità della classe.
È insomma la necessità che costringe ad unirsi, non il fascino razionale dell’idea. È la necessità di esprimere una forza adeguata – sociale, organizzativa, numerica, analitica, ecc. – che rende la tensione all’unità più “persuasiva” della chiusura nel proprio orticello.
L’unità organizzativa, come ricordiamo ai tempi dei “consigli di fabbrica”, segue e non precede l’unità nel conflitto. È un risultato dell’azione, non un “appello” affidato ai buoni sentimenti.
Vale anche per “la sinistra”, o ciò che resta degli innumerevoli partiti e partitini comunisti.
Ma su questo versante, probabilmente, ancora non si vede un evento-shock altrettanto chiarificatore.
Fonte
12/06/2021
Lodi. Picchetto di lavoratori Fedex aggredito dai mazzieri. Ferito gravemente un operaio
Questa notte verso l’una, al magazzino Zampieri di Tavazzano (Lodi) il presidio dei lavoratori Fedex è stato aggredito a colpi di bastoni. frammenti di bancali, sassi e bottiglie da una cinquantina di bodyguard assoldati dai padroni.
La squadraccia, mimetizzatasi tra i lavoratori e col sostegno di qualche crumiro ha attaccato il presidio, composto da circa 40 lavoratori del SI Cobas e per circa 10 minuti è stata lasciato agire indisturbata dalla polizia che era a pochi passi e non ha mosso un dito.
Il risultato è un lavoratore del picchetto con la testa fracassata, e attualmente ricoverato in ospedale in gravi condizioni.
Come accaduto due settimane fa a San Giuliano Milanese, questi guardioni padronali hanno teso un agguato ai lavoratori approfittando della presenza meno numerosa del presidio rispetto ad altre sere.
La lotta dei lavoratori Fedex di Piacenza, ha provocato pesanti perdite economiche al colosso americano, sta contribuendo a svelare una volta per tutte come la Fedex intende contrastare le lotte operaie, anche ricorrendo a picchiatori privati per reprimere col sangue le proteste dei lavoratori.
Per poter procedere con le mani libere, la Fedex è uscita dalla Fedit – ossia l’organizzazione datoriale della logistica – per sentirsi svincolata da ogni contratto siglato con sindacati concertativi e quindi muoversi in totale libertà. Questa scelta sta portando la multinazionale Fedex ad utilizzare sistematicamente guardie private e mazzieri contro i picchetti dei lavoratori.
Il 18 i lavoratori della logistica si fermeranno per uno sciopero nazionale contro lo squadrismo aziendale e per portare i legittimi diritti di chi lavora dentro un settore strategico in mano a multinazionali e aziende fasciste.
Il comunicato di solidarietà di Usb e Potere al Popolo con il lavoratori della Fedex aggrediti. Sciopero il 18 giugno contro lo squadrismo aziendale e i “padrini” nella logistica
La squadraccia, mimetizzatasi tra i lavoratori e col sostegno di qualche crumiro ha attaccato il presidio, composto da circa 40 lavoratori del SI Cobas e per circa 10 minuti è stata lasciato agire indisturbata dalla polizia che era a pochi passi e non ha mosso un dito.
Il risultato è un lavoratore del picchetto con la testa fracassata, e attualmente ricoverato in ospedale in gravi condizioni.
Come accaduto due settimane fa a San Giuliano Milanese, questi guardioni padronali hanno teso un agguato ai lavoratori approfittando della presenza meno numerosa del presidio rispetto ad altre sere.
La lotta dei lavoratori Fedex di Piacenza, ha provocato pesanti perdite economiche al colosso americano, sta contribuendo a svelare una volta per tutte come la Fedex intende contrastare le lotte operaie, anche ricorrendo a picchiatori privati per reprimere col sangue le proteste dei lavoratori.
Per poter procedere con le mani libere, la Fedex è uscita dalla Fedit – ossia l’organizzazione datoriale della logistica – per sentirsi svincolata da ogni contratto siglato con sindacati concertativi e quindi muoversi in totale libertà. Questa scelta sta portando la multinazionale Fedex ad utilizzare sistematicamente guardie private e mazzieri contro i picchetti dei lavoratori.
Il 18 i lavoratori della logistica si fermeranno per uno sciopero nazionale contro lo squadrismo aziendale e per portare i legittimi diritti di chi lavora dentro un settore strategico in mano a multinazionali e aziende fasciste.
Il comunicato di solidarietà di Usb e Potere al Popolo con il lavoratori della Fedex aggrediti. Sciopero il 18 giugno contro lo squadrismo aziendale e i “padrini” nella logistica
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Fedex in sciopero, solidarietà
Fedex in sciopero, solidarietà
USB in mobilitazione il 15 giugno alla Zampieri Holding contro il fascismo aziendale
I gravissimi fatti di Lodi, cioè l’ennesima aggressione ad un picchetto di lavoratori della logistica, segnano un salto di qualità nel modo in cui le aziende intendono affrontare il conflitto e le relazioni sindacali in questo Paese.
Non si tratta più soltanto di arroganza padronale ma di esplicita violenza organizzata con tanto di complicità colpevole da parte delle forze dell’ordine. Ed è indicativo che, mentre mazzieri al soldo delle imprese si incaricano di picchiare i lavoratori in sciopero, la Commissione di garanzia sulla legge 146 proponga di includere la logistica tra le attività da ricondurre al regime della legge antisciopero.
Questo fascismo aziendale è fortemente collegato alla stretta autoritaria che andiamo respirando con il governo Draghi, dove Parlamento, partiti e finanche gli stessi ministri “politici” sono ormai considerate come mere “istituzioni consultive”. Contro tutto questo è necessario costruire la più ferma ed estesa delle mobilitazioni.
USB esprime la totale solidarietà ai lavoratori della Fedex in sciopero. Invita tutte le federazioni territoriali a costruire mobilitazioni ed iniziative contro il fascismo aziendale e lo sblocco dei licenziamenti. Sostiene lo sciopero nazionale della logistica che si sta proclamando per la prossima settimana. Promuove una mobilitazione unitaria a Fiano Romano per martedì 15 giugno a partire dalle ore 15:30 davanti ai cancelli della Zampieri Holding, la ditta che assolda picchiatori al soldo dei padroni.
Unione Sindacale di Base
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Picchiati con bastoni e sassi i lavoratori della Fedex! Noi stiamo con i lavoratori
Picchiati con bastoni e sassi i lavoratori della Fedex! Noi stiamo con i lavoratori
Questa notte verso l’una, al magazzino Zampieri di Tavazzano (Lodi) il picchetto dei lavoratori Fedex in lotta contro i licenziamenti, convocato dal Si Cobas Lavoratori Autorganizzati , è stato aggredito a colpi di bastoni e corpi contundenti da una cinquantina di squadristi assoldati dai padroni.
La squadraccia di mazzieri è stata lasciata agire indisturbata dalla polizia che era a pochi passi e non è intervenuta. Un lavoratore del picchetto risulta ricoverato in ospedale in gravi condizioni.
Uno scenario simile era accaduto due settimane fa in un altro magazzino della logistica della Fedex a San Giuliano Milanese.
Siamo in presenza di una brutalità antioperaia di una multinazionale statunitense che opera nel nostro paese. Per poter avere le mani libere, la Fedex è uscita dalla Fedit – l’organizzazione datoriale della logistica – così da svincolarsi da ogni contratto siglato con sindacati concertativi e quindi muoversi in totale libertà. Una scelta che consente alla multinazionale Fedex di utilizzare sistematicamente guardie private e picchiatori contro i picchetti dei lavoratori.
Esprimiamo piena solidarietà ai lavoratori della Fedex aggrediti, al lavoratore gravemente ferito e al SiCobas.
Denunciamo il verminaio che emerge continuamente nel settore della logistica, gestito con modalità mafiose dalle grandi aziende che approfittano di un sistema di appalti e cooperative fasulle sulle quali la magistratura sta svelando fin troppi scheletri nell’armadio.
Gravissime sono le responsabilità del governo Draghi, che nei fatti spalleggia le aziende e che, sbloccando i licenziamenti e liberalizzando ancora gli appalti, sostiene i peggiori sfruttatori.
Ci impegniamo e chiediamo a tutte e tutti di impegnarsi e sostenere ogni mobilitazione contro l’ennesima aggressione ai più elementari diritti di chi lavora. Noi stiamo coi lavoratori #FedEx!
Potere al Popolo
Fonte
13/03/2021
Piacenza - Perquisizioni e arresti per gli operai della Fedex/Tnt
Questa mattina 25 operai della Tnt sono stati portati in Questura dopo perquisizioni in casa mentre due coordinatori del SiCobas, sono stati arrestati e posti agli arresti domiciliari con le accuse di resistenza aggravata per gli scioperi alla Tnt di 13 giorni contro l’arroganza della FedEx che si conclusero con un accordo in Prefettura.
Ma anche, recentemente, la sera del 1° febbraio 2021 la Polizia aveva lanciato lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il picchetto con lo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali.
Nelle prossime ore un comunicato darà maggiori informazioni sulla situazione e sulle iniziative che saranno messe in campo.
L’Unione Sindacale di Base esprime solidarietà nei confronti dei lavoratori della FedEx/Tnt, dei sindacalisti e dei compagni colpiti da pesanti misure repressive nella città di Piacenza.
Arresti domiciliari, divieti di dimora e revoca dei permessi di soggiorno rappresentano l’essenza di quei decreti “sicurezza” emanati da Salvini – e non ancora stracciati – che lungi dal tutelare la serenità delle comunità di cittadini hanno inteso ed intendono unicamente garantire la tranquillità dei padroni, dei palazzinari, degli sfruttatori.
La repressione delle lotte è la risposta che nella crisi si riserva a chi chiede il diritto al lavoro, i diritti nel lavoro, un salario decente, la possibilità di avere un tetto sulla testa, di sfuggire alla precarietà.
La Procura di Piacenza non è nuova all’accanimento contro i lavoratori della logistica.
Era il 23 gennaio del 2019 quando 12 lavoratori dell’hub piacentino di Tnt, in gran parte iscritti all’USB, vennero prelevati dalle loro abitazioni con un provvedimento di “divieto di dimora” nel comune di Piacenza, provvedimenti direttamente legati alle lotte contro l’artificioso licenziamento del lavoratore Saad Mansour e gli atti repressivi esercitati con centinaia di lettere di contestazione disciplinari.
Questa sorprendente ordinanza si basava su accuse risibili avanzate da parte di responsabili della coop che fornisce forza lavoro alla FedEx/Tnt i quali lamentavano minacce e insulti dei lavoratori colpiti da questi provvedimenti.
Fonte
Ma anche, recentemente, la sera del 1° febbraio 2021 la Polizia aveva lanciato lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il picchetto con lo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali.
Nelle prossime ore un comunicato darà maggiori informazioni sulla situazione e sulle iniziative che saranno messe in campo.
L’Unione Sindacale di Base esprime solidarietà nei confronti dei lavoratori della FedEx/Tnt, dei sindacalisti e dei compagni colpiti da pesanti misure repressive nella città di Piacenza.
Arresti domiciliari, divieti di dimora e revoca dei permessi di soggiorno rappresentano l’essenza di quei decreti “sicurezza” emanati da Salvini – e non ancora stracciati – che lungi dal tutelare la serenità delle comunità di cittadini hanno inteso ed intendono unicamente garantire la tranquillità dei padroni, dei palazzinari, degli sfruttatori.
La repressione delle lotte è la risposta che nella crisi si riserva a chi chiede il diritto al lavoro, i diritti nel lavoro, un salario decente, la possibilità di avere un tetto sulla testa, di sfuggire alla precarietà.
La Procura di Piacenza non è nuova all’accanimento contro i lavoratori della logistica.
Era il 23 gennaio del 2019 quando 12 lavoratori dell’hub piacentino di Tnt, in gran parte iscritti all’USB, vennero prelevati dalle loro abitazioni con un provvedimento di “divieto di dimora” nel comune di Piacenza, provvedimenti direttamente legati alle lotte contro l’artificioso licenziamento del lavoratore Saad Mansour e gli atti repressivi esercitati con centinaia di lettere di contestazione disciplinari.
Questa sorprendente ordinanza si basava su accuse risibili avanzate da parte di responsabili della coop che fornisce forza lavoro alla FedEx/Tnt i quali lamentavano minacce e insulti dei lavoratori colpiti da questi provvedimenti.
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27/12/2019
Prato - Pesantissime sanzioni economiche inflitte ai lavoratori grazie alla Legge Salvini
L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici manifesta il proprio forte sconcerto per la decisione di infliggere sanzioni fino a quattromila euro, il massimo consentito, a taluni lavoratori del sindacato S.i. Cobas e altri manifestanti solidali di Prato, colpevoli solamente di aver esercitato i propri diritti costituzionali allo sciopero, alla riunione ed alla libera manifestazione del pensiero.
Si tratta di una delle prime applicazioni dell’art. 23 della Legge Salvini n. 132 del 2018.
La normativa, criticata anche nel parere del Consiglio Superiore della Magistratura al disegno di legge, conferma la sua ispirazione autoritaria e repressiva volta a soffocare ogni conflitto sociale.
Ciò è tanto più grave in questo caso, data la condizione di precarietà e sfruttamento dei lavoratori colpiti, in buona parte immigrati, deprivati di ogni possibilità di denunciare le gravi violazioni del diritto e della dignità umana di cui sono oggetto e di mobilitarsi contro di esse.
L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici si associa quindi alla lunga serie di soggetti politici e sociali che chiedono con sempre maggior forza l’abolizione dei cosiddetti decreti sicurezza che ogni giorno di più rivelano la propria natura di strumento al servizio di chi vuole mantenere nella società italiana le attuali diseguaglianze, aggiungendovi la repressione del dissenso.
Fonte
Si tratta di una delle prime applicazioni dell’art. 23 della Legge Salvini n. 132 del 2018.
La normativa, criticata anche nel parere del Consiglio Superiore della Magistratura al disegno di legge, conferma la sua ispirazione autoritaria e repressiva volta a soffocare ogni conflitto sociale.
Ciò è tanto più grave in questo caso, data la condizione di precarietà e sfruttamento dei lavoratori colpiti, in buona parte immigrati, deprivati di ogni possibilità di denunciare le gravi violazioni del diritto e della dignità umana di cui sono oggetto e di mobilitarsi contro di esse.
L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici si associa quindi alla lunga serie di soggetti politici e sociali che chiedono con sempre maggior forza l’abolizione dei cosiddetti decreti sicurezza che ogni giorno di più rivelano la propria natura di strumento al servizio di chi vuole mantenere nella società italiana le attuali diseguaglianze, aggiungendovi la repressione del dissenso.
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18/09/2018
Cosa sta diventando il SiCobas?
Sono ormai diversi anni che si riproduce una polemica tra il SiCobas e la nostra organizzazione. Prima circoscritta ad alcuni magazzini della logistica di Piacenza, questa conflittualità ha finito per estendersi anche ad altre zone, diventando sempre più pesante e pericolosa. Abbiamo sistematicamente evitato di alimentarla perché siamo convinti che lo scontro tra sindacati di base costituisca un danno enorme per tutto il movimento dei lavoratori, finendo per alimentare l'idea che non c'è alcuna alternativa seria ai confederali.
Dalla polemica però si è purtroppo passati alle aggressioni fisiche ed ora alle minacce di morte e alle calunnie tese a screditare compagni e delegati dell'USB, con l'obiettivo sistematico di impedire che i lavoratori possano iscriversi ed organizzarsi con l'USB. Anzi, possiamo dire che, man mano che la nostra organizzazione ha visto crescere i consensi nei magazzini della logistica è cresciuto il livello di violenza nei nostri confronti, pensando di poter impedire lo sviluppo dell'USB attraverso la prepotenza e l'uso della forza.
Abbiamo pensato per diversi mesi che questa violenza fosse frutto di qualche scheggia impazzita del SiCobas, qualche delegato che in totale autonomia o comunque senza consultarsi con il resto dell'organizzazione, assumesse questi comportamenti. Purtroppo le prese di posizione di questi ultimi giorni ci dicono che non è così e che anche i vertici nazionali del SiCobas hanno ormai avallato tali comportamenti.
Sul piano dell'immagine pubblica il SiCobas appare come un sindacato conflittuale. Sul web ci sono video di picchetti e scioperi in cui spesso i lavoratori si fronteggiano con la polizia. Ma dietro questa rappresentazione c'è una seconda verità che non viene raccontata sui social e che solo chi sta dentro i magazzini conosce. La logica del SiCobas è quella di assumere il controllo della forza lavoro, per arrivare alla gestione del personale e delle assunzioni dentro i magazzini. Dopo una prima fase di forte conflittualità il SiCobas raggiunge il piano negoziale con le controparti con l'obiettivo di posizionare i propri rappresentanti nei ruoli di capireparto o capisquadra (team leader), assumendo così la gestione della forza lavoro. In cambio di questa funzione, riconosciutagli informalmente dall'azienda, il SiCobas si impegna a mantenere basso il tasso di conflittualità. E' per esempio tipico del SiCobas in occasione di scioperi generali restituire la giornata di lavoro ai padroni nei giorni successivi, intensificando o aumentando l'orario.
Siamo rimasti colpiti quando abbiamo dovuto prendere atto che il SiCobas aveva firmato una limitazione del pieno diritto di sciopero con alcune aziende private ( tra cui l'associazione datoriale FEDIT e la multinazionale GLS), impegnandosi a limitare un diritto di tutti i lavoratori che è stato fortemente compromesso nel settore pubblico e che così vedremmo messo in discussione anche nella logistica.
La gestione della forza lavoro è però un'operazione che si può realizzare solo se nel magazzino c'è un unico sindacato, perché se i lavoratori cominciano ad organizzarsi per esempio con USB, il SiCobas perde il controllo della conflittualità e di conseguenza quelle prerogative che si è conquistata con la controparte. E tra queste prerogative ci sono anche gli stipendi più alti per i propri delegati, le posizioni di favore per i propri iscritti, ed il controllo delle assunzioni. Ma anche la stipula di accordi solo per i propri iscritti come nel caso della FERCAM o l'hub GLS di Bologna, dove i premi di produzione sono stati riservati ai soli aderenti al SiCobas.
Quando, per esempio, USB ha denunciato l'esorbitante numero di tempi determinati a Leroy Merlin, o la presenza di lavoratori al nero, lo ha fatto in un magazzino dove era forte la presenza del SiCobas che affermava che lì c'era un “muro di diritti”. E il SiCobas invece di sostenere quella sacrosanta battaglia ha cercato di contrastare in ogni modo proprio il fatto che USB mettesse in discussione il sistema delle assunzioni e di gestione del personale, arrivando finanche a tentare di sfondare un picchetto di lavoratori assieme alla polizia. Dopo qualche mese l'arresto del gruppo dirigente del consorzio delle cooperative (Ceva Logistic e Premium Net) per truffa all'erario pubblico e ai lavoratori, ha chiarito la giustezza della battaglia dei nostri delegati.
Constatare che questa modalità di “fare sindacato” non era episodica ma sistematica e che questo costituisce proprio il modo di agire del SiCobas ci ha sorpreso, perché il nostro paese non è abituato a questa modalità, più tipica di un certo sindacato americano tutt'altro che rivoluzionario.
Noi non condividiamo questa modalità e Roberto Montanari è uno dei compagni che con più determinazione si sta battendo contro questo sistema malato di relazioni tra un sindacato e le cooperative della logistica. E' stato proprio Roberto per esempio a denunciare il fatto che venisse sistematicamente impedito ai lavoratori iscritti all'USB nel magazzino della Leroy Merlin di Castel San Giovanni di poter tenere un'assemblea sul posto di lavoro per le continue pressioni del SiCobas. Noi pensiamo che tra azienda e sindacato ci sia una distanza che deve essere sempre mantenuta e che i delegati sindacali è bene che non svolgano funzioni di direzione aziendale e ancor meno di capi squadra. Pensiamo che i lavoratori abbiano diritto ad iscriversi ed organizzarsi con il sindacato che scelgono e che non debbano subire intimidazioni o pressioni di nessun tipo per sostenere questa o quella sigla. Combattiamo da decenni contro padroni che al momento dell'assunzione ti invitano a iscriverti ad un sindacato confederale o che in cambio della salvaguardia del posto di lavoro ti obbligano a cancellarti da USB, ma non pensavamo di incontrare un giorno padroni che spingono ad iscriverti al SiCobas.
Questa modalità che il SiCobas adotta nei magazzini della logistica è la vera causa dei conflitti che intercorrono con i delegati USB. Noi non possiamo arretrare neanche di un centimetro dalle nostre posizioni che sono di salvaguardia della democrazia nei luoghi di lavoro e di difesa strenua dei diritti dei lavoratori. Sappiamo che anche nel SiCobas ci sono tanti lavoratori che si battono con coraggio ed onestà per gli stessi obiettivi e siamo quindi disponibili a qualsiasi confronto, in qualsiasi circostanza. Così come siamo disponibili a discutere con tutti quei compagni ed attivisti che in questi anni hanno sostenuto le lotte della logistica, partecipando a scioperi e picchetti in solidarietà con i facchini, per affrontare con spirito costruttivo questo conflitto.
Se abbiamo deciso di prendere parola non è solo per rispondere alle accuse infamanti quanto inconsistenti che vengono rivolte ai nostri compagni. Lo facciamo perché siamo preoccupati di una escalation delle tensioni, alle quali è arrivato il momento di mettere un punto.
Fonte
Dalla polemica però si è purtroppo passati alle aggressioni fisiche ed ora alle minacce di morte e alle calunnie tese a screditare compagni e delegati dell'USB, con l'obiettivo sistematico di impedire che i lavoratori possano iscriversi ed organizzarsi con l'USB. Anzi, possiamo dire che, man mano che la nostra organizzazione ha visto crescere i consensi nei magazzini della logistica è cresciuto il livello di violenza nei nostri confronti, pensando di poter impedire lo sviluppo dell'USB attraverso la prepotenza e l'uso della forza.
Abbiamo pensato per diversi mesi che questa violenza fosse frutto di qualche scheggia impazzita del SiCobas, qualche delegato che in totale autonomia o comunque senza consultarsi con il resto dell'organizzazione, assumesse questi comportamenti. Purtroppo le prese di posizione di questi ultimi giorni ci dicono che non è così e che anche i vertici nazionali del SiCobas hanno ormai avallato tali comportamenti.
Sul piano dell'immagine pubblica il SiCobas appare come un sindacato conflittuale. Sul web ci sono video di picchetti e scioperi in cui spesso i lavoratori si fronteggiano con la polizia. Ma dietro questa rappresentazione c'è una seconda verità che non viene raccontata sui social e che solo chi sta dentro i magazzini conosce. La logica del SiCobas è quella di assumere il controllo della forza lavoro, per arrivare alla gestione del personale e delle assunzioni dentro i magazzini. Dopo una prima fase di forte conflittualità il SiCobas raggiunge il piano negoziale con le controparti con l'obiettivo di posizionare i propri rappresentanti nei ruoli di capireparto o capisquadra (team leader), assumendo così la gestione della forza lavoro. In cambio di questa funzione, riconosciutagli informalmente dall'azienda, il SiCobas si impegna a mantenere basso il tasso di conflittualità. E' per esempio tipico del SiCobas in occasione di scioperi generali restituire la giornata di lavoro ai padroni nei giorni successivi, intensificando o aumentando l'orario.
Siamo rimasti colpiti quando abbiamo dovuto prendere atto che il SiCobas aveva firmato una limitazione del pieno diritto di sciopero con alcune aziende private ( tra cui l'associazione datoriale FEDIT e la multinazionale GLS), impegnandosi a limitare un diritto di tutti i lavoratori che è stato fortemente compromesso nel settore pubblico e che così vedremmo messo in discussione anche nella logistica.
La gestione della forza lavoro è però un'operazione che si può realizzare solo se nel magazzino c'è un unico sindacato, perché se i lavoratori cominciano ad organizzarsi per esempio con USB, il SiCobas perde il controllo della conflittualità e di conseguenza quelle prerogative che si è conquistata con la controparte. E tra queste prerogative ci sono anche gli stipendi più alti per i propri delegati, le posizioni di favore per i propri iscritti, ed il controllo delle assunzioni. Ma anche la stipula di accordi solo per i propri iscritti come nel caso della FERCAM o l'hub GLS di Bologna, dove i premi di produzione sono stati riservati ai soli aderenti al SiCobas.
Quando, per esempio, USB ha denunciato l'esorbitante numero di tempi determinati a Leroy Merlin, o la presenza di lavoratori al nero, lo ha fatto in un magazzino dove era forte la presenza del SiCobas che affermava che lì c'era un “muro di diritti”. E il SiCobas invece di sostenere quella sacrosanta battaglia ha cercato di contrastare in ogni modo proprio il fatto che USB mettesse in discussione il sistema delle assunzioni e di gestione del personale, arrivando finanche a tentare di sfondare un picchetto di lavoratori assieme alla polizia. Dopo qualche mese l'arresto del gruppo dirigente del consorzio delle cooperative (Ceva Logistic e Premium Net) per truffa all'erario pubblico e ai lavoratori, ha chiarito la giustezza della battaglia dei nostri delegati.
Constatare che questa modalità di “fare sindacato” non era episodica ma sistematica e che questo costituisce proprio il modo di agire del SiCobas ci ha sorpreso, perché il nostro paese non è abituato a questa modalità, più tipica di un certo sindacato americano tutt'altro che rivoluzionario.
Noi non condividiamo questa modalità e Roberto Montanari è uno dei compagni che con più determinazione si sta battendo contro questo sistema malato di relazioni tra un sindacato e le cooperative della logistica. E' stato proprio Roberto per esempio a denunciare il fatto che venisse sistematicamente impedito ai lavoratori iscritti all'USB nel magazzino della Leroy Merlin di Castel San Giovanni di poter tenere un'assemblea sul posto di lavoro per le continue pressioni del SiCobas. Noi pensiamo che tra azienda e sindacato ci sia una distanza che deve essere sempre mantenuta e che i delegati sindacali è bene che non svolgano funzioni di direzione aziendale e ancor meno di capi squadra. Pensiamo che i lavoratori abbiano diritto ad iscriversi ed organizzarsi con il sindacato che scelgono e che non debbano subire intimidazioni o pressioni di nessun tipo per sostenere questa o quella sigla. Combattiamo da decenni contro padroni che al momento dell'assunzione ti invitano a iscriverti ad un sindacato confederale o che in cambio della salvaguardia del posto di lavoro ti obbligano a cancellarti da USB, ma non pensavamo di incontrare un giorno padroni che spingono ad iscriverti al SiCobas.
Questa modalità che il SiCobas adotta nei magazzini della logistica è la vera causa dei conflitti che intercorrono con i delegati USB. Noi non possiamo arretrare neanche di un centimetro dalle nostre posizioni che sono di salvaguardia della democrazia nei luoghi di lavoro e di difesa strenua dei diritti dei lavoratori. Sappiamo che anche nel SiCobas ci sono tanti lavoratori che si battono con coraggio ed onestà per gli stessi obiettivi e siamo quindi disponibili a qualsiasi confronto, in qualsiasi circostanza. Così come siamo disponibili a discutere con tutti quei compagni ed attivisti che in questi anni hanno sostenuto le lotte della logistica, partecipando a scioperi e picchetti in solidarietà con i facchini, per affrontare con spirito costruttivo questo conflitto.
Se abbiamo deciso di prendere parola non è solo per rispondere alle accuse infamanti quanto inconsistenti che vengono rivolte ai nostri compagni. Lo facciamo perché siamo preoccupati di una escalation delle tensioni, alle quali è arrivato il momento di mettere un punto.
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29/01/2017
Aldo Milani scarcerato ma sottoposto a misure restrittive
Il Gip di Modena Eleonora De Marco, ha convalidato gli arresti per Aldo Milani (coordinatore del Si Cobas) e per il consulente del lavoro Danilo Piccini indagati per concorso in estorsione. Ma gli arresti si sono trasformati in obbligo di dimora nel comune di residenza, in Lombardia, per Aldo Milani e domiciliari per Danilo Piccinini. Aldo Milani è uscito dal carcere di Modena che da giovedì sera è stato presidiato dai lavoratori e dagli attivisti del Si Cobas in solidarietà con Milano.
La Procura, con il Pm Claudia Natalini, aveva chiesto per entrambi i domiciliari ma il giudice, almeno per Aldo Milani ha deciso diversamente. Ora si attende (ci sono cinque giorni di tempo) la decisione del giudice sulla scarcerazione o la convalida dell’arresto di Aldo Milani. Rispetto alla campagna di linciaggio mediatico scatenata nella giornata di ieri, appare evidente che l'impianto accusatorio cominci a fare acqua in più punti. In compenso questa operazione dà chiaramente il senso del cambiamento di clima nelle relazioni sindacali.
L'aumento delle tensioni e dei conflitti sociali preoccupa in modo sempre più crescente i padroni e gli apparati statali funzionali a tutelarne gli interessi. Cercare di screditare i sindacati agli occhi dei lavoratori e della società non sarà più un episodio ma un progetto ben preciso.
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27/01/2017
Arrestato Aldo Milani, coordinatore del SiCobas
Nel tardo pomeriggio di ieri 26 gennaio 2016, il compagno Aldo Milani, il coordinatore nazionale del SiCobas, uno dei sindacati di base conflittuali nel nostro paese, è stato prelevato dalla Polizia, arrestato e tradotto nel carcere di Modena. Il Sicobas riferisce che il suo difensore non è stato messo in grado di contattarlo.
"E' evidente che ci troviamo di fronte a un escalation repressiva senza precedenti: lo stato dei padroni, non essendo riuscito a fermare con i licenziamenti, le minacce, le centinaia di denunce, i fogli di via, le manganellate e i lacrimogeni una lotta che in questi anni ha scoperchiato la fogna dello sfruttamento nella logistica e il fitto sistema di collusioni e complicità tra padroni, istituzioni e sistema delle cooperative, ora cerca di fermare chi ha osato disturbare il manovratore" scrive il SiCobas in un comunicato dove denuncia l'accaduto. "La sostanza è semplice: con l'arresto di Aldo Milani si vuol mettere definitivamente fuorilegge la libertà di sciopero! Se il nemico di classe si illude di sbarazzarsi del SiCobas decapitando il gruppo dirigente, si sbaglia di grosso!"
Il comunicato del SiCobas prosegue denunciando che "Dopo le leggi liberticide sul lavoro, dopo la riduzione dei salari alla miseria, quanto i lavoratori hanno conquistato fin qui con le loro lacrime e il loro sangue viene messo nel mirino della repressione immediata che cerca di colpire chiunque osi ribellarsi e, soprattutto, osi praticare un’azione politica che vada nella prospettiva della liberazione dalla schiavitù del salario. Il disegno repressivo vuole distogliere l'attenzione dalle situazioni di sfruttamento in cui versa il mondo del lavoro e la logistica in particolare: contro questa barbarie si è alzato un movimento di lotta che non ha eguale negli ultimi anni, per durezza delle forme di lotta e per i risultati raggiunti".
La polizia ha arrestato Aldo Milani e un altro sindacalista del SiCobas con l'accusa di estorsione aggravata e continuata nei confronti di un gruppo industriale del modenese attivo nel settore della lavorazione delle carni. La Questura ha annunciato una conferenza stampa per mezzogiorno sulla vicenda.
Fonte
"E' evidente che ci troviamo di fronte a un escalation repressiva senza precedenti: lo stato dei padroni, non essendo riuscito a fermare con i licenziamenti, le minacce, le centinaia di denunce, i fogli di via, le manganellate e i lacrimogeni una lotta che in questi anni ha scoperchiato la fogna dello sfruttamento nella logistica e il fitto sistema di collusioni e complicità tra padroni, istituzioni e sistema delle cooperative, ora cerca di fermare chi ha osato disturbare il manovratore" scrive il SiCobas in un comunicato dove denuncia l'accaduto. "La sostanza è semplice: con l'arresto di Aldo Milani si vuol mettere definitivamente fuorilegge la libertà di sciopero! Se il nemico di classe si illude di sbarazzarsi del SiCobas decapitando il gruppo dirigente, si sbaglia di grosso!"
Il comunicato del SiCobas prosegue denunciando che "Dopo le leggi liberticide sul lavoro, dopo la riduzione dei salari alla miseria, quanto i lavoratori hanno conquistato fin qui con le loro lacrime e il loro sangue viene messo nel mirino della repressione immediata che cerca di colpire chiunque osi ribellarsi e, soprattutto, osi praticare un’azione politica che vada nella prospettiva della liberazione dalla schiavitù del salario. Il disegno repressivo vuole distogliere l'attenzione dalle situazioni di sfruttamento in cui versa il mondo del lavoro e la logistica in particolare: contro questa barbarie si è alzato un movimento di lotta che non ha eguale negli ultimi anni, per durezza delle forme di lotta e per i risultati raggiunti".
La polizia ha arrestato Aldo Milani e un altro sindacalista del SiCobas con l'accusa di estorsione aggravata e continuata nei confronti di un gruppo industriale del modenese attivo nel settore della lavorazione delle carni. La Questura ha annunciato una conferenza stampa per mezzogiorno sulla vicenda.
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01/11/2015
Il facchino paura non ne ha
Mohammed è laureato in giurisprudenza e lavora in un magazzino delle cooperative all'Interporto di Bologna. Non stupisca il titolo di studio, molti degli immigrati che lavorano nella logistica hanno studi molto elevati. Quasi sempre ne sanno più di chi li comanda, che fino a poco tempo fa li trattava con la durezza ed il disprezzo dei caporali. Fino a poco tempo fa, perché come mi ha detto Mohammed, da quando sono cominciate le lotte nella logistica le cose sono cambiate. Prima il capo mi chiamava con un fischio, ora mi dice: signor Mohammed...
Erano un migliaio, almeno, i facchini di tante nazioni che hanno completamente bloccato il 30 ottobre l'Interporto di Bologna, un centro logistico enorme, dove si smistano le merci tra autocarri e grandi capannoni che fanno venire in mente quelli di Mirafiori o delI'Ilva, per l'estensione e le migliaia di persone che vi lavorano. L'Interporto era deserto, salvo i picchetti degli scioperanti e qualche crumiro incallito vagante, soprattutto dipendente della cooperativa MrJob. Questa azienda ha licenziato nove operaie che ora sono in causa e non solo per questo, ma perché hanno denunciato molestie sessuali dei capi. MrJob lavora per Yoox , l'impresa che vende abbigliamento on line e che ha ricevuto i pubblici elogi di Renzi. Che sui padroni non ne sbaglia uno.
Cantavano le donne e gli uomini ai picchetti e soprattutto gridavano "scioperò scioperò", con l'accento, e "il facchino paura non ne ha!"
Già il facchino, quello che arriva fino a casa per consegnare il pacco che si ordina per internet. È l'ultimo anello di una catena di smistamento e vendita delle merci sulla quale si organizzano colossali impianti in mano ad aziende sempre più grandi, di cui la multinazionale Amazon è una delle più conosciute. Le merci possono essere prodotte in tutti gli angoli della terra, ma poi devono arrivare al consumatore e sempre più in fretta. Si impiantano così grandi centri logistici dove affluiscono prodotti da tutto il mondo e dove grazie al lavoro di migliaia di operaie e operai, in gran parte immigrati, questi vengono scaricati e caricati, smistati, impacchettati. Questi uomini e donne inizialmente son stati assunti con salari di fame e turni massacranti, sotto la minaccia di tutti i ricatti possibili a partire da quello sul posto di lavoro ed il permesso di soggiorno.
Ma qui i capitalisti han fatto un errore che ricorre nella loro storia. Non hanno tenuto conto del fatto che tante persone messe assieme prima o poi si ribellano alla sopraffazione e allo sfruttamento. Un sindacato di base, il SICOBAS, ha concentrato tutte le sue energie nel dare sostegno e organizzazione alle lotte che nascevano tra i facchini. E così in pochi anni un movimento di lotta e sindacalizzazione da anni '70 del secolo scorso, ha coinvolto uno dei settori più innovativi del mercato globale, nel quale si diceva superato il conflitto sociale. Un poco alla volta un vasto movimento di lotta e rivendicativo ha toccato centri logistici e grandi mercati all'ingrosso, aziende committenti e cooperative in appalto. I salari han cominciato a crescere, i diritti anche e con essi il bene più prezioso, la dignità. Signor Mohammed è la più grande conquista, che ricorda quando DiVittorio dava merito a quella Cgil di aver insegnato al bracciante a non togliersi il cappello quando passa il padrone. Va detto che la Cgil di oggi non è molto popolare tra i facchini che l'accusano assieme a Cisl e Uil di complicità con la catena dello sfruttamento da cui si stanno liberando.
Il 30 ottobre tutti i principali centri logistici d'Italia son rimasti bloccati dallo sciopero nazionale dei lavoratori, che ora chiedono il rinnovo del contratto nazionale. Il contratto dei facchini, parola d'altri tempi che evocava fatica e lavoro servile e che che ora è diventata emblema di orgoglio e dignità.
Certo la vertenza sarà difficile, già si sono mosse le istituzioni più varie contro di essa, compresa quella autorità che oramai funzione solo come macchina repressiva del diritto costituzionale a scioperare.
I lavoratori della logistica sono in lotta per il contratto e magari sono costretti a farlo per tante altre cose. Alcuni di coloro che erano al picchetto di Bologna avevano anche subito assieme alle famiglie il feroce sgombero del palazzo ExTelecom.
Nessuno si nasconde la durezza del conflitto, ma i facchini non hanno paura e insegnano a non averne a tanti che di quella loro lezione hanno un grande bisogno.
Fonte
Erano un migliaio, almeno, i facchini di tante nazioni che hanno completamente bloccato il 30 ottobre l'Interporto di Bologna, un centro logistico enorme, dove si smistano le merci tra autocarri e grandi capannoni che fanno venire in mente quelli di Mirafiori o delI'Ilva, per l'estensione e le migliaia di persone che vi lavorano. L'Interporto era deserto, salvo i picchetti degli scioperanti e qualche crumiro incallito vagante, soprattutto dipendente della cooperativa MrJob. Questa azienda ha licenziato nove operaie che ora sono in causa e non solo per questo, ma perché hanno denunciato molestie sessuali dei capi. MrJob lavora per Yoox , l'impresa che vende abbigliamento on line e che ha ricevuto i pubblici elogi di Renzi. Che sui padroni non ne sbaglia uno.
Cantavano le donne e gli uomini ai picchetti e soprattutto gridavano "scioperò scioperò", con l'accento, e "il facchino paura non ne ha!"
Già il facchino, quello che arriva fino a casa per consegnare il pacco che si ordina per internet. È l'ultimo anello di una catena di smistamento e vendita delle merci sulla quale si organizzano colossali impianti in mano ad aziende sempre più grandi, di cui la multinazionale Amazon è una delle più conosciute. Le merci possono essere prodotte in tutti gli angoli della terra, ma poi devono arrivare al consumatore e sempre più in fretta. Si impiantano così grandi centri logistici dove affluiscono prodotti da tutto il mondo e dove grazie al lavoro di migliaia di operaie e operai, in gran parte immigrati, questi vengono scaricati e caricati, smistati, impacchettati. Questi uomini e donne inizialmente son stati assunti con salari di fame e turni massacranti, sotto la minaccia di tutti i ricatti possibili a partire da quello sul posto di lavoro ed il permesso di soggiorno.
Ma qui i capitalisti han fatto un errore che ricorre nella loro storia. Non hanno tenuto conto del fatto che tante persone messe assieme prima o poi si ribellano alla sopraffazione e allo sfruttamento. Un sindacato di base, il SICOBAS, ha concentrato tutte le sue energie nel dare sostegno e organizzazione alle lotte che nascevano tra i facchini. E così in pochi anni un movimento di lotta e sindacalizzazione da anni '70 del secolo scorso, ha coinvolto uno dei settori più innovativi del mercato globale, nel quale si diceva superato il conflitto sociale. Un poco alla volta un vasto movimento di lotta e rivendicativo ha toccato centri logistici e grandi mercati all'ingrosso, aziende committenti e cooperative in appalto. I salari han cominciato a crescere, i diritti anche e con essi il bene più prezioso, la dignità. Signor Mohammed è la più grande conquista, che ricorda quando DiVittorio dava merito a quella Cgil di aver insegnato al bracciante a non togliersi il cappello quando passa il padrone. Va detto che la Cgil di oggi non è molto popolare tra i facchini che l'accusano assieme a Cisl e Uil di complicità con la catena dello sfruttamento da cui si stanno liberando.
Il 30 ottobre tutti i principali centri logistici d'Italia son rimasti bloccati dallo sciopero nazionale dei lavoratori, che ora chiedono il rinnovo del contratto nazionale. Il contratto dei facchini, parola d'altri tempi che evocava fatica e lavoro servile e che che ora è diventata emblema di orgoglio e dignità.
Certo la vertenza sarà difficile, già si sono mosse le istituzioni più varie contro di essa, compresa quella autorità che oramai funzione solo come macchina repressiva del diritto costituzionale a scioperare.
I lavoratori della logistica sono in lotta per il contratto e magari sono costretti a farlo per tante altre cose. Alcuni di coloro che erano al picchetto di Bologna avevano anche subito assieme alle famiglie il feroce sgombero del palazzo ExTelecom.
Nessuno si nasconde la durezza del conflitto, ma i facchini non hanno paura e insegnano a non averne a tanti che di quella loro lezione hanno un grande bisogno.
Fonte
04/03/2014
Granarolo. La lotta paga. Intervista ad Aldo Milani
Dopo dieci mesi di picchetti, blocchi, denunce, trattative e accordi non rispettati, la lotta dei 51 facchini licenziati da Sgb, un consorzio di cooperative che lavora in subappalto per Granarolo e Cogefrin, sembra essere arrivata ad una svolta. Venerdì 28 febbraio, in contemporanea allo sciopero generale della logistica, il Si Cobas ha incontrato in Prefettura a Bologna Legacoop che con Giuliano Poletti al ministero del lavoro è diventata pilastro del governo. Le cooperative si sono dette disposte ad accettare tutto o quasi: riassunzione dei lavoratori entro giugno, ricollocamento o soluzione economica per i lavoratori di Cogefrin, ritiro delle denunce.
Aldo Milani, coordinatore nazionale S. I. Cobas, la strana armata di lavoratori migranti, sindacalisti di base, collettivi militanti, studenti e precari è a un passo da una straordinaria vittoria?
I giornali parlano di nostra euforia dopo l’incontro di venerdì, ma non è così. Però è un risultato politico forte. Su questa decisione ha influito il fatto che Poletti sia diventato ministro del lavoro. Legacoop ci riconosce sulla base della lotta e dei rapporti di forza che abbiamo costruito. Il piano del conflitto è ora nazionale e non più solo aziendale.
Quando avete percepito che era in arrivo una svolta?
Già nei giorni precedenti, dall’incontro in prefettura della settimana scorsa, avevamo avuto l’impressione che le cose maturassero in questa direzione, avevano cioè grande difficoltà a non trovare alcuna soluzione. Abbiamo fatto un comunicato in cui dicevamo che la lotta andava avanti in modo duro e i padroni hanno fatto le loro valutazioni. Sono ormai dieci mesi di lotta: c’è stata una radicalizzazione e un allargamento, ci sono anche le fatiche e le difficoltà dei lavoratori che la stanno facendo, quindi dobbiamo tenere conto di tutto. In un incontro recente alcuni compagni ponevano il problema di riuscire a chiudere la vertenza velocemente; anche all’interno del nostro sindacato c’era chi metteva in evidenza l’attacco duro, pure sul piano amministrativo. Possiamo essere condannati economicamente per i danni che provochiamo all’azienda, alla faccia del diritto di sciopero. Io ho insistito sul fatto che c’erano le condizioni per vincere, quindi bisognava fare uno sforzo ulteriore: alla fine abbiamo deciso di andare avanti.
Quali sono i principali elementi di questo ciclo di lotte della logistica?
È stato il risultato di un concatenarsi di elementi, dalle relazioni soggettive alle concrete situazioni territoriali. Ci siamo caratterizzati per aver fissato le lotte non su risultati immediati nell’azienda, ma facendole girare tra diversi ambiti di lavoratori, riprendendo così i tratti positivi di alcune esperienze storiche: dagli Industrial Workers of the World (Iww) agli anni Sessanta. Noi arriviamo da una cooperativa all’altra per informazioni e contatti che ci danno gli stessi lavoratori. I lavoratori immigrati si sentivano abbandonati, parecchi erano entrati in contatto con i confederali per il permesso di soggiorno o come tramite dell’ufficio di collocamento. Noi abbiamo dato quello che loro chiamano la dignità, che poi ha pagato anche nei risultati contrattuali. È bastato stappare la situazione che è fuoriuscito questo liquido di lotta.
Qual è stato il ruolo del sindacato di base?
Il Si Cobas è un sindacato che, pur partendo dalla formazione leninista di alcuni, è il più anarchico dal punto di vista del suo sviluppo, perché non abbiamo strutture troppo formali. Nella logistica abbiamo incontrato una condizione particolare, con una volontà soggettiva radicale dal punto di vista politico e sindacale. Questo settore è caratterizzato dal sistema della cooperative, con ipersfruttamento della forza lavoro e basso investimento tecnologico. Alcuni grandi gruppi, ovviamente non Legacoop, ma Tnt o Dhl, si pongono il problema che le cooperative diventano ora un costo più che una possibilità. Non possono però superarlo per i rapporti stretti con un sistema gestito da mafia, camorra e ’ndrangheta. Tra noi e l’Adl-Cobas organizziamo 10 mila lavoratori, mentre i dipendenti della logistica sono 150 mila. Tocchiamo quindi il nucleo centrale, ma il settore è molto stratificato. Bisogna dunque avere una motivazione politica strategica per spingere avanti, creando anche le condizioni affinché altri soggetti si mobilitino, dai precari agli studenti. Teniamo conto che si tratta di lotte in controtendenza, dentro la recessione e non in una fase di sviluppo.
La lotta alla Granarolo ha toccato un ganglio centrale. Se si riesce a vincere qui, quanto si può determinare un effetto a cascata?
Qui si rompe un quadro consolidato di relazioni politiche e sindacali: la lotta entra a gamba tesa in una realtà che sembrava controllata da salde strutture di potere. Si può così davvero determinare un processo di allargamento e generalizzazione. È un grande risultato aver costretto i padroni di questo colosso a un “armistizio”, in cui il “forte” concede tutto; abbiamo cioè mostrato la debolezza della controparte.
In che modo queste lotte si sono intrecciate con quelle all’Ikea?
All’Ikea abbiamo sbloccato la situazione quando è stato colpito il brand, perfino con iniziative in Svezia. Poi, a differenza di altre fasi, gli immigrati che arrivano qui hanno livelli di scolarizzazione, competenze e formazioni intellettuali spesso elevate, anche dal punto di vista comunicativo. I padroni pensano di avere a che fare con schiavi ignoranti e restano spiazzati di fronte a figure in grado di sostenere il confronto. I luoghi di lavoro e di vita dei soggetti delle lotte della logistica sono nelle periferie urbane, ma nella misura in cui stanno accerchiando le città e si stanno generalizzando, possono diventare un elemento di traino.
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Aldo Milani, coordinatore nazionale S. I. Cobas, la strana armata di lavoratori migranti, sindacalisti di base, collettivi militanti, studenti e precari è a un passo da una straordinaria vittoria?
I giornali parlano di nostra euforia dopo l’incontro di venerdì, ma non è così. Però è un risultato politico forte. Su questa decisione ha influito il fatto che Poletti sia diventato ministro del lavoro. Legacoop ci riconosce sulla base della lotta e dei rapporti di forza che abbiamo costruito. Il piano del conflitto è ora nazionale e non più solo aziendale.
Quando avete percepito che era in arrivo una svolta?
Già nei giorni precedenti, dall’incontro in prefettura della settimana scorsa, avevamo avuto l’impressione che le cose maturassero in questa direzione, avevano cioè grande difficoltà a non trovare alcuna soluzione. Abbiamo fatto un comunicato in cui dicevamo che la lotta andava avanti in modo duro e i padroni hanno fatto le loro valutazioni. Sono ormai dieci mesi di lotta: c’è stata una radicalizzazione e un allargamento, ci sono anche le fatiche e le difficoltà dei lavoratori che la stanno facendo, quindi dobbiamo tenere conto di tutto. In un incontro recente alcuni compagni ponevano il problema di riuscire a chiudere la vertenza velocemente; anche all’interno del nostro sindacato c’era chi metteva in evidenza l’attacco duro, pure sul piano amministrativo. Possiamo essere condannati economicamente per i danni che provochiamo all’azienda, alla faccia del diritto di sciopero. Io ho insistito sul fatto che c’erano le condizioni per vincere, quindi bisognava fare uno sforzo ulteriore: alla fine abbiamo deciso di andare avanti.
Quali sono i principali elementi di questo ciclo di lotte della logistica?
È stato il risultato di un concatenarsi di elementi, dalle relazioni soggettive alle concrete situazioni territoriali. Ci siamo caratterizzati per aver fissato le lotte non su risultati immediati nell’azienda, ma facendole girare tra diversi ambiti di lavoratori, riprendendo così i tratti positivi di alcune esperienze storiche: dagli Industrial Workers of the World (Iww) agli anni Sessanta. Noi arriviamo da una cooperativa all’altra per informazioni e contatti che ci danno gli stessi lavoratori. I lavoratori immigrati si sentivano abbandonati, parecchi erano entrati in contatto con i confederali per il permesso di soggiorno o come tramite dell’ufficio di collocamento. Noi abbiamo dato quello che loro chiamano la dignità, che poi ha pagato anche nei risultati contrattuali. È bastato stappare la situazione che è fuoriuscito questo liquido di lotta.
Qual è stato il ruolo del sindacato di base?
Il Si Cobas è un sindacato che, pur partendo dalla formazione leninista di alcuni, è il più anarchico dal punto di vista del suo sviluppo, perché non abbiamo strutture troppo formali. Nella logistica abbiamo incontrato una condizione particolare, con una volontà soggettiva radicale dal punto di vista politico e sindacale. Questo settore è caratterizzato dal sistema della cooperative, con ipersfruttamento della forza lavoro e basso investimento tecnologico. Alcuni grandi gruppi, ovviamente non Legacoop, ma Tnt o Dhl, si pongono il problema che le cooperative diventano ora un costo più che una possibilità. Non possono però superarlo per i rapporti stretti con un sistema gestito da mafia, camorra e ’ndrangheta. Tra noi e l’Adl-Cobas organizziamo 10 mila lavoratori, mentre i dipendenti della logistica sono 150 mila. Tocchiamo quindi il nucleo centrale, ma il settore è molto stratificato. Bisogna dunque avere una motivazione politica strategica per spingere avanti, creando anche le condizioni affinché altri soggetti si mobilitino, dai precari agli studenti. Teniamo conto che si tratta di lotte in controtendenza, dentro la recessione e non in una fase di sviluppo.
La lotta alla Granarolo ha toccato un ganglio centrale. Se si riesce a vincere qui, quanto si può determinare un effetto a cascata?
Qui si rompe un quadro consolidato di relazioni politiche e sindacali: la lotta entra a gamba tesa in una realtà che sembrava controllata da salde strutture di potere. Si può così davvero determinare un processo di allargamento e generalizzazione. È un grande risultato aver costretto i padroni di questo colosso a un “armistizio”, in cui il “forte” concede tutto; abbiamo cioè mostrato la debolezza della controparte.
In che modo queste lotte si sono intrecciate con quelle all’Ikea?
All’Ikea abbiamo sbloccato la situazione quando è stato colpito il brand, perfino con iniziative in Svezia. Poi, a differenza di altre fasi, gli immigrati che arrivano qui hanno livelli di scolarizzazione, competenze e formazioni intellettuali spesso elevate, anche dal punto di vista comunicativo. I padroni pensano di avere a che fare con schiavi ignoranti e restano spiazzati di fronte a figure in grado di sostenere il confronto. I luoghi di lavoro e di vita dei soggetti delle lotte della logistica sono nelle periferie urbane, ma nella misura in cui stanno accerchiando le città e si stanno generalizzando, possono diventare un elemento di traino.
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