Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/11/2023

Precettazione continua, ma il conflitto sociale monta lo stesso

Ormai entrato nella parte del tagliatore di teste e di scioperi, Matteo Salvini precetta ancora una volta.

Il vicepremier e ministro dei Trasporti ha firmato la lettera di precettazione per ridurre lo sciopero di lunedì dei mezzi pubblici dalle annunciate 24 ore a quattro, ossia dalle ore 9 alle ore 13.

“Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno“, sottolinea il ministero in una nota, precisando che per Salvini “il diritto allo sciopero è sacrosanto“.

“Purtroppo” questo diritto è per lui subordinato a tutti gli altri, e quindi praticamente non vale. Il titolare del Mit si trincera dietro la necessità “di ridurre al massimo i disagi per i cittadini“, anche alla luce di agitazioni che “ormai sono diventate molto frequenti“.

Nell’ultima affermazione c’è anche la prova della sua cecità: se le agitazioni sono “diventate molto frequenti” significa che i problemi sociali stanno aumentando. Un politico almeno furbo – non ne pretendiamo di “intelligenti” – capirebbe che non conviene esagerare con la repressione e che bisogna farsi venire qualche idea più lungimirante...

I sindacati di base che hanno promosso lo sciopero hanno diramato questo comunicato:
Il Ministro Salvini precetta uno sciopero regolare e riduce l’astensione da 24 a 4 ore.

Rifiutiamo la riduzione illegittima e sfidiamo il Ministro anti-sciopero il 15 dicembre prossimo

La precettazione da parte del Ministro dei Trasporti Salvini dello sciopero nazionale del TPL di 24 ore, regolarmente indetto dalle sigle dei sindacati di base, altamente rappresentativi nel settore, è tutt’altro che inaspettata. Ciò, però, non toglie la gravità di quanto deciso da Salvini, interprete da padrone delle ferriere dell’art.8 della L.146/90.

Le motivazioni addotte da Salvini per giustificare l’intervento di riduzione della astensione dal lavoro in programma, un potere del Ministro che la legge prevede solo per situazioni eccezionali, sono invece ridicole e suonano come un vero e proprio oltraggio all’esercizio di un diritto costituzionale.

Va sottolineato come questo sciopero sia stato indetto più di un mese fa, prima persino di quello di Cigl e Uil, nel pieno rispetto delle più restrittive norme in Europa per l’effettuazione di uno sciopero. Significativo a tale proposito il fatto che la Commissione di Garanzia non ha mosso il benché minimo rilievo alla proclamazione dello sciopero del TPL del 27.11.2023.

Le Associazioni Datoriali, Astra, Anav e Agens, le quali invece continuano a tagliare linee e servizi, a contestare i delegati che chiedono il rispetto di norme sulla sicurezza e a tagliare i salari ai lavoratori e lavoratrici, oltre a rifiutare qualsiasi confronto, come oggi asserito impunemente al ministero, le sigle dei sindacati di base, sentitamente ringraziamo il ministro che lancia la sua personale campagna elettorale mettendosi al loro servizio.

Ma evidentemente mai sazie, una delle associazioni datoriale del trasporto pubblico, Agens, si fa addirittura parte attiva di un progetto di legge riguardo un’ulteriore stretta all’esercizio dello sciopero.

Non va mai dimenticato che tutta questa prova muscolare viene garantita dalle esose multe pecuniarie che gravano su ogni lavoratore o lavoratrice che non obbedirebbe all’ordinanza del Ministro.

È oramai evidente che il problema è diventato politico: accettare la riduzione imposta nell’ordinanza sarebbe a nostro avviso come fare proprio che un Ministro consideri il diritto di sciopero alla stregua di una propria concessione ai sindacati, tanto da considerarne “eccessiva” la durata di 24 ore.

Per questo motivo, le scriventi Organizzazioni Sindacali hanno deciso unitariamente di RIFIUTARE la riduzione e di SPOSTARE lo sciopero nazionale di 24 ore di tutto il trasporto pubblico locale al 15 dicembre prossimo, sfidando il Ministro Salvini sul terreno dei diritti costituzionali, oltre che nel merito delle questioni poste dalle istanze dei lavoratori, ignorate dalle controparti datoriali e dal responsabile del dicastero dei trasporti.

Non è più tollerabile che questo avvenga senza che i lavoratori e l’intera società che SI RICONOSCE nei valori della Carta Costituzionale e che la continuerà a difendere, prendano una esplicita posizione contro questa palese aggressione a uno dei diritti costituzionali più importanti.

ADL Cobas – COBAS Lavoro Privato – SGB – CUB Trasporti – USB Lavoro Privato
La scorsa settimana Salvini aveva deciso allo stesso modo anche per lo sciopero generale proclamato da Cgil e Uil, violando – grazie al parere emanato dalla cosiddetta “Commissione di garanzia” – la normativa che non prevede alcuna possibile precettazione in occasione di sciopero generali.

Nel far questo, oltre a confermare il ruolo reazionario di cane da guardia delle imprese – ridurre d’autorità la portata di uno sciopero significa in primo luogo diminuire i danni delle imprese, riducendo così la loro disponibilità alla trattativa – aveva per la prima volta esplicitato che, per questo governo, i sindacati Cgil e Uil non godranno più di alcuna considerazione privilegiata, come avveniva durante tutti i precedenti governi.

Non basta più, insomma, neanche essere e comportarsi da “complici”. L’unico sindacato che piace è quello che dice sempre sì (come Cisl e Ugl) e non pretende alcun ruolo contrattuale.

Bisognerebbe quasi (molto “quasi”) ringraziare Salvini, perché in questo modo ha rotto il pilastro che consentiva di governare il conflitto sociale a favore del profitto privato: la piena acquiescenza dei sindacati “maggiormente rappresentativi”.

A questo punto, per i lavoratori in generale – non certo per i sindacati come Cgil e Uil, il cui quadro dirigente è stato formato e selezionato nell’arco di 40 anni per fare da comoda sponda al padronato – diventa chiaro che non c’è alcuna alternativa al conflitto per provare a far valere le proprie esigenze vitali.

Si apre una possibilità nuova di unificare la classe, insomma, e questo richiederà un salto di qualità generale anche all’interno del sindacalismo conflittuale, per porsi all’altezza della sfida.

Del resto siamo nella fase in cui in tutto l’Occidente neoliberista il movimento dei lavoratori sta rialzando faticosamente la testa. Si moltiplicano sulle due sponde dell’Atlantico i segnali di nuova vita.

Negli Usa i lavoratori del settore auto, dopo decenni di silenzio e impoverimento salariale, hanno piegato le “Big Three” (Ford, General Motors, Stellantis) ottenendo forti aumenti salaria, il ripristino della “scala mobile” anti-inflazione e la trasformazione dei contratti precari in stabili.

Proprio ieri c’è stato uno sciopero internazionale che ha bloccato le consegne di Amazon nel “black friday”, il giorno di massima attività della multinazionale.

In Svezia, l’intoccabile Tesla di Elon Musk è bloccata da uno sciopero che va avanti da quattro settimane. Per “convincere” il bizzoso miliardario a trattare anche i fornitori stanno iniziando a bloccare le consegne, mentre i portuali stanno discutendo su come fare per impedire che “anche una sola Tesla esca dalla Svezia“.

In Germania i macchinisti hanno bloccato nuovamente la circolazione dei treni merci, chiedendo un adeguamento salariale all’inflazione più corposo di quello fin qui concesso.

In Austria, due settimane fa, circa 400 aziende del settore metallurgico si sono fermate. I lavoratori chiedevano un aumento dell’11,6%, in linea con l’inflazione. In Francia i controllori di volo hanno bloccato la circolazione...

E, per stare alla disperante Italia attuale, il fatto stesso che due sindacati di lunghissima tradizione “concertativa”, come Cgil e Uil, siano stati costretti a proclamare uno sciopero generale (in modalità così contorte da facilitare il compito di chi voleva impedirlo), sta ad indicare che l’insofferenza dei lavoratori sta superando la soglia dell’attenzione.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma non serve. È chiaro che la lunga stagione della “passività delle masse” volge al termine. La causa è nella crisi del modello “mercantilista” – tutto orientato alle esportazioni, e fondato perciò sul blocco dei salari – che è esplosa con la pandemia prima e le guerra successivamente, mettendo fine alla cosiddetta “globalizzazione” ad egemonia Usa.

Siamo solo all’inizio, certo. Ma quando l’aria cambia, tutto l’ecosistema si mette in moto...

Fonte

28/11/2022

Chi arma il rinascente squadrismo neo-fascista?

L’attuale esecutivo di “destra-centro” oltre a proseguire – ed approfondire – le politiche neo-liberiste e guerrafondaie del governo Draghi, deve fare quel lavoro sporco che i tre esecutivi precedenti (Conte, Conte bis ed infine quello “tecnico” dell’ex governatore della BCE) non potevano intestarsi.

La visione del mondo di Fratelli d’Italia e di una parte non secondaria della dirigenza della Lega è profondamente fascista, più democristiana ma non meno anticomunista quella di Forza Italia.

Sono fascisti dentro, come abbiamo puntualmente denunciato subito dopo i noti fatti della Sapienza.

Non passa giorno che, in maniera piuttosto marcata, si ripropongono in quelle vesti, anche quando cercando di “rettificare” in parte affermazioni scomposte, senza però mai modificarne il significato e, soprattutto, l’orientamento e il metodo politico.

Aspetti che delineano una simbologia identitaria cui tengono molto, non proprio ascrivibile alla mera “destra conservatrice”.

Anche in questo, una parte della sedicente “sinistra” ha responsabilità precise e di lunga durata nello sdoganamento del fascismo e, contemporaneamente, nella “normalizzazione” del neofascismo; ossia due fenomeni coevi e profondamente intrecciati.

L’elenco sarebbe lungo e tedioso, ma è chiaro che ha creato un collante culturale che ha decimato gli anticorpi di un antifascismo che non fosse pura retorica a fini elettorali.

L’escalation in Ucraina e la politica bellicista del governo Draghi – sostenuto da PD, Lega, M5S, FI e mai sostanzialmente osteggiato da FdI – ha portato a compimento questo processo grazie all’attiva collaborazione degli apparati culturali e dei media mainstream, fino a livello parossistici.

La favola dei neonazisti ucraini dipinti come “neo-kantiani” sembra più il prodotto di uno stato alterato di coscienza causato dall’abuso di sostanze psicotrope che non “giornalismo”.

Mentre si incensavano i battaglioni neonazisti che dal 2014 combattevano contro le popolazioni del Donbass, si lasciavano agire impuniti i neonazisti che qui in Italia (ucraini e “autoctoni”, insieme) attaccavano iniziative contro la guerra, feste popolari di quartiere, giungendo al più vile degli attacchi contro una compagna in puro stile di (fortunatamente solo tentato) “stupro di guerra”.

Una situazione che anche una parte della sinistra antagonista non ha correntemente decifrato e, conseguentemente, non ha politicamente denunciato, con un cortocircuito logico-politico evidente quanto avvilente.

Tutto questo mentre un flusso di armi arrivava in Polonia in direzione Kiev senza che nessuno potesse esattamente capire a chi poi venissero consegnate (l’ha denunciato l’Interpol e persino il Dipartimento di Stato Usa), e si infittivano i legami tra la variopinta comunità neofascista italiana – ed europea in genere – e i banderisti ucraini.

Rapporti “covati” almeno dai moti di piazza Maidan nel 2014.

Risultato: un fiume di armi incontrollato prima o poi (se non già ora...) tornerà da dove è partito, ma in mano alla criminalità organizzata e a gruppi neofascisti. E una nuova generazione di soldati politici di ultradestra tornerà in Italia dopo avere combattuto fianco a fianco dei neonazisti in Ucraina, in una guerra fortemente voluta dalla NATO.

Se colleghiamo le varie inchieste giudiziarie su questa galassia, il quadro è inquietante.

Ma torniamo al ragionamento iniziale.

Uno dei compiti fondamentali di questo governo è stroncare preventivamente, per conto del padronato, ogni opposizione politico-sociale – quella di Palazzo è in questo contesto innocua ed anzi per molti versi funzionale – prima che assuma un profilo in grado di impensierire l’agenda della Meloni scritta tra Washington e Bruxelles, tranne qualche ridicola smargiassata ultra-reazionaria sul piano “culturale”.

In prima linea si trovano quei comparti avanzati della classe come il sindacalismo conflittuale e di base, che ha ritrovato una indispensabile unità d’azione con lo sciopero generale del 2 dicembre, e il variegato movimento studentesco che sta prendendo forma nelle scuole medie superiori come nelle università, e che sarà protagonista della mobilitazione nazionale contro la guerra il 3 dicembre a Roma.

Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: sia il “nuovo movimento operaio” sia quello studentesco costituiscono un problema in prospettiva se riusciranno a legare a sé una parte relativamente consistente dei ceti popolari, e non lo sono immediatamente già qui e ora.

In secondo luogo, le mobilitazioni cui abbiamo fino a qui assistito a livello sindacale e studentesco sono state il frutto di un certosino e defatigante sforzo soggettivo nel contesto di una società “stagnante”, dove il conflitto di classe è ridotto al lumicino.

Inoltre c’è sempre da ricordare che la filiera della “sinistra istituzionale” e dei suoi corpi intermedi ha ancora una relativa capacità di mobilitazione, nonostante i contenuti ambigui, strumentali, deboli, inadeguati allo spessore delle contraddizioni esistenti, ma purtroppo ancora capace di “inquinare” ogni tentativo di generosa ripresa conflittuale.

Soprattutto, questa filiera non è in grado – e non ne ha neanche l’intenzione – di elaborare un’alternativa credibile, foss’anche blandamente neo-socialdemocratica, tanto è filo-atlantista e filo-UE. Ed ha comunque una “classe dirigente” che sembra uscita dal circo Barnum.

In questo contesto la “Destra-centro”, insieme ad una battaglia ideologica costante e ridondante, usa – e soprattutto userà – gli strumenti tipici dello squadrismo ed il manganello contro quelle che sono le esperienze organizzate del movimento operaio e studentesco, lì dove la destra si sente più forte e protetta e gli si concede maggiore terreno.

In quegli ambienti c’è chi pensa che questa sia l’occasione buona per fare i conti con il “nemico interno”. Specie se questo nemico è costituito da una generazione cresciuta nella crisi, senza prospettiva, che può però svolgere una funzione generale nella ripresa del conflitto di classe nel nostro paese.

Giuseppe Valditara, non ha forse dichiarato al Sole24Ore: «Un buon genitore si preoccupa che questi ragazzi abbiano gli strumenti per farcela nella vita, altrimenti rischiano di essere degli sbandati»?

Per la precisione, utilizzando la non proprio finissima categoria sociologica di sbandati, si riferiva a chi lascia gli studi, senza minimamente indagare i perché di tale scelta, di cui naturalmente si incolpano soltanto i genitori ed una scuola ancora “troppo poco azienda” ai suoi occhi.

La realtà è che gli studenti vivono in scuole-gabbia, che li mandano a morire in alternanza scuola-lavoro e che risolvono qualsiasi problema in una ottica disciplinare e poliziesca, a volte con punte distopiche che ricordano il pinkfloydiano The Wall.

La proiezione politica di tutto questo è l’obiettivo padronale e reazionario di realizzare il grado zero di organizzazione studentesca fuori e dentro gli istituti; e, dal punto di vista del movimento operaio, similmente, il trattare il sindacalismo come “pratica criminale”, come dimostrano i fatti di Piacenza di questa estate.

In questo caso, fuori dalle mura degli istituti, dove non arrivano i manganelli della polizia e la zelante opera della Digos, si inserisce e, prevedibilmente si manifesterà l’azione del neo-fascismo contro le organizzazioni studentesche.

Abbiamo una lunga tradizione neo-fascista in questo senso, a far data almeno dagli anni Sessanta, che purtroppo ci sembra sia stata dimenticata da coloro che non comprendono l’attuale gravità della situazione, considerato anche il differente contesto: neo-fascismo sdoganato anche “a sinistra”, “camerati” addestrati all’uso delle armi, relativa facilità per chi è interno ad alcuni circuiti nel procurarsi delle armi provenienti da contesti bellici, una sinistra “democraticista” che ha dimenticato le più elementari nozioni di auto-tutela, e soprattutto la copertura istituzionale di cui godono i neo-fascisti, ovviamente ora più di prima.

Per questi motivi non va sottovalutato alcun fenomeno di riemersione dello squadrismo specie se perpetrato nei confronti del movimento studentesco, e va data una risposta all’altezza sul piano politico e “di massa”.

Che un gruppo di fascisti a volto coperto e con le mani alle cinghie faccia una incursione in un locale dell’Arci, a La Spezia, mentre si svolge una festa organizzata da OSA il giorno dopo la riuscita mobilitazione studentesca del 18 novembre, è un fatto che dovrebbe preoccupare e fare accendere una sorta di “campanello”, specie se si inserisce sulla scia di intimidazioni avvenute nelle settimane precedenti nella stessa città.

Non è un fatto isolato e locale, ma un tassello di un puzzle più ampio che rischia di estendersi, assolutamente non derubricabile ad una forma un po’ spinta di “bullismo”.

Su questo terreno “cedere un poco significa capitolare molto”.

L’uso della manovalanza neo-fascista da parte del governo di destra-centro non può essere accettato con “spirito di rassegnazione” ed un sostanziale immobilismo, lo stesso che abbiamo visto in questi anni di fronte al riemergere del fenomeno.

Per questo l’Assemblea all’Arci Canaletto, a La Spezia, domenica 27 novembre alle ore 18:00, in risposta a ciò che è accaduto e soprattutto per impedire che si ripeta, è un primo momento importante, anche per richiamare la politica locale e nazionale alle sue responsabilità affinché nessuno provi a “fare lo struzzo”.

Detto altrimenti va smascherata la regia politica in questa divisione dei ruoli tra neo-fascismo istituzionale in tailleur della Meloni e quello dei “camerati” che agiscono a volto coperto.

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15/08/2022

Crolla il teorema della Procura di Piacenza, scarcerati i sindacalisti USB e Si Cobas

Il tribunale del riesame di Bologna ha ordinato questa mattina la scarcerazione dei sei compagni, due USB e quattro Si Cobas, posti agli arresti domiciliari in seguito all'inchiesta/teorema della Procura di Piacenza sull'attività sindacale nel settore della logistica.

Cade di fatto il reato di Associazione per delinquere per tutti gli imputati. I sei dirigenti sindacali scarcerati oggi dovranno però sottoporsi all'obbligo della firma tre volte a settimana. Il giudice si è riservato il deposito del dispositivo entro 45 giorni e solo dopo questo atto sarà possibile ricorrere in Cassazione per chiedere la revoca anche dell'obbligo di firma.

USB esprime soddisfazione per l'esito favorevole del riesame ma mantiene inalterato il giudizio sul gravissimo operato della Procura di Piacenza e mantiene alta la mobilitazione per fermare questo attacco gravissimo al sindacalismo conflittuale e di classe.

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24/07/2022

Rivendicare diritti e dignità di chi lavora non è estorsione ma giustizia.


A Piacenza migliaia di lavoratrici, lavoratori e giovani hanno riempito ieri pomeriggio le strade per protestare contro gli arresti dei sindacalisti dell’Usb e del Sicobas arrestati all’inizio della settimana con l’accusa di “essersi associati per estorcere retribuzioni salariali superiori a quelle del contratto nazionale della logistica”. La manifestazione unitaria dei sindacati di base e conflittuali conferma ancora una volta che è la forza che fa l’unione.

Per la procura di Piacenza le lotte condotte nella logistica dal 2014 al 2021 sarebbero state attuate per motivazioni pretestuose e con intenti “estorsivi”, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale.

Questo teorema giudiziario è un evidente tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori. Si vuole negare la legittimità del sindacalismo conflittuale e delle sue pratiche e si vuole dare una ulteriore spinta repressiva contro il diritto di sciopero in un settore strategico per le multinazionali e per il capitale.

Ma la lotta per “estorcere” salari migliori e maggiori diritti per chi lavora nelle zone grigie del neoschiavismo industriale, non riguarda solo i settori della circolazione delle merci. Anche lì dove si producono come nelle campagne, spesso in condizioni schiavistiche, cresce la rabbia e l’organizzazione.

Mentre sabato migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Piacenza chiedendo la liberazione dei sindacalisti di Usb e Si Cobas arrestati, a centinaia di chilometri di distanza, a Ragusa, circa 500 persone, in stragrande maggioranza, lavoratori migranti, hanno manifestato venerdì per le strade della città siciliana, aderendo all’iniziativa promossa dalla Federazione USB locale per chiedere che si indaghi sulla scomparsa di Daouda Diane, di cui l’ultima foto mostra che stava lavorando nella pulizia di una betoniera.

La manifestazione si è conclusa davanti alla Prefettura, dove una delegazione di compagni di Daouda Diane, accompagnata dai delegati dell’USB e dalla deputata Simona Suriano di ManifestA, hanno incontrato Cettina Pennisi, viceprefetto di Ragusa, e il capo di gabinetto Ferdinando Trombadore. Assente invece la Regione Sicilia alla quale sin dal 13 luglio era stata inviata una richiesta di incontro senza ricevere ancora risposta.

I compagni di Daouda hanno esposto la grande preoccupazione per la sorte del loro amico, ribadendo che non aveva assolutamente alcun motivo per allontanarsi senza avvisare. I lavoratori hanno sottolineato di nuovo l’esistenza del video in cui si vede Daouda che lavora nel cementificio di Acate e denuncia le condizioni di lavoro insopportabili.

I dirigenti USB hanno riproposto la piattaforma di rivendicazione dei lavoratori migranti, come il diritto di cittadinanza e il rispetto delle condizioni contrattuali e di sicurezza sul lavoro.

Formali le risposte della Prefettura: massima attenzione nelle ricerche, le indagini sono di competenza della magistratura, interesse e ascolto alle rivendicazioni degli amici di Daouda.

Da Piacenza a Ragusa il sindacalismo combattivo e di classe manda un segnale decisivo: la schiavitù salariale sarà combattuta metro per metro, l’organizzazione sindacale e di classe dei lavoratori non verrà indebolito dalle persecuzioni giudiziarie della magistratura.

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17/07/2021

Il 18 ottobre sarà sciopero generale contro i licenziamenti e la macelleria sociale

Il 18 ottobre sarà sciopero generale. Lo hanno convocato unitariamente tutti i sindacati di base e conflittuali.

L’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale assieme a tutte le sigle del sindacalismo indipendente e di base per il prossimo 18 ottobre. L’aggravarsi della situazione con lo sblocco dei licenziamenti e le scelte di politica economica del governo Draghi impongono una risposta ampia da parte di un vasto movimento popolare.

La costruzione dello sciopero generale è un percorso che attraverserà le iniziative e le mobilitazioni che sono previste già dai prossimi giorni.

L’USB, senza dimenticare le differenze che rimangono con le tante sigle della galassia del sindacalismo di base, né rinunciando alle sue prerogative di organizzazione confederale e di classe, si predispone già dalle iniziative previste nelle prossime settimane, al coinvolgimento dei più ampi strati di lavoratori e lavoratrici nello sciopero generale.

A seguire il comunicato unitario

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Contro licenziamenti e macelleria sociale l’intero sindacalismo di base si unisce e proclama uno sciopero generale dei settori privati e pubblici su tutto il territorio nazionale per l’intera giornata del 18/10/2021

I licenziamenti alla Gianetti Ruote, alla GKN e alla Whirlpool si aggiungono alle migliaia avviati in piccole aziende che non arrivano alla cronaca nazionale e vanno a ingrossare gli oltre 900 mila lavoratori e lavoratrici licenziati nel corso di questi ultimi mesi.

Lo sblocco dei licenziamenti sottoscritto con la complicità di Cgil-Cisl-Uil è legato a doppio filo ai piani di ristrutturazione capitalistica messi in campo dai padroni attraverso le direttive del governo Draghi e dell’Unione Europea.

Il perdurare della crisi pandemica, col drammatico impatto sociale che questa ha già prodotto sia sul versante sanitario sia sulle condizioni di vita, di lavoro e salariali, non ha impedito al padronato di intensificare lo sfruttamento sia nel settore privato che nel pubblico impiego: aumentano i ritmi e il controllo, proliferano le forme di precarietà più selvagge, e con l’alibi di una crisi che spesso è solo apparente, le imprese agitano lo spettro dei licenziamenti di massa per delocalizzare e/o favorire il ricambio di manodopera garantita con masse di giovani ultra-ricattati e sottopagati

La crisi pandemica ha messo drammaticamente a nudo lo sfascio del sistema sanitario prodotto da una politica ultradecennale di tagli e privatizzazioni, così come la distruzione dei servizi sociali (istruzione, trasporti, asili nido, ecc).

Il governo Draghi, lungi dall’invertire questa tendenza, continua ad alimentarla, come dimostra la liberalizzazione dei subappalti e l’utilizzo dei fondi del PNRR, gran parte dei quali sono destinati ai padroni e agli speculatori, cioè i primi responsabili della crisi economica e del disastro sanitario e sociale cui abbiamo assistito in quest’anno e mezzo di pandemia.

L’intollerabile escalation repressiva in corso contro gli scioperi e contro le lotte sociali, (con cariche della polizia, denunce sistematiche, fogli di via, ecc.) legittima nei fatti le violenze e le aggressioni contro lavoratori e attivisti sindacali da parte di squadracce padronali a cui abbiamo assistito in queste settimane e che hanno portato all’omicidio del sindacalista Adil Belakhdim.

Di fronte a questo scenario vi è la necessità e l’urgenza di una risposta decisa, compatta e coordinata su scala nazionale.

Per questo motivo le scriventi OO.SS. proclamano uno sciopero generale unitario che riguarderà tutti i settori privati e pubblici per l’intera giornata del 18/10/2021.

Da oggi al 18 ottobre lavoreremo a costruire un vero e proprio stato di agitazione permanente, con assemblee e iniziative di lotta sui luoghi di lavoro e sui territori, con l’obiettivo di generalizzare la mobilitazione a tutti quei movimenti e quei settori sociali che intendono contrapporsi ai piani di supersfruttamento, precarietà, disoccupazione, devastazione sociale e ambientale imposti dai padroni su scala nazionale e internazionale: per questo dichiariamo fin da ora il nostro impegno alla costruzione delle mobilitazioni di fine ottobre contro il G-20 di Roma.

Lo Sciopero Generale è convocato per le seguenti ragioni e i seguenti obbiettivi:

- Contro lo sblocco dei licenziamenti: per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario al fine di contrastare l’attacco all’occupazione e ai salari;

- Per il rilancio dei salari, con forti aumenti economici e con l’istituzione di un meccanismo di piena tutela dei salari dall’inflazione;

- Garanzia del reddito attraverso un salario medio garantito a tutti i disoccupati; per l’accesso gratuito e universale ai servizi sociali e un unico sistema di ammortizzazioni sociali che garantisca la effettiva continuità di reddito e salario;

- Contrasto alla precarietà e allo sfruttamento: abrogazione del Jobs Act, superamento degli appalti e del dumping contrattuale e forte contrasto all’utilizzo indiscriminato dei contratti precari;

- Rilancio degli investimenti pubblici nella scuola, nella sanità e nei trasporti, contro la privatizzazione, la mercificazione e lo smantellamento dei servizi pubblici essenziali, dei settori fondamentali, di pubblica utilità e delle infrastrutture; contro i progetti di autonomia differenziata e le attuali forme di regionalizzazione; per l’uguaglianza dei diritti e dei servizi su tutto il territorio nazionale;

- Per una vera democrazia sindacale: contro il monopolio delle organizzazioni sindacali concertative, per dare ai lavoratori il potere di decidere chi deve rappresentarli; per il diritto di sciopero e l’abrogazione di ogni normativa repressiva che ne mini e riduca l’efficacia, a partire dal decreto-Salvini;

- Per il rafforzamento della sicurezza dei lavoratori, dei sistemi ispettivi e del ruolo delle RLS;

- Per la tutela dei lavoratori immigrati: permesso di soggiorno a tutti gli immigrati;

- Contro ogni discriminazione di genere: per una vera parità salariale, occupazionale e dei diritti delle donne, nei luoghi di lavoro e nella società;

- Per la tutela dell’ambiente, il blocco delle produzioni nocive e delle grandi opere speculative;

- Contro il G-20 di Roma e le ipocrite passerelle dei padroni del mondo: per l’unità e la solidarietà internazionale tra le lotte dei lavoratori e degli sfruttati.

ADL COBAS – CIB UNICOBAS – CLAP-CONFEDERAZIONE COBAS – COBAS SCUOLA SARDEGNA – CUB – FUORI MERCATO – SGB – SI COBAS –SIAL COBAS – SLAI COBAS S.C. – USB – USI CIT

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02/07/2021

Repressione e lotte sociali: intervista con Eddy

Incontriamo Eduardo Sorge (Eddy), compagno napoletano del quartiere Bagnoli, oltre che attivista del Movimento Disoccupati “7 Novembre” e dirigente del SiCobas.

Da tempo, Eddy, è un collezionista di denunce, ossia – in virtù della sua attività sociale nel quartiere flegreo e nella città di Napoli – è costantemente sotto tiro della Digos, la quale perseguita il compagno con denunce continue, perquisizioni, convocazioni in Questura e tutta l’abituale sequenza di provvedimenti – formali ed informali – con cui vengono criminalizzati i protagonisti del conflitto sociale.

Una condizione materiale – quella di Eddy – assimilabile a quella di tanti attivisti, napoletani e non solo, i quali quotidianamente – nei picchetti anti/sfratto, negli scioperi e nei quartieri popolari – alimentano la mobilitazione ed il possibile rilancio del conflitto politico e sociale nel nostro paese.

In questi giorni, però, si è appreso che alle denunce che periodicamente vengono recapitate ad Eddy si starebbe aggiungendo una accusa di “Associazione a Delinquere” (articolo 416 del Codice Penale).

Se tale notizia dovesse concretizzarsi in un atto formale saremmo di fronte alla formulazione di un “reato associativo” che si sommerebbe ai tanti “reati specifici” ascritti a Eddy configurando la possibilità di una inchiesta che per tempi, modalità e pene previste sancirebbe una pericolosa quanto preoccupante escalation penale e repressiva.

Inoltre la scelta del reato (l’Associazione a Delinquere), particolarmente nell’area metropolitana napoletana, di solito utilizzato dalle Procure per il contrasto giudiziario alla grandi organizzazioni criminali suona come una autentica offesa alle ragioni sociali delle lotte a cui Eddy partecipa e rappresenta un grave atto di opacizzazione e mistificazione autoritaria delle variegate forme del conflitto.

Vuoi sintetizzarci il percorso di lotte che hai intrapreso negli ultimi anni e l’inevitabile impatto con l’insieme dei dispositivi repressivi e criminalizzanti che gli apparati dello stato hanno messo in essere a Napoli e nel paese?

Negli ultimi anni, proseguendo il lavoro politico con il Laboratorio Politico Iskra di Napoli, ho concentrato l’impegno nel contributo sindacale, con l’esperienza dell’organizzazione sindacale SiCobas, per allargare la conflittualità e la lotta operaia espressa nel settore della logistica in altri settori e categorie del mondo del lavoro, per migliorare le condizioni di vita, di salario, di dignità e per rimettere al centro gli interessi dei lavoratori e non quelli del profitto.

In particolare a Napoli, invece, sostenendo e promuovendo la costruzione e la lotta del Movimento dei disoccupati – 7 Novembre, che ha praticamente riempito tutti i giorni le piazze con iniziative di lotta per un salario garantito, un lavoro utile e dignitoso.

La mole accumulata di procedimenti e processi che coinvolgono lavoratori, disoccupati, compagni ed operatori sindacali è ovviamente difficile da sintetizzare: fogli di via, multe, fermi, arresti preventivi ai sindacalisti, processi, provocazioni fino all’invenzione di castelli giudiziari.

Insomma ogni iniziativa di lotta è trasformata in problema di ordine pubblico. È il clima di escalation repressiva che fa il paio con quanto viviamo all’interno dei luoghi di lavoro (con l’utilizzo di polizia e guardie private contro chi sciopera fino agli omicidi come quello di Adil a Novara), con la finalità di frenare qualsiasi tentativo di ricomposizione di classe su un terreno di lotta e di conflittualità.

Più che “elencare” la repressione bisogna trasformarla in uno dei terreni di ricomposizione: dalle lotte nella logistica, a quelle dei disoccupati organizzati e di altre categorie (pensiamo ai portuali), fino ai movimenti di resistenza territoriali (NoTav) o per il diritto all’abitare, per costruire una prospettiva politica anticapitalista contro il corso disastro degli eventi.

Il Governo Draghi e la cosiddetta “uscita capitalistica dalla fase acuta della crisi pandemica” stanno avviando la ripresa dell’offensiva padronale nei posti di lavoro, con misure antipopolari (dallo Sblocco dei Licenziamenti al varo del famigerato Codice degli Appalti, fino al rincaro di prezzi e tariffe). Tutto nel quadro del PNRR il quale, al di là della fuffa propagandistica, si configura come un gigantesco piano di centralizzazione e di riorganizzazione del capitalismo su scala continentale. In tale contesto la repressione interviene – spesso anche preventivamente – per impedire l’articolazione e la possibile generalizzazione di vertenze, lotte e conflitti che minerebbero la pace sociale e l’Union Sacrè parlamentare.

A tuo parere come è possibile costruire un deciso stop a questo corso antisociale e come possiamo determinare un argine culturale e politico a tale linea di condotta criminalizzante?


Innanzitutto con il massimo sforzo delle organizzazioni sindacali per una stagione di sciopero generale unitario contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano. Al fronte unico dei padroni ed all’unione sacra del capitale opporre un fronte unico di classe: questo è l’unico modo superando divisioni ed orticelli.

Non possiamo che unirci attorno ad un programma politico che faccia da ponte tra le rivendicazioni immediate e la prospettiva rivoluzionaria anticapitalista, tra le emergenze ed esigenze sociali e l’ottica di trasformazione della società, tra la redistribuzione della ricchezza e la messa in discussione di come la si produce, tra noi e l’orizzonte internazionalista.

Un programma di mobilitazione che parli a chi ancora non è organizzato con noi ma sta pagando il costo della crisi capitalistica, un programma che metta al centro la parola d’ordine “Espropriare gli Espropriatori”: prelievo forzoso del 10% sul 10% più ricco, tagli delle spese militari, delle grandi opere, delle pensioni d’oro, del clero, requisizione delle strutture e cliniche private per la medicina di base e del lavoro, un piano straordinario per il lavoro per il riassetto idrogeologico, per il diritto alla casa, le bonifiche dei territori, la messa in sicurezza ed i servizi alle persone, il rinnovo dei Ccnl, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la cancellazione dei decreti sicurezza, un serio programma ecologico altro che “finzione ecologica” ecc.

In questo percorso rafforzare gli strumenti collettivi (autodifesa operaia, cassa di resistenza unitaria, intervento coordinato legale, ecc.) contro la repressione che avanzerà all’avanzare della crisi e della ristrutturazione capitalistica contro chi sarà considerato “il nemico” delle esigenze del mercato.

Proprio in questi giorni, oltre che a Napoli, in città come Livorno, Genova, Roma e in tanti centri grandi e piccoli, decine di attivisti sono raggiunti da provvedimenti giudiziari (spesso si tratta dell’odioso strumento delle Sanzioni Amministrative) che, di fatto, limitano l’agibilità e la libertà di lotta e di organizzazione. Parimenti, nella società e nei posti di lavoro, avanzano forme di disciplinamento sociale (vedi le periodiche campagne anti/immigrati) che puntano a rinfocolare ulteriormente la frantumazione sociale e la desolidarizzazione.

Ritieni drammaticamente matura la necessità di una larga e sistematica campagna di controinformazione e di lotta sui temi delle agibilità politiche e sindacali, dell’abolizione del Pacchetto Sicurezza e della depenalizzazione dell’insieme dei reati ascrivibili alle lotte sociali?


Ritengo oggi compito politico primario dei comunisti, e più in generale dei militanti anti-capitalisti degni di questo nome, denunciare questo processo repressivo nel suo insieme, e attivare contro di esso una risposta il più possibile unitaria, perché se si proseguirà con il dare risposte frammentarie e sostanzialmente locali, si finirà per consegnarsi pressoché inermi all’azione sempre più coordinata degli apparati repressivi dello stato.

Una risposta necessaria è urgente.

Da un lato la massima convergenza per una campagna di controinformazione e di lotta per i diritti sindacali partendo dall’abolizione dei Decreti Sicurezza (Minniti e Salvini) e totale depenalizzazione dei reati di natura sociale e politica, dall’altro la convergenza di tutte le organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale per una stagione di Sciopero Generale Nazionale Unitario, che sia capace di iniziare a rispondere in maniera unitaria a quanto sta avvenendo dentro e fuori i luoghi di lavoro, contro la complicità dei sindacati confederali con i piani padronali, contro le politiche dell’Unione Europea e del Governo italiano.

Se le organizzazioni cosiddette confederali, la Cgil e Landini piangono inginocchiati davanti a Bonomi e Confindustria, dicendosi preoccupati di uno scenario da esplosione sociale, noi diciamo che guardiamo esattamente a questo scenario come possibili protagonisti.

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