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27/07/2022

Arrestati per quale reato? Essere un sindacato

Migliaia di lavoratrici e lavoratori della logistica, in maggioranza migranti, e poi tanti studenti e attivisti sociali, sono scesi in un enorme corteo sabato 23 a Piacenza.

Un corteo totalmente ignorato da grandi giornali e tv, troppo impegnati a seguire ogni micro-movimento della casta politica per interessarsi al paese reale.

Un corteo contro il gravissimo attacco alla democrazia che parte dalla Procura di Piacenza e dalle grandi imprese della logistica che hanno fatto di quella provincia un centro di attività, affari e sfruttamento.

Otto dirigenti della USB e del SiCobas sono stati sottoposti all’arresto e ad altre misure restrittive. Un centinaio sono gli inquisiti tra gli attivisti e i collaboratori dei due sindacati particolarmente attivi nella provincia tra i facchini delle multinazionali della logistica.

Tutti per un vero e proprio Reato di Sindacato.

Questo infatti è il vero capo d’accusa del mostruoso procedimento costruito dalla Procura, che assieme alla Digos dal 2015 indaga sulle lotte sindacali nella provincia emiliana. Ovviamente su ispirazione delle grandi imprese della distribuzione delle merci. Imprese che in pochi anni hanno visto una crescita enorme di attività e profitti, con la messa a lavoro di migliaia di operai.

Piacenza è diventa in breve la Mirafiori dei grandi magazzini di raccolta e distribuzione delle merci, con una massa enorme di persone che affluivano nella città per lavorare.

Questi operai in gran parte venivano da paesi lontani, non conoscevano né la lingua né i diritti sindacali del nostro paese e quindi all’inizio avevano accettato condizioni di sfruttamento terribili.

Poi grazie all’opera di proselitismo militante, simile a quella degli albori del movimento operaio, di attivisti prima del SiCobas, poi della USB, le cose sono cambiate. I lavoratori hanno maturato coscienza del loro diritti e cominciato a rivendicarli, ovviamente con il solo modo che da sempre hanno gli oppressi per cambiare la loro condizione: la lotta organizzata e lo sciopero.

Ebbene, per la Procura di Piacenza questo grande e giusto processo di emancipazione sociale è stato la manifestazione di una “associazione a delinquere a fini estorsivi”. I sindacati organizzavano scioperi per estorcere alle aziende soldi che poi sindacalisti intascavano per sé stessi. Questa la tesi di fondo, ridicola e falsa, della maxi-inchiesta dei magistrati piacentini.

Il sindacato che lotta non è una associazione a delinquere e chi sciopera per migliorare le proprie condizioni di lavoro non è un “estorsore”. È semplicemente pazzesco che lo si debba affermare non nell’Ottocento, ma oggi in un procedimento penale intentato da magistrati, per i quali dovrebbe valere la Costituzione della Repubblica.

Il teorema della Procura di Piacenza è semplicemente la scrittura giuridica del peggiore e antico punto di vista reazionario e padronale: il sindacato che fa il suo mestiere viola le leggi del mercato e fa violenza alle imprese.

Anni e anni di costosissime intercettazioni telefoniche e di spionaggio su militanti sindacali, ventiduemila pagine, centinaia di fogli di accusa. Il tutto per trovare nient’altro che la dubbia assenza di qualche scontrino: dalla quale però i magistrati di Piacenza hanno fatto derivare tutta la loro tesi preconcetta e precostituita.

I sindacalisti, i militanti, i lavoratori impegnati in durissime lotte per la libertà, sarebbero sostanzialmente “una mafia”.

I compagni di lavoro e di lotta di Abdel Salam e Adil, sindacalisti assassinati impunemente a picchetti di sciopero quando l’inchiesta della Procura già in corso, sarebbero dei mafiosi.

Forse per coprire l’enormità delle loro tesi i magistrati accusatori hanno poi fatto sapere che non avrebbero nulla contro il sindacato in quanto tale. Ma facciano il piacere... I sindacalisti sarebbero una associazione a delinquere ma il loro sindacato non sarebbe perseguitato? Questa è pura falsa coscienza.

In realtà a Piacenza è in gioco la democrazia, quella vera, non quella finta per cui il palazzo ci porta in guerra.

È in gioco la democrazia costituzionale, per la quale il conflitto e lo sciopero sono il mezzo lecito e giusto che i lavoratori hanno a disposizione contro il potere del padrone.

A Piacenza c’è una inchiesta giudiziaria di regime, che punta a far regredire il nostro sistema sindacale al 1791. Quando una legge in Francia vietò lo sciopero ed i sindacati perché contrastavano il “libero mercato del lavoro, la libera contrattazione tra padrone ed operai”.

Sono tanti oggi gli attacchi alla Costituzione antifascista, che nel 2013 la Banca JP Morgan definì troppo favorevole al lavoro, troppo “socialista”. Quello della Procura di Piacenza è uno dei più pericolosi.

Per questo in piazza a Piacenza non c’era solo il sindacato di classe, ma la difesa della democrazia.

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