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29/07/2022

“Ombre russe” e realtà nera per le elezioni in Italia

Fare una campagna elettorale in piena estate – senza neanche il disturbo di dover raccogliere le firme – costringe a strillare cazzate pur di farsi notare. Specie se hai molto da far dimenticare a chi ti ha votato, dovrebbe votarti o comunque almeno non prenderti a calci quando ti incontra per strada.

È la condizione di tutti i raggruppamenti scomposti presenti in parlamento, ben macinati e rimescolati da una legislatura in cui tutti hanno governato con tutti, specie con quelli con cui avevano giurato di non prendere neanche un caffè in piedi.

Non fa eccezione la Meloni, ultima versione della famosa “opposizione della corona”, ossia quel gruppo di attori ammessi a dir male del governo per dare l’impressione – ma solo quella – di vivere in un sistema “pluralista”.

Gli antifascisti elettorali – quelli che si ricordano dell’eredità fascista in Italia solo quando si aprono i seggi, ma intanto mandano le armi al battaglione Azov et similia, riqualificandoli come semplici “nazi(onal)isti” – non hanno mai avuto neanche paura di regalare, in questo modo, una patente di credibilità proprio ai fascisti, facendone l’unico raccoglitore “autorizzato” del malcontento popolare e non.

Così, in queste ore, Giorgia Meloni si fa in quattro per rassicurare la Nato. «La politica estera di un governo a guida Fratelli d’Italia resterà quella di oggi. Per me è una condizione. E non credo che gli altri vogliano metterla in discussione. Se noi non mandiamo le armi, l’Occidente le continuerà a mandare, e ci considereranno un Paese poco serio. Il problema sarà nostro. Bisogna essere lucidi: non possiamo pensare di essere neutrali senza conseguenze».

Sarà una pura coincidenza, ma nelle stesse ore Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera, “euro-atlantico” tutto d’un pezzo, alla trasmissione di Parenzo su La7 la invitava perentoriamente a dire proprio questo per dimostrare di essere “affidabile”.

Per chi? Per la Nato, ovviamente. Il tutto in un delirio logico-psicologico secondo cui per “dimostrare di essere un Paese Sovrano che non si fa destabilizzare i governi da Putin bisogna obbedire in tutto e per tutto alle decisioni di un’alleanza militare” in cui l’unico parere che conta è quello degli Stati Uniti.

La giornata di ieri è in effetti passata tra strilli e strepiti sullo scoop de La Stampa – uno dei tanti media di casa Agnelli, insieme a Repubblica – che narra di un documento di un servizio segreto (rimasto per ora ignoto) da cui emergono contatti tra un importante funzionario dell’ambasciata russa a Roma e il consigliere della Lega per i rapporti internazionali, Capuano, sul ritiro dei ministri del Carroccio dall’esecutivo.

A fare scalpore, nell’intercettazione, la domanda del russo a proposito delle intenzioni leghiste nei confronti del governo Draghi (“potreste dimettervi?”).

Su Salvini e sulla Lega spariamo ogni giorno e qualunque bassezza non ci sorprenderebbe. Nel caso in questione, come tutti, ci limitiamo a registrare la smentita di Franco Gabrielli (ex capo dei servizi segreti ora incredibilmente sottosegretario con delega agli stessi servizi segreti, un caso da manuale di controllato-controllore): “quel documento non viene dai servizi italiani”.

Il che – ammesso che sia vero, visto che i servizi per definizione fanno cose inconfessabili – fa immaginare sia di origine statunitense o inglese (non essendo certo negli interessi russi “bruciare” un ex amico).

Un tipico caso di regolamento dei conti, all’interno dell’alleanza atlantica, in tempo di guerra. Quando non deve sussistere il minimo dubbio su chi sia “dei nostri” e chi uno di cui diffidare, quando insomma si riscrivono le gerarchie con logica militare.

Come conseguenza, si può immaginare anche che la carriera del “capitano” leghista volga ingloriosamente alla fine...

Dobbiamo quindi registrare ufficialmente – per quanto riguarda l’indecente classe politica di questo paese – che c’è un “vincolo esterno” da considerare primario (l’obbedienza alla Nato). Nessuno dei principali leader politici di qualsiasi partito può – o potrà – manifestare il minimo dubbio su come la Nato sta affrontando la guerra in Ucraina. Tanto più se, come dimostrano da mesi tutti i sondaggi, la stragrande maggioranza della popolazione è contraria al coinvolgimento nella guerra e all’invio di armi.

Non si tratta di un “dettaglio” e lo dimostra il supposto “democratico” Enrico Letta, che trasforma lo scoop in elemento centrale della campagna elettorale: “Vogliamo sapere se coloro che hanno fatto cadere il governo Draghi lo hanno fatto su mandato di una potenza straniera che oggi aggredisce e con cui non possiamo avere buoni rapporti”.

Quanto sia “affidabile” un segretario di partito che inanella almeno tre falsità o stupidaggini in una sola frase è giudizio che lasciamo ai lettori. Noi possiamo solo ricordare che:

a) il governo Draghi non è “stato fatto cadere”, ma si è dimesso di propria iniziativa pur avendo una maggioranza mostruosa (registrata nella votazione sul “decreto aiuti”), neanche scalfita dall’uscita dall’Aula del gruppo dei Cinque Stelle (ampiamente decurtati dalla scissione di Di Maio). Una caso praticamente unico, nella storia dei governi italiani. E neanche quando è tornato in Senato per chiedere la fiducia è “finito sotto”;

b) attribuire le “dimissioni spontanee” al “mandato di una potenza straniera” è perciò un falso oppure una patente di dabbenaggine per SuperMario (che avrebbe fatto da solo quel che Putin sperava, secondo Letta);

c) dichiarare che “non possiamo avere buoni rapporti” con la “potenza straniera” di cui sopra, la Russia – al di là di quel che si pensa di Putin – è una fesseria strategica che nessun leader mondiale in possesso delle proprie facoltà può permettersi. Specie se il paese di appartenenza è formalmente non in guerra contro quella “potenza”. Forse Letta dovrebbe farsi fare un corso accelerato da Lucio Caracciolo...

A quanto pare, siamo proprio nella mani di frilli irresponsabili, sia che si sbracciano per dimostrarsi più “atlantici” di Biden, sia che flirtino sottobanco con funzionari stranieri del fronte opposto.

Ma il vincolo Nato non è l’unico.

Come in ogni campagna elettorale questa paccottiglia politica semina promesse che sa essere irrealizzabili sotto le condizioni fissate dai trattati europei e dal PNRR. Persino Berlusconi dimostra di rendersene conto, promettendo come al solito “aumenti delle pensioni” e “un milione di alberi”. Noterete che rispetto al “milione di posti di lavoro” si tratta di un bel passo indietro...

Per tutti vale l’ordine di scuderia: “seguiremo l’agenda Draghi”. Per sapere di che si tratta forse è bene rileggersi l’analisi critica fatta da Coniare Rivolta oppure quella – speculare, ma in versione “entusiasta” – di Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera.

In entrambi i casi si coglie la portata del “pilota automatico” inserito al posto delle “decisioni sovrane” di qualsiasi governo di un paese membro dell’Unione Europea.

In particolare ci si concentra sull’ultimo “ritrovato” della Bce, quel Tpi che consente alla banca centrale di acquistare titoli di stato quando gli spread si fanno troppo ampi e destabilizzanti, ma solo se gli stati in difficoltà “si impegnano in un percorso riformatore i cui principi e modalità attuative sono stabiliti in un dialogo con Bruxelles e in un processo in cui il punto di vista dell’autorità federale e quello dell’autorità nazionale dovrebbero integrarsi in modo costruttivo, ma in cui i Paesi, una volta discusso il percorso, si impegnano a rispettare le decisioni prese”.

Senza entrare nei dettagli, pur importanti (li potete trovare ai link riportati), esce fuori chiaramente che qualsiasi governo uscirà fuori dalle urne il programma è già deciso, ed è quello che Mario Draghi (e l’Unione Europea, di cui è stato ed è “testa pensante”) sta seguendo in queste stesse ore. Senza alcuna deviazione di un qualche rilievo.

Su cosa potrà mai caratterizzarsi, dunque, quella moltitudine di cacicchi che strepitano per raccogliere qualche voto in più? Su come tartassare meglio i migranti, come garantire qualche diritto in più purché non sia “costoso”, su come obbedire meglio al “doppio vincolo” che tutti riconoscono come inviolabile.

Altra cosa è uscire da questa logica e mettere in discussione il sistema. Siamo ancora ai primi passi, non c’è da farsi soverchie illusioni a breve. Ma qualcosa si muove. Basta non restare a casa, a bestemmiare contro il mondo dalla tastiera...

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