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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/03/2026

Decreto sicurezza, una pioggia di multe per bloccare proteste e dissenso

Gli effetti del pacchetto approvato l’11 aprile 2025 arrivano in queste ultime settimane sotto forma di lettere di verbali e denunce alle porte degli attivisti che hanno manifestato per la Palestina lo scorso autunno. Lo scorso aprile il governo Meloni ha approvato il decreto legge che ha introdotto 11 nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti. Tra queste la riformulazione del blocco stradale, tornato a essere reato, con una pena fino a due anni nel caso di manifestazione.

Tenere traccia dei provvedimenti che piovono non è semplice. I primi sono arrivati nei piccoli centri: Massa Carrara, Catania, Brescia, Pisa, Livorno, Ravenna, Taranto. Poi Bologna con oltre 100 denunce e Genova con 80. L’ultima in ordine di tempo è Cagliari, con un’inchiesta che ha portato a 90 denunce.

Sono più di 400 i denunciati con decine di multe in tutta Italia e mancano Roma e Milano all’appello. Mentre a Torino sono almeno 50 le multe e poi ci sono le denunce, che spesso però racchiudono più episodi, anche manifestazioni che non hanno a che fare con Gaza e che la procura vuole inserire nel filo rosso che collega tutto ad Askatasuna.

«Nelle grandi città è probabile che inviino un unico piano indiziario. Il rischio è che con la partenza della nuova Flotilla, ad aprile, si voglia bloccare il ripetersi dell’autunno», spiega Cristina Mazzoccoli, avvocata di Usb. «Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce: il penale ha delle garanzie difensive, mentre nel procedimento amministrativo sono ridotte e le modalità di impugnazione limitate. Per studenti e operai è difficile pagare multe che arrivano fino a 5mila euro».

Non tutti sono accusati di aver bloccato la circolazione, alcuni soltanto di essere entrati in stazione da porte non consentite o aver stazionato sulla banchina. Gli avvocati dei sindacati di base sottolineano come in realtà la circolazione ferroviaria non ha risentito in maniera rilevante: «Vogliamo dimostrarlo chiedendo le audizioni, ma per ora nessun soggetto è stato convocato».

Al momento la decisione collettiva è quella di non pagare e capire se oltre al verbale arriverà anche l’ordinanza di ingiunzione, con la possibilità di ricorrere al giudice di pace. «Le presunzioni di colpevolezza non si basano su dati oggettivi, ma su questioni presupposte su dati di digos e questura: i diretti interessati non vogliono pagare le multe perché non credono di aver fatto nulla, rivendicando il diritto di manifestare», aggiunge Mazzoccoli.

Intanto si moltiplicano le casse di resistenza per raccogliere fondi: «Sono misure restrittive non giustificate da pericolosità». A preoccupare, rispetto all’ultimo pacchetto sicurezza, è la modifica dell’articolo 18 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) sul preavviso di manifestazione alla questura: finora reato, ma sono state poche le condanne, con la depenalizzazione potrebbe diventare uno degli strumenti più efficaci per fare in modo che le persone desistano dallo scendere in piazza.

«In pratica parcellizzi il procedimento, le multe e le ordinanze diventano singole, non si possono unire per fare una class action. Quindi se prima potevo improvvisare un presidio magari per un evento, come accaduto per la Flotilla, ora si rischia una multa fino a 12mila euro», spiega l’avvocato Gianluca Vitale.

Per stabilire poi chi sono i promotori, potranno essere utilizzati anche i social e risalire a chi ha diffuso per primo l’incontro. «In quest’ultimo decreto i dubbi di incostituzionalità riguardano la proporzionalità della pena e le sanzioni elevate. Una sponda potrebbe essere ricorrere alla Cedu – spiega Vitale – che lascia via libera alle sanzioni, ma tali che non risultino deterrente al diritto di manifestazione, come pare avvenire in questo caso».

Mentre il fermo preventivo, sempre nell’ultimo decreto sicurezza, che limita le persone nella circolazione, si baserebbe su un sospetto di pericolosità e sulla profilazione, anche solo per il fatto di appartenere a un movimento. «Sono tutti mezzi intimidatori – conclude Vitale – Il fermo per identificazione è già usato come pretesto per tenere in questura le persone per ore ma da noi spesso contestato come sequestro di persona, ora diventa legittimo».

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24/12/2025

Sanzione della Commissione di Garanzia per le mobilitazioni in autunno: è allarme democratico a difesa del diritto di sciopero

Devono aver sudato assai i componenti della Commissione di garanzia sul diritto di sciopero, nel formulare le argomentazioni a supporto della loro decisione di elevare una multa di ben 20.000 euro alla USB per lo sciopero generale del 3 ottobre, convocato in risposta all’atto di pirateria internazionale compiuto dalle forze armate Israeliane nei confronti della Sumud Global Flottilla.

Uno sciopero immediato, proclamato invocando l’articolo 2 comma 7 della Legge 146/90, la legge antisciopero, che prevede la possibilità di non rispettare i termini di preavviso quando lo sciopero sia in difesa dell’ordine costituzionale o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori. Uno sciopero che ha visto una partecipazione di massa, diffusa in tutto il Paese e in tutte le categorie, ben oltre la consueta adesione agli scioperi generali convocati in altre occasioni, a significare la condivisione della scelta di mobilitare le lavoratrici e i lavoratori e di farlo subito, non appena si è verificato un atto di gravità inaudita nei confronti di pacifisti internazionali che cercavano di forzare un blocco illegale e portare sollievo e aiuti umanitari a chi stava subendo da anni l’aggressione genocida da parte dello Stato di Israele.

La delibera con cui si commina una pesante multa alla USB, ma ci risulta anche ad altre organizzazioni sindacali che si erano unite a USB proclamando a loro volta lo sciopero, si avventura in disquisizioni di natura interpretativa del pensiero dei Costituenti all’atto della stesura della nostra Carta Costituzionale, per cercare di giustificare la propria decisione del tutto priva di senso storico e in contrasto con altre già emesse in altri tempi ma sempre in contesti analoghi.

A sostegno della propria tesi si arriva a recuperare un parere secondo cui la difesa dell’ordine Costituzionale va interpretato unicamente nel senso “di situazioni di eccezionale gravità tali da mettere in pericolo le istituzioni democratiche”, come il rischio di colpo di Stato o di sovvertimento violento dell’ordinamento statale da parte di soggetti o poteri usurpatori. Cioè secondo la Commissione di garanzia del diritto di sciopero (sic!), la difesa dell’ordine costituzionale si interpreta unicamente nella difesa delle istituzioni democratiche di fronte ad un attacco specifico che metta a repentaglio l’esistenza stessa della Repubblica e non anche a garanzia che nessuno possa, tradendo il dettato Costituzionale, nella fattispecie l’articolo 11 della nostra Carta costituzionale, portare il Paese in una situazione di guerra così giustificando violazioni del diritto internazionale: vendendo armi, e/o consentendone il transito, che verranno utilizzate di fatto per proseguire nel genocidio del popolo Palestinese, non assumendo nessun atto concreto di protesta nei confronti dell’attacco armato in acque internazionali a navi anche di nazionalità italiana, con a bordo cittadini e sindacalisti italiani.

Non stiamo protestando per la sanzione, anche se la riteniamo ingiusta e la impugneremo davanti al giudice del lavoro: stiamo lanciando un allarme democratico a difesa del diritto di sciopero, della nostra Costituzione, della funzione sindacale, della pace e della volontà di tanta parte del popolo italiano che con grande slancio e consapevolezza ha aderito agli scioperi di settembre e ottobre, non curandosi della legittimità formale degli stessi, ma del loro alto valore politico a difesa della nostra Costituzione.

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22/12/2025

Sanzioni per lo sciopero generale del 3 ottobre: il governo Meloni prova a vendicarsi

La Commissione di Garanzia sulla legge 146 ha emesso la sua prima sentenza contro gli scioperi dello scorso autunno, facendo partire una prima pesante raffica di sanzioni contro l’agitazione che è stata proclamata senza rispettare i termini di preavviso a causa dell’attacco che stava subendo la Flotilla. La delibera della CGSSE si riferisce allo sciopero generale del 3 ottobre, scattato a seguito del sequestro illegittimo operato dall’esercito israeliano nei confronti di tutte le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, che stavano cercando di raggiungere le popolazioni di Gaza, per portare loro aiuti umanitari e aprire un valico permanente di soccorso.

Il governo Meloni non solo si è rifiutato di intervenire per far rispettare il diritto internazionale – le imbarcazioni sono state sequestrate infatti in acque internazionali e quindi fuori dalla giurisdizione israeliana – ma non ha ritenuto necessario di dover agire a sostegno dei cittadini italiani imbarcati, manifestando ancora una volta la totale complicità con il governo genocida di Tel Aviv. Come sappiamo i nostri concittadini, assieme al resto dell’equipaggio della Flotilla, sono stati arrestati e condotti nelle carceri israeliane, sottoposti a gravi vessazioni e violenze ed infine espulsi dopo alcuni giorni di sequestro illegittimo. Non una nota di protesta è mai partita dal nostro governo verso le autorità israeliane.

Lo sciopero generale del 3 ottobre ha rappresentato un moto di indignazione popolare capace di legare l’orrore per quanto avveniva (e purtroppo ancora continua) in Palestina con lo sdegno per il comportamento complice del nostro governo. Centinaia di migliaia di persone invadevano le piazze di tutto il paese e molte attività si fermarono. La circolazione è stata paralizzata ma in molte occasioni i manifestanti hanno ricevuto gli applausi dei cittadini intrappolati nel traffico e tuttavia solidali con la protesta.

Il governo ha vissuto in quei giorni i momenti più difficili dal suo insediamento. La Meloni balbettava frasi senza senso, Tajani appariva in grande imbarazzo, il resto del governo preferiva rimanere in silenzio. Ora che l’ondata emotiva si è ridotta, è cominciata la vendetta. In diverse città, da Bergamo a Catania, da Ravenna a Torino, sono state impartite decine e decine di sanzioni individuali contro i manifestanti con migliaia di euro di multe e, a seguire, sono cominciate ad arrivare le sanzioni contro le organizzazioni sindacali. Le somme più pesanti, 20mila euro, sono per l’USB assieme alla Cgil. E la Commissione ha già fatto sapere all’USB che ne sono in arrivo altre.

Bloccare il paese è una pratica che ha dimostrato di essere efficace. Il governo ha potuto sperimentare in quelle giornate tutta l’inutilità dei suoi dispositivi repressivi e dei decreti sicurezza di fronte all'espressione popolare. E si è messo paura. Non ci lasceremo intimidire dalla sua vendetta e ci prepariamo a tornare all’attacco. Ci sono mille buone ragioni per bloccare di nuovo tutto.

Unione Sindacale di Base

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07/06/2020

Cosenza, multata presidente Anpi per un fiore ai partigiani


Quando gli è stata notificata dalla Questura pensava ad uno scherzo e non ci credeva. Ma era tutto tremendamente vero. Il fiore del partigiano, deposto il 25 aprile come ogni anno nel giorno della Liberazione, costa alla presidente dell’Anpi di Cosenza, Maria Pina Iannuzzi, una multa salata di 400 euro.

Mentre la destra neofascista, prima, durante e dopo la pandemia, fa impunemente quel che vuole, l’associazione dei Partigiani viene sanzionata per un nobile gesto, tradizionale, effettuato in piena sicurezza, seguendo tutti i crismi di legge.

«Anche ai tempi del Covid abbiamo ritenuto opportuno – ci dice Iannuzzi – portare dei fiori in un luogo simbolico: il Largo dei Partigiani, nella città vecchia, di fronte a quel carcere giudiziario luogo di prigionia e di sofferenza per tanti antifascisti cosentini come Paolo Cappello, il muratore socialista ucciso dal piombo fascista nel 1924, cui è intitolata la nostra sezione. Dopo una visita nella sede della Associazione Terra di Piero – che insieme ad altre strutture cosentine ha portato ogni giorno pasti caldi, aiuto e assistenza ai bisognosi – nel pomeriggio mi sono recata nel piazzale per l’omaggio ai partigiani. Ogni anno portiamo il fiore alle 9 del mattino dando inizio alle celebrazioni. Quest’anno sarebbe stato l’unico gesto rituale della giornata».

Insieme a lei si erano radunati gli altri rappresentanti delle realtà antifasciste cittadine. Una foto in particolare ritrae i partecipanti schierati e distanti l’uno dall’altro, con indosso mascherine, guanti e quanto previsto dalle misure di contenimento.

E invece Iannuzzi si è vista recapitare la sanzione «perchè il 25 aprile 2020 violava le prescrizioni atte al contenimento del rischio epidemiologico Covid-19 lasciando la propria abitazione senza giustificato motivo, non ricorrendo i casi previsti dal D.L. 19/2020 e partecipando ad assembramento e manifestazione in luogo pubblico, composta da 18 persone alle ore 14.57 del 25.4.2020 in Largo dei Partigiani di Cosenza».

Peraltro «il giustificato motivo» c’era, eccome. Era stata la presidenza del Consiglio dei ministri a metterlo nero su bianco il giorno prima: «Le associazioni partigiane e combattentistiche potranno partecipare alle celebrazioni per il 75esimo anniversario della Liberazione in forme compatibili con l’attuale emergenza».

Ed è la stessa foto (tratta dai social e neanche scattata dai verbalizzanti) utilizzata dalla questura per il riconoscimento a fugare ogni dubbio. Iannuzzi indossava i dispositivi di protezione e si trovava distanziata dagli altri partecipanti.

Il ricorso al prefetto, ovviamente, è pronto. Ma l’Anpi si appella al Viminale affinchè la sanzione sia ritirata d’ufficio. «Depositare dei fiori in memoria di uomini e donne caduti nell’atto di liberarci dal nazifascismo è per noi un irrinunciabile esercizio di memoria. Punirlo non è degno di un paese democratico».

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