Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

07/10/2026

Perchè i colossi dell’IA distruggono i libri?

L’ultima novità è di poche settimane fa e viene dal Giappone. Nel paese del Sol Levante sta infatti succedendo una cosa curiosa: alcune librerie dell’usato hanno recentemente registrato vendite quintuplicate, con ordini da centinaia di volumi alla volta, tutti diretti allo stesso centro logistico nella prefettura di Okayama. Da lì, i pallet di libri partono verso gli Stati Uniti: oltre cinquanta tonnellate in totale, secondo le notizie raccolte dalle testate giornalistiche nipponiche. Nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore finale, ma il percorso ricalca uno schema già noto altrove.

È lo stesso schema emerso in una causa giudiziaria che sta facendo la storia: Bartz v. Anthropic. Gli atti del processo sono stati resi noti dalla stampa americana e raccontano la storia di un’azienda che ha comprato milioni di libri di seconda mano, li ha fatti smontare tagliando la rilegatura, li ha fatti scansionare pagina per pagina sostanzialmente distruggendoli, e infine li ha buttati al macero. 

Quello di Anthropic non è l’unico caso. Un’inchiesta della testata 404 Media ha seguito, grazie a un tracciatore nascosto in un lotto di volumi rari, un processo analogo che ha portato un lotto di alcune centinaia di libri comprato all’ingrosso fino a un magazzino Amazon vicino a Las Vegas, dove, anche in questo caso, alcuni lavoratori avrebbero raccontato di aver tagliato le rilegature, scansionato le pagine e gettato i resti. 

La società non ha però confermato pubblicamente che i file siano destinati all’addestramento dei suoi modelli, né ha chiarito quanti libri siano coinvolti o quale criterio usi per selezionare i volumi. Amazon ha risposto che “acquista libri tramite i canali commerciali per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi utilizzati dai nostri clienti”.

Questo è uno dei punti comuni. Le aziende spesso non negano l’acquisto dei libri, ma evitano di confermare pubblicamente il processo completo: acquisto, scansione, uso nei dataset, distruzione e conservazione delle versioni digitali ricavate. Segnalazioni di pratiche simili arrivano anche da Regno Unito, Irlanda e altri Paesi europei.

Il filo che lega questi episodi è più interessante della singola notizia e conduce in una direzione molto chiara: la guerra senza quartiere in corso tra i colossi dell’intelligenza artificiale per ottenere la supremazia sviluppando nuovi modelli di frontiera sempre più potenti. 

Per anni la battaglia sui dati con cui si addestrano i modelli linguistici ha riguardato soprattutto le persone: foto, conversazioni e tutte le altre tracce digitali lasciate in rete. Oggi quel fronte si è spostato sulla carta stampata, perché i grandi archivi del web cominciano a scarseggiare e i libri restano un giacimento ancora relativamente poco sfruttato.

Anthropic, per esempio, ha sostenuto che Claude viene addestrato su una combinazione di dati disponibili pubblicamente sul web, dataset acquistati commercialmente e dati prodotti dall’azienda. Ha anche dichiarato che acquistare libri è una pratica ampiamente utilizzata nel settore dell’IA, e che nessuno dei suoi programmi di acquisizione dati compra e distrugge “libri rari o antiquari”. 

Questa dichiarazione è importante, ma va letta con precisione. Non equivale a dire che Anthropic non abbia mai usato la cosiddetta “scansione distruttiva”. Gli atti giudiziari del caso Bartz v. Anthropic descrivono invece un programma chiamato Project Panama, nel quale copie cartacee venivano acquistate, private della rilegatura, scansionate e poi scartate. La dichiarazione aziendale insiste sulla categoria “rari o antiquari”, lasciando aperta la questione di libri fuori catalogo, specialistici o difficili da reperire, ma non formalmente classificati come antiquari.

Gli atti e le cause americane indicano che il problema riguarda più aziende, non soltanto Anthropic. Meta avrebbe definito l’accesso a grandi quantità di dati librari “essenziale per restare competitiva”. OpenAI è stata accusata di aver usato libri protetti da diritto d’autore, e avrebbe riconosciuto di aver scaricato materiale da piattaforme pirata come Library Genesis (LibGen) e Z-Library (spesso menzionate insieme ad altre “shadow libraries” come Sci-Hub e Bibliotik), sostenendo di averlo cancellato prima del lancio di ChatGPT. Questi elementi non provano però che tutte le aziende citate abbiano adottato lo stesso sistema di acquisto, taglio e distruzione fisica dei libri. 

La distinzione è fondamentale: ci sono prove di una corsa generale ai libri, ma non esiste ancora una prova pubblica uniforme che ogni grande azienda abbia un “Project Panama” identico.

Materia prima pregiata

C’è un motivo se l’industria editoriale è entrata nel mirino dei colossi dell’IA, e riguarda la qualità del lavoro umano specializzato. In generale, un romanzo curato da un editor, un saggio storico, un manuale specialistico offrono una scrittura di qualità superiore a gran parte di quanto circola online, caratterizzata da testi e strutture coerenti e corretti, frutto di anni di lavoro redazionale. A finire nella lista dei desideri delle aziende sono soprattutto testi scritti prima che l’intelligenza artificiale generativa cominciasse a riempire il web di contenuti sintetici, quindi genuinamente umani. 

Per un modello linguistico questa è la materia prima più pregiata che esista perché evita del tutto il rischio del “collasso del modello” (model collapse), che si verifica invece quando l’addestramento avviene con contenuti generati da un’altra IA (o da versioni precedenti di se stessa). Questa forma di endogamia digitale (non a caso chiamata anche, con una certa ironia, Habsburg AI, l'“IA degli Asburgo”, dinastia nota per la sua endogamia) è un processo di addestramento paragonabile a una fotocopia di una fotocopia: a ogni passaggio il modello addestrato perde sfumature, dettagli rari e aderenza alla realtà, accumulando errori e appiattendo le risposte.

La soluzione al “problema Asburgo” dell’IA è trovare “materiale umano” fresco, meglio se verificato, com’è il caso dell’industria editoriale pre-ChatGPT. E di questo materiale ne serve tanto. 

I numeri danno l’idea della scala. Secondo Epoch AI, l’insieme del testo umano di qualità disponibile online è un numero attorno ai trecentomila miliardi di token, con un esaurimento previsto tra il 2026 e il 2032. Nello stesso periodo si è formato un mercato delle licenze per dataset che vale già alcuni miliardi di dollari l’anno. Anthropic, per esempio, nel 2026 ha pagato un miliardo e mezzo di dollari per chiudere una causa legata a circa cinquecentomila libri scaricati da archivi pirata.

Qui entra in gioco il diritto d’autore. Chi compra una copia di un libro può rivenderla, prestarla o anche distruggerla senza chiedere permesso a nessuno. È il principio che rende possibili le biblioteche e le bancarelle dell’usato. Possedere il volume, però, non significa avere anche il diritto di riprodurne liberamente il contenuto, per esempio digitalizzandolo integralmente. 

Sul versante opposto, va anche segnalato che la distruzione dei libri è tutt’altro che un’anomalia: gli editori mandano da sempre al macero le copie non vendute, restituite dai librai come parte del “reso”, cioè dell’invenduto. Che è però un modo per chiudere una perdita logistica, non per estrarne valore.

Lo scandalo del macero industriale

Quindi, la distruzione delle copie in sovrappiù c’è sempre stata. Allora perché la vicenda dei libri usati comprati dai produttori e poi distrutti diventa scandalosa? Il macero tradizionale elimina copie che nessuno vuole più leggere. Le aziende di IA, invece, comprano deliberatamente libri che sono sul mercato, che hanno ancora un valore informativo, ne assorbono il contenuto e poi ne distruggono il supporto fisico, spesso senza che autori ed editori vedano un euro. Se il volume era un’edizione rara, quel testo esce per sempre dal mondo condiviso della lettura, ogni libro sparisce davvero solo quando smettiamo di parlarne e di sfogliarlo. 

Tuttavia, alcuni commentatori tecnologici e di orientamento libertario sostengono che la scansione distruttiva venga presentata in modo troppo apocalittico. Per esempio, Jack Nicastro, in un commento ripreso dall’Information Technology and Innovation Foundation, argomenta che il procedimento può convertire rapidamente libri fisici in testo ricercabile, aiutare a rispettare il copyright e ampliare l’accesso alla conoscenza. Secondo questa lettura, il problema principale sarebbe la trasparenza e non la distruzione materiale in sé.

La posizione della Commissione Europea è invece opposta: lo scorso 16 settembre la Commissione ha dichiarato che la digitalizzazione di un libro fisico protetto è un atto di riproduzione e che le eccezioni non coprono, nella sua interpretazione, la digitalizzazione di opere originariamente fisiche.

Inoltre, l’European Writers Council ha condannato la scansione distruttiva di milioni di libri, sostenendo che non si tratta soltanto di copyright, ma di rispetto per il lavoro creativo e per il patrimonio culturale. Questa posizione considera il libro non un semplice contenitore di token: un volume può avere valore come oggetto, come esemplare raro, come testimonianza di una biblioteca, come testo annotato o come unica copia ancora reperibile. Il PDF può salvare le parole, ma non conserva integralmente la storia materiale del libro.

È difficile capire quale possa essere il punto di vista corretto, soprattutto se l’obiettivo è di preservare la cultura di cui i libri sono simbolo oltre che contenitori. Un’altra analisi pubblicata da Stanford difende la scansione distruttiva in linea di principio: anche biblioteche e archivi possono smontare copie duplicate per preservare il contenuto e renderlo studiabile. La condizione, però, è che la procedura sia usata correttamente, su copie adeguate e dentro una politica di conservazione responsabile.

Da un lato, digitalizzare una copia duplicata e depositare il file in un archivio controllato può avere un valore conservativo. Dall’altro, è facilmente dimostrabile che comprare indiscriminatamente migliaia di libri fuori catalogo, tagliarli in modo irreversibile, non rendere pubblico l’elenco dei titoli e usare il risultato per addestrare prodotti commerciali è invece molto più problematico.

Europa e Stati Uniti: stessi libri, leggi diverse

Quello che Anthropic e le altre aziende stanno facendo nasce, come detto, dal bisogno di dati freschi e dagli spazi lasciati dal diritto vigente, soprattutto negli Stati Uniti: la legge per ora permette più di quanto il senso comune sia disposto a concedere. Negli Stati Uniti il giudice che ha istruito il caso Anthropic ha separato con cura i libri scaricati da biblioteche pirata dai libri comprati legalmente e poi scansionati. Ha ritenuto legittimo l’uso dei testi per addestrare i modelli e la digitalizzazione delle copie acquistate, mentre ha escluso che il fair use potesse giustificare l’acquisizione e la conservazione di libri ottenuti da archivi pirata. Si tratta di una sentenza di merito legata a quella singola fattispecie, ma è stata interpretata come un lasciapassare generale. 

Chi si oppone a questa interpretazione, autori ed editori inclusi, nota però che il proprietario di una copia comprata legalmente può altrettanto legalmente rivenderla o distruggerla, ma questo non gli concede automaticamente il diritto di riprodurne il contenuto su scala industriale.

In Europa il quadro è più prudente e non ricalca quello statunitense. Le eccezioni per l’estrazione di testi e dati previste dalla normativa comunitaria permettono in alcuni casi di analizzare opere a cui si abbia accesso lecito, ma gli autori possono riservarsi esplicitamente i diritti per gli usi commerciali. Per questo le segnalazioni arrivate da librerie del Regno Unito, dell’Irlanda e di almeno sette Paesi del continente (non risulta ad oggi che l’Italia sia tra questi) mostrano che il fenomeno non è confinato agli Stati Uniti. La conclusione di un tribunale californiano non si trasferisce da sola nel diritto europeo: davanti a un giudice del Vecchio continente il risultato con tutta probabilità sarebbe molto diverso.

Anthropic, peraltro, non è sola in questa corsa. Ci sono Meta e OpenAI, probabilmente anche Amazon. Le aziende hanno fornito dichiarazioni parziali: confermano acquisti commerciali o descrivono in modo generale le fonti dei dati, ma raramente pubblicano liste complete dei libri, procedure di conservazione, criteri per escludere opere rare e informazioni verificabili sul percorso dei file. Nessuno di questi elementi dimostra infatti che tutte le aziende seguano lo stesso protocollo di acquisto, taglio e distruzione fisica, ma conferma che la caccia ai libri è un fenomeno parte di un mercato ormai strutturato, non un’anomalia isolata.

Resta, sullo sfondo, un deficit di trasparenza che accomuna quasi tutti i protagonisti della vicenda. In Giappone l’associazione degli editori ha chiesto chiarimenti al grande distributore Nippan, il cui nome compare negli atti del contenzioso americano, senza ottenere finora risposte sulle singole transazioni. 

Librai e artisti contro l’IA

Questa storia si inserisce in una vicenda più ampia che da alcuni decenni vede contrapposta l’industria culturale alle multinazionali tecnologiche. Dalle guerre a Napster alla fine degli anni Novanta fino agli scontri di oggi fra artisti e colossi dello streaming, tutto ruota intorno alla ridistribuzione dei profitti: artisti pagati pochi centesimi per ascolti che generano fatturati miliardari. 

È la stessa guerra che ha mandato in sciopero per 148 giorni gli sceneggiatori di Hollywood, preoccupati che l’IA potesse scrivere al posto loro togliendo lavoro futuro (alla fine hanno ottenuto la garanzia che nessun testo generato da un modello potesse valere come materiale letterario), ma finora nessuno si era posto il problema, enorme, della sostituzione anche fisica del libro in quanto strumento più antico e potente per la trasmissione della cultura delle nostre società.

Adesso, il libro, oggetto apparentemente innocuo su uno scaffale, è diventato il terreno di uno “scontro finale” tra chi crea e chi addestra. Tuttavia, le storie che circolano online secondo le quali i grandi dell’intelligenza artificiale “stanno distruggendo tutti i libri del mondo”, “ogni volume giapponese finisce in Anthropic”, “tutte le aziende bruciano opere uniche” vanno ridimensionate. 

Il fenomeno non è una leggenda nata sui social. La vera novità però è che la trasformazione del libro in materia prima industriale per l’IA sta diventando abbastanza vasta da produrre effetti visibili nei mercati dell’usato, nei rapporti fra editori e distributori e nel dibattito sulla conservazione culturale.

Fonte

02/07/2025

Fratelli d’Italia all’attacco di autori ed editori di “Trame del tempo”. USB solidarizza con loro

L’attacco della parlamentare torinese di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli al manuale di Storia per il Triennio “Trame del tempo” segna un ulteriore punto di interventismo delle destre di governo sugli apparati culturali e scolastici. L’attacco della Montaruli, condannata di recente per peculato, avendo usato fondi della Regione per usi privati, è strettamente collegato a quel che accade su cinema, teatri, musei, fondazioni.

Cosa è accaduto?

Le ultime pagine della nuova edizione del manuale di storia a firma di Carlo Greppi affrontano il nodo decisivo dell’identità storica del partito di Giorgia Meloni e riscontrano in maniera piuttosto oggettiva la mancata discontinuità con la base fascista, insieme all’uso disinvolto della decretazione securitaria che in questi giorni sta peraltro subendo pesanti rilievi della Corte di Cassazione per gli elementi di incostituzionalità palese, nel metodo e nel merito, che contiene.

E qui c’è il vero nodo storico-politico del presente: i passaggi a un quadro post-costituzionale e post-democratico.

Un nodo da affrontare in pieno per chi fa storia contemporanea, con la chiarezza che le pagine oggetto di attacco utilizzano e che dobbiamo sapere usare contro i fascisti al governo ma anche contro gli antifascisti di maniera (leggi campo largo) che nell’ultimo trentennio poco si sono discostati da certe politiche su immigrazione, sicurezza, ripudio della guerra, subordinazione alla UE e alla Nato.

La scuola non si imbavaglia, la cultura non si imbavaglia, solidarietà ad autori ed editori e insieme apertura di una riflessione che dal mondo della scuola affronti a 360 gradi condizioni, strumenti e prospettive degli studi storici e degli studi in generale per le nuove generazioni di un mondo in subbuglio.

Fonte

11/03/2025

Le origini del revisionismo storico

Il vizietto nazista di bruciare pubblicamente montagne di libri ha dimostrato il fatto che il nazionalsocialismo nutriva un grande, se non addirittura eccessivo, rispetto per la parola scritta.

I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era uno dei moventi fondamentali dei roghi nazisti.

L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la Storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.

Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.

Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la Storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furono screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.

Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.

Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.

Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio.

Fonte

17/12/2023

No ai libri: i pm si accaniscono su Cospito

L’unica cosa che Alfredo Cospito, detenuto in regime di 41bis nel carcere di Sassari Bancali, può fare per passare il tempo è leggere che tra l’altro resta la sua passione da sempre. Ma può, diciamo, rifornirsi solo dalla biblioteca destinata ai reclusi del 41bis.

Nei giorni scorsi, racconta l’avvocato Maria Teresa Pintus che assiste l’anarchico insieme a Flavio Rossi Albertini, è stata celebrata un’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza.

L’oggetto del contendere era la possibilità di accedere all’elenco dei libri contenuti nella biblioteca centrale del carcere perché in quella del 41bis sono veramente pochi. L’avvocato ha chiesto anche di poter utilizzare i libri contenuti nella biblioteca del comune di Sassari.

Il pm ha chiesto ai giudici di rigettare il reclamo perché non si tratta di un diritto e perché i libri non possono entrare da altre vie. La richiesta ovviamente faceva riferimento alla possibilità di ricevere i libri attraverso gli agenti penitenziari. Ma il magistrato non ha voluto sentire ragioni.

Adesso il Tribunale di Sorveglianza ha cinque giorni di tempo per decidere ma si tratta di un termine assolutamente non perentorio. Insomma la tortura continua. I libri evidentemente nella logica dei burocrati del carcere sono un pericoloso veicolo di messaggi, soprattutto quelli della biblioteca centrale della prigione, per non parlare di quella del Comune di Sassari.

Alfredo Cospito oltre che scontare la condanna per i pacchi bomba di Fossano (nessun morto, nessun ferito, 23 anni di reclusione, più del doppio per il ferimento del manager Roberto Adinolfi) sta pagando una sorta di reato politicamente molto più grave, il lungo sciopero della fame di sei mesi che aveva messo in crisi il sistema dove a un certo punto non sapevano più che pesci pigliare.

Di qui l’accanimento terapeutico sui libri, la negazione di un compact disk musicale, il blocco di due magliette dove sarebbero stati raffigurati dei teschi e invece non era vero. Insomma un 41bis che va ben oltre lo spirito e la lettera dell’articolo più duro del regolamento penitenziario.

Per il resto Alfredo è in attesa della fissazione dell’udienza sulla revoca del 41bis chiesta dagli avvocati dopo la mancata risposta del ministro Nordio. Se ne occuperà il Tribunale di Sorveglianza di Roma l’unico in tutta Italia dove si discutono i reclami contro l’applicazione del carcere duro.

Perché evidentemente non ci si fida dei tribunali territoriali violando persino il principio del giudice naturale. Il tutto nel silenzio generale, perché da tempo di Cospito sui giornali si parla esclusivamente come riflesso del processo per violazione di segreto al sottosegretario Andrea Del Mastro. E lui l’anarchico, sulla cui pelle i partiti regolano i conti tra loro, ai suoi legali ha riferito di divertirsi a leggere le notizie sul caso che indirettamente lo riguarda.

Fonte

28/12/2022

Chiude la libreria Odradek, la strage della cultura continua

Odradek non è più sostenibile, né economicamente né umanamente

Il 6 gennaio, dopo 25 anni, Odradek la Libreria chiuderà l’attività. Quest’anno è stato il tracollo, con incassi giornalieri sotto i 300 euro.

I numeri di questo 2022 sono implacabili: 9000 euro di incassi mensili in Libreria equivalgono a 2700 euro di guadagni (il 30% di media è il guadagno sui libri). Con 2000 euro di affitto non rimane nulla. In agosto abbiamo incassato 4000 euro contro i 6500 dell’anno precedente, a settembre incassiamo 6500 euro contro i 10700 del 2021.

Tutti i mesi registriamo un calo del fatturato di 2000 euro. E siamo stati anche aiutati. Le istituzioni nazionali con i contributi alle Biblioteche per l’acquisto nelle librerie indipendenti, la Regione Lazio con i bonus per progetti culturali a decine di librerie, più il sostegno di privati cittadini che ci hanno permesso di pagare ricevute bancarie di 10.000 euro nel mese di agosto, questi contributi non sono stati sufficienti a invertire la tendenza.

Sempre meno lettori entrano in Libreria. Muoiono anziani e accaniti lettori e non c’è il ricambio. Le nuove generazioni non vivono più nella “civiltà della carta”.

Il processo irreversibile di digitalizzazione impone a tutti un ripensamento sulle forme di accesso alla conoscenza e ai saperi che una volta venivano trasmessi esclusivamente su carta. Il libro non scomparirà, ma non è più l’unico strumento di alfabetizzazione.

Lo sviluppo delle reti rende sempre più complicata la costruzione di progetti economici sostenibili intorno al Libro. Le forme della lettura cambiano velocemente e con loro anche i costumi e gli atteggiamenti nella vita quotidiana.

Le edicole, per esempio, sono diventate purtroppo una entità democratica ed economica sempre più marginale nella vita di tutti i giorni (i quotidiani si acquistano sempre di meno). Poi c’è tutta una situazione economica sociale che ci preoccupa. E dunque dobbiamo evitare di rimanere incastrati nei debiti.

Abbiamo rinunciato a tante cose in questi 25 anni di attività. Ci siamo testardamente autosfruttati perché abbiamo creduto che bisognasse contribuire alla costruzione di una città diversa, soprattutto nei Rioni antichi di Roma. Ma ora è il momento di dar retta ai numeri che sono implacabili. Abbandoniamo il campo con il cuore in mano.

Ringraziamo tutti quelli che ci hanno voluto bene. Ma dobbiamo dare retta ai numeri.

Dal 27 dicembre al 6 gennaio svendita totale (gli sconti che praticheremo saranno conformi ai dettati normativi dell’importante Legge 13 febbraio 2020, n. 15, recante “Disposizioni per la promozione e il sostegno della lettura”).

Grazie a tutti quelli che in questi anni hanno permesso a Odradek di vivere.

Buon 2023!!!

Fonte

12/04/2020

Fontana e il virus dei libri

Si sa dell’odio che i bigotti e i fascisti (che almeno un po’ s’accompagnano) hanno sempre avuto per i libri. Quella carta stampata, portatrice d’idee e di possibili ribellioni, a loro proprio non va.

Ce lo racconta Cervantes, nella sua ironica cronaca di quando il barbiere e il curato gettano nel fuoco i libri della biblioteca di Don Chisciotte, causa probabile delle sue insensate gesta.

Assai più tragica la storia dei roghi di libri da parte dei nazisti.

Comunque, la paura delle idee.

Così, quando nell’ultimo decreto, il governo ha deciso di riaprire le librerie il 14 aprile, il presidente della Lombardia Fontana si è opposto e ha confermato, con atto d’imperio, che questi esercizi dovranno rimanere chiusi in tutta la regione. Sembra che questa disposizione sarà condivisa anche dal Piemonte a presidenza Cirio.

Si tratta di una decisione singolare, per un presidente regionale che non ha lesinato la sua condiscendenza alla Confindustria e che non voleva e non vuole chiudere nulla.

Fontana non ha voluto dichiarare zone rosse le valli bergamasche dove si diffondeva il contagio per non disturbare la produzione e altrettanto ha fatto nel bresciano.

E preme sul governo per una riapertura rapida di tutte le attività, in spregio alla salute dei lavoratori. Più della metà dei lavoratori lombardi è stata costretta a presentarsi ogni giorno nella sua impresa.

Tuttavia, Fontana si accanisce sulle librerie. La carta stampata proprio non gli piace. Forse perché teme che possa far riflettere i lombardi sulle giunte corrotte e miserabili di Formigoni, Maroni e sulla sua; o, più dignitosamente, a parte tali miserie, sulle sorti del capitalismo. Oppure per semplice indifferenza alla cultura delle pagine scritte.

Ma quanti libri avrà letto Fontana nei quasi settant’anni della sua vita? O forse teme che dopo lo spettro, si aggiri per l’Europa il virus del comunismo?

Fonte

06/03/2017

Sviluppo tecnologico senza progresso: un piccolo esempio

Una delle caratteristiche decisive della nostra epoca è la mancata relazione tra sviluppo tecnologico e progresso sociale. A differenza dei decenni e secoli passati, siamo entrati in una fase in cui non tutto lo sviluppo tecnologico si traduce in evoluzione, o meglio: non tutta l’iperfetazione tecnologica di cui siamo circondati si associa ad un miglioramento delle nostre condizioni di vita. E’ un fatto su cui si ragiona davvero troppo poco, colmo di rischi interpretativi, di cadute ideologiche, di chiusure reazionarie, di estasi post-moderne, eccetera. Un piccolo esempio avvalora questo punto di vista: il mercato dei libri. Dati per morti, confinati nel recinto bohemien dell’archeologia culturale, i libri di carta vedono in tutto il mondo una ripresa delle vendite: +3% negli Usa; +8% in Russia; +2,3% in Gran Bretagna; +2,3% in Italia, e via continuando. Certo, sono dati estemporanei, che potrebbero non invertire una rotta, se questa ci fosse, o al contrario potrebbero rappresentare la classica eccezione che conferma la regola. Eppure la vicenda del confronto tra e-book e libri cartacei è per certi versi paradigmatica. In Italia i vari strumenti per l’e-reader sono utilizzati da un italiano su dieci. Negli Usa, per la prima volta dall’introduzione dei supporti tecnologici per la lettura, i libri in formato elettronico costeranno di più dei libri su carta.


Contestualmente, Amazon sta avviando l’apertura di librerie fisiche per la vendita di libri cartacei. Tre dati che confermano la sentenza data da Umberto Eco sul libro come strumento definitivo della circolazione del sapere umano: «il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li hai inventati, non puoi fare di meglio». Questo fatto non è dimostrato da qualche nostalgica passione per l’odore della carta. Si tratta al contrario di svelare i rapporti materiali che informano lo sviluppo tecnologico.

Il libro incorpora tre caratteristiche sociali che altri strumenti che veicolano il sapere non possiedono: 1) è accessibile a tutti. Il libro costa poco, consentendo potenzialmente a chiunque di accedere alle idee che informano ogni grado della cultura, dalle ricette della Parodi al teatro di Bertolt Brecht; 
2) il libro basta a se stesso, non abbisogna di altro supporto che non sia il libro stesso: è contemporaneamente hardware e software, contenuto e contenitore;
3) non deperisce, non scade, non è ad obsolescenza programmata. Possiamo leggere libri di 30, 50 o 100 anni fa anche trattandoli male, nelle nostre librerie casalinghe; possiamo leggerne di molto più vecchi, di secoli e secoli, se conservati con minima cura.

Il libro è insomma una di quelle invenzioni che materializzano un’idea concreta di progresso, che consiste nell’abbattere le barriere economiche che impediscono alla cultura di circolare davvero in ogni classe sociale. Certo, si tratta di una materializzazione potenziale. Nella realtà, legge mediamente di più chi proviene dalle classi abbienti, chi ha la possibilità economica di comprare più libri, chi proviene da contesti familiari che stimolano all’acculturazione, chi studia nelle scuole migliori, eccetera. Ovvio. Ma quel dato potenziale non è un fatto marginale, quanto una conquista per le classi popolari, che va difesa e rivendicata, e non seppellita dalle retoriche del “tanto leggono solo i ricchi”.

Quali sono le caratteristiche, invece, dell’e-book?
1) Il supporto costa caro, impedendo l’accesso estemporaneo alla lettura (per leggere un e-book da 10 euro devi prima comprarti lo strumento e-reader da 50 o 100 euro (o anche molto di più). Non a caso, solo un italiano su dieci possiede questi strumenti. Quale italiano su dieci sarà questo possessore di e-reader? L’abitante di Tor Bella Monaca o quello di Prati? (forse quello di Tor Bella Monaca che l’ha giustamente rubato a quello di Prati, potrebbe darsi, ma a quel punto non saremmo di fronte ad un’eccezione della regola, ma a un atto di giustizia);
2) il libro online non basta a se stesso. C’è bisogno del supporto che, come abbiamo visto, costa. C’è bisogno di una connessione per scaricarsi il libro, che costa anch’essa. C’è bisogno del carica batterie. Eccetera.
3) Come ogni altro strumento tecnologico legato all’informatica, ha una data di scadenza molto ravvicinata. Un supporto all’ultima moda oggi, potrebbe non leggere più software o applicazioni tra dieci anni. Esattamente come successo coi floppy disc di vent’anni fa, o con i cd tra pochi anni. Già oggi la maggior parte dei notebook non ha il lettore cd;
4) anche si conservasse gelosamente il proprio lettore cd come reliquia religiosa, sarebbe il cd (o il dvd) stesso ad andare incontro alla naturale (e programmata) rovina. Dopo un tot di visioni, la qualità del suono/video/testo registrato sopra deperirebbe ignominiosamente. Come quelle dannate videocassette Vhs che contenevano i nostri film preferiti. Anche dopo aver conservato con cura maniacale l’ultimo videoregistratore scomparso dal commercio più o meno in contemporanea col rigore di Baggio a Usa ’94, quei film sono ormai inguardabili. Scomparso il supporto primario (il videoregistratore), deperito il supporto secondario (la cassetta Vhs), cosa resta del contenuto? Il ricordo.

Il libro si configura allora effettivamente come innovazione tecnologica, perché abbatte (almeno una) frontiera all’accessibilità e alla fruibilità del contenuto, in questo caso culturale. L’e-book, al contrario, alza nuovamente una barriera economica alla fruizione della cultura. Difficilmente allora potremmo definire l’e-book un’invenzione tecnologica, quanto piuttosto una specifica applicazione di una più vasta invenzione tecnologica (internet, ad esempio, o i computer, o meglio: la relazione tra queste due invenzioni).

Per quante altre applicazioni tecnologiche è possibile proporre un discorso analogo? Difficile rispondere, perché cogliere in medias res il significato sociale delle continue innovazioni o applicazioni tecnologiche non è cosa semplice. Ad esempio, nel 2014 Luca Sofri sentenziava senza ritegno che:
1) Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa. Questo, come abbiamo visto, è talmente falso che persino Amazon, cioè il più grande distributore di libri online, ha deciso aprire librerie fisiche per libri cartacei. E certo Amazon non apre librerie per amore della cultura.
2) se c’è un posto dove quello che scrivo “resta” e “raggiunge più lettori”, è internet. I libri spariscono dalla vendita e dall’attenzione […] Mentre grazie ai social network e ai link e a Google, cose pubblicate online anche dieci anni fa continuano a trovare nuove attenzioni e tornare a essere lette. In realtà è vero l’esatto contrario. In Italia, e in tutta Europa, vengono editati sempre più libri di carta, molti più che in passato. I siti online, se non gestiti pressoché quotidianamente e se non pagato l’obolo annuale al server che ospita il sito, decadono scomparendo dalla rete. Anche Google & soci lavorano per selezionare le miliardi di notizie che appaiono ogni giorno nei propri motori di ricerca. Quello che oggi è online tra sei mesi potrebbe non essere più rintracciabile (anzi è praticamente sicuro per le notizie meno rilevanti. Ma chi decide sulla rilevanza di questo o quel fatto?). Mentre per un libro che va fuori commercio abbiamo la quasi matematica certezza di poterlo trovare in ogni biblioteca pubblica, o quantomeno in quelle più grandi. Chi seleziona le notizie da salvare da quelle da cestinare? Nel caso di Google et similia, qualche insondabile algoritmo gestito privatisticamente e che risponde a interessi commerciali non sindacabili.

Dunque siamo tornati al punto di partenza: quale delle due “invenzioni” (libro e e-book) contiene un margine di emancipazione incorporato potenzialmente in se stessa? E quale invece lavora per ricondurre la cultura al suo carattere elitario pre-moderno? E quante altre applicazioni seguono la stessa traiettoria, spossessando le classi subalterne di quella tecnologia che pure è servita anche al loro progresso sociale?

Fonte