Nella riorganizzazione trentennale delle filiere continentali operata attraverso la cornice dei trattati europei, che l’Italia sia diventata la periferia produttiva di un modello orientato alle esportazioni, di cui il cuore è nell’Europa centrale, è un tema ormai abbastanza conclamato anche nel dibattito pubblico.
Che una visione mercantilista si fondi sui bassi salari, per aumentare i margini di competitività delle merci sui mercati esteri, è il corollario che oggi qualche voce, ancora timidamente, prova a far emergere, vista la fine della globalizzazione e l’incapacità dell’asfittica domanda interna di assorbire le merci prodotte.
In Italia i padroni hanno largamente approfittato del “ce lo chiede l’Europa” e della privatizzazione del pubblico per costruire imperi che si basano unicamente sullo sfruttamento intensivo e sulla rendita. Questo si nota chiaramente negli effetti della guerra ai salari fatta con la complicità di vari sindacati (a partire da CGIL-CISL-UIL, ma anche la fascista UGL, passata alla Lega con Durigon).
Per osservare in maniera plastica questi effetti, si può fare riferimento a una mappa aggiornata dall’Eurostat nei primi giorni dell’anno, e che fa riferimento a dati del 2023. In maniera interattiva, questo strumento permette di osservare i salari dei paesi UE e di compararli per mezzo del Purchasing Power Standard (PPS).
Come si legge sullo stesso sito dell’Eurostat, il PPS “è un’unità monetaria artificiale. Teoricamente, un PPS può acquistare la stessa quantità di beni e servizi in ogni paese”. Con 27 sistemi economici differenti, bisogna sempre tenere presente che questo tipo di strumenti scontano dei limiti, ma sono piuttosto precisi e funzionali per lo studio del panorama continentale.
Ebbene, il salario di una persona single e senza figli in Italia si attesta poco sopra i 24 mila PPS, al di sotto dei valori di tutti i paesi entrati nella UE prima del 2004, esclusa Grecia e Portogallo (il Bel Paese è superato anche da Cipro e Spagna). La media della UE a 27 membri arriva a 27.530 PPS, molto più in alto della soglia italiana.
Tra l’altro, se proviamo ad osservare altri dati a un livello più basso di quello statale, appare evidente come in realtà la divisione tra aree core e periferiche dell’integrazione europea abbia seguito delle linee anche regionali. A visualizzare queste linee ci aiuta la mappa interattiva, o quella riportata qui a destra.
Se si considera il PIL pro capite, sempre in PPS, salta agli occhi come a farla da padrone sia stata quella che un tempo era la Germania Ovest, mentre la Germania Est ha subito lo stesso destino della maggior parte delle altre zone del continente – con la Lombardia a fare da eccezione tra i grandi paesi. Il Sud Italia appare più simile ai paesi dell’Est Europa che al resto della penisola.
Come già detto, a livello statale sono solo le realtà orientali del continente, integrate negli ultimi vent’anni, a fare peggio di noi. E del resto, quell’area è stata accolta nel sistema della comunità europea proprio perché l’ampia offerta di manodopera, a basso costa ma specializzata, era vitale per il modello export oriented della UE.
Ciò ha avuto anche un effetto boomerang, con i paesi del fianco orientale dell’Europa che col tempo hanno mostrato di essere più vicini a Washington che a Bruxelles – in primis la Polonia – o di avere interessi nazionali sempre più divergenti da quelli della borghesia continentale che ha impostato il pilota automatico di Maastricht (vedi l’Ungheria).
Ma date le fondamenta del modello europeo, questa espansione era inevitabile. Tornando all’Italia, ora che questo modello sta fallendo, è giunto il momento di rinfocolare almeno la battaglia per un salario minimo che, seppur parzialmente, riequilibri la distribuzione della ricchezza tra il profitto del capitale e il lavoro.
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