“Più che una collaborazione classica questo è un nuovo livello di cooperazione: è la creazione di un nuovo settore industriale”. La dichiarazione, rigorosamente in russo, di Vladimir Putin si riferisce all’accordo sul nucleare firmato ieri con il governo indiano. L’intesa prevede una joint-venture tra le due nazioni, volta alla costruzione di nuovi reattori nucleari in India.
Numero delle centrali e tempi di realizzazione restano ancora poco
chiari: si oscilla tra gli otto e i venti impianti da ultimare in un
periodo compreso tra i quindici e i venticinque anni.
Dopo aver provato ad ingolosire Giappone, Stati Uniti, Francia, Canada e Australia, Narendra Modi ha trovato il partner che cercava:
Rosatom. L’ente pubblico russo per l’energia atomica si è dimostrato
disponibile a fornire esperienza e partecipazione economica per
costruire nuovi reattori nucleari, in linea con tutti i diktat
post-Fukushima. Parte dei componenti necessari, inoltre, verrà prodotta
in territorio indiano, soddisfacendo così le richieste di Narendra Modi e
della sua campagna Make In India.
Secondo il Primo Ministro, l’India è sì
un mercato appetibile, ma ha soprattutto bisogno di aumentare i livelli
di occupazione. Quindi, benvenuti coloro che vogliono commerciare e
importare, a patto che delocalizzino parte della loro produzione in
India.
L’accordo, almeno sulla carta, potrebbe
essere una chiave di volta per Narendra Modi. Se tutto andasse in porto
l’India risolverebbe una parte dei suoi gravi problemi energetici,
insormontabile ostacolo alla tanto osannata impennata della crescita. La
saggezza popolare insegna, però, come tra buoni propositi e fatti corra
una certa distanza. La Russia non è nuova alla costruzione di centrali
nucleari in territorio indiano e ha già affrontato le problematiche che
ne possono derivare.
Nel 2002, per esempio, partivano i
lavori per la costruzione della prima unità della centrale indo-russa di
Kudankulam che, stando ai progetti, sarebbe dovuta entrare in funzione
al massimo nel 2007. I primi ritardi si sono manifestati dopo aver
verificato la carenza di infrastrutture adatte a far giungere a
destinazione velocemente ed in sicurezza le componenti necessarie. Nel
2011 la determinata protesta della popolazione locale, preoccupata
dall’impatto ambientale e dai claudicanti piani di evacuazione
d’emergenza, ha contribuito a ritardare ulteriormente il progetto.
Kudankulam ha iniziato a produrre energia solo nel 2013.
Il nucleare non è stato l’unico oggetto di discussione. India e Russia hanno una collaborazione pluridecennale nel settore militare e, come ha ricordato Narendra Modi: “anche se le opzioni per l’India sono aumentate, la Russia resta il più importante partner nel settore della difesa”.
Importanza che si è materializzata nel progetto di assemblare
direttamente in India gli elicotteri russi Ka-226T, utilizzabili sia per
scopi civili sia militari. Una volta terminati i velivoli, la Russia
potrà tranquillamente esportarli dove meglio crede, senza vincolo alcuno
verso le Forze Armate indiane. Perfetto esempio della logica Make in
India: costruite qui ed esportate dove volete.
Difesa ed energia sono stati i punti
salienti, ma “non di solo pane vive l’uomo” e, tra i numerosi interessi
comuni hanno trovato il loro spazio anche i diamanti.
La Russia è il principale produttore al mondo e l’India, con
esportazioni per un valore di circa venti milioni di dollari, è il primo
raffinatore mondiale del minerale al suo stato grezzo.
Attualmente, però, solo il 20 per cento
dei diamanti grezzi russi raggiunge direttamente l’India per la
lavorazione. Una percentuale che si è ritenuto opportuno incrementare:
Alrosa, il consorzio degli estrattori di diamanti russi, ha così firmato
un accordo per una fornitura triennale di minerale grezzo dal valore di
oltre due miliardi di dollari.
“Alla fine del 2013 il nostro volume
di scambi commerciali ha raggiunto i dieci miliardi di dollari. Abbiamo
deciso che, ovviamente, questa cifra non era assolutamente sufficiente”
ha dichiarato Vladimir Putin. Il Presidente russo è atterrato a Delhi
con una delegazione di volenterosi capitani d’industria pronti, penna
alla mano, a firmare lauti accordi.
La presenza nel gruppo del nuovo Primo Ministro della Repubblica di Crimea, Sergey Aksyonov,
non è passata inosservata. L’uomo politico moldavo, noto per i suoi
legami con la criminalità organizzata, è stato “eletto” leader del nuovo
stato meno di due mesi fa, immediatamente dopo aver guidato
l’occupazione armata del parlamento locale. Aksyonov ha specificato di
non essere in India per motivi politici, ma solo per incontrare un
comitato d’affari pronto ad avviare rapporti commerciali con la Crimea –
Indian-Crimean Partnership. Individuo di punta del gruppo di contatto è
Gul Kripalani, magnate indiano dell’esportazione di gamberetti
congelati, che si dice convinto delle grandi potenzialità della Crimea
come accesso alla regione del Mar Nero. In una dichiarazione rilasciata
al New York Times, Kripalani ha precisato di essere unicamente
interessato al commercio e di non “saperne niente di politica”.
A conti fatti Narendra Modi sembrerebbe
essere il pieno “vincitore” di questo round di incontri. Il Primo
Ministro Indiano è riuscito a concludere accordi a lui nettamente
favorevoli che non prevedono investimenti particolarmente sostanziosi.
Vero è che Putin, dal canto suo, avrebbe difficilmente potuto fare
diversamente. L’effetto delle sanzioni europee ed americane inizia ad
avere le prime conseguenze ed il rublo perde lentamente quota. In
questa ottica, smarcarsi gradualmente dai mercati occidentali e
concludere nuovi accordi era diventato quasi necessario.
Altro elemento importante potrebbe
essere stata la volontà di Putin di dimostrare politicamente la non
dipendenza della Russia dal “blocco occidentale” e la sua capacità di
sconfiggere le minacce di isolamento rivolgendosi verso Est.
Tutte variabili di cui Narendra Modi ha saputo approfittare, trasformandosi nel bicchiere d’acqua all’assetato.
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