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venerdì 26 dicembre 2014

L’ultima vittoria del lulismo

Questa analisi del voto brasiliano dello scorso ottobre è eccentrica rispetto a quelle che di solito pubblichiamo su ∫connessioni precarie. A scriverla è un giovane studioso che si è apertamente schierato per la presidente Dilma Roussef. La sua analisi, tuttavia, ha per noi motivi di interesse. In primo luogo può contribuire a sprovincializzare un dibattito di movimento in Italia sempre più segnato dalla convinzione che esista una sorta di delegittimazione preventiva del sistema politico-istituzionale, dipinto costantemente sull’orlo della sua crisi finale in quanto preda della sua corruzione e della sua incapacità di rispondere alle richieste di ampie quote di popolazione. Questa descrizione ha innegabili elementi di realtà. L’analisi che punta sulla progressiva e quasi inarrestabile decomposizione del sistema politico non riesce tuttavia a spiegare come sia possibile che questo stesso sistema politico riesca costantemente a riprodursi e a ottenere insperate aperture di credito anche da parte di coloro che sembra non rappresentare. Se ci si limita alla descrizione della realtà non si spiegano molte cose in Italia e si comprendono anche meno cose che capitano non lontano dall’Italia, per esempio in Grecia con Syriza o in Spagna con Podemos. Il Brasile ha livelli altissimi di corruzione e parte della realtà sociale è letteralmente irrappresentabile dal sistema politico. Eppure, dopo le manifestazioni oceaniche e gli scontri di piazza contro il rincaro dei prezzi dei trasporti pubblici e contro la coppa del mondo di calcio, le elezioni non sono state semplicemente un rituale passaggio di riproduzione del sistema politico. Almeno due tensioni vengono giustamente segnalate nell’articolo. La prima è che nella crisi globale della rappresentanza politica, la lotta per l’ottenimento e la difesa di determinate condizioni sociali passa anche attraverso il voto. Ciò non significa che le risposte del sistema politico siano soddisfacenti o che esauriscano tutte le possibilità di azione. Significa piuttosto che nella transizione violenta dei regimi neoliberali, il sistema politico entra in gioco anche contro le sue intenzioni e capacità. Basti pensare che, eccettuato il partito dei lavoratori di Lula, che evidentemente non ne ha bisogno, quasi tutti gli altri partiti maggiori brasiliani si presentano come partiti socialdemocratici o sociali. Il tentativo di governare il «sociale» è così attraversato dai movimenti di autodifesa di chi altrimenti sarebbe destinato alla povertà e, fenomeno assai importante in Brasile, dal movimento di coloro che, usciti dalla povertà, non si accontentano della loro condizione attuale e pretendono di partecipare ulteriormente alla distribuzione della ricchezza sociale. Mentre assolve alla sua funzione di neutralizzazione dello scontro sociale, la mediazione socialdemocratica innesca così livelli di lotta di classe che trovano al suo interno il modo di esprimersi. Essa finisce perciò per funzionare quale precondizione involontaria di una lotta di classe che poi non arriva più a governare. In Brasile la tensione tra queste due tendenze sembra arrivata a una tale polarizzazione, al punto che Homero Santiago può parlare dell’ultima vittoria del lulismo, per la necessità che da ora in avanti esso avrà di scegliere quale funzione vuole davvero assolvere. Come per altri spazi globali – e il Brasile è certamente uno dei più interessanti del pianeta – sarà dunque rilevante comprendere come, seppure in maniera contraddittoria, la mediazione istituzionale attivi e intensifichi la lotta di classe. 

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Il secondo turno delle ultime elezioni presidenziali in Brasile ha riproposto, per la sesta volta, uno scenario di bipartitismo, con il PT (Partito dei lavoratori) e il PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano) che si affrontavano, ciascuno a capo di una coalizione con altri partiti minori. La candidatura che prometteva una «terza via», lanciata da Eduardo Campos (morto in un incidente aereo in agosto) e ripresa da Marina Silva, non ha ottenuto successo. Tuttavia, mai come in questa tornata la disputa è stata agguerrita e la vittoria di Dilma Rousseff è stata molto stretta, decisa da circa il 2% di un totale di 105.542.273 voti validi (escluse cioè le schede bianche, le nulle e le astensioni).

Tra i vincitori, oltre all’attuale presidentessa, vi sono senz’altro Lula (già nel 2010 la candidatura di Dilma, che non ha mai ottenuto un incarico pubblico per via elettorale, è stata una scelta di Lula, sancita in seguito anche dalla base del partito) e il PT, che ha ottenuto il diritto inedito di governare per (almeno) 16 anni; dalla fine del regime militare, nessun partito era rimasto al potere per un periodo così lungo. Tra gli sconfitti vi è senz’altro Aécio Neves, che ha perso anche nel suo Stato; l’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso, criticato di nuovo e con forza per i suoi due governi precedenti, e il PSDB, che nonostante le vittorie significative in alcuni Stati si dimostra ancora una volta incapace di presentare un progetto di opposizione che non abbia come unico scopo quello di «privare del potere» il PT. Fino a qui è tutto più o meno ovvio, senza sorprese. Però ci sono anche delle novità; soprattutto, vi è un dato inedito sul quale vale la pena insistere: se consideriamo queste elezioni in continuità con le tre precedenti, possiamo vedere delinearsi un vero e proprio crocevia per quello che convenzionalmente viene definito come «lulismo», poiché le urne del 2014 hanno sancito nel contempo la sua vittoria finale e il suo esaurimento.

Non è facile precisare in che cosa consista questo «-ismo». Pur essendo stato già oggetto di un buon numero di studi, il lulismo, come quasi tutto ciò che è apparso di recente sulla scena politica, è qualcosa che la gente conosce più attraverso il sentimento che non attraverso delle definizioni precise. Da un lato, chiaramente, vi è la figura carismatica di Lula, personaggio che ha seguito una traiettoria esemplare e che ha mostrato di essere il principale vincitore elettorale nel paese. Da un altro lato, molto più significativo, il lulismo, crescendo gradualmente nel corso dei due governi Lula fino a trionfare con la crisi del 2008-2009, si è imposto come una combinazione di azioni politiche che cercano al contempo, attraverso un forte intervento statale, di promuovere lo sviluppo economico del paese e di diminuire le diseguaglianze sociali: aumento reale del salario minimo, garanzia di un reddito minimo attraverso la «Borsa-famiglia», espansione del sistema universitario federale e finanziamento pubblico delle università private, ampio accesso al credito per i detentori di bassi redditi e finanziamenti agevolati, attraverso le banche pubbliche, per gli imprenditori, mantenimento delle deduzioni fiscali negli ambiti della salute e della formazione per la classe media, ecc. Il risultato, sempre prendendo come parametro il ciclo di 12 anni che termina nel 2014 (due governi di Lula e uno di Rousseff), è stato una reale crescita economica e una vigorosa inclusione sociale, il che dimostra il suo pieno successo; ma, non di meno, da questa politica è derivato anche, secondo alcuni, un raffreddamento della lotta di classe che, perlomeno in Brasile, non ha avuto paragoni in tempi recenti.

Concentriamoci su quest’ultimo punto, il più problematico, ma anche il più rilevante per misurare i prossimi passi del lulismo. Tenendo presente lo studio più completo sul lulismo pubblicato finora (Os sentidos do lulismoI sentimenti del lulismo, del politologo André Singer), un elemento essenziale del programma lulista, il cui sviluppo ha permesso la prima vittoria di Lula, è stata la promozione di una trasformazione ordinata della società brasiliana. Questo significa che i cambiamenti sociali sono desiderabili, ma è necessario che essi si diano all’interno dei parametri dell’ordinamento costituito, immune al radicalismo e senza margini per uno scontro di classe. Il governo deve essere quindi il garante di un patto, grazie al quale tutti possano guadagnare: i poveri salgano alla classe media e al mercato dei consumi; la classe media mantenga i suoi vantaggi, gli imprenditori abbiano la vita più facile dagli aiuti statali e dall’espansione del mercato interno, i banchieri continuino a guadagnare nel mercato finanziario. La sintesi perfetta di questa operazione è il sottotitolo del libro di Singer: riforma graduale e patto conservatore: un nuovo New Deal, nelle parole del politologo.

Ora, questo è stato, in senso generale, il progetto politico che ha vinto nel 2014. Ne è prova il fatto che Dilma è stata rieletta nelle condizioni più avverse: il suo carisma personale non ha molto peso, e i suoi stessi alleati confessano che il suo carattere è difficile; i problemi abbondavano da ogni parte: disarticolazione parlamentare, tassi di crescita rallentati, denunce di corruzione. Come mai allora è stata rieletta? Per la forza del lulismo, il grande vincitore delle elezioni non soltanto perché ha ottenuto la consacrazione delle urne, ma soprattutto perché ha imposto all’intero paese, con poche eccezioni, la sua agenda politica. In questa elezione (come era già accaduto in quella precedente) non vi è stato nessuno tra i candidati principali che abbia osato mettere in discussione l’agenda lulista nei suoi aspetti fondamentali. Le differenze sono state soprattutto di accento su come procedere, al punto che, se fino a poco tempo fa il Brasile, come peraltro il resto dell’America latina, era assoggettato al malfamato Washington consensus, oggi si può parlare, almeno per il caso brasiliano, di una specie di «consenso lulista». Nessun politico dell’opposizione è in grado di andare in televisione e mettere in discussione, per esempio, la «Borsa-famiglia»; al contrario, tutti la elogiano, tutti dichiarano di volerla migliorare. Analogamente, quasi nessuno (le eccezioni sono rarissime, e quasi sempre rappresentate da coloro che non si candidano a cariche pubbliche) propone una riduzione dei diritti dei lavoratori o la fine della formazione scolastica o del servizio sanitario gratuiti. Nel Brasile odierno, insomma, si può ben essere contro il PT, ma è il lulismo che detta ancora i termini del dibattito politico, inclusi quelli dell’opposizione. Si discute sempre all’interno della stessa cornice, della stessa agenda, e questo spiega anche, almeno in parte, i problemi di un’opposizione che si è mostrata invariabilmente incapace di inventare qualcosa di nuovo, e le cui critiche non riescono mai a toccare dei punti essenziali. L’esito di questo insieme di fenomeni nella testa degli elettori si è rivelato nelle urne: «se devo votare per le stesse cose, è meglio l’originale della copia».

Vittoria del lulismo, quindi, senza alcun dubbio. Però la questione è di sapere in quali termini. Il risultato elettorale di questo programma teorico non manca di mostrare segni di debolezza; più ancora, il suo esito finale si dà nella forma definitiva di un esaurimento che si sta già mettendo in luce. Il punto nevralgico non riguarda tanto gli obiettivi di inclusione sociale e di crescita economica (sui quali vi è un’unanimità di vedute), quanto la convinzione che questi obiettivi si possano ancora raggiungere senza un aumento della contrapposizione tra le classi. Questo è il punto del programma lulista, ovvero la pacificazione della lotta di classe, che forse rappresenta la maggiore sconfitta nell’ultima tornata elettorale. 

Per comprendere meglio, innanzitutto occorre dire che l’aspetto più significativo delle elezioni presidenziali di quest’anno è stato la ricomparsa di un vecchio genere di politica, tipico degli anni ’80. Come era previsto, il marketing politico che vende i candidati come fossero delle saponette si è rivelato fortemente presente: c’è stata una professionalizzazione della militanza, ci sono state offese, denunce, manovre di partito, ci sono stati gli intellettuali di turno, perlopiù legati alle forze più viscerali del mercato, che dicevano pubblicamente che, chiunque avesse vinto, sarebbe stato lo stesso. A fianco di tutto questo, comunque, va riconosciuto che c’è stato anche un impegno reale di persone, famiglie, movimenti sociali, delle imprese del mercato finanziario, degli organi di stampa (il più importante settimanale brasiliano ha anticipato la sua edizione domenicale alla notte del venerdì per pubblicare alcune denunce contro Rousseff). Insomma, c’è stata militanza politica reale. All’improvviso, le elezioni non erano soltanto un supermercato di candidati, e questi ultimi non erano più saponette in offerta. Il paese si è diviso, la polarizzazione è stata tanto intensa che talvolta qua e là si è passati alle vie di fatto, lo scontro si è trasferito nella quotidianità. Mi permetto, a questo punto di raccontare due fatti personali: mio figlio di nove anni è stato minacciato da un suo compagno di «venire picchiato» in caso di vittoria di Dilma; una tassista, vedendo che io portavo un simbolo dilmista, mi ha chiesto che «borsa» ricevevo per votare per il governo; io non ho aperto bocca, ma avevo una gran voglia di rispondere: «ho ricevuto una borsa di studio per prendere il dottorato, e non dover fare il tassista». Senza dubbio gli elettori dilmisti si sono comportati allo stesso modo, quindi ciò che sto dicendo non deve essere considerato come una divisione di carattere morale; ho soltanto narrato delle situazioni che ho vissuto, prese nella loro specificità, per dare un’idea del clima di quei giorni, nei quali la conquista di ogni singolo voto aveva l’aria di essere una fatica erculea.

Per alcuni, senza dubbio, questa contrapposizione sarà del tutto vana. Sono gli intellettuali che amano preparare una zuppa politica nella quale, come nei pasti dell’ospedale, ogni cosa ha il medesimo sapore. Votare per, votare contro, non fa differenza! Il fatto però è che la gran parte della popolazione brasiliana, forse perché poco intelligente, o forse perché non obbligata a raccontare queste sciocchezze blasé, non ha visto le cose in questo modo. A partire da un certo momento della campagna elettorale, tutto è apparso chiaro: valeva la pena militare, cercare di guadagnare voti, lottare. Due progetti, due concezioni del paese si confrontavano realmente. Sebbene i temi fossero gli stessi, nonostante le evidenti somiglianze, per la popolazione vi erano in gioco delle differenze importanti. Che tutti volessero l’inclusione sociale, era ovvio; non era ovvio invece, poiché non si tratta della stessa cosa, promuovere questa inclusione a partire dal rafforzamento dei diritti sociali e da un’azione statale determinata, o sperare di realizzarla per mezzo dei mercati. Da un lato vi era Dilma Rousseff, che senza sottovalutare il mercato enfatizzava l’efficacia dei trasferimenti fiscali, la garanzia dei diritti dei lavoratori, e così via; dall’altro lato Aécio Neves, che senza rinnegare le politiche sociali accentuava la responsabilità fiscale, la necessità di tagliare le tasse, e così via. Differenze sottili? Forse. Ma il fatto è che l’elettorato, nel bene e nel male, non la pensava così. In politica a volte le sfumature possono assumere grandi dimensioni, soprattutto quando esse acquistano una chiara coloritura di classe, come prova una lettura della mappa dei risultati.

Il contrasto più evidente appare nella divisione tra le regioni che hanno votato in maggioranza per il PT e quelle che hanno votato per il PSDB. Neves ha vinto al Sud, al Centro-est e in una parte del Sud-est, in primo luogo nello Stato di San Paolo, il più ricco della federazione, nel quale si concentra quasi un terzo del PIL brasiliano. Rousseff ha vinto al Nord, in una parte del Sud-est (precisamente nel Minas Gerais, lo Stato che era governato da Neves) e ha ottenuto un successo massiccio nel Nord-est, regione storicamente esclusa dallo sviluppo nazionale (il «mezzogiorno» brasiliano). Per un brasiliano, questa divisione ha un significato cristallino, che va ben oltre tutta una costellazione culturale di immagini e di preconcetti. 

Da un lato vi sarebbe quindi il candidato di un Brasile «sviluppato» e che «lavora» – il Sud e San Paolo dell’immigrazione europea, per la maggioranza bianchi, che presentano indici di sviluppo confrontabili con quelli europei; ma anche il Centro-est, dove si trova l’agrobusiness brasiliano e il ricchissimo Distretto Federale; dall’altro, la candidata del Brasile «arretrato» e che «vive di Borsa-famiglia» – il Nord è un territorio esteso di foreste che è produttivo soltanto nella zona franca di Manaus grazie agli incentivi fiscali, mentre il Nord-est, quasi desertico, ha una storia politica segnata invariabilmente  dal «coronelismo» (la preminenza politica di uomini forti con i loro seguaci armati a livello locale e regionale nelle aree rurali), dall’assistenzialismo, e presenta i peggiori indici di sviluppo del paese; entrambe sono regioni meticce.

Ci sarebbe il caso del Minas Gerais a smentire questa lettura. Tuttavia, come dicono alcuni, il Minas è il Nord-est del Sud-est: la ricchezza è concentrata soprattutto in una fascia geografica, mentre il Nord, in particolare la Valle di Jequitinhonha, è poverissima (per uno straniero vale la pena di ricordare un modo di dire tipico del Sud-est del paese: «l’abitante del Minas non è altro che un abitante di Bahia stanco». Infatti, nel periodo delle grandi migrazioni, quando i nordestini si spostavano in massa verso il Sud-est, gli abitanti di Bahia per qualche ragione avevano la fama di essere sempre privi di iniziativa: arrivati alla frontiera con il Minas Gerais, molti rimasero lì, come se non avessero la forza di raggiungere quella terra del lavoro e dell’abbondanza che era San Paolo. Insomma, tutti gli abitanti del Minas altro non sarebbero che nordestini ai quali non piace lavorare). La divisione regionale è stata a tal punto significativa che ora il PT è accusato di essersi trasformato in un partito di cavernicoli. Peggio ancora, una volta divulgati i risultati ufficiali, su internet ha cominciato a scorrere il florilegio di battute che i brasiliani ben conoscono (perlomeno quelli del Sud e del Sud-est) sull’ignoranza di quelli del Nord-est, sul colore della loro pelle e sulla loro pigrizia; perfino alcuni giornali cosiddetti «seri» (figuriamoci!) hanno lasciato che sulle loro pagine comparissero delle suggestioni separatiste: il Brasile del Nord contro il Brasile del Sud!

Ma le cose stanno veramente così? Probabilmente no. Approfondendo un poco la messa a fuoco della mappa dei risultati, si può notare che le macchie rosse (Dilma Rousseff) e quelle azzurre (Aécio Neves) non sono distribuite in maniera così omogenea come appare quando lo sguardo si sofferma al livello delle regioni o degli Stati della federazione. Al contrario, a seconda del grado di ingrandimento, tali macchie si mescolano all’interno degli Stati e delle città. Si tratta di un dato importante, perché la logica della distribuzione appare meno regionale (i lavoratori intelligenti del Sud contro gli «asini pigri» del Nord) che non di classe. Prendiamo due casi emblematici come San Paolo e Rio de Janeiro: entrambe del ricco Sud-est, le due città più popolose del paese. Neves ha vinto nella prima, Rousseff nella seconda.

Rio è divisa dalle montagne; la zona marina è la città famosa in tutto il mondo per le sue spiagge, una fascia stretta e allungata che ha votato in maggioranza per Neves. Invece il versante che sta oltre le montagne, ovvero la zona nord, è la Rio che pochi conoscono: l’area abitata dai poveri e dalla classe medio-bassa (definita «suburbana»), che ha votato per Rousseff. Nella geografia del voto paulista vi è una situazione analoga. La mappa di San Paolo può essere paragonata alla testa di un cane (della stessa razza di Scooby Doo) vista di profilo: ora, le orecchie, la punta del muso e il collo, ovvero le estremità, hanno votato per Rousseff, mentre la parte centrale della figura, soprattutto quella denominata il «centro espanso» (zona in cui abita, tanto per fare un esempio, l’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso), ha votato in misura massiccia per Neves. Fino a qui nessun segreto, a meno di non voler travisare la realtà. Le preferenze elettorali sono state influenzate poco o per nulla da peculiarità di carattere regionale, mentre lo sono state, più coerentemente, dal reddito medio della popolazione e dalle sue condizioni di vita. Le analisi di molte altre mappe elettorali non farebbero che ribadire questo concetto: si è trattato di un voto di classe. Le fasce più basse della popolazione, al Nord come al Sud, bianchi o mulatti che fossero, lavoratori o beneficiari della Borsa-famiglia, hanno tutte votato per la candidata lulista; quelle più ricche, invece, hanno scelto l’opposizione.

Questa fatto permette di evidenziare la novità delle elezioni del 2014: la lotta di classe, che era stata rimossa forse per troppo tempo, sembra essere ritornata con forza sullo scenario politico, ancorché sotto una forma rinnovata, forgiatasi in maniera sotterranea negli anni del lulismo. Un conflitto che si sviluppa meno nell’opposizione tra i gruppi associati tradizionalmente alla lotta sociale (ad esempio imprenditori contro operai, come negli anni ’80) o tra quelli radicati nei grandi movimenti sociali, come il MST (Movimento dei Sem-terra), che non attraverso lo scontro tra poveri e ricchi, «piccoli» e «grandi» (per dare un tono machiavelliano all’affermazione), o tra coloro i quali (va sempre ricordato) si riconoscevano in progetti politici che, nonostante le somiglianze, denotavano ai loro occhi un’opzione di classe. Su tutto il territorio nazionale è valso il principio per cui quanto più l’area era povera, tanto più si votava per Rousseff; e quanto più era ricca, tanto più si votava per Neves. Forse si tratta di una logica elementare, ma la lotta di classe, in fondo, si basa su concetti elementari; e nonostante ciò, la cosa non ha mancato di destare sorpresa, in particolare per quanto riguarda il posizionamento di quel gruppo sociale che, nel dibattito politico brasiliano recente, ha attirato molta attenzione: il segmento di coloro che, durante gli anni del lulismo, sono riusciti a uscire dalla povertà e a raggiungere una nuova condizione di vita. 

Dai tempi di Lula, una fascia enorme della popolazione brasiliana è potuta uscire dalla povertà (perlomeno secondo le statistiche ufficiali) e ottenere un’ascesa economica che ha migliorato significativamente le sue condizioni di vita, permettendo a molti un ingresso massiccio nel mercato dei consumi. Questa fascia è stata chiamata, a seconda dei casi, «nuova classe lavoratrice», «classe C», «nuova classe media» (definizioni che, occorre notare, non rispondono a una categorizzazione troppo rigida). A sinistra molta gente aveva storto il naso nei confronti di questa «nuova classe», giungendo ad affermare che si trattava di un contingente di consumatori e nient’altro, privi di qualsiasi coscienza politica, sui quali si poteva contare molto poco per una trasformazione del paese. Non a caso, d’altra parte, era proprio su questo gruppo che i diversi politici all’opposizione avevano puntato le loro fiches, in particolare coloro i quali propagandavano l’idea di una «nuova classe media» in via di formazione che, prima o poi, spinta dal desiderio di ascesa sociale sarebbe passata ad assumere come propri i valori della classe media tradizionale, e quindi a opporsi all’agenda politica lulista. Ma quale è stato il risultato? Ancora è presto per affermarlo con certezza, e tuttavia si dà il caso che, qualunque sia la giusta denominazione da dare a questo gruppo sociale, tenendo conto di quello che si può dedurre dalle elezioni presidenziali del 2014 è certo che tanto una certa destra, quanto una certa sinistra hanno sbagliato i pronostici: la «nuova classe», in generale, si è collocata a fianco della candidata lulista.

A questo punto, non si può fare a meno di mettere in conto qualche riflessione sull’evento più rilevante della storia brasiliana recente, ovvero le manifestazioni del giugno 2013. Per quanto ancora adesso sia impossibile avere una consapevolezza esatta delle loro possibili conseguenze, un dato significativo è che i grandi slogan che, in ultima istanza, davano concretezza a tali manifestazioni furono fin dall’inizio quelli che richiedevano l’implementazione di diritti sociali: il trasporto pubblico (gli autobus della città di San Paolo, dove le proteste ebbero inizio a seguito di un aumento delle tariffe, recano questa scritta suggestiva: «Trasporto, un diritto del cittadino, un dovere dello Stato»), la salute e la formazione, come si urlava alla vigilia della Coppa del Mondo, protestando contro gli «standard di qualità Fifa». Questo è il punto cruciale: le richieste tipiche della classe media (in primo luogo la riduzione delle tasse) sono state quasi sempre assenti nelle manifestazioni del giugno 2013, e anche quando apparivano sporadicamente non ottenevano grande adesione. Le istanze della mobilitazione furono sempre quelle che, retrospettivamente, possono essere considerate come ispirate dalla Costituzione brasiliana del 1988; e questo va sottolineato non per un qualche rigurgito legalista, bensì perché quella carta costituzionale, redatta dopo un lungo periodo dittatoriale e a partire dal desiderio di un processo di ridemocratizzazione che mobilitò gran parte del paese, ha dato vita a una concezione di uno Stato del welfare per tutti i brasiliani e i residenti in Brasile (per segnalare la sua qualità politica, basti dire che si tratta di un documento vilipeso quotidianamente dagli agenti del mercato, che la considerano interventista, causa del costo esorbitante del lavoro, produttrice di insicurezza giuridica per le imprese, ecc.). Considerando il seguito ottenuto da queste manifestazioni, è inevitabile riconoscere che la gran parte della popolazione brasiliana e la maggioranza della nuova classe media o nuova classe lavoratrice, nel giugno 2013 e nei mesi seguenti si è dichiarata a favore di una agenda lulista, che in quel preciso momento era l’unica capace di esprimere sul piano nazionale un progetto sociale immune dalle contaminazioni delle richieste tipiche della classe media tradizionale. 

Insomma, è stato proprio questo gruppo sociale in ascesa che ha svolto un ruolo determinante nella vittoria di Rousseff, come mostrano alcune analisi della campagna elettorale. Ad esempio, è particolarmente interessante valutare le reazioni di questo gruppo sociale all’annuncio, da parte di Neves, del nome del suo futuro ministro dell’Economia, ovvero Armínio Fraga, lo stesso che fu presidente della Banca centrale tra il 1999 e il 2003, conquistando le simpatie dei mercati; colui che, come alla stampa piace ricordare, riuscì ad avere il proprio nome tra quelli che Obama suggeriva come candidato affidabile e competente alla presidenza della Federal Reserve. I mercati lo adorano, e Neves aspirava proprio a ottenere la loro fiducia. Bene, è stato proprio in quel momento che la sua campagna elettorale ha cominciato a rallentare. Armínio Fraga, per la gran parte della popolazione brasiliana, è il nome che simboleggia un periodo di acuta recessione, alta disoccupazione, riduzione dei salari, tagli nelle politiche sociali, e una fede cieca nella salvaguardia della moneta e nelle politiche neoliberiste. Per molti brasiliani, e in primo luogo per quelli usciti dalla povertà negli ultimi anni, il nome di Fraga deve essere suonato come un campanello d’allarme per le loro conquiste recenti: e questo nel Nord-est, nel Nord, così come nelle aree meno privilegiate di San Paolo, di Rio de Janeiro e di tante altre città.

Proprio tenendo conto che questo «nuova classe» ha finito per allinearsi a Rousseff, e non a Neves, troviamo una novità di grande interesse per quanto riguarda la recrudescenza della lotta di classe e il suo posizionamento. Si tratta di una convergenza tra settori poveri, una grossa fetta dei quali ha beneficiato della Borsa-famiglia, e, fatto per molti inatteso, fasce sociali che grazie al lulismo hanno raggiunto un nuovo livello di vita. Queste ultime persone possiedono ormai quanto serve a un sostentamento di base, ma ora chiedono di più: e questo di più, nel complesso, è orientato alla richiesta di una formazione scolastica e di un servizio sanitario gratuiti e di qualità, tali che essi possano anche ridurre le loro spese (ma una riduzione che provenga dal miglioramento del servizio pubblico, e che quindi li dispensi dalla contrattazione privata di servizi specifici; non dal taglio delle imposte). Una simile novità merita tutta la nostra attenzione, poiché ci aiuta a comprendere meglio le mappe elettorali, se andiamo a guardarle più da vicino, e non soltanto dal punto di vista regionale: da un lato, dunque, una convergenza di interessi comuni che unificano poveri e bassa classe media in un blocco sociale; dall’altro lato, la reazione irata della classe media tradizionale che, come nei suoi peggiori momenti, non potendo limitarsi a brandire la sua nota sequenza di preconcetti, cerca di invocare soluzioni autoritarie e farà di tutto per sabotare il prossimo governo – come peraltro si è già riscontrato con l’occorrenza di alcune marce antigovernative che volevano mettere in discussione il risultato elettorale.

Ora, a meno di non prendere lucciole per lanterne, quello che le elezioni del 2014 hanno propiziato è stato un forte ritorno della lotta di classe, ritorno che ancora una volta risponde presente a una richiesta proveniente della politica. Ma se le cose stanno così, come noi pensiamo che stiano, allora la situazione del lulismo è del tutto particolare. Infatti, la sua agenda politica si è dimostrata di successo, e per questo esso è stato il principale vincitore. Il suo successo nasce dal fatto che ha proseguito il suo progetto di inclusione sociale su larga scala, che ha riposizionato nella società brasiliana una larga fetta di popolazione tradizionalmente marginalizzata, che ha garantito alle imprese e alle banche grandi profitti; e ha fatto tutto questo obbedendo all’imperativo proprio della concezione lulista della «pace sociale». Ma il 2014, nonostante tutto ciò, ha finito per portare alla luce del sole un elemento che mancava al programma lulista, un problema al quale esso non può rispondere nella sua forma attuale. Paradossalmente, le ragioni del successo del lulismo sono le stesse che ne spiegano anche l’esaurimento: la pacificazione tra le classi sembra che non possa mai avere luogo, e nei prossimi anni Rousseff e il PT dovranno dare alle proprie scelte una chiarezza maggiore di quella che finora ha dato qualsiasi presidente dell’epoca post-democratizzazione. Le sfide sono: rafforzare e radicalizzare le conquiste sociali recenti, inventare nuovi meccanismi di sviluppo, ampliare la partecipazione politica. Insomma: dire con chiarezza da che parte si sta. Il lulismo ha vinto, ma questa è l’ultima vittoria del lulismo come lo abbiamo conosciuto finora.

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