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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/10/2019

Gratta il leghista e vien fuori il democristiano

La politica italiana si prepara a cambiare ancora una volta pelle, mentre ancora non si è consolidato il nuovo assetto.

Una delle forze cosiddette “populiste” – i Cinque Stelle – sono già stati ricondotti all’ovile dell’establishment “europeista” e confindustriale. Non è stato poi troppo difficile, vista l’inconsistente strategia della visione grillina, e dunque del “realismo” delle parole d’ordine lanciate per anni.

Ora tocca alla Lega. Il successo alle elezioni europee aveva dato alla testa a Mr. Mojito, che aveva creduto di poter passeggiare sulle rovine delle altre forze politiche e imporre una volontà politica corrispondente agli interessi della piccola-media impresa, soprattutto del Nord.

La pochezza del leader maximo, grande comunicatore ma scarso stratega, ha trasformato quel successo in un flop da guinness dei primati, riuscendo a perdere una partita che era già stata ampiamente vinta.

Quegli interessi e quel bacino di consensi va perciò “re-indirizzato” in maniera politicamente produttiva, ossia come consenso a politiche decise a Bruxelles ma che coprono vasti interessi anche nazionali e locali (imprese, banche, costruttori, ecc).

Ma c’è un “ma”. La Lega di Salvini ha assunto toni e modi da partitino fasciorazzista, “anti-europeista” sul piano della propaganda e per nulla su quello concreto (stando al governo aveva accettato tutti i diktat sulla “legge di stabilità”, senza fiatare), raccogliendo malcontento popolare e dandogli una “narrazione” persino realistica (i “poteri forti”, i “burocrati”, “gli zero virgola”, ecc.) e dunque poco compatibile con quella indispensabile a governare insieme e per conto di quei poteri.

Dunque è necessaria una svolta. All’interno della Lega. Con o meglio senza Salvini, ma senza strappi o accelerazioni che potrebbero distruggere in tempi rapidissimi un dispositivo che ha mostrato di funzionare e quindi può tornare molto utile a chi saprebbe che farne.

Il primo passo ufficiale in questa direzione lo ha fatto, non a caso, il più scaltro dei leghisti della prima ora. Placidamente seduto a colloquio con l’“arci-nemica” Lucia Annunziata, Giancarlo Giorgetti se n’è uscito con una dichiarazione che suona quasi come un’eresia: “La Lega nel PPE? Non lo escluderei a priori. Con la Csu bavarese, ad esempio, ci sono molti elementi di consonanza”.

In effetti bisogna rileggere o risentire la frase molte volte, perché abbiamo tutti le orecchie piene del bla-bla salviniano con Macron e la Merkel (capa indiscussa dei democristiani europei e dunque anche del Ppe), contro il “complotto” che sarebbe stato ordito ai piani alti di Bruxelles per togliersi dalle scatole – ossia dal governo in Italia – un “matto” impresentabile e neanche troppo capace.

Ma il dado, come si dice, è tratto. La Lega si deve ri-convertire in una forza affidabile, se vuole avere ambizioni di governo. Deve spuntare le asprezze fasciorazziste e farsi “normale” partito reazionario ma perbenista. Deve smetterla di indicare l’Unione Europea come causa di molti dei problemi italiani e farsi guidare su questa strada da chi ha il controllo della situazione.

In fondo, non c’è nulla di sorprendente. È quello che ha fatto fin dall’inizio il più simile dei “fratellini” europei di Salvini, ossia quel Viktor Orbàn che l’iscrizione al Partito Popolare Europeo l’ha fatta prima ancora di vincere le elezioni in casa e che, pur facendo da punta del “gruppo di Visegrad”, è da sempre ben attento a non pestare i piedi alla Germania. Il che, per un paese contoterzista dell’industria tedesca, sarebbe come sputare nel piatto dove mangia.

Ma anche la Lega rappresenta in parte parte lo stesso milieu, ossia le piccole-medie imprese che lavorano e producono su commesse dell’industria tedesca.

La retorica anti-europea va bene se devi annegare migranti in mare, non quando si parla d’affari da gestire in Europa. Insomma, puoi pure essere molto reazionario, ma in modo più democristiano...

Giorgetti ha capito l’antifona, Salvini ha ballato una sola estate...

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29/08/2018

Oops! Orban è democristiano...

Viktor Mihály Orbán, primo ministro ungherese è il leader del partito “Fidesz-Unione Civica Ungherese”, che fa parte del Partito Popolare Europeo (PPE), primo partito nel Parlamento europeo dal 1999, nel Consiglio europeo dal 2002 e nell’attuale Commissione europea.

Il PPE è anche membro dell’Internazionale Democratica Centrista Unione Democratica Internazionale, nota per aver appoggiato le peggiori dittature sudamericane e non solo.

Il PPE raggruppa 73 partiti membri provenienti da 39 Paesi, di cui 27 sono membri dell’UE. Fra questi ritroviamo vari partiti importanti come la CDU in Germania, il cui presidente del partito è Angela Merkel, ovvero, l’attuale cancelliera della Repubblica Federale di Germania; Forza Italia di Berlusconi e Tajani; il PO-Piattaforma Civica di Eva Kopacz, che è il primo partito polacco (39,8%); il Partito Popolare (Rajoi) in Spagna e l’IR Francese.

Alcuni dei padri fondatori dell’Unione europea appartenevano a partiti che sono successivamente entrati a far parte del PPE.

È la famiglia politica europeista di centro e di centro-destra che raccoglie le forze moderate, cristiano-democratiche e conservatrici. Oltre ad essere il maggiore partito rappresentato in ciascuna delle istituzioni dell’Unione europea ed anche il più ampio del Consiglio d’Europa, è il più influente dei partiti europei ed è il più grande gruppo politico nel Parlamento europeo con 216 eurodeputati.

Attualmente tutte e tre le cariche rappresentative dell’Unione Europea (il presidente del Consiglio europeo, il Presidente della Commissione europea ed il presidente del Parlamento Europeo) sono rappresentate da esponenti del PPE.

Fondato nel 1976 da partiti cristiano-democratici, ispiratisi all’azione degli statisti europeisti quali De Gasperi, Adenauer e Schumann, nel secondo dopoguerra, successivamente ha visto l’adesione anche di soggetti appartenenti all’area di centro-destra.

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30/04/2018

Rivedere il Revisionismo

Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi [9]

In questi giorni ricorre l’anniversario della cattura ed esecuzione di Benito Mussolini e dei gerarchi repubblichini. Si tratta di un episodio fra i più dibattuti e trattati nella storiografia recente, e non su questo ci soffermeremo in questa nota, rimandando eventualmente alle molte opere che trattano di quei giorni, ultima delle quali in ordine di merito anche la nostra [1].

Gli ultimi giorni di Mussolini sono una vicenda emblematica di come sia necessaria, a volte, una cronaca “momento per momento”, un dettaglio quasi pedante anche sui particolari, da inserire in un’operazione più ampia, che crediamo sia – in futuro – da estendere necessariamente anche ad altri episodi della Guerra di Liberazione. Abbiamo scelto di usare lo stesso approccio della memorialistica revisionista, ovvero l’insistenza sul dettaglio, con lo scopo – però – di superare il revisionismo, cioè di “Rivedere (o revisionare) il revisionismo“.

È infatti indubbio che alcune delle versioni di questi fatti che per prime uscirono – e vennero adottate come ufficiali nel dopoguerra e fino ai ’70 – fossero talvolta imprecise o romanzate: la lotta partigiana, d’altronde, si meritava un’epopea, e l’ebbe. Negli anni 60/70, tuttavia, vennero pubblicate ricostruzioni complete del periodo della lotta di Liberazione, adeguatamente integranti la memorialistica di dettaglio in precedenza uscita: si fa riferimento qui per semplicità ai testi in [2-5]. A questa si aggiunge l’ulteriore opera di Giorgio Bocca sulla Repubblica di Mussolini [6], che costituisce, già nel 1995, un esempio di storiografia che tenne anche in conto delle testimonianze di parte repubblichina.

Il luogo comune che “la storia la scrivono i vincitori” è qui fuori luogo. I partigiani furono dei vinti – anzi dei traditi – quando nel dopoguerra si ritrovarono in un’Italia democristiana, erede di quella dei notabili di inizio secolo, nella quale gli ex fascisti si trovavano a loro pieno agio, dimenticato il loro passato e pienamente accolti fra i moderati al potere; per i più estremisti, che al fascismo continuavano a richiamarsi esplicitamente, c’era il MSI, diretto erede della RSI, con una forte rappresentanza in Parlamento. Dopo tre anni dalla Liberazione, non vi era, fra i fascisti sopravvissuti alla Resa dei Conti, praticamente più nessuno in galera.

Non era quella l’Italia nuova sperata dai partigiani e per la quale essi avevano combattuto: tuttavia ebbero riconosciuta la loro eredità ideale nella Costituzione, sebbene essa sia stata in parte disattesa negli anni. I partigiani poterono perlomeno raccontare, e lo fecero ampiamente. A partire dagli anni ’80, però, le versioni ufficiali vennero pian piano erose e smentite da nuova memorialistica e storiografia, in parte revisionista, il cui contributo iniziale fu talvolta utile per far emergere particolari e fatti nuovi.

Purtroppo, queste rivelazioni non vennero fatte da chi aveva partecipato alla lotta di liberazione fra i partigiani ed era rimasto fedele agli ideali di allora, inquadrandole in un racconto corretto, come venne fatto ad esempio in [6], ma spesso da revisionisti di vario genere, mentre troppo raramente da storici professionisti e “non di parte”, ad esempio [7]; il risultato ultimo è stato di mescolare l’analisi di nuovi particolari e fatti utili con interpretazioni discutibili, fino ad arrivare ad un quasi capovolgimento delle versioni originali, in favore di un’altra – nuova – vulgata.

Quest’ultima nuova versione revisionista della guerra di Liberazione ha trovato un certo spazio specialmente fra i giovani, e non soltanto più fra i pochi neofascisti, anche per la popolarità di opere non appartenenti secondo noi alla storiografia, ma al romanzetto storico ed alla propaganda politica mal mascherata, ed alle quali non si concede qui neppure il riconoscimento di una citazione: ci Pansi qualcun altro, non noi. La vulgata che ne risultò si può riassumere così: “Quello che ci ha raccontato la storiografia ufficiale sulla lotta di liberazione è in buona parte falso, e ciò è stato fatto per coprire la realtà vera dei fatti. Fra partigiani e fascisti fu una guerra civile e gli uni non erano molto meglio degli altri. Ci sono poi molti misteri insoluti.”

Ebbene, è proprio questa nuova vulgata revisionista che va, appunto, smontata: ma non a parole, bensì con il lavoro sui fatti e anche sui particolari, proprio quello dal quale è partito il revisionismo, per arrivare però velocemente alla fantasia, fino ad una vera e propria distorsione della realtà, assai peggiore della precedente parziale “reticenza” della storiografia e memorialistica ufficiale.

Riesaminando invece i fatti, ci si accorge che il grosso delle versioni iniziali di parte alleata o partigiana era rispondente alla realtà, nella sostanza: farebbe specie che – uscendo dal ghetto delle fonti neofasciste – il revisionismo arrivasse a velare la realtà fattuale con una tal cortina fumogena di illazioni da ridurla a mitologia, nella quale partigiani e fascisti sono messi sullo stesso piano. Invece – pur nella realtà di un feroce fine guerra – il comportamento degli antifascisti fu lineare e del tutto spiegabile ed adatto alle circostanze. Con qualche punto nero, che non mancheremo mai di rimarcare: ma furono pochi, a fronte di un nero quasi totale che c’era stato dall’altra parte per oltre un ventennio.

Se è pur vero che i morti meritano, di qualunque parte siano, rispetto, non si può però astenersi dal diritto di critica e condanna delle loro scelte, azioni, crimini commessi da vivi. Da vivi, non si era tutti uguali, durante la guerra di Liberazione. E questo va detto e fermamente mantenuto.

Il tempo passa non invano. Se, per fare soltanto un esempio Walter Audisio (il “Colonnello Valerio”, l’esecutore “ufficiale” di Mussolini) non poté o non volle – 60 o 70 anni fa – raccontare certi dettagli riguardo quei giorni [8], ciò non vuol dire che Audisio abbia raccontato solo una bella favola. Riesaminata, la sua versione è molto aderente ai fatti. Dire questo, al giorno d’oggi, è così poco di moda, da esser ormai divenuto politically incorrect ed impopolare. Così come era vero il contrario sessant’anni fa: Giorgio Bocca [6] fece giustamente notare il fatto che – per almeno un trentennio – la storia della guerra di Liberazione sia stata scritta puntando l’attenzione su una parte sola. Certamente, perché l’altra parte faceva così ribrezzo che il suo ricordo voleva essere seppellito nella coscienza collettiva della nuova Italia. Ma quanto questa Italia “nuova” era davvero nuova?

Se consultiamo, nei secondi anni quaranta, i ruolini delle forze dell’ordine e degli amministratori dello Stato, vediamo come essi siano ripieni di ex-fascisti, riammessi in ruolo dopo un brevissimo oblio, silenziosamente. Anzi, ricercati – per quanto riguarda le forze dell’ordine – e preferiti agli altri. Mentre gli ex-partigiani che, finita la guerra di Liberazione, videro nell’esercito o nelle forze dell’ordine un possibile sbocco lavorativo, vennero – sempre silenziosamente – cacciati pian piano quasi totalmente.

Solo negli alti gradi della classe politica – ma dal 1948 all’opposizione – rimasero. Al Governo, ci andarono quelli che nella Resistenza avevano avuto una parte minima: i democristiani, i socialdemocratici, i liberali. L’ambiguità, l’attendismo, l’opportunismo trionfarono ancora una volta.

Il Governo Italiano, con sede a Roma, ebbe lo stesso spirito della cosiddetta “resistenza” romana, fatta di grandi stuoli di attendisti che fecero di Roma l’unica città italiana che non insorse contro il tedesco. Con l’eccezione di pochi eroi come i gappisti romani, che anzi dovettero, negli anni del dopoguerra, fronteggiare accuse e processi, cosa che capitò a molti protagonisti reali della Guerra di Liberazione. Il “vento del Nord” non prevalse, fu spazzato via dalla calma piatta degli eredi di Badoglio.

Resistenza tradita? Giorgio Bocca concluse con un salomonico ma giusto “Resistenza incompiuta” la sua analisi storiografica del periodo. Noi, si parva licet, ci permettiamo di proporre un più aderente ai fatti “Resistenza tollerata”. La tollerarono obtorto collo gli anglo-americani, la tollerò nel dopoguerra chi stava al Governo d’Italia, cioè in sostanza i democristiani, la tollerarono ancora gli Stati Uniti dopo il 1945. L’Italia democristiana è riuscita pian piano a dimenticare e far dimenticare la Resistenza, e successivamente l’ha appiattita ed annacquata in un abbraccio generale all’insegna del “siamo tutti fratelli”.

Proprio per questo è importante, anche a distanza di ormai oltre sette decenni, documentare. Insistere sui particolari e sull’insieme. Chiarire. Dirimere. Specialmente con i giovani, che sono le vittime di questa pluridecennale campagna di disinformazione strisciante. Ed è proprio per questo motivo che ora va fatta chiarezza: i “misteri” di quel periodo non sono poi così insolubili, e la loro persistenza, al giorno d’oggi, non fa più il comodo dei vincitori, ma dei revisionisti. Ai quali va ribadito quanto abbiamo già scritto: se pure i morti meritano rispetto, essi – da vivi – non erano tutti uguali. C’era chi – di ogni colore politico tranne il nero – lottava contro l’invasore e per la libertà, e c’era invece chi si schierava con una ideologia che – se predicava la “bella morte” per i propri adepti – procurò invece a milioni di vittime innocenti la “morte orribile”: quella dei campi di sterminio.

Riferimenti

1. Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords editore, ebook 2018.

2. Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza, Bari 1966.

3. Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964.

4. Paolo Emilio Taviani, Breve storia della Resistenza italiana, Museo storico della Liberazione, Edizioni Civitas, Roma 1995.

5. Piero Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Laterza, Bari 1955, 1977, 2006.

6. Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, Milano, 1995.

7. Gianni Oliva, I vinti e i liberati 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Mondadori, Milano 1994.

8. Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Teti, Milano, 1975.

9. Fonte iconografica: Plus Minus, articolo del 24.4.2015, http://www.rp.pl/galeria/1195863.html (aperto il 27/4/2018).

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05/01/2018

La strana coppia Bonino-Tabacci o la politica ridotta a “scambismo”

La politica ridotta a mercato delle vacche tocca un nuovo record. E come spesso è accaduto in passato a “promuovere” l’ulteriore degrado sono radicali e democristiani, eterni demolitori di ogni valore e serietà.

Tutti i media, nell’ultima settimana, sono stati occupati dal solito vittimismo aggressivo che caratterizza da sempre la micropattuglia radicale: “vogliamo candidarci alle elezioni con il Pd, ma non possiamo raccogliere le firme per farlo”. Cavoli vostri, avrebbe detto qualsiasi persona dotata di cervello. Non avete diritto all’esenzione dalla raccolta (i radicali non avevano un proprio gruppo all’interno del Parlamento appena sciolto), in base alla legge elettorale demente disegnata proprio dal partito con cui vi volete alleare. Quindi, perché vi lamentate?

E dire che il Pd aveva fatto molto per facilitare il ritorno in Parlamento di Emma Bonino e qualcun altro: nella stessa legge elettorale aveva dimezzato il numero delle firme necessarie da 1.500-2.000 a 750-1.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). E addirittura con un emendamento alla legge di stabilità (non c’entrava nulla...) le ha ulteriormente dimezzate a 375-500. Il favore legislativo pensato per i radicali finisce per avvantaggiare il tentativo di Potere al Popolo, classico esempio di eterogenesi dei fini; ma qui nessuno se n’è lamentato troppo, pur sapendo che il tempo a disposizione sarà davvero breve (tra gli otto e i dieci giorni, se il ministero dell’Interno rispetterà i termini della legge mettendo a disposizione i facsimili con cui raccogliere le firme).

Ma ai radicali piace il posto sicuro, con i voti altrui. Quindi niente firme da raccogliere sotto il simbolo “+Europa” (con il rischio che la gente ti corra dietro per menarti, invece che per firmare) e qualche poltrona garantita con i voti del Pd (presentandosi in coalizione dovrebbe essere più facile...). E quindi hanno messo in scena il più scontato dei plot “chiagne e fotte”.

In loro soccorso è arrivato quel vecchio furbacchione democristo di Bruno Tabacci, che aveva nel cassetto – inutilizzato – il simbolo con cui era entrato nel Parlamento appena sciolto: Centro Democratico.

Non faranno gruppo insieme, si tratta di un vero e proprio regalo.

Ma proprio questo mette in evidenza il degrado assoluto della scena politica mainstream italiana. Un simbolo che non rappresenta nulla viene donato a un gruppo che non rappresenta – socialmente – altro che se stesso e interessi innominabili (basta chiedersi a chi serve avere “+Europa”, dopo 25 anni di arretramento continuo delle condizioni di vita indotto dalle politiche dell’Unione Europea).

Peggio. Un simbolo democristiano viene messo a disposizione di personaggi ufficialmente “laici”, se non proprio atei dichiarati. Insomma, è uno straccio buono a qualsiasi cosa, tanto tra loro si intendono a prescindere dalla finzione della contrapposizione.

E’ il segno più evidente che è proprio ora di strappare questo velo puzzolente e far vale gli interessi della nostra gente...

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15/05/2017

Fare soldi con i migranti... Potevano mancare ‘ndragheta e democristiani?

Dopo tanto sparlare delle associazioni – alcune vere e proprie multinazionali, ormai – che soccorrono i migranti in mare, adesso possiamo vedere in faccia altre associazioni che se ne occupano a terra. Con guadagni veri, non certo immaginari.

Il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto (Crotone) Leonardo Sacco ed il parroco dello stesso paese, don Edoardo Scordio, sono stati sottoposti a fermo nell'ambito dell'operazione Jonny condotta contro la cosca Arena, area ‘ndrangheta.

La Misericordia è una storica Confraternita (delle Misericordie, appunto), che ha visto la luce nel lontano 1244 e oggi conta su oltre 700 cellule sparse per l’Italia. Si occupa “cristianamente” di assistenza ai “bisognosi”, soccorso (in molte aree presta servizio di autoambulanza in regime di “convenzione” con il 118), centri anziani, poliambulatori, ecc; può dunque contare su fondi pubblici (le “convenzioni” sono la forma con cui, per esempio, la sanità privata viene chiamata a sostituire quella pubblica) e privati.

Il clan, secondo l'accusa, avrebbe controllato il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Isola Capo Rizzuto, uno dei più grandi d'Europa, che è gestito dalla Misericordia locale. I due sono accusati di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dalle finalità mafiose.

Gli Arena, in particolare, secondo la Dda di Catanzaro, tramite Sacco, sarebbe riuscita ad aggiudicarsi gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione al centro di accoglienza. Appalti che venivano affidati a imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre famiglie di 'ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all'accoglienza dei migranti.

Viene da chiedersi: ma il ministero dell’Interno – che affida gli incarichi e i finanziamenti per i vari Cara (pseudo centri di accoglienza per i profughi) non fa indagini sulle società che si presentano alla porta?

Sì, certo... E infatti Leonardo Sacco era da sempre conosciutissimo al ministero dell’Interno. Anzi, direttamente dal ministro in carica al tempo dell’affidamento, lo sfortunatissimo Angelino Alfano, che dovunque si giri inciampa in personaggi – si usa dire – di dubbia reputazione. Sacco, peraltro, non faceva nulla per essere poco appariscente. Una recente inchiesta de L’Espresso ne aveva riassunto la vulcanica e poliedrica personalità; imprenditore (naturalmente, per quel che si deve intendere oggi in questo paese...), presidente della federazione Basilicata-Calabria che partecipa al Consorzio “Opere di Misericordia”, noleggiatore di imbarcazioni, manager della solidarietà, presidente della squadra di calcio locale che milita nel campionato di Eccellenza, spesso presente nei vertici calabresi del partito del Nuovo centrodestra (da cui proviene la foto d’apertura, Sacco è al centro).

Il settimanale ricorda così la questione:
Quella sera con Leonardo Sacco, al fianco di Alfano, c’era anche un sorridente Antonio Poerio, che fino al 2011 ha gestito il servizio catering all’interno del centro di accoglienza crotonese. Fino a quando la prefettura non gli ha revocato la certificazione antimafia. Poerio è l’imprenditore che il Ros già nel 2007 definiva in contatto con alcuni personaggi del clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Qualche mese dopo la foto di rito tra Alfano, Sacco e Poerio, l’associazione Misericordia ottiene un’importante commessa. La prefettura di Agrigento, con procedura negoziata e d’urgenza, gli affida la gestione del centro di prima accoglienza di Lampedusa. Per dirigere la struttura viene scelto Lorenzo Montana. Travolto, però, dalle polemiche per la sua parentela con il fratello del ministro dell’Interno. Infatti la moglie di Alessandro Alfano è la figlia di Montana. Messo alle strette il prescelto ha poi deciso di rinunciare all’incarico. 
Una saga tardo-democristiana. Un classico intreccio di rapporti personali, parapolitici, mirante all’affare facile facile. Come spiegava Salvatore Buzzi (Mafia Capitale), con i i migranti si fanno più soldi che con la droga. E non poteva proprio accadere che un Cara “in zona propria” potesse essere lasciato gestire ad “estranei”.

L’inchiesta farà il suo corso, ma sul piano politico-sociale sembra evidente la tagliola costruita intorno ai migranti: da un lato quelli che si dicono “pronti all’accoglienza” con gli occhi puntati ai fondi pubblici da stornare verso le proprie tasche; dall’altro le canaglie fasciste e xenofobe che li indicano come nemici da eliminare, con gli occhi puntati verso qualche voto in più.

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24/04/2015

La Resistenza è rossa, non è democristiana


A settanta anni dalla Liberazione dal nazifascismo, con una lunga intervista al Presidente della Repubblica Mattarella, il quotidiano La Repubblica prova a realizzare una operazione ideologica a tutto campo. Lo fa con domande anche significative che ripercorrono non solo un bilancio della Resistenza antifascista su cui, almeno formalmente, è ancora fondata questa Repubblica, ma sottolineando tutti i nessi e i passaggi con cui quell'esperienza fondativa ha interagito con la storia recente di questo paese.

In particolare il direttore de La Repubblica, Ezio Mauro, insiste con più domande nel voler demolire – facendolo dire e confermare a Mattarella – ogni lettura politica della Resistenza che nei decenni trascorsi ha contribuito a darle una lettura “rivoluzionaria” e non moderata, diventata negli anni prevalente.

La negazione della tesi della “Resistenza tradita” ad esempio, vede Mattarella condividere pienamente le parole non casuali del suo predecessore Napolitano; "Le risponderò con una citazione del presidente Napolitano. Parlando a Genova il 25 aprile del 2008, disse con estrema chiarezza: "Vorrei dire che in realtà c'è stato solo un mito privo di fondamento storico reale e usato in modo fuorviante e nefasto: quello della cosiddetta "Resistenza tradita", che è servito ad avvalorare posizioni ideologiche e strategie pseudo-rivoluzionarie di rifiuto e rottura dell'ordine democratico-costituzionale scaturito proprio dai valori e dall'impulso della Resistenza".

Un vero e proprio esorcismo sia da parte di Mauro che del presidente Mattarella per rimuovere dal campo e dalla storia del paese una opzione politica rivoluzionaria che ha animato un intero quindicennio e che aveva come nemico non certo la Costituzione, ma il blocco politico e sociale dominante fondato sull'asse tra Democrazia Cristiana e Stati Uniti.

Ma, dato un colpo alla visione “rivoluzionaria”, Mattarella non può esimersi dal dire qualcosa sui tentativi golpisti e reazionari di quel blocco della classe dominante che dal '67 in poi hanno inaugurato la stagione delle stragi di Stato. “Quelle trame a cui lei fa riferimento avevano un disegno e un obbiettivo comune. Quello di abbattere lo Stato democratico, di cancellare la Costituzione del 1948, di aprire la strada a un regime tendenzialmente autoritario”. Con questo passaggio il Presidente Mattarella non si riferisce, ovviamente, alle spregiudicate operazioni dell'attuale Presidente del Consiglio Renzi, ma involontariamente offre anche una fotografia dell'oggi.

Con la stessa logica Mattarella ratifica la lettura revisionista della Resistenza, pur avendo cura di salvaguardare il 25 Aprile come festa costituente della Repubblica di fronte gli attacchi della destra e dei “riconciliatori” che la ritengono una festa divisiva tra quelli che “combatterono su entrambi i fronti” (cioè gli antifascisti e i fascisti “italiani”). "È stato merito di esponenti provenienti dalla sinistra, penso a Luciano Violante e allo stesso presidente Napolitano, contribuire alla riappropriazione, nella storia e nella memoria, di episodi drammatici ingiustamente rimossi, come quelli legati alle Foibe e all'esodo degli Italiani dall'Istria e dalla Dalmazia” afferma il presidente Mattarella. “Sono stati molti i libri e le inchieste che si sono dedicati a riportare alla luce le vendette, gli eccidi, le sopraffazioni che si compirono, anche abusando del nome della Resistenza, dopo la fine della guerra”.

La destra, i fascisti e i democristiani in questi ultimi venti anni, coadiuvati proprio da personaggi come Violante e Napolitano, hanno avuto l'occasione di sputare tutto il loro odio verso la Resistenza partigiana e il ciclo politico di lotta per il cambiamento che ne è derivato. Quanti sputano veleno sui partigiani, alla fine sono gli stessi che sputano veleno sui movimenti degli anni '70, sui sindacati etc.

Ma soprattutto per i fascisti e la destra resta lo scorno di aver subito una sconfitta da parte di poche centinaia di militanti comunisti che nel settembre del '43 ruppero gli indugi e passarono alla resistenza armata contro il nazifascismo.

L'ammissione più nitida di questa sconfitta, viene proprio da un fascista e repubblichino di firma come Giorgio Pisanò nel suo intervento al convegno su “La guerra rivoluzionaria” organizzato da fascisti e servizi segreti alla vigilia dell'avvio della campagna di stragi di stato. All'Hotel Parco dei Principi, nel 1965, durante il convegno dell'Istituto Pollio, Pisanò ammise: Quell'8 settembre la situazione italiana era quella che tutti conoscete: i comunisti erano, si e no, un migliaio; di questo migliaio, fino:a pochi mesi prima, gli attivi, così li chiamano loro, in territorio nazionale saranno stati due o trecento, non di più; il nucleo più sostanzioso era a Milano, con 45 uomini; tutta gente che aveva dai 18 ai 30 anni. Il grosso del P.C. in quel tempo era al confino (c'erano circa 1500 comunisti confinati, o in carcere), però in quei 1500 uomini 11 P.C. contava i tecnici della guerriglia. Ora, per il P.C. tecnico della guerriglia in quel momento era definito colui che aveva partecipato alla guerra di Spagna”.

Trecento quadri comunisti, dunque, furono il nucleo che mise in piedi un movimento di resistenza armata contro l'occupazione nazifascista e che in diciassette mesi portò alla Liberazione del paese.

Mattarella assesta un colpo al cerchio (quello della memoria attiva della Resistenza animata dalla sinistra) e uno alla botte (quelli che la Resistenza la odiano fin dalle giornate dell'aprile del 1945), per spianare la strada alla riconciliazione, alla memoria condivisa tra fascisti e antifascisti, rimuovendo o addirittura criminalizzando il ruolo protagonista dei comunisti nella Resistenza antifascista che portò alla Repubblica e alla Costituzione.

Una operazione da democristiani, appunto, come è Mattarella e come è l'ideologia oggi dominante nelle élite e nei mass media. Una ideologia che copre le picconate inferte dal modello Renzi proprio a quell'assetto costituzionale e rappresentativo su cui è nata la Repubblica nata dalla Resistenza. I comunisti in tutto questo hanno avuto un ruolo decisivo, che se ne facciano una ragione.

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