Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/06/2017

L’emergenza carceri, al di là di Riina. Intervista ad Antigone

Mentre la guerra avanza nel mondo alle nostre porte, qui ci si azzanna per questioni apparentemente secondarie, ma che mostrano chiaramente quanto la civiltà giuridica liberaldemocratica sia ormai un corpo estraneo anche nella testa di quanti credono di essere “civili e di sinistra”. Occasione è stata fornita da uno dei nomi più ignobili della storia italiana recente – Totò Riina – e dalla discussione tra Corte di Cassazione e Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Tema: in quali condizioni deve morire un detenuto di 86 anni?

Radio Città Aperta ha sentito Susanna Marietti, dell’associazione Antigone.

Ciao Susanna, buongiorno.

Buongiorno a voi e a tutti gli ascoltatori.

Grazie della tua disponibilità innanzitutto. Il tema è abbastanza delicato e controverso. Si è aperto un dibattito intollerabile dal punto di vista dei contenuti, per molti versi come purtroppo spesso capita in questo paese ultimamente. Parliamo della possibilità di scarcerazione o attenuazione del regime carcerario a cui è sottoposto Totò Riina, uno dei capi di Cosa Nostra, per garantirgli “una morte dignitosa” rispetto alle sue attuali condizioni medico sanitarie. C’è chi parla del fatto che le sue vittime non hanno potuto avere quella dignitosa morte che lo Stato potrebbe riservargli; c’è chi ha parlato di uno Stato di diritto e una legge che determina delle condizioni precise in questi casi; c’è chi l’ha buttata sulla demagogia, il sentimentalismo... Insomma un po’ di tutto, amplificato dal calderone dei social network. Cerchiamo un attimo di capire meglio di cosa stiamo parlando e facciamolo ragionando su tutti gli aspetti della questione, su quello che prevede o dovrebbe prevedere la legislazione italiana in questi casi.

Allora... Raccontiamo brevissimamente i fatti per gli ascoltatori. L’avvocato di Totò Riina ha chiesto al tribunale di sorveglianza di Bologna che il suo assistito potesse avere un differimento della pena; vale a dire ci sono alcuni casi – tra cui appunto l’incompatibilità con la salute o la donna in gravidanza – che permettono al giudice di sospendere l’esecuzione della pena. Significa che il condannato non la sconta adesso, la sconta magari fra un anno o quando sarà; è una sospensione temporanea. L’avvocato aveva detto: se non volete sospendere la pena a Riina, quanto meno dategli la detenzione domiciliare, in subordine. Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha valutato il fatto che Riina fosse visitabile dai medici che operano all’interno del carcere, unito al fatto che qualora ci fosse un’urgenza poteva venire ricoverato in un ospedale esterno, cosa che già era successa, presso l’ospedale di Parma; queste due circostanze combinate erano per il tribunale sufficienti a dire che la salute di Riina è compatibile con il regime penitenziario. La Corte di Cassazione ha invitato il tribunale di sorveglianza a rivedere la sua posizione sostanzialmente dicendo: Totò Riina non ha solo un corpo fisico, per cui – secondo il vostro ragionamento – la malattia è conciliabile con il regime detentivo; Totò Riina ha anche una dignità. E quindi ha diritto a morire dignitosamente. Questa è la cosa che ha scatenato le polemiche. Totò Riina, in quanto efferato boss di Cosa Nostra, non doveva più avere una dignità. La Corte di cassazione invece ha sostenuto di sì.

E questa è già una ricostruzione basata un po’ sui fatti. La nostra impressione è che da un lato il personaggio, la sua storia, sia molto particolare. Dall’altro, però, c’è una legislazione, una serie di organi che applicano una legge. E’ giusto questo?

Ovviamente. Quello che dico è: i diritti umani o sono universali o non lo sono. I diritti umani valgono per tutti. E’ facile difendere i diritti delle persone più brave, quello è facile; oppure anche quelli dei piccoli criminali con cui tuttavia però ci identifichiamo: aveva fame ha e rubato una mela. Qui è facile difendere i loro diritti. La prova del sistema dei diritti umani che parte dalla dichiarazione universale del ’48 sta su Totò Riina. Bisogna difendere il diritto di morire dignitosamente pure di Totò Riina. Questo è difficile da fare, perché ognuno di noi poi ha un moto di ripulsa; ma la nostra ragione deve essere superiore alla nostra pancia e quindi diciamo che anche Totò Riina dovrebbe morire a casa sua dignitosamente. Questo non farà male a nessuno, perché è evidente che Totò Riina non ha più alcun potere dentro Cosa Nostra e che non è più in grado, vista la sua condizione fisica, di impartire ordini o di fare del male.

Questo è uno degli argomenti che hanno creato più confusione e scontro. Per alcuni, invece, può ancora avere un ruolo attivo all’interno di Cosa Nostra, e citano le minacce al giudice Di Matteo, ad esempio, o a Don Ciotti, di qualche anno fa. Su questo mi sembra che tu abbia le idee abbastanza chiare, invece. Ormai la sua nocività, la sua pericolosità sociale potrebbe essersi quasi completamente abbattuta?

Da come viene descritta anche dalle perizie mediche, io direi senz’altro di sì. I fatti che tu racconti risalgono, appunto, ad alcuni anni fa. Detto questo, se anche non dovesse essere così, abbiamo delle forze dell’ordine, abbiamo degli organismi preposti a questo; quindi se andrà a morire a casa sua, andrà in una situazione tale per cui ci saranno delle misure di sicurezza che faranno sì che non mandi fuori alcun ordine. Voglio dire... Non è che esiste solamente il muro di cinta del carcere.

Questo è un ragionamento importante, perché sembra quasi che metterlo fuori dal carcere equivalga a rimetterlo in libertà. Non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di altri profili di gestione della detenzione – correggimi se sbaglio – che però prevedono sempre un controllo da parte dello Stato, no? Non è che viene lasciato libero dicendo: sei a posto con la legge, vai dove credi...

Questo sarà il Tribunale a valutarlo, perché in realtà l’avvocato, in prima battuta, aveva chiesto il differimento della pena. Il differimento della pena – ripeto – significa che tu in quel momento non la stai scontando la pena; la detenzione domiciliare, invece, è una forma di detenzione per quanto non carceraria. L’avvocato l’ha chiesta in seconda battuta, dicendo: se non volete dare il differimento, datemi la detenzione domiciliare. Se mai il tribunale opterà per il differimento pena, immagino che comunque metterà delle misure di sicurezza, anche se non è pena scontata. E comunque opterà per quella soluzione solamente se Riina è ridotto in fin di vita e quindi si tratta di andare a passare gli ultimi 20 giorni sul letto di casa sua invece che su quello della cella. Altrimenti opterà per un regime differente.

Bene. Come pensi che vada poi a concludersi questa vicenda? Poi ci saranno i commenti dei parenti delle vittime che comunque hanno un peso anche storico in questo paese. Sarà possibile che questa vicenda venga gestita come in un paese normale, oppure il carico emotivo condizionerà le eventuali decisioni successive? Che tipo di impressione hai?

Questo è ovviamente difficile dirlo perché sarà nella discrezionalità dei giudici. Io penso che non possano ignorare un monito della suprema Corte, quindi in qualche misura dovranno rivedere la loro decisione. Dopo di che i giudici di sorveglianza hanno una paura proprio ancestrale di emettere ordinanze di apertura perché appunto, come dicevi adesso, poi si scatena la parola alle vittime... Io ho tutta la solidarietà del mondo con le vittime, ma non è il loro ruolo quello di entrare in decisioni di tipo giuridico; perché è ovvio che loro parlano con la pancia e non con la ragione. Il diritto non si fa con la pancia. Quindi il magistrato di sorveglianza è una figura che per tradizione – dal dare una semilibertà, un affidamento in prova ai servizi sociali, a prendere una decisione come questa che è particolarmente epocale – ha paura. Detto questo, nel caso specifico sarà difficile ignorare il monito della Corte di Cassazione... Staremo a vedere. Io credo che prenderanno una misura di apertura ma con moderazione, per evitare l’alzata di scudi.

Una battuta per concludere, Susanna. Siamo in un paese, come anche il recente rapporto di Antigone ha ribadito, in cui l’emergenza carceri non finisce mai. Un paese in cui la detenzione, molto spesso, è un’esperienza umiliante per chi la subisce, un paese che non riesce ad applicare a pieno la normativa prevista per tutta la gestione carceraria... Si parla di carcere e di gestione del carcere soltanto in pochi casi. Questo è uno di quelli. Io ne so poco, di carceri; però da quel poco che so mi si accappona un po’ la pelle rispetto al fatto che un dibattito così complesso venga gestito soltanto per questioni, appunto, di pancia...

Purtroppo sì. Sono totalmente d’accordo con quello che dici. Noi veniamo da alcuni anni, da un periodo che aveva fatto ben sperare. C’era stata un’attenzione verso le nostre carceri che mai si era riscontrata dal dopoguerra in poi, o quantomeno dalla riforma del ’75. Un’attenzione dovuta al gennaio 2010, con la dichiarazione dell’emergenza penitenziaria per il sovraffollamento; poi nel 2013, con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per violazione dell’art. 3, che è uno degli articoli fondamentali della Convenzione europea sui diritti dell’uomo in relazione al sovraffollamento carcerario. Con Giorgio Napolitano, che per la prima volta dà un messaggio alle Camere e lo dà sul carcere. Per la prima volta i giornali parlavano di carcere non con il trafiletto in ottava pagina ma, addirittura, in apertura; e quindi le persone avevano preso consapevolezza e le autorità italiane avevano adottato una serie di misure riformatrici che avevano fatto del bene al nostro carcere. Dopo di che, finito l’effetto di questi tre fattori che in qualche modo ho raccontato, abbassato lo sguardo del Consiglio d’Europa sull’Italia perché bene o male aveva adempiuto a quello che la sentenza Torreggiani gli aveva detto di fare, siamo tornati nell’indifferenza; e quindi di nuovo il carcere fa notizia solamente quando c’è qualcosa di eclatante, come quello di ieri o quando, sotto elezioni, si può dire: ci vuole più sicurezza, buttiamo la chiave o cose di questo tipo.

Bene Susanna, grazie del tuo intervento. Buon lavoro e buona giornata.

Grazie a voi. Buon lavoro e buona giornata a voi.

Fonte

06/06/2017

Forcaioli su Riina. Vi piace vincere facile...

Una sentenza formalmente e sostanzialmente inappuntabile – in base alla Costituzione nata dalla Resistenza – ha fatto scattare molle manettare, istinti primordiali, dichiarazioni un tanto al chilo, tifo da bar dell’antisport.

Vi diamo la notizia così come riferita dall’Ansa:
Il “diritto a morire dignitosamente” va assicurato ad ogni detenuto. Tanto più che fermo restando lo “spessore criminale” va verificato se Totò Riina possa ancora considerarsi pericoloso vista l’età avanzata e le gravi condizioni di salute. La Cassazione apre così al differimento della pena per il capo di Cosa Nostra, ormai ottantaseienne e con diverse gravi patologie. Il tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà dunque ora decidere sulla richiesta del difensore del boss che propone il differimento della pena o la detenzione domiciliare, richiesta sempre respinta. La Cassazione sottolinea che il giudice deve motivare “se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione” che va oltre la “legittima esecuzione di una pena”. Il collegio ritiene che non emerga dalla decisione del giudice in che modo si è giunti a ritenere compatibile con il senso di umanità della pena “il mantenimento in carcere di un ultraottantenne con duplice neoplasia renale, e stato neurologico altamente compromesso”.
Tradotto: anche Riina è mortale, e sta morendo per un tumore ai reni. Nonostante quel che ha fatto e per cui è stato condannato all’ergastolo, bisogna vedere se l’attesa della morte vada assicurata dal carcere in regime di “41 bis” (isolamento pressoché assoluto) oppure in altre condizioni da decidere. Dunque il Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che gli aveva rigettato la richiesta di scarcerazione, deve riesaminare il caso – a giudizio della Cassazione – perché gli elementi di pericolosità di un 86enne in quelle condizioni non possono più essere giustificati solo con il nome e il cv.

Apriti cielo...

Il rapporto di guerra dei comunisti contro qualsiasi mafia è scritto nel marmo della Storia lontana e recente, dalla strage di Portella delle Ginestre a Pio La Torre, dai tanti sindacalisti assassinati nel secolo scorso alla lotta contro la Democrazia Cristiana, che delle mafie è sempre stato il referente politico principale (non certo l’unico).

Dunque nell’affrontare il quesito relativo a Totò Riina non siamo mossi da alcuna compassione. Quello su cui ci dobbiamo interrogare, e chiamare tutti a fare altrettanto, è se viviamo ancora in una repubblica parlamentare democratica – com’è scritto dappertutto – oppure in un regime medioevale che assicura il diritto alla vendetta privata per mano dello Stato.

La Costituzione prescrive che la pene “devono tendere alla rieducazione del condannato“. Argomento che elimina radicalmente qualsiasi ricorso alla pena di morte (è rimasta a lungo, in qualche misura, solo nel codice militare) ed anche ogni possibilità che la condanna sia eseguita fino alla morte in carcere del condannato.

Ma è proprio la natura dello Stato moderno – di diritto, non di vendetta – ad aver rivisitato radicalmente il rapporto tra vittima del reato, colpevole di quel reato e pena. Nello stato liberale moderna, infatti, lo Stato “assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”, assegnando alle vittime dei reati (di qualunque entità) il posto di “parte civile” in un regolare processo, con il diritto di pretendere un risarcimento adeguato (dal condannato o, eventualmente, dalle finanze pubbliche).

Il superamento della fase medioevale è evidente. E’ lo Stato – non la vittima o il monarca, a suo arbitrio – a stabilire per legge quale sia la “pena giusta” per ogni tipo di reato (codice penale). Viene insomma fissata una “misura” per via legislativa, che sottrae la pena all’arbitrio del privato o del monarca. Perché è fin troppo evidente che la vittima, lasciando alla soggettività individuale danneggiata la quantificazione e le modalità dell’esecuzione della pena, stabilirebbe condanne in base alla sua rabbia, fuori da ogni misura, proporzionalità, obiettivo sociale. Detto altrimenti, la vittima – lasciata da sola – potrebbe ritenere “giusta” una condanna all’ergastolo per il furto della bicicletta o di una mela.

Nello Stato moderno, insomma, il singolo deve rinunciare alla vendetta o a farsi giustizia da solo, perché la collettività organizzata gli assicura sia l’individuazione del colpevole sia la condanna in regolare processo, fino al risarcimento adeguato.

Cosa significa? Che “le vittime” – chiunque di noi, quando danneggiati da un reato – hanno diritto di parola sulla condanna da affibbiare al colpevole fino alla conclusione del processo (gli eventuali tre gradi di giudizio). E poi basta. La condanna del colpevole e il risarcimento chiudono la ferita subita. Possono ovviamente criticare, parlare, scrivere, farsi intervistare, andare in televisione. Ma questo non influisce più – non deve influire – sull’esecuzione della pena, le sue modalità, ecc.

Naturalmente, stiamo illustrando un principio generale; sappiamo benissimo che nella realtà dei processi le cose possono andare anche in direzione opposta alla giustizia (un esempio immortale: quelli per la strage di Piazza Fontana).

Nella legislazione italiana, sempre “sensibile” alle emergenze reali o inventate, sono state progressivamente introdotte norme indegne di uno Stato liberale moderno. In caso di condanne all’ergastolo, infatti, è spesso previsto che venga sentito il “parere dei familiari delle vittime” prima di ogni misura attenuativa nell’esecuzione della pena. Ed è scontato – tranne casi carissimi – che questo sia sempre negativo. Un atteggiamento così prevedibile che, per l’appunto, comporta la rinuncia dello Stato alle proprie prerogative in materia penale. Perché lo riduce di fatto a esecutore della volontà di vendetta privata anche dopo la fine del procedimento e la corresponsione del risarcimento.

Queste “concessioni” alla vendetta sono state pensate come consapevole “messa al riparo” della classe politica dalle molte – e giustificate critiche. Anzi, come una vera e propria misura compensativa, un’”arma di distrazione di massa”, una facile individuazione di capri espiatori sempre diversi.

Alla lunga, però questa rinuncia consapevole all’esercizio di una leadership politica, culturale, valoriale, ha lasciato campo aperto dalla demagogia dei quacquaraquà “entrati in politica” senza neanche un corso di formazione elementare. Le chiacchiere da bar sono diventate la vera cifra di qualsiasi discussione su temi che avrebbero costretto anche Beccaria a riflettere a lungo.

Nel caso di Riina, dunque, sarebbe facilissimo mettersi nel mazzo delle bestie ululanti. Nel mucchio di quelli che pensano poco e gridano molto, che vivono ogni giorno da pecore e diventato “guerrieri” solo davanti alla tastiera o un microfono.

Proprio per questo, pensiamo invece che – se le sue condizioni sono quelle descritte dalla Cassazione – a Riina vada concesso quel che va garantito a ogni essere umano vicino alla morte. E se lui è stato “una belva” sarebbe una sua vittoria farci comportare nello stesso modo. Dategli quel che si può o si deve, e il diavolo se lo prenda non appena passate le porte.

Ma non proseguiamo oltre su questa strada folle, incarognita, fintamente “legalitaria” proprio quando si nega la base fondamentale di ogni legge moderna (“lo Stato assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”).

Tutto questo bestiario forcaiolo, in fondo, torna solo a vantaggio dei furbastri che governano. Gli stessi che ormai prevedono di “blindare” qualsiasi evento pubblico, manifestazione o festa o concerto che sia; di “amministrare” il conflitto sociale e politico grazie ai “fogli di via” inventati dal fascismo. Gli stessi che stanno facendo del proprio arbitrio la nuova regola universale. Contro tutti noi.

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