Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/02/2026

«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro

di Paolo Persichetti

«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».

Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.

Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni

Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.

Gli ignavi

Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.

Cosa era successo?

La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».

L’archiviazione

Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:

– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;

– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;

– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».

Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.

Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta

Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.

Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.

La nuova inchiesta del marzo 2020

«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».

Le intercettazioni della FBI

Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».

La risposta del procuratore generale

Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».

Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».

Lo stralcio dei fascicoli

Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.

Le frustrazioni dell’antiterrorismo

Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.

Fonte

21/01/2019

L’ex Br Lojacono: «Ho gia scontato in Svizzera la pena, ma l’Italia non lo riconosce»

Nella lista dei sogni sui “catturandi”, Alvaro Lojacono è il nome più pesante, insieme ad Alessio Casimirri. E’ infatti stato indicato da diversi “pentiti” e “dissociati” come componente del gruppo di militanti delle Brigate Rosse che ha sequestrato Aldo Moro, la mattina del 16 marzo in via Mario Fani, a Roma. Nell’orgia di follia scatenata dal rimpatrio in manette di Cesare Battisti, il suo caso è tornato in prima pagina, insieme a una risicata pattuglia di altri anziani (che si riduce ogni anno, ovviamente).

In questa intervista, realizzata ieri dal giornale svizzero Ticinonline, spiega la sua posizione giudiziaria e la “stranezza” della giustizia italiana in questa particolare materia.

Salvini, tutti “i politici” ed anche tutta la stampa mainstream, ne parlano come un “latitante” mai assicurato alla giustizia. Un falso, puro e semplice falso. Lojacono è infatti un cittadino italo-svizzero – ha la doppia cittadinanza, visto che i suoi genitori erano dei due paesi – per il quale lo Stato italiano ha chiesto e ottenuto l’arresto e il riconoscimento delle condanne italiane.

Cosa avvenuta regolarmente, tanto che Lojacono ha scontato l’ergastolo in Svizzera, ovviamente con le regole e le leggi di quel paese. Una volta scontata la pena è stato rimesso in libertà – non dobbiamo dimenticare mai che da quel 16 marzo sono passati 41 anni! – vive e lavora nel paese, e non è ovviamente più incorso in alcun guaio con la giustizia. Ma sui contorti passaggi giuridici che si sono messi in moto nel suo caso è meglio lasciare la parola a lui stesso, visto che il diritto elvetico è abbastanza differente da quello italiano e soprattutto lo Stato italiano si è comportato spesso in modo, diciamo così, “disinvolto” sul piano giuridico.

La cosa importante da sapere e capire è che ha scontato già l’ergastolo per i reati di cui la giustizia italiana l’ha riconosciuto colpevole.

In più, per i non addentro alle questioni giudiziarie, c’è da capire e sapere che l’ergastolo – essendo la pena massima prevista dal codice penale italiano – assorbe al suo interno tutte le condanne (sia equivalenti, sia quelle “minori”, come partecipazione a banda armata, ecc). Il principio giuridico per cui ciò avviene è elementare: hai soltanto una vita, dunque non puoi scontare più condanne a vita, ma una sola, e una sola volta. Se anche subisci più processi e vieni condannato più volte all’ergastolo, il codice prevedere che tutte le condanne siano “cumulate”, diventando una sola. Ovviamente quella massima.

Anche il codice penale italiano prevede che la condanna all’ergastolo – tranne nel caso dell’incostituzionale “ergastolo ostativo” (che esclude qualsiasi sconto previsto dalle leggi dello Stato, in barba alla Carta che prescrive che la pena miri alla “alla rieducazione del condannato”) – possa prevedere una carcerazione più breve dell’intera vita; e dunque che anche i condannati a questa pena possano tornare in libertà prima della morte. Gli esempi potrebbero essere centinaia, ma c’è anche da rispettare il “diritto all’oblio”, cui spesso ci richiamano avvocati di diversi inquisiti per reati decisamente più frequenti (corruzione, ecc). Quindi niente nomi: né comuni, né di destra (pochissimi, rispetto al numero dei morti causati), né tanto meno di comunisti.

Dunque Lojacono ha scontato la pena massima inflittagli dall’Italia, e in nessun modo – nella civiltà giuridica degli ultimi secoli – si può pretendere che chiunque sconti più volte la stessa condanna. Tanto più quella “a vita”.

Ma alcuni governi di questo paese – quando hanno bisogno di un'”arma di distrazione di massa” – ritirano fuori questo e altri nomi nel modo che abbiamo detto. La “giustizia”, in questi casi, non c’entra ovviamente nulla. E ancora meno la “certezza della pena” (che, in quanto tale, vale per tutti: Stato, vittime, condannati). Ma nel paese degli “aggiusta-processi” diventati governanti, tutto sembra diventare possibile. Persino scontare più volte una condanna a vita.

Sulla serietà di questo atteggiamento lasciamo giudicare i lettori.

*****

Intervista esclusiva al cittadino svizzero Alvaro Baragiola-Lojacono, 63 anni, l’uomo con cui Salvini vorrebbe riaprire i conti degli anni di piombo.

Fonte Ticinonline

LUGANO/BERNA – Per l’Italia l’orologio della storia è sempre fermo alle 9 del mattino del 16 marzo 1978. Al giorno, cioè, del rapimento del presidente della DC Aldo Moro e Alvaro Lojacono, all’epoca 22enne, è un brigatista latitante all’estero che deve scontare un ergastolo per l’agguato di via Fani.

Per la Svizzera Alvaro Baragiola, che ora ha 63 anni (e da una vita ha preso passaporto e cognome della madre), è un cittadino elvetico. Oggi lavora, ha una famiglia e la sua fedina è pulita dopo aver scontato nel secolo scorso una pena di 17 anni inflittagli per analoghi fatti di sangue (già inclusi nella sentenza Moro1-bis).

A riaprire vecchie cicatrici è stato l’arresto e l’estradizione dalla Bolivia a Roma di un protagonista minore degli anni di piombo, Cesare Battisti. Ma tanto è bastato per far ripartire la caccia ai riparati oltre confine. Mediatica soprattutto. E non solo, come spiega in esclusiva per Ticinonline/20Minuti e dopo quasi vent’anni di silenzio, l’uomo finito nel mirino di Matteo Salvini & Co.

Anche la Lega dei ticinesi ha invitato il Governo federale a consegnarla alle autorità italiane. Come valuta lei questa richiesta?

Per cominciare tengo a precisare che l’Italia NON ha MAI chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), ed una “consegna” come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana, che la Confederazione non prevede.

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?

L’Italia non riconosce, né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera.

Ci risulta però che, nel 2006, l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane…

È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro 4 – invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi – e non garantiva che, una volta eseguita la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna.

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi in caso di rifiuto il processo in via sostitutiva?

Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione, non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale.

Come si spiega questa “storia sospesa”?

Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un “latitante” si può dire qualsiasi cosa, perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte.

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non precederà più per gli stessi fatti. Lei come reagirebbe?

Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la “certezza della pena” vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi venti anni fa, e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi riarrestano o mi riprocessano per qualcosa. Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda.

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovrebbe infliggere?

Sì.

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?

Ogni volta che il tema è rilanciato dai media associandolo al mio nome ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto tra loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo ’68; dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri.

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?

All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli “impuniti”. Ho avuto un contatto con l’ultima commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti.

Cosa ha detto a questi commissari?

Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico, perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una “linea della fermezza” lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo. Una catena che neppure la commissione ha voluto interrompere, lasciando la verità nella palude del sospetto.

Dunque resta un tema tabù?

Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico.

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