di Giovanni Iozzoli
Mentre scrivo queste brevi note, dall’Inghilterra giunge qualche confortante segnale di reazione al ciclo di violenze di matrice xenofoba, che ha incendiato diverse città del Regno Unito. Grandi manifestazioni “antirazziste” hanno superato nei numeri quelle di segno opposto, coinvolgendo le comunità straniere, pezzi di sindacato e di sinistra politica. Una buona cosa, perché l’incubo delle strade in mano ai teppisti islamofobi, non poteva essere tollerato più a lungo.
Questa ondata di violenza – non prevista da alcuno – ha reso l’idea di una pentola a pressione improvvisamente scoperchiata da un evento tragicamente occasionale. Da questo punto di vista, sapere che l’assassino di bambini di Southport non è un aspirante jihadista ma un cristiano figlio di ruandesi, ha cambiato poco il quadro: la scintilla non descrive l’incendio né offre previsioni sulla sua diffusione. A bruciare in Inghilterra in questo momento è proprio il mito della convivenza multietnica di cui il comunitarismo britannico è sempre sembrato laboratorio avanzato.
È inutile negarlo, siamo scioccati dalle immagini di nostri fratelli di classe – giovani segmenti di working class bianca – totalmente succubi di parole d’ordine e suggestioni di segno fascista. Non è la prima volta che ciò accade: tra la precarietà della coscienza operaia e il tribalismo sottoproletario, si cammina sempre su una lama sottile. Più di trent’anni sono passati dai fatti di Rostok – sempre agosto ma del 1992: l’ouverture di un processo storico in cui una maligna talpa nazistoide ha ben scavato per decenni, fino a portare l’AFD a diventare primo partito nei territori ex DDR.
Cosa abbiamo visto all’opera, in questi giorni, lungo le strade da Liverpool a Belfast? Odio per il diverso? Certo. Soprattutto se è considerato un competitor sul mercato del lavoro, della casa e del welfare.
Rifiuto della democrazia? Certo, soprattutto se letta come semplice ricambio al potere di élite tecnocratiche, espressione dei piani alti della piramide sociale. E se qualcuno martella per decenni i quartieri proletari e l’infosfera, con l’idea che quelle élite hanno “creato” scientemente il modello sociale multietnico per fottere l’Inghilterra, i suoi valori e gli interessi del “popolo”, ebbè: la miscela è pronta ad esplodere; e le menti obnubilate possono pensare che attaccare un centro per richiedenti asilo sia come attaccare una propaggine del potere finanziario globale.
Le manifestazioni antirazziste di massa di queste ore, però, palesano una criticità: corrono seriamente il rischio di finire arruolate ed inglobate dentro il perbenismo mainstream. Infatti i grandi giornali – in Italia in testa “Repubblica” – si spellano le mani ad applaudire gli “antifascisti” che ricacciano indietro la white trash, il sottoproletariato bianco degli stadi e dei pub. In questo modo, la lettura degli schieramenti, soprattutto da parte dei settori giovanili, diventa fatalmente torbida: e i movimenti antifascisti corrono il rischio di sembrare gli scherani del potere politico-mediatico, chiamati a difendere nelle piazze la società liberale, con tutte le sue “aperture e tolleranze”, contro la feccia bianca, ignorante e da respingere nelle zone d’ombra dei perdenti sociali.
A questo aggiungiamo che il multiculturalismo non è un pranzo di gala. Le differenze di fedi e stili di vita hanno un peso preponderante, nella vita sociale dei quartieri proletari (lo sa chi li frequenta, ovviamente...). A sinistra abbiamo cretinamente sottovalutato questo aspetto pensando paternalisticamente che la macchina della storia – progressiva, ça va sans dire! – avrebbe omologato le anime, le radici, le subculture, i sentimenti religiosi. Ed è paradossalmente la medesima hybris del liberismo: che assegna tale funzione livellatrice alla moderna divisione del lavoro, al mercato e al consumo. Né il progressismo di sinistra, né l’ottimismo capitalistico, hanno anestetizzato le radici culturali dei popoli. Anzi, talvolta quelle radici vengono strumentalmente recuperate e sbandierate, proprio per sottrarsi all’alienazione e alla spoliazione che l’individuo moderno subisce. Quindi: la società multietnica è ben lungi dal configurare un modello pacificato. E’ piuttosto un magma in perenne movimento, in cui le contraddizioni di classe si intersecano alle “linee del colore”, mentre larghi settori di popolazione non sono disposte a mandare in soffitta le loro storie, i loro legami arcaici. Un bel casino.
Se parli con le persone comuni che si sentono vittime della “globalizzazione” – e parlare è necessario, sempre, con tutti –, mettersi a predicare la bellezza della società multietnica non è una bella strategia. Daremmo l’idea di aver contribuito noi a crearlo, questo modello, mentre esso è solo l’espressione di una fase storica del capitalismo – e il fatto che a noi soggettivamente “piaccia” o meno, non cambia molto. Dobbiamo spiegare ai nostri interlocutori che questa società – nei suoi aspetti brutti e belli – è essenzialmente il risultato di grandi processi, anonimi e collettivi. Nessuno “modella” o riconfigura le società complesse. Nessuno ha “chiamato” gli immigrati: arrivano da soli, con ogni mezzo possibile, senza chiedere permesso a chicchessia, perché questa è la storia dell’umanità. Una storia in movimento. Non facciamo apologia delle brutture delle nostre periferie e di questo modello sociale: spieghiamo bene che noi non c’entriamo, che non siamo complici, che non la vogliamo così, la storia; che per noi convivenza significa tutta un’altra cosa….
Leggendo gli editoriali dei giornali, gli attori in campo sembrano al momento essenzialmente due: il potere politico-mediatico che invita all’integrazione, alla “convivenza” e al rispetto dell’ordine sociale capitalistico; e un arcipelago livoroso e informe di malessere “bianco”, costituito dai perdenti della globalizzazione. Manca un terzo “discorso pubblico”: il nostro, quello che si dovrebbe distinguere radicalmente dagli altri due; quello che dovrebbe evitare lo schiacciamento delle nostre energie vive e della nostra storia, dentro il fronte della “tolleranza liberale” – l’ideologia per cui si possono e si devono spremere e sfruttare i proletari di ogni colore senza alcun pregiudizio etnico...
Non stupiamoci se i fascisti fanno il loro mestiere e provano ad organizzare le persone (e del resto un riot suprematista chi dovrebbe guidarlo, i gesuiti?). Proviamo a chiederci piuttosto perché non riusciamo più a farlo noi. Abbandonare il campo del “malessere bianco” dandolo per perso è sbagliato. Si rischia di ripetere quanto visto durante l’emergenza covid: mentre l’incubo della governance bio-politica diventava prassi ordinaria – dopo decenni di chiacchiericcio sull’argomento nei seminari accademici –, una tacita ritirata della “sinistra alternativa” fiancheggiava oggettivamente lo stato di eccezione. Mai più, please.
Le manifestazioni di massa antirazziste che stanno rispondendo in queste ore sono dunque sacrosante. E la discesa in campo dei giovani delle seconde (e ormai terze) generazioni, può rappresentare un dinamismo sociale dirompente. Sarebbe però una beffa tragica, se gli antifascisti della strada e del quotidiano, passassero per difensori del potere liberale, lasciando intendere che siano apologeti di questa schifosa società: davanti a cui qualsiasi fascistello acquisirebbe il carisma del “rivoltoso in lotta contro il sistema”.
Le dame progressiste della buona società di “Repubblica”, del Lilligruberismo, del PD, del mondo associativo – tutti coloro che cercano di indorare la pillola di questi grandi processi storici, raccontando quanto siano belli, desiderabili e il migliore dei mondi possibili, rispetto ai terribili mostri orbaniani – non sono nostri amici o alleati. La loro compagnia ci scredita, almeno quanto ci screditerebbero gli orbaniani stessi. “Né Boldrini né Meloni”, è la giusta linea: gli immigrati non sono “risorse utili” né ovviamente nemici; sono persone che probabilmente (soprattutto quelli arrivati nell’ultimo decennio) avrebbero preferito restare a casa loro piuttosto che rischiare la pelle e soffrire viaggi che possono durare anni per approdare qui, a pulire i nostri cessi, tenere aperti i nostri cantieri, vivere in stamberghe o per strada, supplicare permessi provvisori che consentano loro di creare plusvalore nella legalità, perseguire ricongiungimenti familiari che ormai sono odissee burocratiche e donare la loro nuda vita e la loro giovinezza al capitalismo metropolitano. Il fatto che sono qui significa che il mondo fa schifo: non c’è bellezza, non c’è “incontro dei popoli”, non c’è United Colors, non c’è open society – non sono turisti, sono vittime del retaggio coloniale e del sistema imperialista.
E torniamo al punto di partenza: perché gli xenofobi hanno elaborato una loro contorta elaborazione e una loro (orrida) visione su questi fenomeni epocali, mentre noi brancoliamo nel buio e al massimo scendiamo in piazza “a posteriori”, a inseguire i processi cantando Bella Ciao? Qual è il nostro punto di vista, qual è la nostra narrazione: qual è il nostro immaginario, che dovrebbe disegnare i contorni di una società diversa fondata sul conflitto verticale? Quali sono le parole d’ordine che possono ri-accreditarci dentro le platee di massa a cui gli xenofobi attingono? Qual è la strada per sottrarci all’abbraccio mefitico dei difensori del presente, che nella stessa edizione dei loro giornaloni possono lodarci o esecrarci, a seconda di quanto possiamo risultare loro utili?
Dobbiamo costruire forme della politica che tengano dentro i bianchi e i “non bianchi”: poche chiacchiere, da qui non si scappa. Organizzare i profughi e le microminoranze, è cosa buona e giusta, ma serve fino a un certo punto. O li organizziamo dentro forme condivise – realtà politiche o sindacali a larga riconoscibilità autoctona – o diventiamo i rappresentanti di un ultra minoritarismo nobile e inutile. Da questo punto di vista, alcune lezioni de La France Insoumise, con tutti i suoi limiti (come siamo bravi a spiegare i limiti degli altri...), possono essere utili: una forza di massa che parla contemporaneamente ai ragazzi delle periferie, alla piccola borghesia che studia all’università e a pezzi sindacalizzati di mondo del lavoro tradizionale. Poco? Abbastanza per fermare il lepenismo, abbastanza per tenere la dialettica aperta tra “politica e classe”.
Nella crisi generale della società capitalistica globale – che è anche crisi ideologica, morale, di senso –, milioni di uomini e donne, persone semplici, spesso fragili o prive di strumenti, persi nel mare della iperconnessione globale, sono alla disperata ricerca di un ordine che dia loro sicurezza. Fino ad ora è stato loro proposto il carnevale dell’individualismo liberale, la fiera delle occasioni, lo spettacolo della decadenza, l’effimero della vetrinizzazione social. Hanno visto che dietro questo paese dei balocchi c’è la miseria materiale, l’arretramento del proprio segmento sociale, la contesa per dividersi le briciole con masse di indistinti “nuovi arrivati” che non possono far altro che svendersi e competere a prezzi migliori. Se facciamo capire che condividiamo i lineamenti di questo perverso meccanismo, qualsiasi fascistello di passaggio risulterà più attrattivo e credibile.
C’è bisogno di un ordine nuovo (cfr: Gramsci). Ripeto: un ordine nuovo, non chiacchiere sulle libertà, i diritti e la correttezza politica. Un ordine da cominciare a teorizzare, discutere e praticare. E noi dovremo essere identificati non come i difensori dei centri di accoglienza, ma come i propugnatori di questo nuovo ordine: in cui le persone non saranno più messe in competizione, ma valorizzate in funzione dei loro bisogni e del lavoro utile che potranno fornire alla società. Dobbiamo reimparare a sillabare queste verità elementari che un tempo ci distinguevano nettamente dall’avversario di classe e che abbiamo smarrito sotto i colpi dell’egemonia liberista, subita unilateralmente per trent’anni. Costruire, a partire dall’immaginario collettivo, la terza via tra l’apologia democratica del presente e il moto reazionario che gli si oppone: questo è il duro compito dell’oggi. Non abbiamo niente da difendere.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2024
“Il nemico della classe operaia viaggia con il jet privato, non con il gommone dei migranti”
L’organizzazione “Stand Up to Racism” lancerà, questo 17 agosto, la campagna “Stop the far right”, ed ha chiamato a manifestare in ogni centro abitato il primo giorno di questo fine settimana.
Siamo alla vigilia di quella che potrebbe essere un’altra ondata di mobilitazioni dell’estrema destra e naturalmente di contro-manifestazioni.
Piazze che hanno già dimostrato la loro efficacia i giorni scorsi, quando circa 25 mila persone, in differenti città britanniche, sono scese in strada contro le 39 annunciate iniziative dell’estrema destra (alcune delle quali rivelatesi inconsistenti o inesistenti) che avrebbero dovuto svolgersi di fronte ad alcuni edifici eletti come bersaglio dalla destra radicale.
Il Primo Ministro Britannico, Keir Starmer, ha lodato la polizia che ritiene il maggior fattore di deterrenza rispetto allo scatenarsi della violenza neo-fascista, ma ha volutamente ignorato il ruolo cruciale delle contro-manifestazioni mentre ha ricordato che le celeri condanne comminate nei confronti dei rivoltosi “hanno lanciato un segnale forte”.
Fino ad oggi sono stati 483 gli arresti e ben 148 le condanne inflitte di fronte a questa inedita mobilitazione razzista, riporta il quotidiano comunista The Morning Star. Ma secondo The Guardian di venerdì pomeriggio sarebbero poco meno di 600.
6 mila riot officers verranno impiegati questo fine settimana, mentre viene mantenuto lo stato di “allerta massima” secondo le parole di Starmer.
Se la dirigenza del Labour ha scelto la strada dell’incremento delle politiche di legge ed ordine per impattare l’ondata xenofoba dell’estrema destra, le organizzazioni di base di una sinistra che non si trova più rappresentata nel centrismo laburista ha scelto l’organizzazione diretta e chiama in causa i diretti responsabili di ciò che sta avvenendo.
Un interessante parallelismo con la situazione greca è suggerito da Georgios Samaras in un suo recente intervento su Jacobin Magazine.
Questo articolo, di cui abbiamo ripreso il titolo integralmente, è stato scritto per il Guardian dalla trentenne e deputata indipendente, membro della Socialist Campaign Group, e tra i parlamentari più attivi nel movimento di solidarietà con la Palestina.
Siamo alla vigilia di quella che potrebbe essere un’altra ondata di mobilitazioni dell’estrema destra e naturalmente di contro-manifestazioni.
Piazze che hanno già dimostrato la loro efficacia i giorni scorsi, quando circa 25 mila persone, in differenti città britanniche, sono scese in strada contro le 39 annunciate iniziative dell’estrema destra (alcune delle quali rivelatesi inconsistenti o inesistenti) che avrebbero dovuto svolgersi di fronte ad alcuni edifici eletti come bersaglio dalla destra radicale.
Il Primo Ministro Britannico, Keir Starmer, ha lodato la polizia che ritiene il maggior fattore di deterrenza rispetto allo scatenarsi della violenza neo-fascista, ma ha volutamente ignorato il ruolo cruciale delle contro-manifestazioni mentre ha ricordato che le celeri condanne comminate nei confronti dei rivoltosi “hanno lanciato un segnale forte”.
Fino ad oggi sono stati 483 gli arresti e ben 148 le condanne inflitte di fronte a questa inedita mobilitazione razzista, riporta il quotidiano comunista The Morning Star. Ma secondo The Guardian di venerdì pomeriggio sarebbero poco meno di 600.
6 mila riot officers verranno impiegati questo fine settimana, mentre viene mantenuto lo stato di “allerta massima” secondo le parole di Starmer.
Se la dirigenza del Labour ha scelto la strada dell’incremento delle politiche di legge ed ordine per impattare l’ondata xenofoba dell’estrema destra, le organizzazioni di base di una sinistra che non si trova più rappresentata nel centrismo laburista ha scelto l’organizzazione diretta e chiama in causa i diretti responsabili di ciò che sta avvenendo.
Un interessante parallelismo con la situazione greca è suggerito da Georgios Samaras in un suo recente intervento su Jacobin Magazine.
“L’incapacità del sistema politico britannico di affrontare efficacemente il terrorismo interno non è un caso unico in Europa. Anzi, ha dei paralleli sorprendenti con l’ascesa decennale di Alba Dorata, un’organizzazione criminale neonazista greca, durante la crisi economica del Paese.Per continuare a dare una visione che rispecchi i contenuti internazionalisti e di classe di chi sta animando le mobilitazioni contro l’estrema destra abbiamo tradotto un intervento di Zarah Sultana.
La violenza dell’estrema destra contro i migranti è aumentata poco dopo che il partito si è assicurato i primi seggi parlamentari nel giugno 2012.
Il partito ha fatto rapidamente ricorso alla propaganda della paura sull’immigrazione; l’establishment politico ha risposto normalizzando questa retorica per evitare potenziali perdite elettorali a favore di fazioni di destra più estreme.
Il resto degli anni 2010 ha visto un’ampia copertura mediatica internazionale di Alba Dorata. Si è trattato di omicidi di attivisti di sinistra e di migranti, di pogrom nei mercati delle pulci e di aggressioni fisiche a parlamentari al Partito Comunista Greco.
Ci sono voluti quasi sette anni di processi prima che i tribunali stabilissero che Alba Dorata rappresentava una chiara minaccia per la democrazia e doveva essere fermata, con conseguenti lunghe condanne per molti dei suoi parlamentari e leader”.
Questo articolo, di cui abbiamo ripreso il titolo integralmente, è stato scritto per il Guardian dalla trentenne e deputata indipendente, membro della Socialist Campaign Group, e tra i parlamentari più attivi nel movimento di solidarietà con la Palestina.
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“Il nemico della classe operaia viaggia con il jet privato, non con il gommone dei migranti”
“Il nemico della classe operaia viaggia con il jet privato, non con il gommone dei migranti”
Lo straordinario spettacolo di solidarietà comunitaria che ha respinto l’estrema destra ci ha mostrato come la politica progressista può conquistare il futuro.
Moschee attaccate, alberghi che ospitano richiedenti asilo dati alle fiamme, Black e Brown assaliti da folle razziste, “posti di blocco razziali” istituiti agli incroci.
Mia madre, terrorizzata da ciò che sta vedendo, supplica me e le mie sorelle: non uscite se non siete costrette. E di sicuro non uscite da sole. È un messaggio che viene ascoltato dal posto di lavoro di mia sorella, che cancella i suoi turni di lavoro per timore della sicurezza. Lei indossa l’hijab e uscire la mette a rischio.
Come siamo arrivati a questo punto, in cui la violenza razzista di estrema destra e islamofoba è presente in tutto il Paese e la paura attanaglia i musulmani britannici e le persone di colore?
La miccia può essere stata innescata dalla disinformazione online e dai canali segreti dei social media, ma l’esplosione della violenza di estrema destra è stata preparata da decenni.
E se Stephen Yaxley-Lennon (alias Tommy Robinson) e la sua banda di agitatori di estrema destra ne sono gli istigatori immediati, gran parte della classe politica e mediatica britannica è complice nel gettare le basi per questa eruzione di odio.
La verità su come siamo arrivati a questo punto capovolge la normale narrazione classista sul razzismo in Gran Bretagna. La realtà è che il razzismo non è un’espressione dal basso del malcontento popolare, ma un progetto dall’alto verso il basso propagato da persone in posizioni di potere.
Pensate a come la stampa di destra, di proprietà dei miliardari, alimenta l’odio nella politica britannica, diffondendo titoli allarmistici sui loro giornali: “Complottasti islamici nelle scuole del Regno Unito” – Telegragh, “1 mussulmano su 5 simpatizza per gli jihadisti”- Sun, “i migranti scatenano la crisi degli alloggi”- Daily Mail.
Oppure pensiamo a come i politici conservatori normalizzano la retorica dell’estrema destra, disumanizzando le persone e diffondendo l’odio.
Dai conservatori “di una sola nazione” come David Cameron che, da primo ministro, ha descritto i migranti come uno “sciame”, a quelli come Suella Braverman che, da ministro degli Interni, ha detto che c’è una “invasione” di migranti.
Lo slogan di Rishi Sunak “Stop the boats” è ormai un ritornello dell’estrema destra e proprio questa settimana il candidato alla leadership del partito Tory Robert Jenrick ha detto che la polizia dovrebbe “arrestare immediatamente” le persone che gridano “Allah Akbar” per strada, la frase araba che significa “Dio è grande” – l’equivalente di un cristiano che dice “alleluia”.
Questa retorica è stata ulteriormente propagata dall’ex commerciante della City Nigel Farage, che sostiene di essere un uomo del popolo. Durante la campagna elettorale generale, ha affermato che molti musulmani non condividono i “valori britannici” e questa settimana ha promosso la cospirazione del “doppio standard della polizia”.
Ma la colpa non è solo dei politici, degli opinionisti e delle pubblicazioni di destra. Anche i cosiddetti centristi spesso si rifiutano di reagire a questo odio, a volte riproponendo gli stessi pericolosi stereotipi o ignorando le preoccupazioni di coloro che sono oggetto di questo odio.
Proprio questa settimana mi sono trovato di fronte a questa dolorosa realtà. Lunedì mattina sono stata invitata a Good Morning Britain per parlare dei recenti disordini razzisti, per poi essere “torchiata” – e mi è sembrato un interrogatorio – sul perché io, deputato musulmano, ritenessi importante definire islamofobica la recente violenza razzista. “Perché è importante usare questa parola specifica?“. Kate Garraway mi ha ripetutamente chiesto.
Quasi prima che potessi rispondere, e comportandosi con la stessa condiscendenza sogghignante con cui ha seguito l’intero segmento, l’ex cancelliere ombra laburista e ora emittente Ed Balls mi ha ripetutamente interrotto, apparentemente incredulo che io pensassi che questo odio dovesse essere chiamato con il suo vero nome.
Lo show ha ricevuto più di 8.200 reclami da parte dell’Ofcom, l’episodio di quella mattina, molti dei quali relativi alla gestione della mia intervista.
Non è stato un caso isolato, nemmeno per Ed Balls. Nell’estate del 2010, mentre esponeva la sua proposta di leadership laburista sul Guardina, Balls ha accusato i “migranti dell’Europa orientale” di avere un “impatto diretto sui salari, sui termini e sulle condizioni di troppe persone“.
Non è certo l’unico esponente laburista a fare eco ai discorsi della destra: dall’allora leader della Camera dei Comuni Jack Straw, che nel 2006 ha dichiarato di aver chiesto alle donne musulmane velate di togliersi il velo durante gli incontri con lui, all’ex deputato laburista Jonathan Ashworth che di recente ha affermato che i richiedenti asilo possono stare in hotel per “il resto della loro vita”.
Questi atteggiamenti non si limitano alle dichiarazioni pubbliche. Il rapporto di Martin Forde KC del 2022 sui processi interni del Labour ha rilevato che il partito opera una “gerarchia del razzismo”, e in seguito ha rivelato preoccupazioni sul modo in cui tratta “il razzismo anti-nero e l’islamofobia”. Questa constatazione concorda con la mia esperienza di deputato musulmano più giovane.
Questo è ciò che intendo quando dico che gran parte della classe politica e mediatica britannica è complice della recente ondata di violenza razzista e islamofoba contro gli immigrati.
Da coloro che prendono di mira i musulmani e gli immigrati con entusiasmo rabbioso a coloro che non riescono a contrastare queste narrazioni di destra, la responsabilità del fatto che la politica britannica sia al punto in cui si trova ora – rivolte razziste e tutto il resto – è di questa classe.
E non è un mistero perché questa classe fallisca questo test. Quando i servizi pubblici sono stati decimati e gli standard di vita hanno subito il più grande colpo mai registrato, le persone in posizioni di potere giocano a dividere e governare per mantenere il loro privilegio.
È quindi urgente trovare un’alternativa a questo capro espiatorio moralmente fallimentare e mercoledì sera, in città e paesi di tutta la Gran Bretagna, abbiamo visto il potere della solidarietà. Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza, affrontando l’estrema destra e difendendo le loro comunità.
Giorni prima, sindacati come il Sindacato dei Vigili del Fuoco, l’RMT, il Sindacato Nazionale dell’Educazione e il Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione avevano preso posizione in modo analogo, invitando le loro sezioni e i loro membri a contattare le moschee e i centri per immigrati per offrire sostegno e solidarietà.
Queste azioni si inseriscono in una lunga tradizione di unità della classe operaia e riflettono una realtà importante: il nemico della classe operaia viaggia su jet privati, non su gommoni di migranti.
Prima che sia troppo tardi, i progressisti di tutta la Gran Bretagna devono riscoprire questa verità, opponendosi a chi la nega e spaccia odio razzista.
di Zarah Sultana è la deputata indipendente di Coventry South
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