Mentre voci esterne insistono sul fatto che la guerra può ancora essere vinta sul campo di battaglia, i giovani del paese resistono violentemente ai reclutatori per restare fuori dal conflitto.
La guerra in Ucraina è stata caratterizzata da periodiche ondate di certezza che la Russia fosse in difficoltà, se non sull’orlo del collasso, e che l’Ucraina, al contrario, fosse a un passo dalla vittoria. Sembra che ci troviamo proprio nel mezzo di uno di questi momenti di euforia.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha dichiarato che l’Ucraina è “in vantaggio” e “in una posizione di gran lunga migliore rispetto a qualsiasi altra fase di questa orribile guerra”, accusando la Russia di non essere in grado di reclutare un numero sufficiente di soldati per compensare le perdite subite.
Gli ucraini hanno “una crescente fiducia in se stessi” grazie al territorio che avrebbero riconquistato, come ha affermato un ex ambasciatore statunitense, e la loro crescente fiducia nei progressi militari “è notevolmente più alta oggi rispetto a un anno fa”, ha aggiunto un altro. Una serie di notizie riporta che le mura si stanno stringendo attorno al presidente russo Vladimir Putin.
In altre parole, una svolta militare ucraina è imminente e la popolazione ucraina rimane determinata a combattere senza fine. Ma ciò è difficile da conciliare con la crescente crisi di reclutamento in Ucraina, incarnata in modo viscerale dalla crescente resistenza violenta alla politica di coscrizione obbligatoria.
Da anni circolano video di normali cittadini ucraini “reclutati” per il servizio militare, o, per dirla in modo più crudo, prelevati dalle strade o dalle proprie case da uomini a volte mascherati e trascinati in un furgone per essere portati via. Si tratta di un’operazione di mobilitazione bellica funestata da numerose controversie, tra cui una serie di scandali di corruzione risalenti a diversi anni fa, diffuse accuse di abusi e l’arruolamento di uomini con disabilità fisiche e mentali.
Non sorprende che la coscrizione obbligatoria sia stata impopolare. Una petizione che chiedeva la fine della mobilitazione nei luoghi pubblici ha rapidamente superato la soglia delle 25.000 firme necessarie per una risposta presidenziale.
Ben presto, gli ufficiali addetti al reclutamento hanno iniziato a subire proteste furiose da parte delle comunità locali. L’anno scorso, il difensore civico ucraino per i diritti umani, Dmytro Lubinets, l’ha definita pubblicamente un “sistema coercitivo” e ha rivelato che le denunce contro gli ufficiali addetti al reclutamento presso i Centri di Reclutamento Territoriali (TRC) erano aumentate di oltre il 33.000% dall’inizio della guerra, passando da sole 18 nel 2022 a oltre 6.000 nel 2025.
Con il protrarsi della guerra, la disobbedienza civile contro la coscrizione obbligatoria si è fatta sempre più violenta. Il 2025 è stato segnato dall’uccisione di ufficiali addetti alla leva. Alla fine di gennaio, un uomo si è presentato in un centro di addestramento militare e ha ucciso a colpi d’arma da fuoco un ufficiale della TRC (Commissione per la Verità, la Riconciliazione e la Riconciliazione) che aveva “reclutato” un suo conoscente.
A dicembre, un ufficiale addetto alla leva è stato accoltellato a morte all’inguine da un uomo cui aveva chiesto di vedere i documenti, il quale ha poi aggredito altri tre ufficiali prima di darsi alla fuga.
Come ha fatto notare il Kyiv Independent, tutt’altro che un organo pacifista, nel suo articolo sull’accoltellamento, i video di violente pratiche di “reclutamento” sono stati “inizialmente liquidati come un’esagerazione alimentata dalle reti di disinformazione russe”, ma in realtà erano diffusi a causa della carenza di manodopera in Ucraina e di un forte calo degli arruolamenti volontari.
A dicembre, inoltre, un gruppo di persone ha aggredito gli agenti della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC) che cercavano di controllare i loro documenti, ferendo uno di loro con una costola rotta.
Quest’anno la violenza è addirittura aumentata. Alla fine di gennaio scorso, un uomo ha ucciso un ufficiale addetto alla leva ed è fuggito con una delle reclute che stava scortando. A febbraio si sono verificati almeno due attacchi distinti contro agenti della TRC a Kharkiv e nella regione di Leopoli, con quest’ultimo sospettato dalla polizia di aver tentato di aiutare una recluta a fuggire. Un mese dopo, un gruppo ha speronato un minivan guidato da reclutatori e ha fatto irruzione nel veicolo per liberare la recluta che stavano trasportando.
Nella prima settimana di aprile si sono verificati tre accoltellamenti in quattro giorni, tra cui quello di un reclutatore trafitto al collo da un agente della dogana il cui fratello, a quanto pare, lui e i suoi colleghi avevano tentato di arruolare con la forza.
Pochi giorni dopo, un gruppo di adolescenti ha aggredito gli agenti della TRC per proteggere un uomo che stavano cercando di reclutare, e il mese si è concluso con un soldato di 48 anni che ha disertato e sparato con un’arma automatica contro un’auto in cui si trovavano agenti della TRC e un poliziotto, mandandone due in ospedale. Solo pochi giorni fa, un presunto renitente alla leva ha mandato in ospedale altri due reclutatori in gravi condizioni, accoltellandoli dopo che questi avevano tentato di controllare i suoi documenti.
Secondo i dati governativi, questi episodi rappresentano solo una piccola parte degli oltre 600 attacchi contro gli ufficiali addetti al reclutamento perpetrati dall’inizio della guerra, con un numero di aggressioni quasi triplicato tra il 2024 e il 2025, quando ne furono registrati 341. Nei primi quattro mesi del 2026 si sono verificati almeno 117 attacchi, oltre 20 volte i cinque registrati nell’intero primo anno di guerra.
Come si concilia, dunque, questo dato con i sondaggi che, anche di recente, tendono a mostrare una popolazione ucraina disposta a combattere indefinitamente fino alla vittoria militare?
«Quasi tutti questi sondaggi vengono condotti esclusivamente nei territori sotto il controllo del governo ucraino», afferma Volodymyr Ishchenko, ricercatore associato presso l’Istituto di Studi sull’Europa Orientale della Freie Universität Berlin. «Ciò significa che non vengono intervistati gli ucraini in Crimea, nel Donbass, nei territori occupati, nell’UE o gli ucraini che si sono rifugiati in Russia, e ce ne sono milioni».
“Quindi, fino a un terzo della popolazione totale in possesso di passaporto ucraino non viene nemmeno intervistata”, aggiunge Ishchenko.
Altri indicatori suggeriscono una tacita riluttanza a combattere. Lo stesso ministro della Difesa ucraino ha rivelato quest’anno che vi erano 2 milioni di renitenti alla leva e 200.000 casi di diserzione. Mentre nei primi mesi di guerra l’arruolamento volontario ha caratterizzato il conflitto, ora la coscrizione obbligatoria rappresenta il 70% dei reclutati.
I cittadini ucraini fuggiti in Europa all’inizio della guerra si sono opposti ai tentativi europei di rimpatriarli, in alcuni casi per essere arruolati su richiesta del governo ucraino.
Mentre gli ucraini benestanti riescono a corrompere i funzionari per evitare la leva, il comandante della Guardia Nazionale ucraina ha esortato coloro che “hanno problemi di soldi” ad arruolarsi nell’esercito. Secondo un’analisi dei dati sulle perdite ucraine, la stragrande maggioranza dei caduti in combattimento proviene in modo sproporzionato da piccole città, dove i tassi di povertà tendono ad essere più elevati.
In gioco c’è molto più della semplice vittoria o sconfitta dell’Ucraina. Il prolungamento della guerra ha creato e intensificato una grave crisi economica e demografica che minaccia il futuro dell’Ucraina come Stato stabile e funzionante.
La scorsa settimana, il capo dell’Ufficio ucraino per le politiche migratorie ha stimato che il 70% dei migranti all’estero potrebbe non tornare nel Paese, con la conseguente minaccia di carenza di manodopera in settori cruciali. Lo Stato ucraino, già sostenuto da ingenti prestiti europei, ha un debito insostenibile di miliardi di euro nei confronti delle famiglie dei soldati caduti, il cui numero è cresciuto esponenzialmente.
Gran parte di tutto ciò è sconosciuto al pubblico occidentale. I resoconti in lingua inglese sulla resistenza violenta alla coscrizione sono oscurati dalle notizie che denunciano il declino della Russia. Alcuni articoli in lingua ucraina sulle crisi demografiche e di reclutamento del paese non vengono mai tradotti in inglese. E così, coloro che più ardentemente sostengono l’Ucraina finiscono inconsapevolmente per applaudire politiche che ne garantiscono la graduale distruzione.
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08/04/2025
In Europa si torna a parlare di coscrizione obbligatoria
In molti paesi europei dove i governi sono in preda ai furori guerrafondai, viene ripresa in considerazione l’opzione della coscrizione obbligatoria per “rimpolpare i ranghi” delle proprie forze armate e far penetrare nell’opinione pubblica un clima di guerra.
La coscrizione obbligatoria era stata abbandonata o sospesa quasi ovunque in Europa tra gli anni ’90 e i primi dieci anni del duemila. Ma il clima bellicista che ormai emerge dal linguaggio politico come dalle scelte concrete con il piano di riarmo europeo della Von der Leyen, sta però riportando all’ordine del giorno una crescente militarizzazione dell’economia e del senso comune.
Capofila di questa tendenza è, quasi ovviamente, la Germania dove la reintroduzione della coscrizione obbligatoria è diventata tema di dibattito nella formazione del nuovo governo di coalizione tra Cdu-Spd e Verdi.
E proprio i Verdi hanno presentato una proposta per introdurre l’istituto del “servizio di libertà” che renderebbe obbligatorio per tutti i cittadini – tedeschi e non – prestare volontariato in uno degli apparati dello stato. La proposta è stata formulata in modo piuttosto ambiguo.
La leva obbligatoria in Germania è attualmente in fase di discussione all’interno dell’appena subentrato governo e sembra godere di forti consensi da parte degli esponenti politici. Con la proposta dei Verdi si offrirebbe la possibilità di scegliere ai cittadini tra volontariato civile o militare, estendendo tuttavia l’obbligo all’intera popolazione e non limitatamente – come invece avverrebbe con la leva militare – solo ai giovani neomaggiorenni.
Il Ministero dell’Interno, Nancy Faeser (SPD), ha chiesto che i giovani siano preparati alle crisi e ai possibili eventi di guerra. “Alla luce dell’evoluzione della situazione della politica di sicurezza negli ultimi tempi, si dovrebbe porre maggiore attenzione sulla protezione civile, anche nell’istruzione scolastica”, ha detto lunedì il quotidiano tedesco Handelsblatt citando un portavoce del ministero. Nell’articolo si riporta anche l’auspicio del responsabile della sicurezza della CDU Roderich Kiesewetter, secondo cui: “È imperativo che l’emergenza sia praticata, perché gli studenti sono particolarmente vulnerabili e particolarmente colpiti in un’emergenza”.
In Europa attualmente prevale ancora la volontarietà della leva militare. Il servizio militare su base volontaria è stato introdotto in Belgio dal 1994, in Portogallo dal 1999, nel Regno Unito dal 2001, in Spagna dal 2002, in Italia dal 2005, in Francia dal 2006, in Germania nel 2011. Ma oggi in molti paesi sta tornando a crescere l’interesse per forme di coscrizione obbligatoria.
Anche la Svezia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato nel mese di settembre dello scorso anno il ripristino del servizio militare obbligatorio a partire dal 2028, otto anni dopo la sua soppressione. Ad essere chiamati alle armi saranno tutti i giovani nati dopo il 1999.
In Italia la leva obbligatoria era stata sospesa nel 2005 con la legge numero 226 del 23 agosto 2004. Ma Salvini era tornato a parlare della reintroduzione della ferma obbligatoria nel corso della campagna elettorale del 2018, ma oggi nel clima di guerra dominante quella che allora era sembrata una boutade viene ripresa in considerazione.
Ma le controindicazioni alla coscrizione obbligatoria non stanno solo nella minore o maggiore vocazione guerrafondaia dei governi. Ad esempio ci sono “limiti strutturali” che nel tempo potrebbero incidere seriamente sulla efficacia della leva militare di massa.
Secondo gli scenari indicati dall’Istituto Bruegel (un think thank dei poteri forti europei) l’Unione Europea sta per entrare in un’era di declino demografico che cambierà profondamente il suo assetto socio-economico. A partire dal 2026, la popolazione del continente inizierà a ridursi, con impatti tangibili su economia, mercato del lavoro e welfare. Lo scenario indicato dall’Istituto Bruegel è a tinta grigia: entro il 2050, ben 22 Stati membri sui 27 della Ue vedranno una riduzione della popolazione in età lavorativa, mentre la quota di over 85 raddoppierà.
Ma il problema non è solo numerico, è anche geografico: il calo sarà più marcato nei Paesi dell’Est e dell’Europa euromediterranea, dove a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) si somma la scarsa capacità di attrarre immigrati. In altre parole, mentre le economie più sviluppate del Nord e dell’Ovest riusciranno a tamponare il problema grazie a una maggiore immigrazione, l’Europa del Sud e dell’Est rischiano di trovarsi con le spalle al muro a causa dell’ invecchiamento e dello spopolamento.
Ad esempio Italia, Spagna e Grecia sono i tre Paesi più colpiti dal calo della popolazione in età lavorativa e quindi anche “militarizzabile”: entro il 2050, gli under 65 diminuiranno del 20%, mentre gli over 65 aumenteranno del 40%.
E poi c’è la fuga all’estero dei giovani dai paesi in questione. L’Ue ha fissato come obiettivo per il 2030 un tasso di fuga dei giovani dai propri paesi inferiore al 9%, ma Italia, Spagna e Grecia sono ben lontane da questo obiettivo. Anche nell’Europa dell’Est (quindi dei paesi più vicini alla “frontiera di guerra”, ndr) è in corso lo spopolamento da parte dei giovani. Paesi come Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria stanno sperimentando una doppia emorragia: da un lato, la natalità è in calo vertiginoso; dall’altro, migliaia di giovani lasciano ogni anno i loro Paesi d’origine per cercare migliori opportunità altrove. Le difficoltà nell’arruolamento militare in Ucraina ha già rivelato questa contraddizione.
Sia la Nato che alcuni rapporti dei servizi di sicurezza tedeschi parlano insistentemente del 2030 come “anno fatidico” in cui la guerra potrebbe rivelarsi come opzione sul tappeto della storia in Europa.
Ma i governi guerrafondai devono fare i conti con un sentimento delle proprie popolazioni niente affatto coincidente con i propri progetti bellicosi.
Un recente sondaggio della Gallup ha rivelato che nell’Unione Europea sono una minoranza coloro che si dicono oggi disponibili a combattere per il proprio paese. Fatta eccezione per la Finlandia (74%), la Grecia (54%) e la Polonia (45%), negli altri paesi le percentuali di disponibilità a combattere diminuiscono vertiginosamente.
In Germania solo il 23 per cento combatterebbe per difendere il proprio stato. In Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. In Italia ha risposto sì solo il 14 per cento.
Se i governi europei vorranno mettere mano alla questione, e ripristinare la leva obbligatoria per dotare di “carne da cannone” le proprie forze armate, dobbiamo aspettarci già dai prossimi mesi una intensificazione della propaganda bellicista, in particolare nelle scuole e nelle università.
Un processo del resto già avviato da tempo, come denunciano l’Osservatorio contro la militarizzazione di scuola e università o organizzazioni giovanili come Cambiare Rotta. Nulla esclude che tra qualche mese il ministero dell’istruzione venga avanti con l’Alternanza Scuola-Caserma oltre a quella scuola-lavoro. Alle guerre servono carne da cannone ma il problema, anche in questo caso, potrebbe essere quello della scarsità.
Fonte
La coscrizione obbligatoria era stata abbandonata o sospesa quasi ovunque in Europa tra gli anni ’90 e i primi dieci anni del duemila. Ma il clima bellicista che ormai emerge dal linguaggio politico come dalle scelte concrete con il piano di riarmo europeo della Von der Leyen, sta però riportando all’ordine del giorno una crescente militarizzazione dell’economia e del senso comune.
Capofila di questa tendenza è, quasi ovviamente, la Germania dove la reintroduzione della coscrizione obbligatoria è diventata tema di dibattito nella formazione del nuovo governo di coalizione tra Cdu-Spd e Verdi.
E proprio i Verdi hanno presentato una proposta per introdurre l’istituto del “servizio di libertà” che renderebbe obbligatorio per tutti i cittadini – tedeschi e non – prestare volontariato in uno degli apparati dello stato. La proposta è stata formulata in modo piuttosto ambiguo.
La leva obbligatoria in Germania è attualmente in fase di discussione all’interno dell’appena subentrato governo e sembra godere di forti consensi da parte degli esponenti politici. Con la proposta dei Verdi si offrirebbe la possibilità di scegliere ai cittadini tra volontariato civile o militare, estendendo tuttavia l’obbligo all’intera popolazione e non limitatamente – come invece avverrebbe con la leva militare – solo ai giovani neomaggiorenni.
Il Ministero dell’Interno, Nancy Faeser (SPD), ha chiesto che i giovani siano preparati alle crisi e ai possibili eventi di guerra. “Alla luce dell’evoluzione della situazione della politica di sicurezza negli ultimi tempi, si dovrebbe porre maggiore attenzione sulla protezione civile, anche nell’istruzione scolastica”, ha detto lunedì il quotidiano tedesco Handelsblatt citando un portavoce del ministero. Nell’articolo si riporta anche l’auspicio del responsabile della sicurezza della CDU Roderich Kiesewetter, secondo cui: “È imperativo che l’emergenza sia praticata, perché gli studenti sono particolarmente vulnerabili e particolarmente colpiti in un’emergenza”.
In Europa attualmente prevale ancora la volontarietà della leva militare. Il servizio militare su base volontaria è stato introdotto in Belgio dal 1994, in Portogallo dal 1999, nel Regno Unito dal 2001, in Spagna dal 2002, in Italia dal 2005, in Francia dal 2006, in Germania nel 2011. Ma oggi in molti paesi sta tornando a crescere l’interesse per forme di coscrizione obbligatoria.
Anche la Svezia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato nel mese di settembre dello scorso anno il ripristino del servizio militare obbligatorio a partire dal 2028, otto anni dopo la sua soppressione. Ad essere chiamati alle armi saranno tutti i giovani nati dopo il 1999.
In Italia la leva obbligatoria era stata sospesa nel 2005 con la legge numero 226 del 23 agosto 2004. Ma Salvini era tornato a parlare della reintroduzione della ferma obbligatoria nel corso della campagna elettorale del 2018, ma oggi nel clima di guerra dominante quella che allora era sembrata una boutade viene ripresa in considerazione.
Ma le controindicazioni alla coscrizione obbligatoria non stanno solo nella minore o maggiore vocazione guerrafondaia dei governi. Ad esempio ci sono “limiti strutturali” che nel tempo potrebbero incidere seriamente sulla efficacia della leva militare di massa.
Secondo gli scenari indicati dall’Istituto Bruegel (un think thank dei poteri forti europei) l’Unione Europea sta per entrare in un’era di declino demografico che cambierà profondamente il suo assetto socio-economico. A partire dal 2026, la popolazione del continente inizierà a ridursi, con impatti tangibili su economia, mercato del lavoro e welfare. Lo scenario indicato dall’Istituto Bruegel è a tinta grigia: entro il 2050, ben 22 Stati membri sui 27 della Ue vedranno una riduzione della popolazione in età lavorativa, mentre la quota di over 85 raddoppierà.
Ma il problema non è solo numerico, è anche geografico: il calo sarà più marcato nei Paesi dell’Est e dell’Europa euromediterranea, dove a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) si somma la scarsa capacità di attrarre immigrati. In altre parole, mentre le economie più sviluppate del Nord e dell’Ovest riusciranno a tamponare il problema grazie a una maggiore immigrazione, l’Europa del Sud e dell’Est rischiano di trovarsi con le spalle al muro a causa dell’ invecchiamento e dello spopolamento.
Ad esempio Italia, Spagna e Grecia sono i tre Paesi più colpiti dal calo della popolazione in età lavorativa e quindi anche “militarizzabile”: entro il 2050, gli under 65 diminuiranno del 20%, mentre gli over 65 aumenteranno del 40%.
E poi c’è la fuga all’estero dei giovani dai paesi in questione. L’Ue ha fissato come obiettivo per il 2030 un tasso di fuga dei giovani dai propri paesi inferiore al 9%, ma Italia, Spagna e Grecia sono ben lontane da questo obiettivo. Anche nell’Europa dell’Est (quindi dei paesi più vicini alla “frontiera di guerra”, ndr) è in corso lo spopolamento da parte dei giovani. Paesi come Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria stanno sperimentando una doppia emorragia: da un lato, la natalità è in calo vertiginoso; dall’altro, migliaia di giovani lasciano ogni anno i loro Paesi d’origine per cercare migliori opportunità altrove. Le difficoltà nell’arruolamento militare in Ucraina ha già rivelato questa contraddizione.
Sia la Nato che alcuni rapporti dei servizi di sicurezza tedeschi parlano insistentemente del 2030 come “anno fatidico” in cui la guerra potrebbe rivelarsi come opzione sul tappeto della storia in Europa.
Ma i governi guerrafondai devono fare i conti con un sentimento delle proprie popolazioni niente affatto coincidente con i propri progetti bellicosi.
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| Sondaggio Gallup. In rosso i contrari a combattere per il proprio paese |
Un recente sondaggio della Gallup ha rivelato che nell’Unione Europea sono una minoranza coloro che si dicono oggi disponibili a combattere per il proprio paese. Fatta eccezione per la Finlandia (74%), la Grecia (54%) e la Polonia (45%), negli altri paesi le percentuali di disponibilità a combattere diminuiscono vertiginosamente.
In Germania solo il 23 per cento combatterebbe per difendere il proprio stato. In Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. In Italia ha risposto sì solo il 14 per cento.
Se i governi europei vorranno mettere mano alla questione, e ripristinare la leva obbligatoria per dotare di “carne da cannone” le proprie forze armate, dobbiamo aspettarci già dai prossimi mesi una intensificazione della propaganda bellicista, in particolare nelle scuole e nelle università.
Un processo del resto già avviato da tempo, come denunciano l’Osservatorio contro la militarizzazione di scuola e università o organizzazioni giovanili come Cambiare Rotta. Nulla esclude che tra qualche mese il ministero dell’istruzione venga avanti con l’Alternanza Scuola-Caserma oltre a quella scuola-lavoro. Alle guerre servono carne da cannone ma il problema, anche in questo caso, potrebbe essere quello della scarsità.
Fonte
26/03/2024
Reintrodurre la leva obbligatoria per i giovani. Ce lo chiederà l’Europa?
I Paesi europei dovrebbero reintrodurre il servizio militare obbligatorio e aumentare la spesa per la difesa riportandola ai livelli della Guerra fredda a causa della presunta minaccia proveniente dalla Russia.
Ad affermarlo in una intervista al Financial Times è il presidente lettone Edgars Rinkevics, secondo cui “La questione della coscrizione militare deve essere discussa seriamente”.
Secondo Rinkevics, ciò aiuterà a far fronte ai problemi legati alle carenze di personale nelle forze armate dei Paesi europei, nonostante il fatto che i vertici militari preferiscano “truppe pienamente professionali”. Le autorità della Lettonia hanno ripristinato la coscrizione obbligatoria l’anno scorso, mentre l’Estonia sta prendendo in considerazione questa iniziativa.
Il governo della Danimarca intende far approvare una legge che, a partire dal 2026, renderà obbligatorio il servizio militare anche per le donne e aumenterà il periodo durante il quale si svolge l’addestramento all’uso delle armi.
Attualmente le giovani donne danesi possono arruolarsi solo volontariamente nelle forze armate, ma non sono soggette al servizio militare obbligatorio valido invece per gli uomini, estratti a sorte per coprire i posti non occupati dai volontari.
In tutto l’Occidente le forze armate stanno facendo i conti con una crescente carenza di “vocazioni militari”, cioè con il crollo verticale dei reclutamenti: una tendenza riscontrabile da diversi anni ma che si è aggravata negli ultimi due anni in seguito al conflitto in Ucraina e al rischio tangibile di uno scontro militare tra NATO e Russia.
Sulle difficoltà del reclutamento di carne da cannone, già da tempo sono emersi problemi in paesi guerrafondai come Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna.
In quest’ultima il 2023 aveva visto un crollo verticale del numero dei militari britannici. A rivelarlo era stato un rapporto del ministero della Difesa di Londra il quale confermava come la tendenza fosse già apparsa evidente nel 2022 ma nel 2023 il numero dei membri delle forze armate britanniche è sceso ulteriormente a 184.860 contro i 195.050 dell’ottobre 2020.
Negli Stati Uniti la percentuale di giovani americani che prenderebbero in considerazione una carriera militare è scesa dal 13% nel 2018 al 9% nel 2021-22. Nel 2022 la Us Air Force ha scontato un sottoreclutamento del 10% rispetto al fabbisogno di unità.
La Us Army addirittura del -25%, con un buco di 15.000 soldati corrispondenti alle unità di un’intera divisione. Per il 2023, dal Pentagono fanno sapere che l’obiettivo dell’Esercito di reclutare 65.000 soldati è fallito.
Ma il problema è venuto fuori anche in Germania da due anni alle prese con una frenesia militarista sconosciuta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La Bundeswehr ha dichiarato di disporre di 181.383 unità invece dei 203.000 che Berlino punta a raggiungere entro il 2025. Nell’ultimo anno il ministro della Difesa Pistorius ha puntato a rendere la carriera nella Bundeswehr più attraente, tra le proposte vi è anche la reintroduzione della coscrizione obbligatoria, sospesa in Germania nel 2011. Provvedimento a cui ha fatto seguito una profonda riforma e riduzione delle forze armate.
In Europa, ad oggi, la leva obbligatoria esiste ancor in appena otto paesi: Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Svezia, Austria, Cipro e Grecia. Ad eccezione della Svezia, la coscrizione obbligatoria riguarda però soltanto gli uomini. Per il resto dell’Unione Europea, si è proceduti all’abolizione graduale, tra il 1992 il 2011.
L’Italia ha sospeso – ma non abolito – la leva obbligatoria nel 2005. Sono infatti previsti due scenari per i quali il governo potrebbe procedere alla riattivazione della coscrizione obbligatoria: lo stato di guerra o una grave crisi internazionale che richieda un aumento numerico delle Forze Armate.
Due scenari verso cui l’Italia si sta dirigendo come un treno in corsa. Fermiamoli!
Fonte
Ad affermarlo in una intervista al Financial Times è il presidente lettone Edgars Rinkevics, secondo cui “La questione della coscrizione militare deve essere discussa seriamente”.
Secondo Rinkevics, ciò aiuterà a far fronte ai problemi legati alle carenze di personale nelle forze armate dei Paesi europei, nonostante il fatto che i vertici militari preferiscano “truppe pienamente professionali”. Le autorità della Lettonia hanno ripristinato la coscrizione obbligatoria l’anno scorso, mentre l’Estonia sta prendendo in considerazione questa iniziativa.
Il governo della Danimarca intende far approvare una legge che, a partire dal 2026, renderà obbligatorio il servizio militare anche per le donne e aumenterà il periodo durante il quale si svolge l’addestramento all’uso delle armi.
Attualmente le giovani donne danesi possono arruolarsi solo volontariamente nelle forze armate, ma non sono soggette al servizio militare obbligatorio valido invece per gli uomini, estratti a sorte per coprire i posti non occupati dai volontari.
In tutto l’Occidente le forze armate stanno facendo i conti con una crescente carenza di “vocazioni militari”, cioè con il crollo verticale dei reclutamenti: una tendenza riscontrabile da diversi anni ma che si è aggravata negli ultimi due anni in seguito al conflitto in Ucraina e al rischio tangibile di uno scontro militare tra NATO e Russia.
Sulle difficoltà del reclutamento di carne da cannone, già da tempo sono emersi problemi in paesi guerrafondai come Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna.
In quest’ultima il 2023 aveva visto un crollo verticale del numero dei militari britannici. A rivelarlo era stato un rapporto del ministero della Difesa di Londra il quale confermava come la tendenza fosse già apparsa evidente nel 2022 ma nel 2023 il numero dei membri delle forze armate britanniche è sceso ulteriormente a 184.860 contro i 195.050 dell’ottobre 2020.
Negli Stati Uniti la percentuale di giovani americani che prenderebbero in considerazione una carriera militare è scesa dal 13% nel 2018 al 9% nel 2021-22. Nel 2022 la Us Air Force ha scontato un sottoreclutamento del 10% rispetto al fabbisogno di unità.
La Us Army addirittura del -25%, con un buco di 15.000 soldati corrispondenti alle unità di un’intera divisione. Per il 2023, dal Pentagono fanno sapere che l’obiettivo dell’Esercito di reclutare 65.000 soldati è fallito.
Ma il problema è venuto fuori anche in Germania da due anni alle prese con una frenesia militarista sconosciuta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La Bundeswehr ha dichiarato di disporre di 181.383 unità invece dei 203.000 che Berlino punta a raggiungere entro il 2025. Nell’ultimo anno il ministro della Difesa Pistorius ha puntato a rendere la carriera nella Bundeswehr più attraente, tra le proposte vi è anche la reintroduzione della coscrizione obbligatoria, sospesa in Germania nel 2011. Provvedimento a cui ha fatto seguito una profonda riforma e riduzione delle forze armate.
In Europa, ad oggi, la leva obbligatoria esiste ancor in appena otto paesi: Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Svezia, Austria, Cipro e Grecia. Ad eccezione della Svezia, la coscrizione obbligatoria riguarda però soltanto gli uomini. Per il resto dell’Unione Europea, si è proceduti all’abolizione graduale, tra il 1992 il 2011.
L’Italia ha sospeso – ma non abolito – la leva obbligatoria nel 2005. Sono infatti previsti due scenari per i quali il governo potrebbe procedere alla riattivazione della coscrizione obbligatoria: lo stato di guerra o una grave crisi internazionale che richieda un aumento numerico delle Forze Armate.
Due scenari verso cui l’Italia si sta dirigendo come un treno in corsa. Fermiamoli!
Fonte
26/03/2014
Dio, non militarismo: gli ebrei ultraortodossi dicono no a armi e munizioni
Il primo ministro britannico David Cameron ha avuto più di quello che
si aspettava nella Knesset israeliana quando ha visitato il Paese,
ricevendo una certa freddezza dai parlamentari ultraortodossi e
palestinesi che condividono alcuni interessi, in quanto comunità più
oppresse dallo Stato. La visita di Cameron alla Knesset si è svolta lo
stesso giorno in cui due controverse legge, la Legge di Coscrizione e la
Legge di Governabilità, sono state approvate dopo una lunga battaglia
legislativa. Mentre il premier Netanyahu accoglieva l’ospite d’onore, i
parlamentari ultraortodossi lasciavano la sessione plenaria in protesta
con i colleghi e i membri palestinesi della Knesset che rifiutavano di
partecipare all’evento. È stato il punto culminante di diversi
mesi di dure proteste contro la Legge di Coscrizione che porta in
superficie le contraddizioni tra sionismo e giudaismo.
Centinaia di migliaia di ultraortodossi (Haredim) sono scesi nelle strade di Gerusalemme per opporsi alla bozza di legge molto prima che questa passasse. Durante una preghiera di massa, i manifestanti-fedeli hanno dichiarato la loro lealtà allo studio della Torah piuttosto che all’esercito. Uniti sotto un striscione che diceva “Lo Stato di Israele combatte contro il Regno del Cielo”, hanno mostrato cartelli in cui definivano il servizio militare un suicidio spirituale. L’evento non è stato una mera dimostrazione dell’opposizione alla legge, ma piuttosto un grido di battaglia contro la legittimità di uno Stato che viola la loro autonomia spirituale e mette in pericolo la libertà religiosa.
Dietro lo slogan “Uguaglianza nei doveri”, sia il sionista religioso Naftali Bennet che il sionista laico Yair Lapid sono stati eletti e sono diventati i più forti partner di coalizione del governo senza gli Haredim. La campagna chiamava alla coscrizione forzata degli ultraortodossi e ha ottenuto un ampio sostegno dall’opinione pubblica israeliana. A differenza del gruppo purista Edah HaHaredit che proibisce ai suoi membri di partecipare alle elezioni e di ricevere finanziamenti dallo Stato sionista, i consigli dei rabbini Haredi che hanno chiamato alla protesta di massa hanno i loro rappresentanti eletti alla Knesset. Sono usciti dalla sessione plenaria definendo Netanyahu un nemico della religione, anche se questo non ha impedito al premier di accogliere Cameron con un discorso di benvenuto che iniziava con “David, benvenuto nella Città di Davide e nella Knesset ebraica”.
La legge prevede l’aumento costante anno per anno del numero di studenti ultraortodossi che dovranno servire nell’esercito, fino a giungere a 5.200 nel 2017. Le scuole religiose che invieranno i loro studenti nell’esercito riceveranno incentivi finanziari ma, nel caso l’obiettivo non sia raggiunto, l’arruolamento sarà imposto a tutti gli ultraortodossi e saranno previste sanzioni economiche. Gli ultraortodossi ritengono che sanzionare e criminalizzare gli studenti della Torah è la prova che lo Stato di Israele non può più definirsi uno Stato ebraico. Lapid e Bennett, i promotori della legge insieme al premier Netanyahu, sono stati rappresentanti in un film animato mentre abusavano di un ebreo Haredi e lo chiudevano dietro le sbarre.
Il popolo del libro, non il popolo del fucile
La coscrizione forzata degli ultraortodossi in un esercito che è estraneo alla loro cultura è vista dagli Haredim come il tentativo sionista di distruggere la loro millenaria tradizione di studio dell’ebraismo. La proposta di legge è anche riuscita nella rara impresa di unire tutte le correnti religiose non sioniste dei sefarditi, gli ashkenazi, chassidi e lituani che oggi lavorano insieme in un comitato d’emergenza. Un’immensa protesta di oltre 150mila persone si è svolta negli Stati Uniti la scorsa settimana, unendo tutte le principali denominazione ebree ultraortodosse. Ma la legge ha ottenuto molto di più della semplice unità dei gruppi Haredim. Ha anche permesso alle voci più radicali, come quella del rabbino Mahara Satmar, di riguadagnare attenzione. Mentre la protesta iniziale faceva riferimento alla parola “Israele", il rabbino Satmar l’ha fatta omettere convincendo tutti gli altri rabbini a firmare di nuovo la dichiarazione comune emendata, dove non si dà un briciolo di legittimità allo Stato sionista.
Se i sionisti religiosi vedono il servizio militare come un obbligo sacro, gli ultraortodossi credono che studiare la Torah sia l’obiettivo finale della vita di un ebreo. Gli ultimi giorni hanno mostrato una chiara divisione tra questi ultimi e i religiosi sionisti con il giornale Haredi “Hamodia” che si riferiva ai secondi in termini nuovi, definendoli come “collaboratori di Satana”, “profondamente messianici” e “fedeli dello Stato”.
Nazionalismo religioso, contraddizione in termini
Sconvolto dalla dichiarazione del venerato consiglio dei rabbini Haredim, che definiva lo Stato di Israele un nemico della religione di Israele, il rabbino Haim Duckman, leader spirituale del partito nazionalista Casa Ebraica di Bennet, ha ordinato ai suoi studenti di non partecipare alle manifestazioni di massa. Per gli ultraortodossi, un rabbino contrario a incontrarsi per pregare è la dimostrazione della falla del sionismo religioso per il quale, per dirla brutalmente, lo Stato va onorato più dell’Onnipotente.
In risposta, un editoriale sul quotidiano Haredi “Yated Ne’eman” ha compiuto un azione dura e inusuale, ovvero pubblicare il nome di Druckman senza l’appellativo di rabbino. Il parlamentare ultraortodosso Aryeh Deri si è rivolto al membro di Casa Ebraica, Ayelet Shaked, presidentessa del comitato per la proposta di legge, definendola “traditrice del giudaismo” e affermando che “Casa Ebraica e Ayelet Shakejd non solo hanno tradito gli Haredim, ma hanno tradito la Torah”.
Tale pagana unione tra sionismo e religione è quella che la società israeliana percepisce come identità ebraica. Al contrario, la prospettiva ultraortodossa vede il sionismo come un’aberrazione del giudaismo, insistendo che il sionismo va contro il giudaismo seppur affermi il contrario. Il professor Leibowitz, studioso ortodosso, filosofo e teorico della separazione tra Stato e religione, spiegava: “Il nazionalismo religioso sta alla religione come il nazionalsocialismo sta al socialismo. Il nazionalsocialismo non è socialismo, ma è l’opposto, e allo stesso modo il nazionalismo religioso non è religione, ma il contrario”.
Boicottare lo Stato, salvare il giudaismo
L’opposizione al sionismo non è un elemento nuovo per gli ultraortodossi. Fin dall’inizio, il movimento sionista fu duramente condannato da quasi tutti i rabbini in Palestina e nel mondo, che proibirono ad ogni ebreo di abbracciare tale ideologia. Come risultato, l’ideologia sionista ha preso piede quasi esclusivamente tra gli ebrei laici, quegli ebrei per etnia piuttosto che per religione.
Mentre gli israeliani laici detestano gli Haredim, rari episodi di solidarietà sono recentemente apparsi tra la minoranza degli israeliani progressisti. Il gruppo “Democrazia o Ribellione” afferma che uno Stato che nega uguaglianza civile e diritti delle minoranze non è democratico. Con le sue attività ha anche raggiunto la comunità ultraortodossa, ha pubblicato messaggi di solidarietà nei muri di Me’ah She’harim a Gerusalemme e ha partecipato alle proteste a Tel Aviv.
Un nuovo discorso sta emergendo ora nella comunità Haredi. Alcuni chiamano al riallineamento politico con i partiti progressisti e anche con elementi della sinistra radicali. Altri chiamano al boicottaggio delle colonie e dei loro prodotti, mentre un numero sempre crescente di rabbini si appella agli ebrei all’estero perché boicottino e non investano in Israele. Un gruppo chassida è arrivato a fare piani per un’emigrazione di massa negli Stati Uniti, per chiedere asilo politico con l’assistenza di senatori americani.
Né ebreo né democratico
Durante la visita di Cameron alla Knesset, nel suo discorso il premier Netanyahu si è focalizzato su tre elementi: il boicottaggio è razzista, gli ebrei hanno diritti nazionali religiosi sulla terra, e i palestinesi indigeni difficilmente esistevano prima della colonizzazione sionista. A parte il fatto che tali dichiarazione sono palesemente false, un approccio più razionale e umano sarebbe quello di proporre la fine delle politiche criminali contro il boicottaggio, insistendo sull’uguaglianza tra ebrei e non ebrei e riconoscendo diritti al popolo indigeno.
Il cosiddetto Stato “ebraico e democratico” non né ebraico né democratico. Religiosamente parlando, il sionismo è un movimento laico che è giunto a disumanizzare e a deridere gli ebrei religiosi europei. La maggioranza in Israele è laica e non religiosa ed è difficile affermare che le politiche oppressive dello Stato sono vicine ai valori ebraici. Se una religione viene “nazionalizzata”, si presentano difficoltà anche per quegli ebrei praticanti che scelgono un percorso diverso dalla forma di giudaismo di Stato.
A livello etnico, la maggioranza degli ebrei nel mondo preferisce vivere all’estero piuttosto che in Israele, allo stesso tempo, le statistiche israeliane mostrano che gli ebrei per etnia non sono più la maggioranza nella terra dal mare al fiume, senza contare i palestinesi che vivono in esilio.
Fondamentale per il progetto sionista in Palestina è dichiarare che la terra è esclusivamente ebraica e che tutti gli altri, anche gli indigeni, sono estranei e indesiderati. Non è una coincidenza che Israele rifiuti di avere una costituzione o di riconoscere la nazionalità israeliana perché questo significherebbe, almeno sulla carta, che i suoi cittadini non sono trattati allo stesso modo. Invece, il gruppo privilegiato è quello con nazionalità “ebraica” mentre gli altri sono “arabi”, “druzi” o “circassi”, nessuna delle quali è una nazionalità. Su queste basi, la discriminazione viene codificata in legge.
Il regime israeliano può essere così categorizzato come un’etnocrazia che pratica il crimine dell’Apartheid, così com’è definita dal diritto internazionale. Israele è solo “ebraico” nel senso di supremazia etnica, nello stesso modo in cui il Sud Africa era bianco. Di conseguenza, la richiesta di riconoscere il suo carattere ebraico è discutibile come legittimare la supremazia bianca in Sud Africa.
Dopo molti decenni, si stanno forgiando vincoli nuovi tra anti-sionisti, ultraortodossi, palestinesi e progressisti. Mentre si smantella il mito del sionismo, un nuovo sentiero viene pavimentato nella Terra Santa. Prendiamolo.
Fonte
Grande articolo davvero!
Centinaia di migliaia di ultraortodossi (Haredim) sono scesi nelle strade di Gerusalemme per opporsi alla bozza di legge molto prima che questa passasse. Durante una preghiera di massa, i manifestanti-fedeli hanno dichiarato la loro lealtà allo studio della Torah piuttosto che all’esercito. Uniti sotto un striscione che diceva “Lo Stato di Israele combatte contro il Regno del Cielo”, hanno mostrato cartelli in cui definivano il servizio militare un suicidio spirituale. L’evento non è stato una mera dimostrazione dell’opposizione alla legge, ma piuttosto un grido di battaglia contro la legittimità di uno Stato che viola la loro autonomia spirituale e mette in pericolo la libertà religiosa.
Dietro lo slogan “Uguaglianza nei doveri”, sia il sionista religioso Naftali Bennet che il sionista laico Yair Lapid sono stati eletti e sono diventati i più forti partner di coalizione del governo senza gli Haredim. La campagna chiamava alla coscrizione forzata degli ultraortodossi e ha ottenuto un ampio sostegno dall’opinione pubblica israeliana. A differenza del gruppo purista Edah HaHaredit che proibisce ai suoi membri di partecipare alle elezioni e di ricevere finanziamenti dallo Stato sionista, i consigli dei rabbini Haredi che hanno chiamato alla protesta di massa hanno i loro rappresentanti eletti alla Knesset. Sono usciti dalla sessione plenaria definendo Netanyahu un nemico della religione, anche se questo non ha impedito al premier di accogliere Cameron con un discorso di benvenuto che iniziava con “David, benvenuto nella Città di Davide e nella Knesset ebraica”.
La legge prevede l’aumento costante anno per anno del numero di studenti ultraortodossi che dovranno servire nell’esercito, fino a giungere a 5.200 nel 2017. Le scuole religiose che invieranno i loro studenti nell’esercito riceveranno incentivi finanziari ma, nel caso l’obiettivo non sia raggiunto, l’arruolamento sarà imposto a tutti gli ultraortodossi e saranno previste sanzioni economiche. Gli ultraortodossi ritengono che sanzionare e criminalizzare gli studenti della Torah è la prova che lo Stato di Israele non può più definirsi uno Stato ebraico. Lapid e Bennett, i promotori della legge insieme al premier Netanyahu, sono stati rappresentanti in un film animato mentre abusavano di un ebreo Haredi e lo chiudevano dietro le sbarre.
Il popolo del libro, non il popolo del fucile
La coscrizione forzata degli ultraortodossi in un esercito che è estraneo alla loro cultura è vista dagli Haredim come il tentativo sionista di distruggere la loro millenaria tradizione di studio dell’ebraismo. La proposta di legge è anche riuscita nella rara impresa di unire tutte le correnti religiose non sioniste dei sefarditi, gli ashkenazi, chassidi e lituani che oggi lavorano insieme in un comitato d’emergenza. Un’immensa protesta di oltre 150mila persone si è svolta negli Stati Uniti la scorsa settimana, unendo tutte le principali denominazione ebree ultraortodosse. Ma la legge ha ottenuto molto di più della semplice unità dei gruppi Haredim. Ha anche permesso alle voci più radicali, come quella del rabbino Mahara Satmar, di riguadagnare attenzione. Mentre la protesta iniziale faceva riferimento alla parola “Israele", il rabbino Satmar l’ha fatta omettere convincendo tutti gli altri rabbini a firmare di nuovo la dichiarazione comune emendata, dove non si dà un briciolo di legittimità allo Stato sionista.
Se i sionisti religiosi vedono il servizio militare come un obbligo sacro, gli ultraortodossi credono che studiare la Torah sia l’obiettivo finale della vita di un ebreo. Gli ultimi giorni hanno mostrato una chiara divisione tra questi ultimi e i religiosi sionisti con il giornale Haredi “Hamodia” che si riferiva ai secondi in termini nuovi, definendoli come “collaboratori di Satana”, “profondamente messianici” e “fedeli dello Stato”.
Nazionalismo religioso, contraddizione in termini
Sconvolto dalla dichiarazione del venerato consiglio dei rabbini Haredim, che definiva lo Stato di Israele un nemico della religione di Israele, il rabbino Haim Duckman, leader spirituale del partito nazionalista Casa Ebraica di Bennet, ha ordinato ai suoi studenti di non partecipare alle manifestazioni di massa. Per gli ultraortodossi, un rabbino contrario a incontrarsi per pregare è la dimostrazione della falla del sionismo religioso per il quale, per dirla brutalmente, lo Stato va onorato più dell’Onnipotente.
In risposta, un editoriale sul quotidiano Haredi “Yated Ne’eman” ha compiuto un azione dura e inusuale, ovvero pubblicare il nome di Druckman senza l’appellativo di rabbino. Il parlamentare ultraortodosso Aryeh Deri si è rivolto al membro di Casa Ebraica, Ayelet Shaked, presidentessa del comitato per la proposta di legge, definendola “traditrice del giudaismo” e affermando che “Casa Ebraica e Ayelet Shakejd non solo hanno tradito gli Haredim, ma hanno tradito la Torah”.
Tale pagana unione tra sionismo e religione è quella che la società israeliana percepisce come identità ebraica. Al contrario, la prospettiva ultraortodossa vede il sionismo come un’aberrazione del giudaismo, insistendo che il sionismo va contro il giudaismo seppur affermi il contrario. Il professor Leibowitz, studioso ortodosso, filosofo e teorico della separazione tra Stato e religione, spiegava: “Il nazionalismo religioso sta alla religione come il nazionalsocialismo sta al socialismo. Il nazionalsocialismo non è socialismo, ma è l’opposto, e allo stesso modo il nazionalismo religioso non è religione, ma il contrario”.
Boicottare lo Stato, salvare il giudaismo
L’opposizione al sionismo non è un elemento nuovo per gli ultraortodossi. Fin dall’inizio, il movimento sionista fu duramente condannato da quasi tutti i rabbini in Palestina e nel mondo, che proibirono ad ogni ebreo di abbracciare tale ideologia. Come risultato, l’ideologia sionista ha preso piede quasi esclusivamente tra gli ebrei laici, quegli ebrei per etnia piuttosto che per religione.
Mentre gli israeliani laici detestano gli Haredim, rari episodi di solidarietà sono recentemente apparsi tra la minoranza degli israeliani progressisti. Il gruppo “Democrazia o Ribellione” afferma che uno Stato che nega uguaglianza civile e diritti delle minoranze non è democratico. Con le sue attività ha anche raggiunto la comunità ultraortodossa, ha pubblicato messaggi di solidarietà nei muri di Me’ah She’harim a Gerusalemme e ha partecipato alle proteste a Tel Aviv.
Un nuovo discorso sta emergendo ora nella comunità Haredi. Alcuni chiamano al riallineamento politico con i partiti progressisti e anche con elementi della sinistra radicali. Altri chiamano al boicottaggio delle colonie e dei loro prodotti, mentre un numero sempre crescente di rabbini si appella agli ebrei all’estero perché boicottino e non investano in Israele. Un gruppo chassida è arrivato a fare piani per un’emigrazione di massa negli Stati Uniti, per chiedere asilo politico con l’assistenza di senatori americani.
Né ebreo né democratico
Durante la visita di Cameron alla Knesset, nel suo discorso il premier Netanyahu si è focalizzato su tre elementi: il boicottaggio è razzista, gli ebrei hanno diritti nazionali religiosi sulla terra, e i palestinesi indigeni difficilmente esistevano prima della colonizzazione sionista. A parte il fatto che tali dichiarazione sono palesemente false, un approccio più razionale e umano sarebbe quello di proporre la fine delle politiche criminali contro il boicottaggio, insistendo sull’uguaglianza tra ebrei e non ebrei e riconoscendo diritti al popolo indigeno.
Il cosiddetto Stato “ebraico e democratico” non né ebraico né democratico. Religiosamente parlando, il sionismo è un movimento laico che è giunto a disumanizzare e a deridere gli ebrei religiosi europei. La maggioranza in Israele è laica e non religiosa ed è difficile affermare che le politiche oppressive dello Stato sono vicine ai valori ebraici. Se una religione viene “nazionalizzata”, si presentano difficoltà anche per quegli ebrei praticanti che scelgono un percorso diverso dalla forma di giudaismo di Stato.
A livello etnico, la maggioranza degli ebrei nel mondo preferisce vivere all’estero piuttosto che in Israele, allo stesso tempo, le statistiche israeliane mostrano che gli ebrei per etnia non sono più la maggioranza nella terra dal mare al fiume, senza contare i palestinesi che vivono in esilio.
Fondamentale per il progetto sionista in Palestina è dichiarare che la terra è esclusivamente ebraica e che tutti gli altri, anche gli indigeni, sono estranei e indesiderati. Non è una coincidenza che Israele rifiuti di avere una costituzione o di riconoscere la nazionalità israeliana perché questo significherebbe, almeno sulla carta, che i suoi cittadini non sono trattati allo stesso modo. Invece, il gruppo privilegiato è quello con nazionalità “ebraica” mentre gli altri sono “arabi”, “druzi” o “circassi”, nessuna delle quali è una nazionalità. Su queste basi, la discriminazione viene codificata in legge.
Il regime israeliano può essere così categorizzato come un’etnocrazia che pratica il crimine dell’Apartheid, così com’è definita dal diritto internazionale. Israele è solo “ebraico” nel senso di supremazia etnica, nello stesso modo in cui il Sud Africa era bianco. Di conseguenza, la richiesta di riconoscere il suo carattere ebraico è discutibile come legittimare la supremazia bianca in Sud Africa.
Dopo molti decenni, si stanno forgiando vincoli nuovi tra anti-sionisti, ultraortodossi, palestinesi e progressisti. Mentre si smantella il mito del sionismo, un nuovo sentiero viene pavimentato nella Terra Santa. Prendiamolo.
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