È difficile ammetterlo, anche se i fatti sono inconfutabili. È difficile ammetterlo perché la capacità manipolativa di chi non conosce onestà intellettuale, ma porta rispetto alle regole del libro paga in cui è inserito, rende difficile ammettere senza giri di parole una verità che è scandaloso affermare. Ma che è verità.
È difficile ammetterlo, lo so, senza essere – per stupidità o per malafede – tacciati di antisemitismo, ma la realtà è là, nuda come il re nudo e, come per il re nudo, se nessuno la grida rompendo l’incantesimo, resta nascosta dietro veli immaginari.
Nel caso specifico uno dei veli lo si ritrova nelle parole della statista askenazita Golda Meir : “dopo l’olocausto agli ebrei è consentito fare qualunque cosa”, come se tutto il mondo fosse in debito con gli ebrei per il genocidio commesso dai nazisti! In fondo, se ci si pensa con pensiero libero, sembra un po’ assurdo, ma in realtà è esattamente così: tutto il mondo è ricattato dall’olocausto. La stessa Golda Meir lo ha dimostrato con l’arroganza criminale espressa in varie operazioni di stampo terroristico, affidando al Mossad gli omicidi di coloro che riteneva di dover punire. Era tutto permesso.
Sotto la coperta dell’olocausto i crimini israeliani venivano e vengono derubricati ad “azioni”. Qualche lagnanza quando il terrorismo israeliano colpiva le sue vittime in paesi occidentali, ma niente di più. Eppure, ad un occhio democratico questa sistematicità delittuosa dovrebbe creare almeno una richiesta di sanzioni, ma non succede neanche quello: l’olocausto è come una coperta magica.
Lo sanno anche i tredicenni che uno Stato democratico non può condannare a morte senza processo, ma Israele, come più volte affermato senza alcun pudore dagli stessi statisti israeliani, è al di fuori di ogni legge che non sia la propria. Golda Meir, nonostante fosse di idee socialiste, lo ha dimostrato senza ombra di dubbio e ha fatto scuola ai suoi successori, di qualunque colore politico fossero.
Questo “diritto” ad essere al di sopra delle leggi internazionali è diventato un credo collettivo, una convinzione condivisa da un intero popolo che crescendo con questi valori, peraltro rinforzati da dichiarazioni di figure istituzionali, sostiene la propria superiorità rispetto agli altri. Un popolo che non inorridisce davanti allo sterminio “per la gloria del Signore” se lo sterminio riguarda i “goym” cioè i non ebrei, ma lo ritiene motivo di grandezza e fase del progetto divino per la conquista della terra promessa da Dio a beneficio esclusivo del “suo” popolo, il popolo eletto.
Quest’uso strumentale della leggenda biblica in chiave politica ha sicuramente il suo peso ogni volta che Israele si trova ad affrontare il giudizio delle urne, esattamente come in questi giorni.
È impressionante, per un occhio laico e democratico, vedere che i vari competitors non presentano programmi elettorali basati sul miglioramento dei servizi, delle tutele lavorative, degli investimenti pubblici e così via, ma puntano sulla carta vincente che consiste sempre nelle promesse di maggior durezza contro il popolo palestinese occupato e assediato, e nell’estensione del furto dei territori palestinesi allargando illegalmente i confini dello Stato stesso grazie alla confisca di nuove terre abitate dai coloni fuorilegge e promettendo solennemente che nessuna legge internazionale verrà mai rispettata perché Israele risponde solo al proprio Dio e non alle leggi umane.
Su questo punto, per credenti o atei nessuna differenza, Dio è al di sopra delle leggi umane anche se non se ne ammette l’esistenza. Del resto il padre fondatore del sionismo, Theodor Herzl era ateo, ma la leggenda biblica è stata la sua carta vincente!
Ora, a un passo dalle elezioni, vediamo che il pluri-indagato Netanyahu, scampato alla galera grazie all’uso “salvifico” dei palestinesi da schiacciare, bombardare, arrestare e uccidere, chiede il sostegno popolare a chi condivide con lui il disprezzo della legge internazionale, l’oltraggio del diritto umanitario, l’umiliazione del popolo palestinese e, dulcis in fundo, la propensione al furto, e lo fa “legalizzando” un avamposto coloniale di circa 30 famiglie nella Valle del Giordano e dichiarando che se vincerà le elezioni annetterà tutta la Valle del Giordano a Israele, cioè ruberà altra terra ai palestinesi e su questo ulteriore furto fa campagna elettorale.
Lo so, è difficile ammetterlo, ma il popolo israeliano, a parte una rispettabile quanto super esigua minoranza, ha mostrato di essere un popolo che ama il furto, che appoggia l’omicidio, che calpesta la giustizia internazionale e Netanyahu sa interpretare queste vocazioni collettive promettendo di realizzare il nuovo furto sapendo che può contare sull’impunità internazionale grazie a tre importanti fattori: il primo è il favore dell’opinione pubblica più addomesticata alla narrazione mediatica di basso livello che risponde in pieno alla lucida affermazione di Golda Meir “dopo l’olocausto gli ebrei potranno fare tutto”, dove per “ebrei” non si intendono solo gli israeliani, ma tutti coloro che possono definirsi ebrei in qualunque parte del mondo, e questo lo sanno bene anche quegli ebrei, ortodossi o meno, che invece rifiutano di riconoscersi in questo progetto criminale che va avanti da oltre settanta anni.
Il secondo fattore è l’assenza di sanzioni da parte della comunità internazionale la quale, more solito, si limiterà a condannare verbalmente le basse manovre di “Bibi l’indagato” per annettersi la Valle del Giordano.
Il terzo fattore è il sodalizio in forma di associazione a delinquere in totale impunità col presidente Usa Donald Trump, il quale regala territori non suoi, quindi rubati ai legittimi proprietari, e di conseguenza indica all’intera comunità internazionale che la forza e non già il diritto governa il mondo.
Lo so, è difficile ammetterlo, ma se per avere il favore degli elettori si promette di rubare terra altrui questo significa che il popolo israeliano ormai è un popolo moralmente corrotto, un popolo che non conosce diritti che non siano i propri privilegi e che, per colmo di misura, li considera un dono di Dio, un Dio che chiaramente non può essere il Dio di tutti, ma solo il Dio... degli eletti.
Ammettiamolo dunque, questi lunghi decenni di tolleranza e di complicità internazionali hanno ridotto la stragrande maggioranza degli israeliani ad essere un popolo sentitamente razzista e eticamente corrotto, un popolo che alimenta il proprio razzismo e sostiene i crimini dei proprio governo usando strumentalmente la tragedia dell’olocausto per tacitare le coscienze.
Così, Bibi l’indagato, a due giorni dal voto promette di commettere un ulteriore crimine sapendo che il “suo” popolo lo voterà per questo.
Lo so, è difficile e anche impopolare ammetterlo, ma è onesto farlo: il 17 settembre, cioè tra una manciata di ore, sapremo se Netanyahu, grazie alla promessa di un ulteriore crimine, avrà ottenuto il favore del popolo israeliano e, in tal caso, si potrà correttamente dire che, ad eccezione di quella già citata esigua, rispettabile minoranza, il popolo israeliano è un popolo criminale ed ha il governo adatto a rappresentarlo. Oppure no, lo vedremo prestissimo.
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15/09/2019
Israele - Anche re Davide candidato alle elezioni
Michele Giorgio
«La storia di re Davide e le radici della sua dinastia sono qui, tra questi scavi, tra queste pietre. La storia di re Davide è quella di Gerusalemme e di Israele, da tremila anni fa fino ai nostri giorni». La guida, un giovane sulla trentina, sorride, accompagna la sua narrazione con movimenti lenti della testa e delle mani rivolgendosi ad un gruppo di turisti seduti sugli spalti che si affacciano sugli scavi. La vista dal “Parco archeologico della Città di Davide” è mozzafiato. In alto si scorgono le mura antiche di Gerusalemme con le cupole delle moschee di Al Aqsa e della Roccia, il terzo luogo santo dell’Islam e, secondo la tradizione ebraica, l’area del biblico Tempio. Di fronte, ad est, dominano il Monte degli Ulivi e l’antico cimitero ebraico. In basso c’è la piscina di Shiloah.
La giovane guida, come i suoi colleghi, abbina l’archeologia alle gesta di re Davide e di eroici combattenti ebrei lanciati alla conquista di Gerusalemme e poi nella difesa della città. Lo stesso si può ascoltare nei filmati descrittivi disponibili nel parco, visitato ogni anno da mezzo milione di turisti e gestito interamente, con l’approvazione delle massime autorità comunali e governative, dalla Elad, società “immobiliare” del movimento dei coloni israeliani insediati nella zona araba di Gerusalemme, occupata nel 1967. Guide turistiche e filmati rendono invisibile una presenza ben evidente ma che “stona” all’interno della narrazione ufficiale del luogo: le centinaia e centinaia di case palestinesi del quartiere di Silwan, che avvolgono il “sito archeologico”.
Nella “Città di Davide” non c’è spazio per una storia più articolata. C’è un’unica storia che non si discute. Qui il racconto biblico è una verità assoluta e fonte primaria della legittimità dello Stato di Israele. È un trattato di politica internazionale firmato anche dagli Stati Uniti. L’ambasciatore Usa David Friedman, partecipando a giugno alla cerimonia di inaugurazione, nell’area della “Città di Davide”, della Via del Pellegrinaggio, il percorso che anticamente avrebbe collegato la piscina di Siloam al Monte del Tempio, ha dichiarato perentorio che «Essa (la Via del Pellegrinaggio, ndr) porta alla luce la verità storica di quel periodo cruciale della storia ebraica. La pace tra Israele e palestinesi deve basarsi su un fondamento di verità. La Città di David contribuisce al nostro obiettivo collettivo di perseguire una soluzione fondata sulla verità. È importante per tutte le parti coinvolte nel conflitto».
Friedman vuole che «la verità» emerga. La sua verità ovviamente, che è quella dei coloni e di coloro che usano l’archeologia biblica per fini politici e per negare i diritti dei palestinesi. Quindi re Davide è tra i candidati alle elezioni israeliane del 17 settembre. Sull’archeologia politica si fonda il programma politico e la campagna elettorale di Yemina, la coalizione di forze della destra sionista religiosa e, sempre di più, quella del Likud del premier Netanyahu. Parliamo dello schieramento al potere da dieci anni in Israele. Vale la pena di ricordare che non pochi dei laici fondatori di Israele e alcuni dei suoi primi leader politici sono stati archeologi con evidenti finalità politiche.
Ma il protagonista di questa storia, re Davide, è davvero esistito, le vicende che gli vengono attribuite sono avvenute? E più di tutto, ha davvero vissuto ed esercitato il suo potere nell’area del quartiere palestinese di Silwan, tra le pietre antiche della “Città di Davide” allestita dai coloni? «In quell’area hanno scavato famosi archeologi del passato e scavano quelli del presente ma la prova della presenza di re Davide non è mai stata trovata» ci spiega l’archeologo Yonathan Mizrachi, di Emek Shaveh, una ong israeliana che si oppone a chi usa le rovine del passato come uno strumento politico e per espropriare proprietà palestinesi. «Per prove – aggiunge Mizrachi – intendiamo ritrovamenti materiali e iscrizioni che attestino l’esistenza della tomba o del palazzo di re Davide o che siano inequivocabilmente riconducibili a lui. L’era di re Davide, sulla base della Bibbia, è indicata nel X secolo a.C. ma non si è trovato molto di quell’epoca (nel sito della “Città di Davide”). I ritrovamenti annunciati da alcuni archeologi sono controversi. Un interrogativo grava su tutto ciò che riguarda Gerusalemme ai tempi di re Davide. Quanto fosse grande e quale funzione avesse la città in quel periodo da un punto di vista archeologico e dei fondamentali di storia, è un’area molto grigia che non ci permette di affermare nulla con certezza».
Profondi dubbi sulla credibilità storica del racconto biblico sono sollevati dal professor Israel Finkelstein, archeologo israeliano di fama mondiale (alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in italiano). Pur non facendo parte della corrente minimalista, che colloca la composizione della Bibbia nel periodo del rientro degli ebrei dalla Babilonia, il docente sostiene che gran parte di ciò che si legge nel testo sacro è stato scritto tra il VII e il V secolo a.C. e che Gerusalemme nel X secolo a.C. è stata solo un villaggio o un centro tribale. Non solo. Finkelstein afferma che Davide e Salomone, ovvero il seme della civiltà occidentale e spina dorsale della storia antica degli ebrei, se davvero sono esistiti dovevano essere ben diversi dai personaggi che hanno ispirato scultori, pittori, scrittori, poeti. Davide, sostiene Finkelstein, era a capo di una minuscola e invivibile Gerusalemme. Lui e il suo successore furono trasformati in potenti re e simboli di speranza dagli ebrei nei secoli successivi. «La loro storia è stata scritta in Giudea – ha dichiarato il docente in una intervista di qualche anno fa al quotidiano Yediot Ahronot – per giustificare il dominio su un gran numero di rifugiati arrivati lì dopo la distruzione del Tempio». Tesi respinta dai coloni e dalla stella dell’archeologia biblica Eilat Mazar.
Il 4 agosto 2005 Mazar, per la gioia degli ultranazionalisti, annunciò di aver scoperto nel sito di Silwan il presunto palazzo del re Davide, un edificio, disse, risalente al X secolo a.C. Nel 2010 proclamò di aver individuato le presunte antiche mura della città di Davide. Scoperte smentite, per scarsità di prove, da specialisti israeliani e stranieri che accusano la Mazar di credere che la Bibbia sia storia vera dalla prima all’ultima parola. Per la Elad e il movimento dei coloni invece quelle scoperte legittimano le occupazioni di case palestinesi a Silwan cominciate all’inizio degli anni ’90, l’espansione continua del sito archeologico e il proseguimento degli scavi. Lavori in gran parte sotterranei che, denunciano i palestinesi, mettono a rischio la stabilità delle loro case e lasciano immaginare deportazioni di popolazione in futuro. Ma le loro voci restano inascoltate.
Il 17 settembre quindi si voterà anche in nome dei re Davide e Salomone. «Non è una esagerazione – dice Yonathan Mizrachi – votare per certe forze politiche significa appoggiare progetti di esproprio e di demolizione di case palestinesi in aree archeologiche e i piani di chi apertamente punta ad ottenere la spartizione della Spianata delle moschee di Gerusalemme per ricostruire il Tempio ebraico. Ed intende riuscirci ad ogni costo, accada quel che accada».
Fonte
«La storia di re Davide e le radici della sua dinastia sono qui, tra questi scavi, tra queste pietre. La storia di re Davide è quella di Gerusalemme e di Israele, da tremila anni fa fino ai nostri giorni». La guida, un giovane sulla trentina, sorride, accompagna la sua narrazione con movimenti lenti della testa e delle mani rivolgendosi ad un gruppo di turisti seduti sugli spalti che si affacciano sugli scavi. La vista dal “Parco archeologico della Città di Davide” è mozzafiato. In alto si scorgono le mura antiche di Gerusalemme con le cupole delle moschee di Al Aqsa e della Roccia, il terzo luogo santo dell’Islam e, secondo la tradizione ebraica, l’area del biblico Tempio. Di fronte, ad est, dominano il Monte degli Ulivi e l’antico cimitero ebraico. In basso c’è la piscina di Shiloah.
La giovane guida, come i suoi colleghi, abbina l’archeologia alle gesta di re Davide e di eroici combattenti ebrei lanciati alla conquista di Gerusalemme e poi nella difesa della città. Lo stesso si può ascoltare nei filmati descrittivi disponibili nel parco, visitato ogni anno da mezzo milione di turisti e gestito interamente, con l’approvazione delle massime autorità comunali e governative, dalla Elad, società “immobiliare” del movimento dei coloni israeliani insediati nella zona araba di Gerusalemme, occupata nel 1967. Guide turistiche e filmati rendono invisibile una presenza ben evidente ma che “stona” all’interno della narrazione ufficiale del luogo: le centinaia e centinaia di case palestinesi del quartiere di Silwan, che avvolgono il “sito archeologico”.
Nella “Città di Davide” non c’è spazio per una storia più articolata. C’è un’unica storia che non si discute. Qui il racconto biblico è una verità assoluta e fonte primaria della legittimità dello Stato di Israele. È un trattato di politica internazionale firmato anche dagli Stati Uniti. L’ambasciatore Usa David Friedman, partecipando a giugno alla cerimonia di inaugurazione, nell’area della “Città di Davide”, della Via del Pellegrinaggio, il percorso che anticamente avrebbe collegato la piscina di Siloam al Monte del Tempio, ha dichiarato perentorio che «Essa (la Via del Pellegrinaggio, ndr) porta alla luce la verità storica di quel periodo cruciale della storia ebraica. La pace tra Israele e palestinesi deve basarsi su un fondamento di verità. La Città di David contribuisce al nostro obiettivo collettivo di perseguire una soluzione fondata sulla verità. È importante per tutte le parti coinvolte nel conflitto».
Friedman vuole che «la verità» emerga. La sua verità ovviamente, che è quella dei coloni e di coloro che usano l’archeologia biblica per fini politici e per negare i diritti dei palestinesi. Quindi re Davide è tra i candidati alle elezioni israeliane del 17 settembre. Sull’archeologia politica si fonda il programma politico e la campagna elettorale di Yemina, la coalizione di forze della destra sionista religiosa e, sempre di più, quella del Likud del premier Netanyahu. Parliamo dello schieramento al potere da dieci anni in Israele. Vale la pena di ricordare che non pochi dei laici fondatori di Israele e alcuni dei suoi primi leader politici sono stati archeologi con evidenti finalità politiche.
Ma il protagonista di questa storia, re Davide, è davvero esistito, le vicende che gli vengono attribuite sono avvenute? E più di tutto, ha davvero vissuto ed esercitato il suo potere nell’area del quartiere palestinese di Silwan, tra le pietre antiche della “Città di Davide” allestita dai coloni? «In quell’area hanno scavato famosi archeologi del passato e scavano quelli del presente ma la prova della presenza di re Davide non è mai stata trovata» ci spiega l’archeologo Yonathan Mizrachi, di Emek Shaveh, una ong israeliana che si oppone a chi usa le rovine del passato come uno strumento politico e per espropriare proprietà palestinesi. «Per prove – aggiunge Mizrachi – intendiamo ritrovamenti materiali e iscrizioni che attestino l’esistenza della tomba o del palazzo di re Davide o che siano inequivocabilmente riconducibili a lui. L’era di re Davide, sulla base della Bibbia, è indicata nel X secolo a.C. ma non si è trovato molto di quell’epoca (nel sito della “Città di Davide”). I ritrovamenti annunciati da alcuni archeologi sono controversi. Un interrogativo grava su tutto ciò che riguarda Gerusalemme ai tempi di re Davide. Quanto fosse grande e quale funzione avesse la città in quel periodo da un punto di vista archeologico e dei fondamentali di storia, è un’area molto grigia che non ci permette di affermare nulla con certezza».
Profondi dubbi sulla credibilità storica del racconto biblico sono sollevati dal professor Israel Finkelstein, archeologo israeliano di fama mondiale (alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in italiano). Pur non facendo parte della corrente minimalista, che colloca la composizione della Bibbia nel periodo del rientro degli ebrei dalla Babilonia, il docente sostiene che gran parte di ciò che si legge nel testo sacro è stato scritto tra il VII e il V secolo a.C. e che Gerusalemme nel X secolo a.C. è stata solo un villaggio o un centro tribale. Non solo. Finkelstein afferma che Davide e Salomone, ovvero il seme della civiltà occidentale e spina dorsale della storia antica degli ebrei, se davvero sono esistiti dovevano essere ben diversi dai personaggi che hanno ispirato scultori, pittori, scrittori, poeti. Davide, sostiene Finkelstein, era a capo di una minuscola e invivibile Gerusalemme. Lui e il suo successore furono trasformati in potenti re e simboli di speranza dagli ebrei nei secoli successivi. «La loro storia è stata scritta in Giudea – ha dichiarato il docente in una intervista di qualche anno fa al quotidiano Yediot Ahronot – per giustificare il dominio su un gran numero di rifugiati arrivati lì dopo la distruzione del Tempio». Tesi respinta dai coloni e dalla stella dell’archeologia biblica Eilat Mazar.
Il 4 agosto 2005 Mazar, per la gioia degli ultranazionalisti, annunciò di aver scoperto nel sito di Silwan il presunto palazzo del re Davide, un edificio, disse, risalente al X secolo a.C. Nel 2010 proclamò di aver individuato le presunte antiche mura della città di Davide. Scoperte smentite, per scarsità di prove, da specialisti israeliani e stranieri che accusano la Mazar di credere che la Bibbia sia storia vera dalla prima all’ultima parola. Per la Elad e il movimento dei coloni invece quelle scoperte legittimano le occupazioni di case palestinesi a Silwan cominciate all’inizio degli anni ’90, l’espansione continua del sito archeologico e il proseguimento degli scavi. Lavori in gran parte sotterranei che, denunciano i palestinesi, mettono a rischio la stabilità delle loro case e lasciano immaginare deportazioni di popolazione in futuro. Ma le loro voci restano inascoltate.
Il 17 settembre quindi si voterà anche in nome dei re Davide e Salomone. «Non è una esagerazione – dice Yonathan Mizrachi – votare per certe forze politiche significa appoggiare progetti di esproprio e di demolizione di case palestinesi in aree archeologiche e i piani di chi apertamente punta ad ottenere la spartizione della Spianata delle moschee di Gerusalemme per ricostruire il Tempio ebraico. Ed intende riuscirci ad ogni costo, accada quel che accada».
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26/03/2014
Dio, non militarismo: gli ebrei ultraortodossi dicono no a armi e munizioni
Il primo ministro britannico David Cameron ha avuto più di quello che
si aspettava nella Knesset israeliana quando ha visitato il Paese,
ricevendo una certa freddezza dai parlamentari ultraortodossi e
palestinesi che condividono alcuni interessi, in quanto comunità più
oppresse dallo Stato. La visita di Cameron alla Knesset si è svolta lo
stesso giorno in cui due controverse legge, la Legge di Coscrizione e la
Legge di Governabilità, sono state approvate dopo una lunga battaglia
legislativa. Mentre il premier Netanyahu accoglieva l’ospite d’onore, i
parlamentari ultraortodossi lasciavano la sessione plenaria in protesta
con i colleghi e i membri palestinesi della Knesset che rifiutavano di
partecipare all’evento. È stato il punto culminante di diversi
mesi di dure proteste contro la Legge di Coscrizione che porta in
superficie le contraddizioni tra sionismo e giudaismo.
Centinaia di migliaia di ultraortodossi (Haredim) sono scesi nelle strade di Gerusalemme per opporsi alla bozza di legge molto prima che questa passasse. Durante una preghiera di massa, i manifestanti-fedeli hanno dichiarato la loro lealtà allo studio della Torah piuttosto che all’esercito. Uniti sotto un striscione che diceva “Lo Stato di Israele combatte contro il Regno del Cielo”, hanno mostrato cartelli in cui definivano il servizio militare un suicidio spirituale. L’evento non è stato una mera dimostrazione dell’opposizione alla legge, ma piuttosto un grido di battaglia contro la legittimità di uno Stato che viola la loro autonomia spirituale e mette in pericolo la libertà religiosa.
Dietro lo slogan “Uguaglianza nei doveri”, sia il sionista religioso Naftali Bennet che il sionista laico Yair Lapid sono stati eletti e sono diventati i più forti partner di coalizione del governo senza gli Haredim. La campagna chiamava alla coscrizione forzata degli ultraortodossi e ha ottenuto un ampio sostegno dall’opinione pubblica israeliana. A differenza del gruppo purista Edah HaHaredit che proibisce ai suoi membri di partecipare alle elezioni e di ricevere finanziamenti dallo Stato sionista, i consigli dei rabbini Haredi che hanno chiamato alla protesta di massa hanno i loro rappresentanti eletti alla Knesset. Sono usciti dalla sessione plenaria definendo Netanyahu un nemico della religione, anche se questo non ha impedito al premier di accogliere Cameron con un discorso di benvenuto che iniziava con “David, benvenuto nella Città di Davide e nella Knesset ebraica”.
La legge prevede l’aumento costante anno per anno del numero di studenti ultraortodossi che dovranno servire nell’esercito, fino a giungere a 5.200 nel 2017. Le scuole religiose che invieranno i loro studenti nell’esercito riceveranno incentivi finanziari ma, nel caso l’obiettivo non sia raggiunto, l’arruolamento sarà imposto a tutti gli ultraortodossi e saranno previste sanzioni economiche. Gli ultraortodossi ritengono che sanzionare e criminalizzare gli studenti della Torah è la prova che lo Stato di Israele non può più definirsi uno Stato ebraico. Lapid e Bennett, i promotori della legge insieme al premier Netanyahu, sono stati rappresentanti in un film animato mentre abusavano di un ebreo Haredi e lo chiudevano dietro le sbarre.
Il popolo del libro, non il popolo del fucile
La coscrizione forzata degli ultraortodossi in un esercito che è estraneo alla loro cultura è vista dagli Haredim come il tentativo sionista di distruggere la loro millenaria tradizione di studio dell’ebraismo. La proposta di legge è anche riuscita nella rara impresa di unire tutte le correnti religiose non sioniste dei sefarditi, gli ashkenazi, chassidi e lituani che oggi lavorano insieme in un comitato d’emergenza. Un’immensa protesta di oltre 150mila persone si è svolta negli Stati Uniti la scorsa settimana, unendo tutte le principali denominazione ebree ultraortodosse. Ma la legge ha ottenuto molto di più della semplice unità dei gruppi Haredim. Ha anche permesso alle voci più radicali, come quella del rabbino Mahara Satmar, di riguadagnare attenzione. Mentre la protesta iniziale faceva riferimento alla parola “Israele", il rabbino Satmar l’ha fatta omettere convincendo tutti gli altri rabbini a firmare di nuovo la dichiarazione comune emendata, dove non si dà un briciolo di legittimità allo Stato sionista.
Se i sionisti religiosi vedono il servizio militare come un obbligo sacro, gli ultraortodossi credono che studiare la Torah sia l’obiettivo finale della vita di un ebreo. Gli ultimi giorni hanno mostrato una chiara divisione tra questi ultimi e i religiosi sionisti con il giornale Haredi “Hamodia” che si riferiva ai secondi in termini nuovi, definendoli come “collaboratori di Satana”, “profondamente messianici” e “fedeli dello Stato”.
Nazionalismo religioso, contraddizione in termini
Sconvolto dalla dichiarazione del venerato consiglio dei rabbini Haredim, che definiva lo Stato di Israele un nemico della religione di Israele, il rabbino Haim Duckman, leader spirituale del partito nazionalista Casa Ebraica di Bennet, ha ordinato ai suoi studenti di non partecipare alle manifestazioni di massa. Per gli ultraortodossi, un rabbino contrario a incontrarsi per pregare è la dimostrazione della falla del sionismo religioso per il quale, per dirla brutalmente, lo Stato va onorato più dell’Onnipotente.
In risposta, un editoriale sul quotidiano Haredi “Yated Ne’eman” ha compiuto un azione dura e inusuale, ovvero pubblicare il nome di Druckman senza l’appellativo di rabbino. Il parlamentare ultraortodosso Aryeh Deri si è rivolto al membro di Casa Ebraica, Ayelet Shaked, presidentessa del comitato per la proposta di legge, definendola “traditrice del giudaismo” e affermando che “Casa Ebraica e Ayelet Shakejd non solo hanno tradito gli Haredim, ma hanno tradito la Torah”.
Tale pagana unione tra sionismo e religione è quella che la società israeliana percepisce come identità ebraica. Al contrario, la prospettiva ultraortodossa vede il sionismo come un’aberrazione del giudaismo, insistendo che il sionismo va contro il giudaismo seppur affermi il contrario. Il professor Leibowitz, studioso ortodosso, filosofo e teorico della separazione tra Stato e religione, spiegava: “Il nazionalismo religioso sta alla religione come il nazionalsocialismo sta al socialismo. Il nazionalsocialismo non è socialismo, ma è l’opposto, e allo stesso modo il nazionalismo religioso non è religione, ma il contrario”.
Boicottare lo Stato, salvare il giudaismo
L’opposizione al sionismo non è un elemento nuovo per gli ultraortodossi. Fin dall’inizio, il movimento sionista fu duramente condannato da quasi tutti i rabbini in Palestina e nel mondo, che proibirono ad ogni ebreo di abbracciare tale ideologia. Come risultato, l’ideologia sionista ha preso piede quasi esclusivamente tra gli ebrei laici, quegli ebrei per etnia piuttosto che per religione.
Mentre gli israeliani laici detestano gli Haredim, rari episodi di solidarietà sono recentemente apparsi tra la minoranza degli israeliani progressisti. Il gruppo “Democrazia o Ribellione” afferma che uno Stato che nega uguaglianza civile e diritti delle minoranze non è democratico. Con le sue attività ha anche raggiunto la comunità ultraortodossa, ha pubblicato messaggi di solidarietà nei muri di Me’ah She’harim a Gerusalemme e ha partecipato alle proteste a Tel Aviv.
Un nuovo discorso sta emergendo ora nella comunità Haredi. Alcuni chiamano al riallineamento politico con i partiti progressisti e anche con elementi della sinistra radicali. Altri chiamano al boicottaggio delle colonie e dei loro prodotti, mentre un numero sempre crescente di rabbini si appella agli ebrei all’estero perché boicottino e non investano in Israele. Un gruppo chassida è arrivato a fare piani per un’emigrazione di massa negli Stati Uniti, per chiedere asilo politico con l’assistenza di senatori americani.
Né ebreo né democratico
Durante la visita di Cameron alla Knesset, nel suo discorso il premier Netanyahu si è focalizzato su tre elementi: il boicottaggio è razzista, gli ebrei hanno diritti nazionali religiosi sulla terra, e i palestinesi indigeni difficilmente esistevano prima della colonizzazione sionista. A parte il fatto che tali dichiarazione sono palesemente false, un approccio più razionale e umano sarebbe quello di proporre la fine delle politiche criminali contro il boicottaggio, insistendo sull’uguaglianza tra ebrei e non ebrei e riconoscendo diritti al popolo indigeno.
Il cosiddetto Stato “ebraico e democratico” non né ebraico né democratico. Religiosamente parlando, il sionismo è un movimento laico che è giunto a disumanizzare e a deridere gli ebrei religiosi europei. La maggioranza in Israele è laica e non religiosa ed è difficile affermare che le politiche oppressive dello Stato sono vicine ai valori ebraici. Se una religione viene “nazionalizzata”, si presentano difficoltà anche per quegli ebrei praticanti che scelgono un percorso diverso dalla forma di giudaismo di Stato.
A livello etnico, la maggioranza degli ebrei nel mondo preferisce vivere all’estero piuttosto che in Israele, allo stesso tempo, le statistiche israeliane mostrano che gli ebrei per etnia non sono più la maggioranza nella terra dal mare al fiume, senza contare i palestinesi che vivono in esilio.
Fondamentale per il progetto sionista in Palestina è dichiarare che la terra è esclusivamente ebraica e che tutti gli altri, anche gli indigeni, sono estranei e indesiderati. Non è una coincidenza che Israele rifiuti di avere una costituzione o di riconoscere la nazionalità israeliana perché questo significherebbe, almeno sulla carta, che i suoi cittadini non sono trattati allo stesso modo. Invece, il gruppo privilegiato è quello con nazionalità “ebraica” mentre gli altri sono “arabi”, “druzi” o “circassi”, nessuna delle quali è una nazionalità. Su queste basi, la discriminazione viene codificata in legge.
Il regime israeliano può essere così categorizzato come un’etnocrazia che pratica il crimine dell’Apartheid, così com’è definita dal diritto internazionale. Israele è solo “ebraico” nel senso di supremazia etnica, nello stesso modo in cui il Sud Africa era bianco. Di conseguenza, la richiesta di riconoscere il suo carattere ebraico è discutibile come legittimare la supremazia bianca in Sud Africa.
Dopo molti decenni, si stanno forgiando vincoli nuovi tra anti-sionisti, ultraortodossi, palestinesi e progressisti. Mentre si smantella il mito del sionismo, un nuovo sentiero viene pavimentato nella Terra Santa. Prendiamolo.
Fonte
Grande articolo davvero!
Centinaia di migliaia di ultraortodossi (Haredim) sono scesi nelle strade di Gerusalemme per opporsi alla bozza di legge molto prima che questa passasse. Durante una preghiera di massa, i manifestanti-fedeli hanno dichiarato la loro lealtà allo studio della Torah piuttosto che all’esercito. Uniti sotto un striscione che diceva “Lo Stato di Israele combatte contro il Regno del Cielo”, hanno mostrato cartelli in cui definivano il servizio militare un suicidio spirituale. L’evento non è stato una mera dimostrazione dell’opposizione alla legge, ma piuttosto un grido di battaglia contro la legittimità di uno Stato che viola la loro autonomia spirituale e mette in pericolo la libertà religiosa.
Dietro lo slogan “Uguaglianza nei doveri”, sia il sionista religioso Naftali Bennet che il sionista laico Yair Lapid sono stati eletti e sono diventati i più forti partner di coalizione del governo senza gli Haredim. La campagna chiamava alla coscrizione forzata degli ultraortodossi e ha ottenuto un ampio sostegno dall’opinione pubblica israeliana. A differenza del gruppo purista Edah HaHaredit che proibisce ai suoi membri di partecipare alle elezioni e di ricevere finanziamenti dallo Stato sionista, i consigli dei rabbini Haredi che hanno chiamato alla protesta di massa hanno i loro rappresentanti eletti alla Knesset. Sono usciti dalla sessione plenaria definendo Netanyahu un nemico della religione, anche se questo non ha impedito al premier di accogliere Cameron con un discorso di benvenuto che iniziava con “David, benvenuto nella Città di Davide e nella Knesset ebraica”.
La legge prevede l’aumento costante anno per anno del numero di studenti ultraortodossi che dovranno servire nell’esercito, fino a giungere a 5.200 nel 2017. Le scuole religiose che invieranno i loro studenti nell’esercito riceveranno incentivi finanziari ma, nel caso l’obiettivo non sia raggiunto, l’arruolamento sarà imposto a tutti gli ultraortodossi e saranno previste sanzioni economiche. Gli ultraortodossi ritengono che sanzionare e criminalizzare gli studenti della Torah è la prova che lo Stato di Israele non può più definirsi uno Stato ebraico. Lapid e Bennett, i promotori della legge insieme al premier Netanyahu, sono stati rappresentanti in un film animato mentre abusavano di un ebreo Haredi e lo chiudevano dietro le sbarre.
Il popolo del libro, non il popolo del fucile
La coscrizione forzata degli ultraortodossi in un esercito che è estraneo alla loro cultura è vista dagli Haredim come il tentativo sionista di distruggere la loro millenaria tradizione di studio dell’ebraismo. La proposta di legge è anche riuscita nella rara impresa di unire tutte le correnti religiose non sioniste dei sefarditi, gli ashkenazi, chassidi e lituani che oggi lavorano insieme in un comitato d’emergenza. Un’immensa protesta di oltre 150mila persone si è svolta negli Stati Uniti la scorsa settimana, unendo tutte le principali denominazione ebree ultraortodosse. Ma la legge ha ottenuto molto di più della semplice unità dei gruppi Haredim. Ha anche permesso alle voci più radicali, come quella del rabbino Mahara Satmar, di riguadagnare attenzione. Mentre la protesta iniziale faceva riferimento alla parola “Israele", il rabbino Satmar l’ha fatta omettere convincendo tutti gli altri rabbini a firmare di nuovo la dichiarazione comune emendata, dove non si dà un briciolo di legittimità allo Stato sionista.
Se i sionisti religiosi vedono il servizio militare come un obbligo sacro, gli ultraortodossi credono che studiare la Torah sia l’obiettivo finale della vita di un ebreo. Gli ultimi giorni hanno mostrato una chiara divisione tra questi ultimi e i religiosi sionisti con il giornale Haredi “Hamodia” che si riferiva ai secondi in termini nuovi, definendoli come “collaboratori di Satana”, “profondamente messianici” e “fedeli dello Stato”.
Nazionalismo religioso, contraddizione in termini
Sconvolto dalla dichiarazione del venerato consiglio dei rabbini Haredim, che definiva lo Stato di Israele un nemico della religione di Israele, il rabbino Haim Duckman, leader spirituale del partito nazionalista Casa Ebraica di Bennet, ha ordinato ai suoi studenti di non partecipare alle manifestazioni di massa. Per gli ultraortodossi, un rabbino contrario a incontrarsi per pregare è la dimostrazione della falla del sionismo religioso per il quale, per dirla brutalmente, lo Stato va onorato più dell’Onnipotente.
In risposta, un editoriale sul quotidiano Haredi “Yated Ne’eman” ha compiuto un azione dura e inusuale, ovvero pubblicare il nome di Druckman senza l’appellativo di rabbino. Il parlamentare ultraortodosso Aryeh Deri si è rivolto al membro di Casa Ebraica, Ayelet Shaked, presidentessa del comitato per la proposta di legge, definendola “traditrice del giudaismo” e affermando che “Casa Ebraica e Ayelet Shakejd non solo hanno tradito gli Haredim, ma hanno tradito la Torah”.
Tale pagana unione tra sionismo e religione è quella che la società israeliana percepisce come identità ebraica. Al contrario, la prospettiva ultraortodossa vede il sionismo come un’aberrazione del giudaismo, insistendo che il sionismo va contro il giudaismo seppur affermi il contrario. Il professor Leibowitz, studioso ortodosso, filosofo e teorico della separazione tra Stato e religione, spiegava: “Il nazionalismo religioso sta alla religione come il nazionalsocialismo sta al socialismo. Il nazionalsocialismo non è socialismo, ma è l’opposto, e allo stesso modo il nazionalismo religioso non è religione, ma il contrario”.
Boicottare lo Stato, salvare il giudaismo
L’opposizione al sionismo non è un elemento nuovo per gli ultraortodossi. Fin dall’inizio, il movimento sionista fu duramente condannato da quasi tutti i rabbini in Palestina e nel mondo, che proibirono ad ogni ebreo di abbracciare tale ideologia. Come risultato, l’ideologia sionista ha preso piede quasi esclusivamente tra gli ebrei laici, quegli ebrei per etnia piuttosto che per religione.
Mentre gli israeliani laici detestano gli Haredim, rari episodi di solidarietà sono recentemente apparsi tra la minoranza degli israeliani progressisti. Il gruppo “Democrazia o Ribellione” afferma che uno Stato che nega uguaglianza civile e diritti delle minoranze non è democratico. Con le sue attività ha anche raggiunto la comunità ultraortodossa, ha pubblicato messaggi di solidarietà nei muri di Me’ah She’harim a Gerusalemme e ha partecipato alle proteste a Tel Aviv.
Un nuovo discorso sta emergendo ora nella comunità Haredi. Alcuni chiamano al riallineamento politico con i partiti progressisti e anche con elementi della sinistra radicali. Altri chiamano al boicottaggio delle colonie e dei loro prodotti, mentre un numero sempre crescente di rabbini si appella agli ebrei all’estero perché boicottino e non investano in Israele. Un gruppo chassida è arrivato a fare piani per un’emigrazione di massa negli Stati Uniti, per chiedere asilo politico con l’assistenza di senatori americani.
Né ebreo né democratico
Durante la visita di Cameron alla Knesset, nel suo discorso il premier Netanyahu si è focalizzato su tre elementi: il boicottaggio è razzista, gli ebrei hanno diritti nazionali religiosi sulla terra, e i palestinesi indigeni difficilmente esistevano prima della colonizzazione sionista. A parte il fatto che tali dichiarazione sono palesemente false, un approccio più razionale e umano sarebbe quello di proporre la fine delle politiche criminali contro il boicottaggio, insistendo sull’uguaglianza tra ebrei e non ebrei e riconoscendo diritti al popolo indigeno.
Il cosiddetto Stato “ebraico e democratico” non né ebraico né democratico. Religiosamente parlando, il sionismo è un movimento laico che è giunto a disumanizzare e a deridere gli ebrei religiosi europei. La maggioranza in Israele è laica e non religiosa ed è difficile affermare che le politiche oppressive dello Stato sono vicine ai valori ebraici. Se una religione viene “nazionalizzata”, si presentano difficoltà anche per quegli ebrei praticanti che scelgono un percorso diverso dalla forma di giudaismo di Stato.
A livello etnico, la maggioranza degli ebrei nel mondo preferisce vivere all’estero piuttosto che in Israele, allo stesso tempo, le statistiche israeliane mostrano che gli ebrei per etnia non sono più la maggioranza nella terra dal mare al fiume, senza contare i palestinesi che vivono in esilio.
Fondamentale per il progetto sionista in Palestina è dichiarare che la terra è esclusivamente ebraica e che tutti gli altri, anche gli indigeni, sono estranei e indesiderati. Non è una coincidenza che Israele rifiuti di avere una costituzione o di riconoscere la nazionalità israeliana perché questo significherebbe, almeno sulla carta, che i suoi cittadini non sono trattati allo stesso modo. Invece, il gruppo privilegiato è quello con nazionalità “ebraica” mentre gli altri sono “arabi”, “druzi” o “circassi”, nessuna delle quali è una nazionalità. Su queste basi, la discriminazione viene codificata in legge.
Il regime israeliano può essere così categorizzato come un’etnocrazia che pratica il crimine dell’Apartheid, così com’è definita dal diritto internazionale. Israele è solo “ebraico” nel senso di supremazia etnica, nello stesso modo in cui il Sud Africa era bianco. Di conseguenza, la richiesta di riconoscere il suo carattere ebraico è discutibile come legittimare la supremazia bianca in Sud Africa.
Dopo molti decenni, si stanno forgiando vincoli nuovi tra anti-sionisti, ultraortodossi, palestinesi e progressisti. Mentre si smantella il mito del sionismo, un nuovo sentiero viene pavimentato nella Terra Santa. Prendiamolo.
Fonte
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