Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2019

Israele - Anche re Davide candidato alle elezioni

Michele Giorgio

«La storia di re Davide e le radici della sua dinastia sono qui, tra questi scavi, tra queste pietre. La storia di re Davide è quella di Gerusalemme e di Israele, da tremila anni fa fino ai nostri giorni». La guida, un giovane sulla trentina, sorride, accompagna la sua narrazione con movimenti lenti della testa e delle mani rivolgendosi ad un gruppo di turisti seduti sugli spalti che si affacciano sugli scavi. La vista dal “Parco archeologico della Città di Davide” è mozzafiato. In alto si scorgono le mura antiche di Gerusalemme con le cupole delle moschee di Al Aqsa e della Roccia, il terzo luogo santo dell’Islam e, secondo la tradizione ebraica, l’area del biblico Tempio. Di fronte, ad est, dominano il Monte degli Ulivi e l’antico cimitero ebraico. In basso c’è la piscina di Shiloah.

La giovane guida, come i suoi colleghi, abbina l’archeologia alle gesta di re Davide e di eroici combattenti ebrei lanciati alla conquista di Gerusalemme e poi nella difesa della città. Lo stesso si può ascoltare nei filmati descrittivi disponibili nel parco, visitato ogni anno da mezzo milione di turisti e gestito interamente, con l’approvazione delle massime autorità comunali e governative, dalla Elad, società “immobiliare” del movimento dei coloni israeliani insediati nella zona araba di Gerusalemme, occupata nel 1967. Guide turistiche e filmati rendono invisibile una presenza ben evidente ma che “stona” all’interno della narrazione ufficiale del luogo: le centinaia e centinaia di case palestinesi del quartiere di Silwan, che avvolgono il “sito archeologico”.

Nella “Città di Davide” non c’è spazio per una storia più articolata. C’è un’unica storia che non si discute. Qui il racconto biblico è una verità assoluta e fonte primaria della legittimità dello Stato di Israele. È un trattato di politica internazionale firmato anche dagli Stati Uniti. L’ambasciatore Usa David Friedman, partecipando a giugno alla cerimonia di inaugurazione, nell’area della “Città di Davide”, della Via del Pellegrinaggio, il percorso che anticamente avrebbe collegato la piscina di Siloam al Monte del Tempio, ha dichiarato perentorio che «Essa (la Via del Pellegrinaggio, ndr) porta alla luce la verità storica di quel periodo cruciale della storia ebraica. La pace tra Israele e palestinesi deve basarsi su un fondamento di verità. La Città di David contribuisce al nostro obiettivo collettivo di perseguire una soluzione fondata sulla verità. È importante per tutte le parti coinvolte nel conflitto».

Friedman vuole che «la verità» emerga. La sua verità ovviamente, che è quella dei coloni e di coloro che usano l’archeologia biblica per fini politici e per negare i diritti dei palestinesi. Quindi re Davide è tra i candidati alle elezioni israeliane del 17 settembre. Sull’archeologia politica si fonda il programma politico e la campagna elettorale di Yemina, la coalizione di forze della destra sionista religiosa e, sempre di più, quella del Likud del premier Netanyahu. Parliamo dello schieramento al potere da dieci anni in Israele. Vale la pena di ricordare che non pochi dei laici fondatori di Israele e alcuni dei suoi primi leader politici sono stati archeologi con evidenti finalità politiche.

Ma il protagonista di questa storia, re Davide, è davvero esistito, le vicende che gli vengono attribuite sono avvenute? E più di tutto, ha davvero vissuto ed esercitato il suo potere nell’area del quartiere palestinese di Silwan, tra le pietre antiche della “Città di Davide” allestita dai coloni? «In quell’area hanno scavato famosi archeologi del passato e scavano quelli del presente ma la prova della presenza di re Davide non è mai stata trovata» ci spiega l’archeologo Yonathan Mizrachi, di Emek Shaveh, una ong israeliana che si oppone a chi usa le rovine del passato come uno strumento politico e per espropriare proprietà palestinesi. «Per prove – aggiunge Mizrachi – intendiamo ritrovamenti materiali e iscrizioni che attestino l’esistenza della tomba o del palazzo di re Davide o che siano inequivocabilmente riconducibili a lui. L’era di re Davide, sulla base della Bibbia, è indicata nel X secolo a.C. ma non si è trovato molto di quell’epoca (nel sito della “Città di Davide”). I ritrovamenti annunciati da alcuni archeologi sono controversi. Un interrogativo grava su tutto ciò che riguarda Gerusalemme ai tempi di re Davide. Quanto fosse grande e quale funzione avesse la città in quel periodo da un punto di vista archeologico e dei fondamentali di storia, è un’area molto grigia che non ci permette di affermare nulla con certezza».

Profondi dubbi sulla credibilità storica del racconto biblico sono sollevati dal professor Israel Finkelstein, archeologo israeliano di fama mondiale (alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in italiano). Pur non facendo parte della corrente minimalista, che colloca la composizione della Bibbia nel periodo del rientro degli ebrei dalla Babilonia, il docente sostiene che gran parte di ciò che si legge nel testo sacro è stato scritto tra il VII e il V secolo a.C. e che Gerusalemme nel X secolo a.C. è stata solo un villaggio o un centro tribale. Non solo. Finkelstein afferma che Davide e Salomone, ovvero il seme della civiltà occidentale e spina dorsale della storia antica degli ebrei, se davvero sono esistiti dovevano essere ben diversi dai personaggi che hanno ispirato scultori, pittori, scrittori, poeti. Davide, sostiene Finkelstein, era a capo di una minuscola e invivibile Gerusalemme. Lui e il suo successore furono trasformati in potenti re e simboli di speranza dagli ebrei nei secoli successivi. «La loro storia è stata scritta in Giudea – ha dichiarato il docente in una intervista di qualche anno fa al quotidiano Yediot Ahronot – per giustificare il dominio su un gran numero di rifugiati arrivati lì dopo la distruzione del Tempio». Tesi respinta dai coloni e dalla stella dell’archeologia biblica Eilat Mazar.

Il 4 agosto 2005 Mazar, per la gioia degli ultranazionalisti, annunciò di aver scoperto nel sito di Silwan il presunto palazzo del re Davide, un edificio, disse, risalente al X secolo a.C. Nel 2010 proclamò di aver individuato le presunte antiche mura della città di Davide. Scoperte smentite, per scarsità di prove, da specialisti israeliani e stranieri che accusano la Mazar di credere che la Bibbia sia storia vera dalla prima all’ultima parola. Per la Elad e il movimento dei coloni invece quelle scoperte legittimano le occupazioni di case palestinesi a Silwan cominciate all’inizio degli anni ’90, l’espansione continua del sito archeologico e il proseguimento degli scavi. Lavori in gran parte sotterranei che, denunciano i palestinesi, mettono a rischio la stabilità delle loro case e lasciano immaginare deportazioni di popolazione in futuro. Ma le loro voci restano inascoltate.

Il 17 settembre quindi si voterà anche in nome dei re Davide e Salomone. «Non è una esagerazione – dice Yonathan Mizrachi – votare per certe forze politiche significa appoggiare progetti di esproprio e di demolizione di case palestinesi in aree archeologiche e i piani di chi apertamente punta ad ottenere la spartizione della Spianata delle moschee di Gerusalemme per ricostruire il Tempio ebraico. Ed intende riuscirci ad ogni costo, accada quel che accada».

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02/07/2015

Mes Aynak, la Pompei afghana che può sparire

Mes Aynak sta benone, porta magnificamente i suoi 5000 anni. L’unico problema è l’habitat che per il futuro può creargli gravi problemi. Ha attorno una delle maggiori miniere di rame dell’Afghanistan finita nelle mani del potente China Metallurgical Group. Dal 2007, prima grazie al presidente Karzai ora al suo sostituto Ghani, la corporation ha ricevuto un’autorizzazione trentennale per lo sfruttamento minerario di quel sito, nella provincia di Logar, distante 40 km sud-est da Kabul. Che nelle vicinanze ci sia anche un’antichissima area archeologica nella quale lavorano e studiano alcune équipe di ricercatori viene considerato dalle autorità afghane e, ovviamente, dai manager della compagnìa un elemento insignificante. Infatti sono state aperte delle cave già sul 10% dell’area. Studiosi ritengono che la prosecuzione degli scavi (con fini archeologici) potrà, o potrebbe, riscrivere la storia del Paese e la stessa storia del buddismo. Ma si tratta d’una lotta contro il tempo e contro il business poiché le vestigia di antichi monasteri rischiano la scomparsa definiva. Il gruppo archeologico deve altresì guardarsi dalle incursioni dei taliban, propensi a far fare anche alle statue di Buddha strappate al sottosuolo la fine cruenta riservata ai colossi di Bamiyan nel 2001.

Gli archeologi impegnati in loco, che hanno lanciato un grido d’allarme attraverso una campagna di sostegno e la realizzazione d’un documentario, ricordano che la zona interessata è vastissima, 500.000 metri quadrati, e per valore artistico è comparabile alla nostra Pompei e a Machu Picchu. Lì si trovano mura, caverne, grotte, templi con statue di Buddha; una rarissima raffigurante Siddharta è emersa come per magìa. La parte conosciuta del sito è ancora minima, pari al 10% dell’intera estensione, come si trattasse della punta d’un immenso iceberg sommerso, tutto da esplorare. Il gruppo d’indagine esalta la straordinarietà del luogo capace di produrre scoperte sensazionali attorno a quel melting pot di culture del continente asiatico e della sponda mediorientale, irrorato dai continui contatti e scambi che avvenivano tramite i pellegrini. Se lo sfruttamento minerario dovesse proseguire - e finora nulla è stato fatto dalle autorità afghane interessate solo a incamerare yuan, né da strutture internazionali d’ogni genere, dalle Nazioni Unite all’Unesco - di ogni cosa conosciuta e sconosciuta rimarrebbe solo la testimonianza del citato documentario. Uno scempio degno dell’Isis, basato stavolta sul fondamentalismo degli affari.

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09/03/2015

Iraq - Quando muore il passato

I siti maggiori della Mezzaluna Fertile
di Giorgia Grifoni

Venerdì Nirmud, sabato Hatra e domenica forse Khorasabad. Gli appuntamenti dei miliziani dello Stato islamico con le antichità irachene non lasciano scampo neanche a un bassorilievo: tutto trafugato e, se troppo grande per essere venduto, raso al suolo. Sta accadendo nella provincia irachena di Niniveh, culla della civiltà assira, dove il Califfato ben impiantato dal giugno scorso è infastidito dalla presenza dalle oltraggiose rovine “pagane”: dopo aver dato fuoco lo scorso mese alla biblioteca di Mosul, distruggendo decine di libri e manoscritti rari, e dopo aver sbriciolato un gran numero di statue del periodo assiro nel museo archeologico della città, i miliziani dell’Isis hanno portato le loro ruspe intorno ai siti di Nimrud, 3 mila anni, e di Hatra, 2 mila anni, entrambe patrimonio dell’Unesco. E hanno dato il via alla carneficina.

La volontà sembra essere quella di distruggere il passato iracheno per smantellarne meglio lo stato attuale e controllarlo con più facilità. Ma nonostante l’Isis continui a ripetere che i tesori archeologici iracheni “promuovano l’idolatria” violando “la legge islamica”, autofinanziamento e propaganda sembrano essere gli obiettivi principali dell’accanimento islamista contro i siti archeologici di epoca preislamica. Autofinanziamento perché i manufatti trasportabili, secondo le autorità irachene, vengono fatti sparire dai siti abbandonati nel deserto e fatti ricomparire dall’altra parte della frontiera, in Turchia: questa, assieme alla vendita del petrolio dei pozzi presenti nelle zone occupate e a eventuali riscatti dai rapimenti, è, a detta degli analisti, la principale forma di guadagno del Califfato. E ciò che resta – palazzi, porte, templi – viene spazzato via.

La propaganda, invece, sembra più convincente dell’ideologia religiosa per spiegare le distruzioni: come fa notare un articolo del portale Middle East Online, infatti, è curioso che tre siti siano stati razziati in tre giorni a distanza di nove mesi dall’occupazione del territorio. I siti erano lì, a poche decine di chilometri dal quartier generale dell’Isis, e per quasi un anno nessuno si è accanito contro di loro. Al di là delle speculazioni, ora si teme non solo per Khorasabad, intorno alla quale domenica sono state segnalate le ruspe dell’Isis, ma anche per gli altri 1.800 siti che si trovano in quel terzo del territorio iracheno su cui si è imposto l’auto-proclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi. 

Piangono le autorità irachene, che supplicano la comunità internazionale di bombardare i responsabili della perdita incommensurabile per un patrimonio storico e archeologico già ampiamente danneggiato e bistrattato da raid, guerre e mancanza di fondi. “Il mondo – ha detto ieri il ministro iracheno dei Beni Culturali, Adel Fahad al-Shershab in conferenza stampa – deve assumersi la responsabilità e porre fine alle atrocità dei miliziani, altrimenti penso che i gruppi terroristici continueranno con i loro atti violenti”. Interrogato sul tipo di responsabilità, Shershab ha chiesto chiaramente che la coalizione attivi i bombardamenti per proteggere il patrimonio iracheno: “Il cielo – ha aggiunto – non è nelle mani degli iracheni. Pertanto, la comunità internazionale deve muoversi con i mezzi che ha”.

La coalizione, dal canto suo, ha risposto di aver condotto 12 bombardamenti aerei tra sabato e domenica nelle zone controllate dallo Stato islamico, due delle quali intorno a Mosul, che avrebbero centrato “un’unità dell’Isis e due ruspe”, senza confermare però la loro posizione intorno a un sito archeologico. E piange anche l’Onu, che per bocca del Segretario Generale Ban Ki -Moon ha denunciato ieri i “crimini di guerra” compiuti dallo Stato islamico con la distruzione di Nimrud e Hatra. “Indignato” per i resoconti provenienti da Baghdad, Ban Ki-Moon ha invitato con urgenza la comunità internazionale a “mettere rapidamente fine a tali atroci attività terroristiche e a contrastare il traffico illecito di manufatti culturali”, chiedendo a gran voce che “i responsabili siano chiamati a rispondere”.

Scompare così un altro pezzo di quella Mezzaluna fertile tanto cara all’Occidente, per mano di quelle “schegge impazzite” che una volta erano “ribelli” che combattevano Bashar al-Assad finanziati dalla comunità internazionale. Un destino parallelo anche nella distruzione delle antichità, quello di Baghdad e Damasco: dei sei siti siriani protetti dall’Unesco, infatti, poco e niente si è salvato. Aleppo, una delle città più antiche del mondo abitate in modo continuativo, non esiste quasi più. Asserragliata nell’autunno del 2012 dai ribelli dell’Esercito siriano libero che volevano strapparla al regime, ha assistito alla distruzione di quasi tutto il suq, al danneggiamento delle mura di cinta e della cittadella e, infine, allo sbriciolamento del minareto millenario della moschea degli Omayyadi.

Se il centro storico di Damasco è solo un po’ malconcio per via delle decine di attentati che hanno straziato la capitale, Bosra ha visto il suo anfiteatro romano perfettamente conservato colpito diverse volte da bombe e raid aerei. Il Crac des Chevaliers, invece, fiore all’occhiello di una serie di castelli crociati costruiti dagli europei durante il Medioevo e sparsi su tutta la costa della Siria fino al Libano, all’inizio della guerra era stato scelto come fortino dai ribelli e ridotto quasi in macerie dai bombardamenti dell’esercito di Assad. Per quanto riguarda le Città Morte – un complesso di circa 800 villaggi bizantini sparsi nelle campagne a nord ovest di Hama, abbandonati circa mille anni fa e miracolosamente intatti – sono diventate gradualmente la base dell’esercito contro i ribelli delle zone circostanti e non sono certo state risparmiate dai bombardamenti che hanno colpito il centro abitato più vicino, Maaret al-Nuaman.

Ma ancora peggio è andata all’antica città seleucide di Palmyra. Secondo quanto denunciano gli esperti, la “sposa del deserto” è stata infatti abbandonata all’inizio della guerra (si trova a 240 km a nord-est di Damasco), spogliata notte dopo notte dei suoi tesori e costretta a veder trasportare i suoi pezzi più pregiati in Libano, da dove, come afferma un report del Washington Post, sarebbero partiti verso i paesi che ospitano i maggiori compratori di antichità trafugate: Stati Uniti, Europa, Israele. Le vendite, inutile dirlo, servivano all’Esercito siriano libero per autofinanziarsi.

Fonte

Viene da vomitare...