Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mario Mauro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mario Mauro. Mostra tutti i post

31/03/2014

L’Italia in guerra: le amnesie dell’ex ministro Mauro

Nella puntata di Servizio Pubblico di giovedì scorso (27 marzo) è andato in onda un forte scontro verbale tra Gino Strada e Mario Mauro, senatore e Ministro della Difesa durante il governo Letta. Di fronte alle accuse di servilismo nei confronti degli USA lanciategli dal fondatore di Emergency, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento italiano nella guerra in Afghanistan, l’ex Ministro ha difeso la totale legittimità, dal punto di vista legale, di quell’intervento.

In particolare, il senatore Mauro ha affermato: “Per me l’Afghanistan è un intervento legittimato anche attraverso le Nazioni Unite”. Di fronte poi alle precisazioni di Gino Strada, secondo cui non c’era stata nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza tra l’11 settembre e il 7 novembre (data in cui il Parlamento italiano ha votato l’intervento militare in Afghanistan) l’ex ministro ha rivendicato il forte collegamento esistente tra le due date - “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” - asserendo infine l’esistenza di motivi umanitari quale base giuridica dell’intervento armato.

Se abbiamo capito bene quindi, secondo il senatore Mauro esistono tre basi giuridiche che portano ad affermare la legalità dell’intervento militare italiano in Afghanistan: l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, la legittima difesa (l’affermazione secondo cui “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” sembra richiamare il rapporto di causa-effetto alla base di tale diritto) e l’intervento umanitario.
Ebbene, va chiarito a scanso di equivoci che da nessuno dei punti di vista sopraelencati l’intervento in Afghanistan può essere considerato legittimo.

Partendo dal primo va chiarito che, sebbene il Consiglio di Sicurezza si sia occupato degli eventi dell’11 settembre, per quanto riguarda il periodo in esame, in 2 risoluzioni (Ris. 1368 del  12 settembre e Ris.  1373 del 28 settembre), in nessuna di queste viene autorizzato l’uso della forza. Anzi, volendola dire tutta, in nessuna delle due risoluzioni viene neanche mai menzionato l’Afghanistan. In entrambi i casi difatti il Consiglio ha invitato gli Stati ad adottare una serie di misure in campo legislativo, amministrativo e giudiziario volto a reprimere il terrorismo, e a cooperare al fine di renderle efficaci. Quindi l’ex ministro mente, o magari ricorda male, ma una cosa è certa: il Consiglio di Sicurezza non ha mai autorizzato alcuna azione militare conseguentemente ai fatti dell’11 settembre.
Le Nazioni Unite sono intervenute sulla questione solo con la Risoluzione 1386 del 23 novembre, quindi 16 giorni dopo il voto del Parlamento e 5 giorni dopo l’invio di circa 1450 soldati, autorizzando il dispiegamento di una forza multinazionale, l’ISAF (International Security Assistance Force), con lo scopo dichiarato di proteggere l’operato del governo afghano ad interim e del personale ONU. Volendo essere buoni, potremmo dire che la vicinanza delle date confonde l’ex Ministro. Volendo essere sinceri, dovremmo dire che un Ministro della Difesa certe cantonate potrebbe evitarsele.
Fatto sta che l’intervento, sia nel momento in cui viene votato che nel momento in cui viene attuato è, da questo punto di vista, illegale.

Per quanto attiene il discorso sulla “legittima difesa”, va premesso che l’ordinamento internazionale riconosce a ciascuno Stato, qualora questi o un suo alleato siano vittime di un’aggressione, un diritto di intervenire militarmente per respingere tale attacco. Si tratta di un diritto esistente da tempi immemori, che la Carta delle Nazioni Unite ha codificato nell’articolo 51.
Ma l’intervento italiano in Afghanistan può essere considerato come un intervento in legittima difesa collettiva? Assolutamente no. Principalmente perché nemmeno l’intervento statunitense può essere qualificato in questo modo, in quanto, anche qualora si dimostrasse (e non è stato fatto) che l’Afghanistan ha attaccato seppure indirettamente gli Stati Uniti, non rispetta i parametri di necessità, proporzionalità e tempestività richiesti affinché un intervento in legittima difesa possa considerarsi tale (suggeriamo al ministro di prendere visione del caso Caroline del 1841, considerato dall’unanimità della dottrina un leading case del settore).
Ma anche in un mondo parallelo, dove l’intervento USA risponde ai parametri previsti dalla legittima difesa, viene da sé che, nel momento in cui l’Italia prende parte all’azione, l’invasione dell’Afghanistan è già un bel pezzo avanti, ed il carattere difensivo dell’azione si è già esaurito.

Infine, il terzo punto: la legittimazione umanitaria. Il senatore Mauro afferma che, nell’Afghanistan dei talebani “nello stadio si ammazzavano le persone” e “le donne non potevano studiare”. Possiamo considerare tali motivazioni, per quanto serie esse siano, valide da legittimare dal punto di vista legale un attacco armato? No, ancora una volta, non possiamo.
A così pochi giorni dal 15° anniversario del bombardamento NATO sulla Jugoslavia, considerato unanimemente un atto di aggressione illegale, è assai paradossale che un ex Ministro della Difesa invochi considerazioni di carattere umanitario per giustificare dal punto di vista legale un attacco armato. Chi ha ricoperto un tale ruolo istituzionale dovrebbe sapere che il sistema di sicurezza collettiva prevede che tutti gli interventi di carattere non difensivo devono avere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, e dovrebbe conoscere, almeno a grandi linee, sia la risoluzione dell’Assemblea Generale 3314 del 1974, in cui gli Stati, all’unanimità, ribadirono quanto abbiamo appena scritto, sia la prassi statale in materia.

In conclusione, è giusto e necessario che la guerra in Afghanistan venga chiamata per quello che è: un atto di aggressione di natura imperialista, che ad oggi ha causato circa 34.000 morti civili ed un numero non calcolabile di feriti e  profughi. Una guerra che ha incrementato la produzione di oppio ed il traffico  di droga. Una guerra a cui l’Italia, anche se l’ex ministro non condividerà, si è accodata, con servilismo.

Fonte

24/01/2014

Mauro cerca partner per far la guerra ai migranti


Afghanistan, Siria, cacciabombardieri Joint Strike Fighter F-35 ma soprattutto “emergenza migranti” e sicurezza nel Mediterraneo.
Sono stati questi i temi dell’incontro tenutosi a Washington il 15 gennaio scorso tra il Segretario della difesa Usa Chuck Hagel e il ministro italiano Mario Mauro. “Mr. Hagel ha espresso pieno apprezzamento per il contributo dell’Italia al rafforzamento delle democrazie emergenti in Medio oriente e Nord Africa e per l’addestramento avviato a favore delle forze di sicurezza libiche”, ha dichiarato il Capo ufficio stampa del Pentagono, ammiraglio John Kirby, a conclusione di un vertice pressoché ignorato dai media italiani. “I responsabili alla difesa dei governi d’Italia e Stati Uniti - ha aggiunto Kirby - si sono trovati d’accordo a sottoporre la questione dei rifugiati del Mediterraneo all’attenzione del prossimo meeting del Comitato militare della Nato previsto a Bruxelles a fine gennaio”.

Il pericolo migrazioni è stato enfatizzato dal ministro Mauro nel tentativo di ottenere un fattivo supporto statunitense all’operazione “Mare Nostrum”, lanciata nell’ottobre 2013 dalle forze armate italiane nel Canale di Sicilia. “Gruppi criminali con potenziali legami con il terrorismo stanno facendo profitti con le imbarcazioni che trasportano migranti attraverso il Mediterraneo sino alle sponde europee”, ha esternato il ministro ad alcuni giornalisti di Washington. “Per questo chiediamo agli Usa di fare massima attenzione al risorgente terrorismo islamico nella regione. L’Italia sta usando anche i droni e i sottomarini contro il lucroso traffico di migranti provenienti dal Nord Africa, che probabilmente sta finanziando il terrorismo”.

“I governi europei e l’opinione pubblica considerano quanto accade come un problema d’immigrazione illegale, ma non è questa la mia visione”, ha aggiunto Mauro. “Credo cioè che si tratti di un problema strettamente legato alla sicurezza internazionale. È importante che gli Stati Uniti comprendano meglio ciò che sta accadendo nel Mediterraneo”. Secondo il ministro, al “flusso” d'imbarcazioni provenienti dalla Libia si è aggiunto quello dall’Egitto, “gestito da organizzazioni criminali multinazionali”, con oltre 25.000 migranti trasportati nel 2013. “I trafficanti stanno utilizzano navi madri che rimorchiano imbarcazioni più piccole e meno idonee alla navigazione, su cui, a 200 km dalle coste italiane, vengono stipati sino a 1.000 passeggeri”, ha aggiunto. “Ognuno di essi paga circa 3.000 dollari, cioè 3 milioni di dollari per ogni viaggio, profitti che vanno nelle mani di organizzazioni criminali internazionali con possibili legami con gruppi terroristici in Siria e Somalia”. Le imbarcazioni, secondo Mauro, potrebbero essere utilizzate pure per trasferire “terroristi” in Europa. “In Libia è difficile individuare le differenze tra gruppi terroristici e gruppi criminali coinvolti nel traffico di essere umani. Ci sono 28 brigate che possiamo definire jihadiste, ma dedite al crimine. Alle frontiere meridionali della Libia regna il caos, e sono migliaia i terroristi attivi”.

Per il ministro italiano, le tensioni e i conflitti esistenti in Nord Africa e Medio oriente impongono ai partner occidentali scelte e impegni precisi. “Sono determinato nel voler convincere i nostri alleati a condividere una visione comune a medio e lungo termine”, ha dichiarato. “Probabilmente abbiamo bisogno di una nuova strategia per l’area ed elementi cruciali sono il ruolo degli Stati Uniti e una partnership più forte tra Usa ed Europa”. Mauro non nasconde tuttavia la delusione per quanto fatto sino ad oggi dall’Unione europea per contenere e contrastare l’immigrazione “illegale”. “Lampedusa è la frontiera dell’Europa e non solo dell’Italia, e siamo convinti che l’Europa possa e debba fare di più per garantire la sicurezza nel Mediterraneo”, ha dichiarato. Alle operazioni aeronavali di “Mare Nostrum” solo la piccola Slovenia ha offerto il proprio contributo con la nave multiruolo “Triglav 11” (classe Svetlyak). L’unità, in grado di raggiungere i 30 nodi di velocità ed armata di mitragliere e cannoncini, ha lasciato il porto di Koper lo scorso 12 dicembre ed è approdata ad Augusta (Siracusa) tre giorni dopo, integrandosi nel “dispositivo attivato per incrementare il livello di sicurezza della vita umana e concorrere al controllo dei flussi migratori via mare”. La marina militare slovena, oltre all’equipaggio di 44 uomini, ha inviato anche un team di collegamento presso la sede del Comando delle forze da Pattugliamento (COMFORPAT) di Augusta. “Il compito delle forze armate slovene è quello di sorvegliare la situazione in acque internazionali”, spiga una nota del ministero della Difesa. “Il settore di sorveglianza assegnato alla nave Triglav si trova a est della costa siciliana e comprende un’area di dimensioni di 30 x 30 miglia nautiche (approssimativamente 3.100 chilometri quadrati)”. Ignote tuttavia le regole d’ingaggio e le modalità di consegna alle autorità italiane delle persone tratte in salvo in mare.

La decisione slovena di partecipare all’operazione “Mare Nostrum” è maturata durante un incontro - il 18 ottobre 2013 a Roma - tra il ministro Mario Mauro e l’omologo alla difesa, Roman Jakic. Il 22 gennaio, il Primo ministro della Repubblica Slovena, Alenka Bratusek, ha raggiunto Augusta per visitare il contingente delle forze armate impiegato nella vigilanza del Canale di Sicilia. Ad attenderlo, l’instancabile Mauro, che ha accompagnato Bratusek pure per un sopralluogo al “centro di prima accoglienza” Umberto I di Siracusa, uno dei tanti non luoghi dell’Isola dove sono stipati in condizioni igienico-sanitarie sempre più critiche centinaia di migranti e richiedenti asilo “salvati” in mare dalle unità da guerra.

In attesa che Usa e Ue accolgano l’appello a condividere nel Mediterraneo l’intervento militare di contrasto all’immigrazione, al vertice italo-russo di Trieste del 27 novembre 2013, il governo Letta ha chiesto al presidente Vladimir Putin un “impegno comune” per affrontare l’emergenza umanitaria dei rifugiati siriani. “Abbiamo discusso anche di Libia ed abbiamo messo in comune le nostre preoccupazioni per la situazione di instabilità che investe l’area a sud e a est del Mediterraneo”, ha spiegato Letta a conclusione del summit.

Fonte

Ogni scusa sta diventando buona per militarizzare oltre misura i patri confini, siano essi di terra o di mare.

06/12/2013

Portaerei Cavour, giornale di Abu Dhabi smentisce Mauro: “A bordo fiera con armi”


Pistole e fucili d’assalto con lanciagranate della Beretta e siluri della Wass esposti negli eleganti stand del “made in Italy” militare allestiti a bordo della portaerei Cavour, oltre agli elicotteri da guerra della AgustaWestland tirati a lucido parcheggiati in bella mostra sul ponte di volo insieme a una fiammante Lamborghini per attirare i ricchi clienti emiratini. Il servizio fotografico pubblicato da un giornale di Abu Dhabi, The National, smentisce definitivamente le affermazioni del ministro della Difesa Mario Mauro, che il 13 novembre in Parlamento aveva garantito che questa crociera promozionale “non ha lo scopo di vendere sistemi d’arma all’estero”.

Nella stessa occasione, il ministro aveva anche garantito che l’Italia opera ”nel rispetto delle convenzioni internazionali e in particolare del trattato Onu sul commercio delle armi”. Ma non nel rispetto della legge italiana (la 185 del 1990) che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra. Il 27 gennaio la fiera bellica galleggiante della Cavour attraccherà infatti in Mozambico, dove dopo dieci anni di pace è riesplosa la guerra civile tra il governo e i ribelli del Renamo, decisi a prendersi la loro fetta di royalties sullo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese, soprattutto degli enormi giacimenti off-shore di gas naturale scoperti l’anno scorso dall’Eni. Il 28 febbraio la crociera promozionale farà tappa in Nigeria, dove di conflitti armati ufficialmente in corso ce ne sono due: uno a sud contro i ribelli del Mend che combattono contro lo sfruttamento petrolifero del Delta del Niger, e uno al nord contro i jihadisti di Boko Haram decisi a imporre la sharìa facendo strage di cristiani.

La missione commerciale della portaerei Cavour, che costerà ai contribuenti italiani 7 milioni di euro (altri 13 li mettono le aziende partecipanti), si concluderà a inizio aprile dopo aver fatto scalo in paesi come il Bahrein, il Congo, l’Angola, il Ghana o la Guinea, non in guerra ma caratterizzati da gravi deficit democratici e con un basso livello di sviluppo umano a fronte di ingenti spese militari, quindi incompatibili con la legislazione italiana in materia di vendita di armi. Contro questa operazione, battezzata dalla Difesa “Sistema Paese in movimento“, si è schierato compatto tutto il mondo del volontariato e del pacifismo italiano, inviando un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e creando una pagina Facebook per monitorare la crociera.

Fonte

11/10/2013

Civitavecchia, in arrivo inceneritore per bruciare armi chimiche della 2° guerra mondiale

La popolazione che vive nell’area di Civitavecchia, tra le più inquinate d’Italia, rischia di dover presto fare i conti con un nuovo inceneritore. Non uno qualsiasi, ma un ossidatore termico dove verranno bruciate nientemeno che le armi chimiche residuate della Seconda guerra mondiale contenenti iprite, fosgene, arsenico e adamsite. Ci manca solo il gas nervino degli arsenali siriani, e non è escluso che arrivi pure quello, visto che il Cetli Nbc (Centro tecnico logistico interforze, nucleare, batteriologico e chimico) del comprensorio militare di Santa Lucia, alle porte di Civitavecchia, è internazionalmente considerato un’eccellenza nel campo del disarmo chimico.



Venti mila proiettili chimici da neutralizzare
Qui, tra l’autostrada A12 e le falde del monte Tolfa, da vent’anni si continuano a distruggere le vecchie bombe e le scorte di agenti tossici dell’arsenale chimico fascista, più le migliaia di ordigni chimici che erano stivati nelle navi americane affondate nel 1943 dai bombardieri tedeschi nel porto di Bari, e che i militari italiani e statunitensi dopo la guerra pensarono bene di inabissare al largo di Molfetta (dove almeno il recupero è in corso, seppur lentamente e con modalità poco trasparenti, mentre le altre discariche di arsenali chimici continuano a far strage di fauna ittica da Ischia a Pesaro a Trieste, nel disinteresse delle autorità statali). Ad oggi al Cetli ci sono ancora migliaia di tonnellate di agenti tossici e 20mila proiettili chimici da neutralizzare.

Finora la bonifica è stata effettuata con un lento e complesso procedimento chimico le cui scorie tossiche vengono impastate in grandi blocchi di cemento che – in attesa di soluzioni di smaltimento che finora non sono state trovate – vengono accatastati all’aria aperta, sotto il sole che li crepa e la pioggia che li dilava, dove rimangono per anni e anni. Il pericolo di infiltrazioni tossiche nelle falde acquifere sottostanti il centro è evidente, ma trattandosi di area militare non sono mai stati eseguiti controlli. “Con il Cetli abbiamo una convenzione riguardante l’ex magazzino di armi chimiche di Ronciglione, sul Lago di Vico – spiega la dottoressa Rossana Cintoli, direttrice tecnica dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) del Lazio – ma non abbiamo mai avuto modo di effettuare analisi sull’impatto ambientale delle attività di bonifica che avvengono nel comprensorio militare di Santa Lucia a Civitavecchia”.

“La realizzazione dell’inceneritore è ormai decisa”“Ora pare vogliano riparare questi blocchi di cemento sotto delle tettoie, in attesa di spedirli in Germania per gettarli nelle miniere di sale abbandonate”, dice il consigliere regionale del Lazio Gino De Paolis (Sel) riferendosi alle miniere della Bassa Sassonia che già ospitano rifiuti radioattivi. Un’ipotesi che dimostra la pericolosità di questi monoliti di cemento abbandonati alle intemperie tra i boschi laziali. Il problema dello smaltimento delle scorie, oltre alla lentezza dei tempi di lavorazione, ha spinto la Difesa a studiare fin dal 2009 un sistema alternativo di distruzione di queste armi, individuandolo nell’ossidazione termica: in parole povere, un inceneritore.

“Dalle informazioni in nostro possesso, la realizzazione dell’inceneritore è cosa ormai decisa”, spiega De Paolis, che sulla vicenda ha presentato il 5 settembre un’interrogazione urgente al presidente del Consiglio regionale, Daniele Leodori (Pd). “E’ stata individuata da tempo la ditta costruttrice, un’azienda tedesca, ed è stato predisposto uno stanziamento da 16 milioni di euro. Ma trattandosi di opera coperta da segreto militare, non è stato effettuato nessuno studio pubblico di impatto ambientale e sanitario”. Un dato confermato dalla stessa dottoressa Cintoli di Arpa Lazio. “Del progetto dell’ossidare termico non sappiamo assolutamente nulla: non siamo stati né informati né interpellati in merito dal Cetli”.

       

Interrogazione M5S al ministro Mario MauroSull’argomento è sceso in campo anche il Movimento Cinque Stelle con un’interrogazione parlamentare al ministro dalla Difesa Mario Mauro, presentata il 16 settembre dalla deputata Marta Grande, di Civitavecchia. “L’incidenza dei tumori nel mio territorio causati dell’inquinamento industriale e portuale è già drammatica e questo progetto di inceneritore suscita grave allarme”, spiega la giovane parlamentare. “Chiediamo al ministro Mauro di dirci se la nuova tecnologia che si intende impiegare comporterà rischi per la salute dei cittadini e chiediamo che per accertarlo vengano condotte verifiche indipendenti”.

Un’altra interrogazione parlamentare è stata presentata l’1 di ottobre alla Camera dal deputato di Sinistra Ecologia e Libertà Filippo Zaratti, che chiede alla Difesa di sospendere l’iter di realizzazione dell’inceneritore per approfondire gli effetti ambientali e sanitari di tale scelta e di garantire un’adeguata informazione e pubblicità su questo progetto.

La Difesa non risponde e inizia la costruzioneInformazione e pubblicità non facili da ottenere. Il fattoquotidiano.it ha chiesto per giorni chiarimenti sulla vicenda alla Difesa, che alla fine ha risposto di non poter rilasciare nessuna dichiarazione in attesa dell’audizione parlamentare del ministro Mauro in risposta alle interrogazioni delle opposizioni. Ad oggi la data di questo chiarimento non è ancora stata fissata. Nel frattempo, però, ci riferiscono che tra i boschi di Civitavecchia i preparativi per la costruzione del nuovo impianto sono già iniziati.

Fonte

24/07/2013

Difesa, Mauro: “Senza nuove risorse rischiamo default funzionale forze armate”

Il ministro della Difesa Mario Mauro lancia l’allarme: “Con questi parametri di spesa, nel giro di pochi anni rischiamo il completo default funzionale delle forze armate e quindi anche il venir meno della capacità di partecipare nei fatti alla politica di difesa europea”. Il campanello è stato suonato durante l’audizione in Commissione Difesa della Camera, nell’ambito di un’indagine conoscitiva sui sistemi d’arma destinati alla Difesa in vista del Consiglio europeo di dicembre 2013.

“Solo ribilanciando le risorse e quindi ripristinando dei ragionevoli livelli di spesa per l’esercizio delle forze armate, potremmo avere uno strumento militare tendenzialmente in linea con i parametri europei”, ha spiegato il ministro, sottolineando che “negli anni, molto lentamente, questo ci consentirà di aumentare molto le risorse puntando ad attribuire alla voce relativa all’esercizio il 25% del totale delle risorse disponibili. Pur rimanendo, comunque, la spesa italiana al di sotto della media dei paesi dell’Unione si sarà quanto meno avvicinata allo standard europeo”.

Per il ministro “nessuno è in grado di prevedere dove e quando dispiegare lo strumento militare, ecco perché è necessario essere sempre pronti“. Per questo motivo “stiamo perseguendo un ammodernamento dello strumento militare, ma il continuo depauperamento delle risorse destinate alla Difesa rende arduo perseguire quegli obiettivi che invece abbiamo accettato di conseguire insieme agli altri Paesi europei”. Mauro ha quindi ricordato che “la diminuzione del 5,2% del bilancio della Difesa tra il 2011 e il 2012, che tra il 2003 e il 2012 è stato del 19%, non ha alcun possibile paragone con i nostri alleati”.

E ha concluso segnalando che “questa condizione di particolare compressione delle risorse ha prodotto uno squilibrio della spesa. E’ una condizione insostenibile, con questi livelli economici, in particolare nel settore dell’esercizio risulta impossibile perseguire quel livello di effettiva prontezza che rappresenta un parametro essenziale”.

Fonte

Fa pensare il tintinnio di sciabole mediante cui le forze armate, con ciclicità sempre più incalzante, richiedono o esigono l'obolo dalle casse statali.
Vorranno mica dare ad intendere alla sgangherata politica italiana che nel prossimo futuro le missioni di pace potrebbero svolgersi direttamente sul territorio nazionale?

24/05/2013

Difesa, l’esercito chiede fondi (e F-35): “Non sono escluse altre guerre”

Il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, parlando alle commissioni Difesa riunite di Camera e Senato, ha chiesto maggiori investimenti nel settore militare (F-35 in primis) non per ragioni di sicurezza nazionale, ma per non perdere il prestigio derivante dalla partecipazione alle missioni di guerra. L’ammiraglio ha chiesto il Parlamento ad autorizzare “con la massima urgenza” lo stanziamento di adeguate risorse “per l’ammodernamento dei mezzi e l’addestramento degli uomini” e per continuare a godere de “l’apprezzamento dei Paesi alleati per l’opera fornita dall’Italia nelle missioni all’estero” in quanto “strumento privilegiato di politica estera”. Anche perché, ha buttato lì l’ammiraglio, “non si può escludere” la necessità di nuovi interventi militari in Paesi a noi molto vicini. Un chiaro riferimento alla Libia.

Non poteva mancare il richiamo al programma-feticcio che ossessiona la Difesa: i cacciabombardieri F-35. “Gli F-35 sono necessari – ha spiegato l’ammiraglio alle commissioni – per continuare a concorrere alle future azioni della Nato, dell’Ue e delle Nazioni Unite. Senza interoperabilità il sistema difesa italiano viene escluso. Quindi la domanda è se il sistema difesa italiano voglia ancora contribuire e fare la sua parte oppure no, e questo è un problema politico”.

Se per il capo di stato maggiore gli F-35 sono un’arma di politica estera, per il ministro della Difesa, Mario Mauro, i nuovi cacciabombardieri sono un taumaturgico strumento di pace. Intervistato dal Messaggero, il ministro spiega: “Sistemi di difesa avanzati come gli F-35 servono per fare la pace” e quindi “le forze armate italiane, attraverso l’acquisizione di un jet che nasce da un progetto di ricerca (mica sotto un cavolo! ndr), garantiscono la difesa della pace”, concludendo che “gli F-35 saranno l’egida della pace e non uno sfizio da toglierci”.

Anche per il ministro della Difesa Mauro – intervistato dal Messaggero – gli F-35 sono una necessità legata alla volontà di partecipare alle missioni militari all’estero. “Gli F-35 non sono uno sfizio, ma sistemi di difesa avanzati che servono per fare la pace. Se vogliamo la pace dobbiamo possedere sistemi di difesa che ci consentano di neutralizzare i pericoli che possono insorgere in conflitti che magari sono distanti migliaia di chilometri da casa nostra. L’Italia è una grande potenza e questo ci obbliga ad assumerci le nostre responsabilità”.

Fonte

Siamo al delirio totale, ma anche al definitivo sdoganamento di un fatto risaputo da secoli. Armi e guerre sono mera espressione di becerissimo celodurismo, di invidia penis della peggior specie.
Altro che fate l'amore e non la guerra, gente come l'ammiraglio Mantelli probabilmente non sa nemmeno com'è fatta una figa e si consola col buco della canna d'un fucile.