Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2017

Genova 2001 - C’è ancora chi vede solo l’estintore


La gestione dell’ordine pubblico durante il G8 a Genova nel 2001.



Questo documentario ricostruisce in maniera accurata come è stato gestito l’ordine pubblico durante il G8 tenutosi a Genova nel 2001, mostrando come ciò che ci è stato raccontato è decisamente diverso da quello che è successo.

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24/12/2014

Un rapido bilancio della presidenza Napolitano

Razzi è indubbiamente uno dei gioppini contro cui è più facile far polemica, simbolo della politica trasformista e senza serietà. C’è un dettaglio che però viene spesso tralasciato: ogni volta che si parla male di Razzi bisognerebbe ricordarsi che ad avere creato il mostro è stato Sua Inviolabile Maestà Giorgio Napolitano.


Facciamo un passo indietro. Autunno 2010. Gli studenti stanno manifestando da mesi contro la riforma Gelmini e nel paese s’è diffusa una forte simpatia per la FIOM in seguito allo scontro frontale con Marchionne. Il governo Berlusconi è debole, Fini si sta riciclando come possibile nuovo leader del centro, processi e sentenze si fanno sempre più vicini. Un quadretto in cui si aspettava la caduta del governo (con conseguente morte della riforma Gelmini, tra l’altro) e nuove elezioni. Quando Fini rompe gli indugi e ritira i suoi ministri dal governo sembra il momento buono. Berlusconi non ha più i numeri per ricevere la fiducia dal Parlamento. Sembra fatta. Al sottoscritto studente in mobilitazione da mesi sembra che ce l’abbiamo fatta, abbiamo veramente resistito un giorno più del ministro.

Se non che.

Se non che da mesi si sa che Berlusconi sta trattando con i senatori più ballerini dell’opposizione.

Se non che i presidenti di Camera e Senato decidono di fissare un calendario curioso per il voto di sfiducia, il giorno 16 novembre 2010 decidono di far votare il 14 dicembre 2010. Lo fanno dopo un colloquio privato con Giorgio Napolitano. Ripetiamo insieme: il presidente della Camera Fini vuol far cadere il governo, parla col Presidente della Repubblica Napolitano e decide di dare un mese di tempo. Sapendo perfettamente che Berlusconi sta contrattando con Razzi e gli altri l’appoggio al governo.

Il 14 dicembre 2010 la Camera fa passare Berlusconi, 314 contro 311. Due astenuti.

In sostanza, tra novembre e dicembre 2010 Napolitano ha brigato perché il governo Berlusconi IV rimanesse in carica, fra l’altro salvando il posto da parlamentare a Razzi. Un anno dopo avrebbe brigato per far saltare Berlusconi e piazzare Monti.

E in fondo Razzi è solo un sottoprodotto di Napolitano. Ogni volta che ci si sente indignati per la presenza di un buffone del genere nelle istituzioni bisognerebbe ricordare che questo tipo di buffoni sono quello che serve alla politica seria dotata di senso delle istituzioni e altissima responsabilità morale per fare le sue manovre.

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26/09/2014

Napolitano e il bacio della morte.

Nel 2010, Napolitano iniziò l’assedio del Cavaliere con l’appoggio di Gianfranco Fini (Presidente della Camera e co-fondatore del Pdl) che indusse ad uscire dal Pdl, ma tenendolo nel suo ruolo istituzionale. Cosa che fu esiziale per Fini che trascurò di organizzare il suo partito. Morale: alle politiche Fini non è rientrato in Parlamento ed è sparito dalla scena. Stesso discorso per Pisanu che faceva parte della combriccola quirinalizia e di cui oggi non sappiamo più nulla.

Poi, l’operazione ammazza-Cavaliere si completò con Monti, che divenne il cavallo su cui il Quirinale scommetteva. Anzi, diciamolo, era il successore designato e Scelta Civica con l’Udc di Casini erano diventati il “Partito del Presidente”. Morale: Scelta Civica è stato un flop totale che ha preso meno della metà di quello che i sondaggi prevedevano e poi si è dissolta nel nulla, l’Udc è sparita, Monti si aggira sperduto in Europa.

Allora, l’infaticabile Presidente, stante anche l’incerto risultato elettorale, puntò tutte le carte sul giovane Letta, un ragazzo che avrebbe fatto tanta strada: da giugno a febbraio, dopo è stato rottamato da Renzi ed è sparito dalla scena.

A novembre, pur di salvare il governo Letta, il Colle non esitò ad incoraggiare Alfano, Quagliariello ed i loro ad uscire dal Pdl e costituire il Nuovo Centro Destra, determinante per il governo con il Pd: non servì a salvare Letta ed il Ndc divenne la ruota di scorta di Renzi che, intanto, tresca che è una bellezza con il Cavaliere, rendendo Alfano una comparsa di nessun peso. Morale: alle europee il Ndc ha rimediato un 4% per il rotto della cuffia e i sondaggi lo danno in caduta secca, mentre 18 suoi parlamentari sembra stiano per rientrare nel Pdl. Con l’Italicum non si sa neppure se il Ncd ce la farà a rientrare in Parlamento.

Fra le iniziative dell’infaticabile uomo del Colle si ricordano le due commissioni di saggi che avrebbero dovuto riscrivere la Costituzione: due fallimenti totali: un buco nell’acqua.

Dobbiamo cercare una spiegazione razionale al motivo per cui l’abbraccio quirinalizio risulta mortifero per chi lo riceve.
Il punto è la trasformazione di fatto del ruolo del Capo dello Stato prodotto dalla crisi: non più garante della Costituzione (che, anzi, invita a superare a piè pari) ma garante delle obbligazioni internazionali del paese, a cominciare da quelle finanziarie, diventando così, una sorta di commissario-garante dei creditori. In questo contesto, la mediazione parlamentare diventa puramente rituale e priva di reale valore (significherà pure qualcosa che questo è il terzo Presidente del Consiglio di fila non espresso dal corpo elettorale).

In questo quadro, i cambi di maggioranza sono pure “rivoluzioni di Palazzo”, delle quali non chiede neppure una postuma verifica elettorale e, l’unica volta che c’è stata, nel 2013 l’operazione quirinalizia è stata sonoramente battuta, ma questo non ha alterato le dinamiche descritte.

Ovviamente, tutto questo passa per il superamento della regola del consenso che, più che espresso è “presunto” attraverso la mediazione dei partiti di sistema. Quando si rende necessaria qualche alchimia che garantisca un qualche straccio di maggioranza si manipola il parlamento con scissioni e passaggi di campo ed il gioco è fatto. In questo senso a dare l’esempio fu, nel 1998, Cossiga che manovrò per far nascere un gruppo parlamentare nuovo intorno a Mastella (salvo rompere in due settimane), ma questo non è mai finalizzato alla nascita di una forza politica che si stabilizzi aggregando un apprezzabile consenso elettorale: sono operazioni “vuoto a perdere”. Una volta finita la funzione a cui servono, i parlamentari acquisiti vengono scaricati: i più furbi si ricicleranno in qualche altro partito, qualche altro verrà compensato con una nomina in qualche ente e gli altri torneranno nel nulla da cui vengono.

Pisanu, Fini, Casini, e prossimamente Alfano, sono solo i detriti lasciati sulla strada dalla cinica strategia napolitaniana. Con due solo eccezioni: Monti e Letta. Monti si sperava che desse vita ad un partito consistente, forse addirittura che potesse competere con gli altri due poli, ma l’illusione durò poco perché l’uomo era troppo inferiore al compito. D’altro canto, non è un mistero che Napolitano non vedeva con piacere la nascita di Scelta Civica: per lui Monti avrebbe dovuto mantenersi in un ruolo di super partes, con il laticlavio di padre della patria per potersi candidare a succedergli. Così non è stato, ma resta il fatto che questi partiti nati dall’alto, poi non reggono la prova elettorale ed anche quando prendono un po’ di voti, come Sc, poi si squagliano come un gelato sotto il sole d’agosto.

Diverso il discorso per Letta che si sperava controllasse il suo partito e che è stato disarcionato dal brutale fiorentino. Va detto, però, che anche quella era una operazione di palazzo: Letta non era il candidato alla Presidenza del consiglio, non era il segretario del partito ed, anzi, sino a quel momento era un giovanotto di belle speranze nella terza fila (forse la seconda) dei dirigenti del Pd. Soprattutto non aveva un seguito organizzato, nel partito e nel gruppo parlamentare, di qualche peso. Per cui non è stato difficile il gioco renziano.

Comunque tutte operazioni di palazzo con scarso seguito di base. E come tali, destinate a servire per operazioni ad hoc e poi scomparire: solo detriti sulla via del governo senza consenso.

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Questo articolo poteva anche titolarsi "Cronache di ventura del Generalissimo Napolitano".

08/01/2013

Elezioni: il punto di Aldo Giannuli

Elezioni: facciamo il punto

Ormai si avvicinano le scadenze in vista delle elezioni e, forzatamente, il quadro politico inizia a prender forma; pertanto, non è male fare il punto della situazione occupandoci per ora delle liste di sinistra.

RIVOLUZIONE CIVILE: le associazioni ed i movimenti riuniti in “Cambiare si può”, a cominciare da Alba,  si sono ritirate; dopo aver constatato che (come era prevedibilissimo dati anche i tempi stretti) le decisioni erano prese nel comitato ristretto composto da Ingroia e dai  leader di Rifondazione, Idv, Pdci. Contro quanto era stato fatto balenare, sia Di Pietro, sia Di Liberto, sia Ferrero saranno candidati; il simbolo è molto debole e gioca tutto sul nome di Ingroia che, dal canto suo, propone una serie di nomi rispettabilissimi, ma tutti espressione del movimento antimafia, il che sottolinea il carattere monotematico che la lista va assumendo. Ingroia –in una intervista al ”Corriere della sera” del 4 gennaio- propone una intesa sia a Grillo che al Pd, perché il primo “non va demonizzato come l’antipolitica” ed il secondo “non va demonizzato come la partitocrazia”. Ma di che stiamo parlando? Se si tratta di una intesa politica ma non elettorale, ci sarà tempo per discuterne dopo le elezioni e vedremo che margini di intesa ci saranno; ma se stiamo parlando di una intesa elettorale, che significa? Che Ingroia recede come candidato premier per confluire in una coalizione? O che si tratta solo di qualche regione al Senato? Lascia molto perplessi, in questo caso, la disponibilità ad allearsi tanto con Grillo quanto con il Pd, che non mi pare siano la stessa cosa. Pur essendo convinto dall’inizio (ed i lettori di questo blog lo sanno) che i tempi erano tali per cui non ci sarebbe mai stata una vera aggregazione di movimenti, associazioni ecc, con regole realmente democratiche, speravo, però, che fosse qualcosa di più del riciclaggio di Rifondazione, Idv, Pdci ecc.; ma se la lista è questa strana miscela di pm e di ceto politico residuale, auguri: votatevela voi. Tanto, Ingroia assicura che i sondaggio gli danno il 5% e quindi non c’è bisogno del mio voto.


SEL: schiacciata ai margini della coalizione, rischia di fare la fine del parente povero di cui ci si vergogna un po’, se non trova qualcosa che la differenzi nettamente –pur nei limiti della compatibilità di appartenenza alla coalizione- rischia di ridursi ad una appendice del Pd si e no sopra il 2%. Di suo ci ha messo l’incredibile vicenda toscana per cui i risultati delle primarie non contano nulla e le liste si fanno col solito bilancino partitico. Girava una battuta: SEL? SE Li scelgono loro. Auguri!


PD: Discreto l’effetto delle primarie per i candidati, che ha dimostrato una certa vitalità del partito, vento in poppa nei sondaggi e nella percezione del clima da parte della gente. Sembra quasi impossibile che perda, ma sino all’ultimo non si può dire. Anche perché definire ondivago il comportamento del Pd è come chiamare brezza lo tsunami: a destra ci sono i montiani puri legati a Renzi che, però, non vogliono uscire dal partito (anche perché fiutano odor di vittoria) a sinistra c’è Fassina che, sin da settembre ha esplicitamente proposto di “rottamare l’agenda Monti. In mezzo sta Bersani che dice che la candidatura Monti è inutile perché l’Agenda Monti è già nel programma del Pd che, però, vuole modificare con imprecisati correttivi in nome dell’equità e dello sviluppo. Intanto, va a pranzo con Renzi per blindare il partito sul fianco destro arginando emorragie filo montiane ed, allo stesso scopo, mette in lista il prof. Dell’Aringa, però, nello stesso tempo difende Fassina dalle intimazioni montiane (“Bersani faccia tacere Fassina”) sia perché i candidati della sinistra del partito sono stati quelli che sono andati meglio, sia perché cerca di coprirsi il fianco sulla sinistra per arginare fughe verso Grillo e –in misura ridottissima- verso gli arancioni. Insomma “Votateci per farci vincere: dopo scoprirete cosa avete votato”. Comunque, per ora sembra che perdere sia la “Missione impossibile” di Bersani. Ci riuscirà?


Il rischio serio è al Senato: se la coalizione perde, oltre che in Veneto, anche in Lombardia può scordarsi la maggioranza dei seggi. E lì inizierebbero i problemi. Certo, potrebbe esserci l’allargamento della coalizione a Monti, ma non è detto che Sel ci stia. Ed, allora, ad esempio, se mancano 7-8 seggi per la maggioranza, e la lista Monti ne porta 16, ma se ne va Vendola con i suoi 9-10 senatori, stiamo al punto di prima. Per cui, questo è il “tallone di Pier Luigi”.

Domani ci occuperemo di Monti, il vero nemico da battere in queste elezioni.



Verso le elezioni. Monti: il nemico da battere

Per quasi un ventennio, la sinistra ha avuto il suo nemico di elezione nel Cavalier Berlusconi, giungendo a forme di odio feroce ed irrazionale. Sicuramente, c’erano ottime ragioni per detestarlo: per la sua volgarità, il suo cinismo, la sua assenza del benché minimo scrupolo morale, per il suo malcelato odio per la cultura, per il suo debordante egocentrismo, per il suo autoritarismo e potremmo proseguire anche per tutta la pagina. Il punto è che l’odio è un pessimo consigliere, soprattutto in politica. Impedisce di valutare razionalmente le cose ed ha una serie di “effetti collaterali” del tutto indesiderabili.

Uno di essi è la “rivalutazione per riflesso” di altri soggetti, che non sono affatto migliori di quello odiato, ma che lo diventano perché li si vede come potenziali alleati. A beneficiare di questo irragionevole credito è stata spesso la Lega (in particolare dal suo “ribaltone” del 1995) a lungo vezzeggiata, corteggiata e mai seriamente combattuta per il suo ruolo eversivo e reazionario. Anzi, la sinistra ha finito con l’esserle subalterna, mutuandone interi pezzi di cultura politica, come dimostra la sorprendente conversione al “federalismo” che produsse la scellerata riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal governo Prodi.


In tempi più recenti, a beneficiare della “rivalutazione per riflesso” è stato Mario Monti ed il suo governo di commessi del Gran Capitale, impropriamente definiti “Tecnici”. Nei suoi tredici mesi di vita il governo Monti ha realizzato più contro-riforme di quante ne abbiano prodotte gli otto anni dei governi Berlusconi (dalle pensioni, all’articolo 18 della l. 300, per citare solo i casi più noti). Soprattutto, il governo dei bocconiani ha imposto una politica economica di brutale esazione fiscale e taglio della spesa sociale, che non ha precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.


Tutti questi provvedimenti sono stati sostenuti dall’appoggio del Pd, molto più convinto ed acritico di quello del Pdl che, almeno, esibiva una calcolata ritrosia. Bersani non ha esitato neppure a mettersi contro la Cgil, ma questo non ha evitato il  paradosso per il quale la maggioranza degli italiani hanno percepito il governo Monti come un governo “di sinistra”. In questo rovesciamento del senso –colpevolmente assecondato dal gruppo dirigente del Pd- la sinistra moderatissima di Fassina e Vendola sarebbe conservatrice, mentre il “riformismo” sarebbe rappresentato dal verbo liberista della feroce disuguaglianza sociale. Anzi Monti si definisce non “moderato” ma un “riformista radicale”, ed ha qualche ragione, perché lui ed i suoi non sono moderati: sono i “talebani del Capitale”. Gli esponenti di questo governo di pretesi tecnocrati hanno ripetutamente offerto la prova della loro qualità umana con battute come quella sugli “sfigati che a 28 anni non sono laureati” o i “giovani troppo choosy”, che rivelano l’arroganza del privilegio contrabbandato per merito.


Colpisce che il gruppo dirigente del Pd non abbia colto tutto questo e non abbia provato nessuna ripugnanza per questi compagni di viaggio.


Oggi il maggiore partito della sinistra –candidato quasi sicuro alla vittoria- non esita a far sua l‘agenda Monti e promettere quelle stesse “riforme”.


Monti ha goduto di un eccezionale riflesso psicologico a suo favore: al suo comparire, è parso come il “liberatore” che ha cacciato Berlusconi da palazzo Chigi e tutta la tifoseria anti berlusconiana gli ha volentieri perdonato molte colpe. Ma, diciamocelo, per quanto fosse infima la qualità della corte berlusconiana, i “bocconiani” sono molto più spregevoli. E, lo sguaiato populismo berlusconiano è cento volte preferibile all’algido odio di classe di questi lacchè delle banche. Berlusconi non ha mai usato i toni sprezzanti di una Fornero o di un Martone, perché è uomo che viene dal nulla e si è fatto da solo –lasciamo stare come!-,  i montiani sono nati nella bambagia e sono convinti che questo sia un merito. Cosa ne sanno questi signorini di cosa significa studiare la notte perché di giorno bisogna fare tre mestieri precari, per mettere insieme qualche centinaio di euro? Hanno idea di che significa fare un concorso senza nessuna spinta e vedersi passare avanti fior di bestie blasonate? Hanno mai provato la durezza della fatica o il maltrattamento di un caporeparto isterico? Sanno cosa significa far le capriole per pagare un mutuo? E, allora, di che merito parlano?


Dunque, non ci fossero altre ragioni per individuare nella lista Monti il primo nemico da battere, basterebbero queste di natura antropologica. Ma ce ne sono anche di ordine più propriamente politico: il “montismo” (dedicheremo diversi pezzi all’analisi critica della sua “agenda”) è anche una linea di politica economica che ci porta dritti alla catastrofe. In 13 mesi di governo, abbiamo registrato una recessione di oltre due punti che, per riflesso, ha portato il debito al 126% del Pil dal 121% iniziale. Non sembrano dati di cui andar fieri e tutte le previsioni dicono che nel 2013 saremo ancora in caduta: nonostante la grandinata fiscale, la situazione non è migliorata ma peggiorata. Unico risultato “positivo”, ampiamente sbandierato con la compiacenza di tutta la stampa di regime, l’abbassamento dello spread dai vertici toccati ne novembre 2011. Un risultato tutto sommato modesto (il picco di quasi 600 era con ogni evidenza eccezionale mentre bisognerebbe avere come parametro un valore più “medio” di quel periodo che oscillava fra i 400 ed i 480) se si considera che ci si è attestati intorno ai 300 punti (cioè 100-150 in meno rispetto alla media dell’autunno precedente) e che questo è rimasto sensibilmente al di sopra dei valori del periodo precedente alla crisi di ottobre-novembre 2011.


Ma, soprattutto, un risultato solo in parte ascrivibile a merito di Monti, perché hanno inciso altri due fattori: la copiosa emissione di liquidità della Bce e la “tregua elettorale” dei mercati finanziati in attesa delle elezioni prima francesi e poi americane. Vedremo ora come evolverà la situazione. Nel frattempo osserviamo che il debito è tutto là, intatto, e la torchiatura fiscale è servita essenzialmente a pagare gli interessi.


Possiamo parlare di fallimento del governo Monti? Si e no. Certamente si se l’obbiettivo era quello dichiarato: risanare le finanze pubbliche italiane e rimettere in moto la crescita economica. Ma era davvero questo l’obiettivo o si trattava solo della copertura di ben altro fine? Se quello che si cercava era la garanzia dei creditori, la stabilizzazione dell’Euro, del sistema di potere attuale ed, in particolare, la salvaguardia degli interessi tedeschi, non si può dire che il governo Monti abbia fallito; anzi, per ora l’obbiettivo è raggiunto, anche se questo ha significato il massacro della nostra economia –ma cosa volete che gliene importi?-.


Ora la lista Monti punta a completare l’opera iniziata a garanzia dei poteri forti: loro sanno perfettamente di non avere alcuna speranza di vincere alla Camera e sarebbe già un clamoroso risultato (ad oggi molto distante dalla realtà) se arrivassero secondi e non terzi. Lo scopo è un altro: diventare determinanti al Senato, dove si spera che la coalizione di Bersani non conquisti la maggioranza. Il bersaglio ulteriore è quello di ottenere un numero di seggi che renda irrilevante Sel che, così potrebbe essere sbarcata, per consentire un pieno accordo Pd-Monti. E per questo secondo esito occorrerebbe conquistare una ventina di seggi a Palazzo Madama.


Considerato che:


a. nelle regioni minori (Val d’Aosta, Liguria, Trentino, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna) occorrerebbe ottenere ben di più dell’8% e che si tratta di regioni di debole insediamento dei montiani


b. che salvo, una sorpresa siciliana, il centro-destra montiano non dovrebbe conquistare il premio di maggioranza in nessuna regione


questo significa che occorrerebbe prendere mediamente 1,75 senatori nelle restanti 12 regioni, cioè una media del 16-17% dei voti opportunamente distribuiti. Un risultato possibile ma non facilissimo, anzi… Però è evidente che la lista unica del centro ci proverà.


Dunque: la vittoria parziale sarebbe un Pd privo di maggioranza al Senato costretto ad allearsi, ed una vittoria piena rendere non determinante Sel. Vice versa, vediamo quali sarebbero i livelli al di sotto dei quali si potrebbe parlare di sconfitta o di disastro del centro.


Ovviamente, se Pd e Sel fossero autosufficienti anche al Senato, questo significherebbe che l’obiettivo principale è stato mancato –almeno per il momento-. Ma, se questo dipendesse da un crack della destra e ad una buona affermazione del centro (poniamo un 20-22% che rappresenta una raccolta all’80% dell’elettorato potenziale, un risultato altissimo) si tratterebbe pur sempre di una vittoria, perché questo significherebbe che il gruppo montiano si avvia a sorpassare la coalizione berlusconiana, candidandosi così alla guida della destra. Inoltre, il centro-destra montiano potrebbe sedersi sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere di Bersani: a consegnarglielo potrebbe essere una offensiva dei “mercati” paragonabile a quella dell’autunno 2011 o le fratture interne alla coalizione (non importa se sulla destra ad opera dei renzian-montiani o sulla sinistra ad opera di Vendola e Fassina).


Se, invece, il risultato dovesse attestarsi al di sotto del 15% sarebbe un insuccesso dichiarato, perché vorrebbe dire che o il Pd o il Pdl hanno avuto un risultato al di là delle previsioni e questo “cancellerebbe” politicamente l’area di Monti. Inoltre, inizierebbe ad esserci il rischio di arrivare non terzi ma quarti, alle spalle del M5s, il che sarebbe un segnale psicologico molto negativo.


Al di sotto del 12% sarebbe una Caporetto: considerato che l’Udc, negli anni scorsi, ha sfiorato il 7% e che ora c’è anche Fini (presumibilmente con un 1,5-2%), questo significherebbe che il ”valore aggiunto di Monti sarebbe intorno al 3%. Se, poi, “Verso la Terza Repubblica” di Montezemolo e Riccardi (il cuore del montismo) raccogliesse uno striminzito 5%, questo sarebbe la fine della coalizione. Casini e Fini (che già ora stanno maledicendo il momento in cui hanno deciso di mettersi sotto l’ombrello del Professore) sono considerati da Monti e dai suoi “terzo-repubblichini” come alleati che non si lavano e che è imbarazzante portare nei salotti buoni dei poteri tecnocratico-finanziari, sono dei politici, con decenza parlando! Se poi venisse fuori che questi professorini così pieni di sé, prendono più o meno quanto gli odiati “politici”, l’operazione sarebbe pienamente fallita e Udc e Fli sarebbero felici di rompere le righe alla ricerca di intese dirette con il Pd.


Se le cose finissero così sarebbe un’ottima cosa. Quante probabilità ci sono? Consideriamo che lo slancio iniziale sembra già affievolito, che la Chiesta ha ridotto i suoi entusiasmi, che i sondaggi si fanno più sfavorevoli, segnando una crescita dei due poli maggiori ed il richiamo del “voto utile” non gioca a favore dei terzi e dei quarti, non è impossibile una Caporetto dei “tecnici dello strozzinaggio fiscale”.


E c’è anche da considerare che Monti si sta rivelando simpatico come il vomito dei gatti. E in politica la simpatia vuol dire molto…

16/09/2011

I tormboni.

Pochi cazzi, quando sì cerca un po' di sana, gagliarda cagnara non c'è niente di meglio dei Sodom anni '90, alla faccia di tutti quei finocchi che passarono dai giubbotti toppati alle camicie di flanella al primo soffio di vento proveniente da Seattle.

Introduzione delirante a parte,  sono qui per vomitare un po' di schifo a seguito delle ennesime stronzate uscite dalla bocca dalla nostra classe politica.
Sì parte martedì 13 con la nuova stagione di Ballarò e la visione di Bersani che ride fintamente divertito alle battute di Crozza sul PD e il caso Penati, come se il salumiere piacentino non fosse il segretario del medesimo "partito" sputtanato.
Ha fatto più bella figura Alfano ribadendo con coerenza a mezzo delle sue espressioni da leso, d'essere uno schifo d'uomo.
Sì prosegue giovedì 15 con il libertario del futuro Fini che su 8 e mezzo, col consueto aplomb che lo contraddistingue (e gli fa fare sempre un figurone, lo ammetto), scarica la consueta vagonata di merda sul Governo, dispensando successivamente perle di saggezza in merito alla necessità di una nuova legge elettorale, alla fiducia nella giustizia e alla necessità di un patto generazionale che nella sua mente si concretizza nell'innalzamento dell'età pensionabile per consegnare un futuro più sereno e certo ai giovani. Un delirio di cazzate profuso con una pacatezza ed esaustività così spiazzante da eliminare ogni diritto di replica ai conduttori in studio, che per altro non la esercitano mai un po' per connivenza, un po' per incapacità.
Chiusa anche questa vetrina politica (i programmi di "approfondimento" di Floris e Gruber dovrebbero essere considerati spot elettorali, non informazione giornalistica) è il turno di un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano, in cui viene dato spazio alle dichiarazioni  rilasciate da Napolitano in visita ufficiale in Romania circa la crisi e la necessità di comportamenti adeguati d aparte di tutti per riguadagnare la fiducia del mercato.
Le poche righe che compongono l'articolo meritano d'essere lette tutte d'un fiato per massimizzare l'effetto vomito nei confronti di questo trombone allampanato che richiama al dovere l'Italia stringendo le mani degli imprenditori che hanno delocalizzato in Romania e "riflettendo" sulle storture targate anni '70 e '80 che hanno portato il Paese ad accumulare 1900 miliardi di Euro di debito pubblico.
Da notare la totale assenza di critica nell'esporre le parole di Napolitano, trattato con trasversalità assoluta (sia politica sia mediatica) come una sorta d'oracolo ricolmo di saggezza, dimenticando che questo parassita della politica, fin dai tempi della militanza nel PCI (a cui è approdato proveniendo direttamente dai Gruppi Universitari Fascisti...) ha strizzato più di un occhio nei confronti della politica "spregiudicata" dei socialisti di Craxi e sosteneva la necessità per il PCI di meglio integrarsi con il capitalismo rampante di quegli anni che di fatto fu l'anticamera dello sfacio socio-economico che viviamo oggi.

Mi domando quanto tempo ancora bisognerà attendere prima di vedere questi paraculi fuori da coglioni della vita pubblica del Paese.