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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/11/2019

Francia - L'autunno caldo verso lo sciopero generale


Se dovessimo mutuare una espressione talvolta abusata per ciò che sta avvenendo nell’Esagono, dovremmo parlare di “Autunno Caldo” francese.

Ad un anno esatto dall’irrompere sulla scena politica della marea gialla il 17 novembre scorso, che si è ripresa prepotentemente strade e piazze in questo week end anche senza l’effetto impattante dello scorso anno, per il 53esimo sabato di mobilitazione, la Francia si avvia verso una data che sarà probabilmente uno nuovo spartiacque della storia politica: il 5 dicembre.

La “marea gialla”, un anno dopo

Ad un anno esatto dalle mobilitazioni dei gilets jaunes un sondaggio di Odoxa-Dentsu Consulting ha rivelato che il 69% degli intervistati giudica il movimento “giustificato”, e solo un esiguo 13% la pensa all’opposto.

Il 58% delle persone sostiene – sempre secondo il sondaggio – che la mobilitazione è stata una cosa positiva per la gente; un dato che, se scorporato per fasce di reddito, sale quando scende la condizione economica.

Allo stesso tempo il 65% pensa che Macron e l’Esecutivo non hanno fatto abbastanza, tenendo conto di ciò che ha espresso il movimento.

In buona sostanza, nonostante il costante terrorismo mediatico e le varie operazioni tese a ricostruire una narrazione positiva attorno al “Presidente dei Ricchi” e del suo governo, la maggior parte dei francesi è favorevole alle “giacche gialle” e ritiene insufficiente l’azione intrapresa dalla coalizione governativa, proprio alla vigilia dello scoglio della riforma pensionistica.

La marea gialla, oltre ad avere cambiato in profondità la società francese, è stata l’unico movimento – dai tempi delle mobilitazioni contro il CPE di metà anni 2000 – che ha ottenuto dei risultati tangibili.

In due riprese la popolazione – quindi non solo i diretti partecipanti – ha beneficiato delle lotte dei GJ: in questo senso sono le giacche gialle sono state le vere rappresentanti della volontà generale.

Pressato dalla marea gialla l’Esecutivo ha dovuto “sborsare” qualcosa come 17 miliardi di euro. Prima in dicembre, con una serie di disposizioni comunque parziali, di cui hanno beneficiato le fasce meno abbienti: pieno di produzione di fine anno facoltativo, defiscalizzato così come gli straordinari; aumento dello SMIC (il salario minimo inter-categoriale comunque previsto) e soppressione della tassazione – la CSG – per le fasce più basse delle pensioni.

A fine aprile poi, dopo la celebrazione comunque abbastanza infruttuosa del Gran Débat (almeno per ciò che concerne la ricomposizione della frattura tra Macron e il Paese), sono state abbassate le imposte sui redditi (5 miliardi di euro in totale), avendo come target specifico le classi medie, e sono state re-indicizzate parzialmente le pensioni.

Secondo quanto riferisce l’OFCE, il potere d’acquisto – anche per questo – dovrebbe aumentare di 800 euro. Qualcosa di mai visto dal 2007, un incremento dovuto “per metà” ai risultati ottenuti dal movimento.

Certamente alcune richieste specifiche di natura sociale sono state ampiamente disattese – per non parlare di quelle più politiche – come per esempio il ripristino della patrimoniale, la ISF, abolita da Macron nel mentre si apprestava a far pagare una “tassa ecologica” innalzando le accise su carburanti, poi eliminate, motivo scatenante dell’inizio delle mobilitazioni.

La marea gialla ha comunque dato luogo ad un consolidamento organizzativo, tendenzialmente attraverso due esperienze come “l’assemblea delle assemblee” – giunta al suo quarto appuntamento, con delegati da tutto l’Esagono e che ha recentemente dato indicazione di partecipare alle mobilitazioni per lo sciopero generale – e la “linea gialla” di uno dei portavoce più autorevoli dei GJ, l’avvocato F. Boulo.

Altre figure uscite dall’anonimato politico sociale si sono affermate come elementi di spicco del movimento, come Priscilla Ludosky, Eric Drouet, “Fly Rider” e Jerôme Rodriguez.

I GJ sono stati una scuola di educazione politica di massa su un ampio spettro di temi, ed hanno permesso l’intersezione con una serie di lotte come quella ecologista, sintetizzata dallo slogan che ha precocemente caratterizzato la convergenza dei vari settori mobilitati con le parole d’ordine: “fine del mese, fine del mondo: stessa lotta”.

Ha dato impulso, con la sua insistenza sul tema referendario, alla mobilitazione per l’organizzazione del referendum contro la privatizzazione di alcuni importanti scali aeroportuali, approvata dall’attuale esecutivo.

Lo stile “gilets jaunes” ha influenzato l’azione dei lavoratori in quanto tali e dato vita ad importanti convergenze in numerose città (Marsiglia, Boredaux, Tolosa), ed anche a forme di lotta di fatto ispirate allo spirito di “azione diretta” dei GJ. Dai blocchi della logistica, come a Rungis – uno dei maggiori hub logistici francesi – alle recenti fermate nel settore ferroviario per la sicurezza, così come per gli insegnanti con le “stylos rouges”.

Ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, perché i singoli settori entrati in lotta hanno indirettamente beneficiato di un mutata sensibilità sociale e della dissipazione del consenso rispetto all’operato di Macron, sia che fossero pompieri, insegnanti, studenti o assistenti-materne.

Per usare le parole del politologo J. Sainte-Marie – autore di Bloc contre bloc, la dynamique du macronisme – “il conflitto dei ‘gilets jaunes’ ha risvegliato nell’opinione pubblica una immaginario della lotta di classe”, affermando la contrapposizione tra un “blocco elitario” ed un “blocco popolare”, che ha di fatto aggiornato la dicotomia tra destra e sinistra.

Il movimento ha mostrato a tutti la simbiosi tra politiche di austerity e torsione autoritaria, in un crescendo repressivo che ha implementato il suo ingombrante bagaglio con la loi “anti-casseur” del 10 aprile; e fatto uso di tutto l’arsenale a disposizione delle forze dell’ordine (dalle pallottole di gomma alle granate dis-accerchianti esplosive) ed ha soprattutto perpetuato nei fatti lo “Stato d’Emergenza”, senza che dovesse essere formalmente proclamato. Spesso proibendo le manifestazioni nei centri cittadini, cercando di impedire gli stessi concentramenti dei manifestanti sul nascere, facendo un numero spropositato di feriti e “mutilando” le persone, ed ora, caratterizzandosi per una maggiore propensione ad ingaggiare lo scontro fisico.

Le violenze poliziesche, pervicacemente negate dall’establishment politico governativo, sono state puntualmente denunciate, anche grazie all’encomiabile lavoro d’inchiesta del giornalista indipendente David Dufresne. A metà maggio erano poco meno di 800 le segnalazioni, tra cui 1 morto, 286 feriti alla testa, 24 mutilati e 5 mani “saltate in aria”. Un vero e proprio bollettino di guerra.

La filosofia del “mantenimento dell’ordine alla francese” è ormai mutata dal contenimento alla vera e propria “force de frappe”.

In sintesi, Macron durante questo anno ha dato una spinta decisiva alla “militarizzazione” del conflitto sociale ed il bilancio è un inedito nella storia francese. Diamo alcune cifre basandosi sulle verifiche fatte dall’équipe di Check-news di Libèration.

Da novembre a fine giugno scorsi, un migliaio di persone sono state condannate in carcere, erano 762 in aprile, con pene che variano da qualche mese a tre anni – 400 con l’incarcerazione immediata e 600 con possibilità di “concordare” la pena.

Altri 1.230 GJ sono stati condannati a pene detentive “avec surcis” e più di 900 ad altre pene, come a lavori di interesse generale o dei “jours-amendes”.

Su queste, più di 3.000 condanne, circa 2/3 sono state pronunciate nel quadro di processi “per direttissima”. Naturalmente sono numeri “approssimativi”, che devono tenere conto dello svolgimento dei futuri processi.

10.852 GJ sono stati posti in stato di fermo (“garde à vue”), e 2.200 procedimenti si sono conclusi in un nulla di fatto senza procedimenti giudiziari.

Da una inchiesta di fine settembre del giornale indipendente on-line “Bastamag”, che ha analizzato 700 condanne alla detenzione carceraria, si evince che “le violenze contro le forze dell’ordine” sono state il reato più contestato, tra le quali il “lancio di proiettili” è di gran lunga in testa. In pratica si è trattato dell’unica possibilità di contenere la violenza della polizia nel contesto di piazza, più che altro una forma di auto-difesa dei manifestanti.

Bisogna ricordare che molti GJ sono stati condannati dopo l’11 aprile per il reato di “travisamento”, che può essere comminato per il possesso di un qualsiasi indumento protettivo, come gli occhiali, e numerosi sono coloro che hanno perso la vista in seguito al lancio delle LBD...

A fronte di questo – anche per i meccanismi “più lenti” con cui funziona la giustizia per le forze dell’ordine – solo 10 funzionari a questo stadio sono stati rinviati a giudizio a Parigi...

Per venire all’oggi...

Le mobilitazioni di sabato, alcune delle quali sono continuate la domenica, hanno dato luogo alla solita guerra di cifre tra il ministero dell’Interno, che stima a 28.000 il totale dei partecipanti – di cui 4.700 a Parigi – mentre il movimento parla di poco meno di 40 mila persone (39.530), secondo il conto de la Nombre jaune, pagina che ha regolarmente rendicontato i partecipanti alle manifestazioni viste le cifre ridicole fornite ufficialmente e riprese pedissequamente dall’informazione mainstream.

Il bilancio repressivo è stato di 254 persone “interrogate” – di cui 173 a Parigi – e 155 “garde à vue” nella capitale, con 639 controlli preventivi; una pratica altamente “dissuasiva” che ha preceduto costantemente le mobilitazioni.

Non solo a Parigi, ma in tutta la Francia le “giacche gialle” sono tornate a farsi vedere, e domenica a mattina a Pont-de-Beauvoisin hanno reso omaggio a Chantal Mazet, deceduta un anno fa il primo giorno dei blocchi, investita da una macchina in una rotatoria.

Sono stati undici le persone che hanno perso la vita durante le mobilitazioni in incidenti in prossimità delle barriere o delle rotatorie che nessuno tra i GJ si è scordato.

La marea bianca

Questa settimana l’attenzione anche dei media mainstream d’oltralpe si è concentrata sulle mobilitazioni di giovedì 14 novembre di tutto il personale ospedaliero, che ha mostrato il profondo malessere che attraversa tutto il comparto, pur nella pluralità delle figure che lo compongono.

Le politiche made in UE hanno portato una “eccellenza francese” come la sanità pubblica a diventare un sistema prossimo al collasso, dove i tempi d’attesa si allungano, i posti per la degenza diminuiscono, il personale sotto organico è costretto a turni massacranti e non vede riconosciute le proprie responsabilità; oltre alla creazione di una “frattura generazionale” tra chi ha conosciuto i fasti e l’orgoglio di un lavoro nella sanità pubblica – in particolare nei prestigiosi ospedali universitari – e l’inferno delle attuali condizioni di lavoro per i più giovani, non più disposti ai sacrifici imposti dai continui tagli di budget.

Una mobilitazione assolutamente inedita, quella del personale sanitario per ampiezza ed estensione, che ha posto con forza la necessità della “spesa pubblica” per un ganglio vitale della vita sociale.

L’unico beneficiario della situazione della sanità pubblica è manco a dirlo la sanità privata, o il privato “convenzionato”, che ha attirato sempre più personale di tutti i profili – sostanzialmente, ma non esclusivamente – per le retribuzioni che offre, mentre le condizioni di lavoro nel pubblico sono caratterizzate da una cronica mancanza d’organico, da interi reparti che rischiano o che effettivamente sono costretti a chiudere, dove la situazione dei “pronto soccorsi” e delle “maternità” è la più complicata specie fuori dai grandi agglomerati urbani della Francia peri-urbana e rurale.

Era stato proprio il personale del pronto soccorso il primo a muoversi, ingaggiando una lotta che dura da circa otto mesi, che ha poi “contaminato” tutto il settore fino ai direttori sanitari e che ha dato vita ad una forma di coordinamento tra le differenti realtà ospedaliere, di fatto il cuore organizzativo delle mobilitazioni di questo giovedì.

In un appello che vede come primi firmatari 70 direttori medico-sanitari universitari, pubblicato il 13 novembre sulla “Tribune” di Le Monde, la diagnosi è impietosa.

Due dati colpiscono. Il primo è che circa metà del personale della sanità pubblica è sottoposto a burn-out e l’altro è legato alle retribuzioni, che da tempo non sono rivalorizzate e che ormai, per il personale paramedico, sono nel pubblico un terzo di quello che garantisce il privato.

L’appello “L’ospedale pubblico affonda e noi non siamo più in grado di assicurare le nostre missioni” auspica una netta inversione di tendenza nel finanziamento della sanità pubblica, un netto miglioramento delle retribuzioni, un riconoscimento delle responsabilità dei quadri. Macron ha dovuto promettere una forte intervento nel settore, ma è chiaro che i margini di manovra sono assai ridotti a causa della scura dell’Unione...

La marea rossa

Come avevamo mostrato in un precedente contributo, il processo organizzativo attorno alla preparazione dello sciopero generale contro la riforma pensionistica del 5 dicembre – che per alcune categorie e in alcune regioni sarà a partire dal 5 dicembre, senza data di scadenza – sarà una data di cesura storica e molto probabilmente la più incisiva mobilitazione contro le politiche macroniane, rischiando di fermare il Paese non solo in occasione di quella giornata.

Questo avverrà probabilmente nel comparto dei trasporti – in particolare la metro parigina (RAPT) e le ferrovie, ma non solo – ed intere zone economiche strategiche come la regione marsigliese, più precisamente il dipartimento delle Bocche del Rodano, dove la sezione locale della CGT (l’UD 13) insieme ad altri ha chiamato lo sciopero generale ad oltranza fino al ritiro della riforma e sta organizzando assemblee generali unitarie, di cui la prima è stata il 12 novembre oltre a incontri pubblici.

Bisogna ricordare che la prima categoria della CGT che aveva sposato questa linea d’azione è stata la Federazione dei Chimici – storico settore combattivo della Confederazione, spostato “a sinistra” ed aderente alle FSM – un settore strategico per l’economia d’oltralpe, che insieme ai ferrovieri della CGT (maggioritari nella categoria) sarà la spina dorsale dello sciopero “ad oltranza”, che nella SNCF è stato promosso inizialmente da UNSA-Ferroviarie (secondo sindacato) e SUD-Rail (terzo sindacato) e FO-Cheminots (quinto sindacato).

La Federazione di FO dei trasporti e della logistica – terzo sindacato nella categoria dei conducenti – così come FO-Air France (primo sindacato tra il personale di terra della compagnia francese), sono entrate nella partita, ed anche SE-UNSA ha chiamato allo sciopero tra gli insegnanti.

Di fatto all’appello del fronte sindacale manca solo la centrale diretta da Laurent Berger, la CFDT, l’organizzazione che ha maggiormente dato il fianco a Macron da un anno a questa parte.

Una situazione che ha delle somiglianze con le mobilitazioni di metà degli anni '90, quelle che respinsero la riforma pensionistica di Alain Juppé, ma che oggi è ben più ampia ed in cui è assai diffusa la coscienza della necessità di portare la lotte fino in fondo, vista l’indifferenza di Macron e delle oligarchie che rappresenta.

Persino un vecchio arnese della politica come l’ex presidente F. Hollande ha espresso la propria viva preoccupazione per il clima nel Paese, di fatto allineandosi alle sempre maggiori preoccupazioni dell’establishment per il montare del conflitto sociale.

Sarà un autunno caldo in Francia. E tutto ciò che abbiamo visto e vissuto era solo un preludio ad una lotta di lunga durata.

Fonte

17/11/2019

La Francia dei Gilet Gialli: dalla marginalità alla rivolta

I Gilets Jaunes (gilet gialli o GJ) hanno aperto uno squarcio nella sensazione d’immobilità, depressione e impotenza che spesso ci portiamo dentro.

Quello che è successo negli ultimi mesi in Francia ha fatto tremare almeno un po’ il governo e il suo sistema di governance.

L’ha costretto a riorganizzarsi e rendere ancora più esplicito il suo apparato repressivo.

Molti che sono coinvolti da tempo nelle lotte sociali hanno incrociato e attraversato l’esperienza dei GJ rimanendovi impressionati e respirandone la novità e creatività.

Anche noi, che abbiamo avuto questa opportunità, abbiamo sentito il bisogno di condividere esperienze, riflessioni e discussioni per chiederci come l’esperienza dei GJ potesse contribuire attivamente anche alle lotte fuori dal perimetro esagonale dove sono nati.

Il nostro è uno sguardo soggettivo che tenta di rispondere a semplici domande sul movimento: chi sono? Come organizzano le loro lotte? Cosa vogliono?

A un anno esatto dalla prima manifestazione dei GJ, vi proponiamo alcuni estratti di un testo più articolato intitolato“On est là”- Siamo qua – Gilets jaunes: il movimento tenace della Francia Invisibile.

Il 17 novembre 2018 in Francia l’appello per il blocco del paese, diffusosi a macchia d’olio sui social, diviene il detonatore di una lunga stagione di protesta insistendo soprattutto sull’iniquità dell’aumento della benzina in un momento di crisi economica che viene giustificata dal governo come “tassa per la transizione ecologica”.

Se pensiamo alla situazione italiana, questo tipo di appello al “blocco” a seguito delle troppe tasse, ci rimanda al cosiddetto movimento dei forconi della stagione 2012-13.

In Francia un’esperienza regionale si era già inscritta in un registro simile: il movimento bretone dei “bonnet rouges” nel 2013 contro una ecotassa e che già allora bloccava la circolazione, i ponti in particolare.

Tuttavia questi riferimenti sono da ritenersi piuttosto marginali per la genesi dei GJ.

La spontaneità delle occupazioni delle rotatorie (i rond-point) e delle prime mobilitazioni sembra emergere senza replicare modelli precedenti ispirandosi spesso all’immaginario della rivoluzione francese, oltre al tricolore.

A queste premesse si aggiunge l’elezione di un presidente della Repubblica, Macron, raggiunta con il più alto tasso di astensionismo e schede bianche dal 1969 e presentato come “meno peggio” rispetto ai fascisti del “Rassemblement National” (ex FN).

Macron, populista di centro, ha cercato in ogni modo di creare un rapporto presidente-popolo il più diretto possibile, spazzando via le consuetudini di dialogo con i corpi intermedi della società. Questa scelta si mostra come un elemento comune con i GJ, che dall’inizio del movimento hanno cocciutamente rifiutato portavoce, e mediazioni.

Nell’autunno scorso, l’inedita irruzione di folle con un giubbotto catarifrangente intente a bloccare incroci e traffico autostradale, ne ha imposto l’attenzione sulla scena pubblica, mediatica e politica, sorprendendo tutti per le sue modalità di organizzazione ed azione.

Ci sono stati numerosi tentativi di dare una definizione ai Gilets Jaunes: movimento sociale, un segmento di classe, un meme, una convergenza, un’insurrezione o... tutte queste insieme.

Si può dire senz’altro che è una ricomposizione tra soggetti diversi, tra segmenti (e frammenti) di classe che si mobilitano insieme.

All’interno di questa ricomposizione si trovano soprattutto persone non politicizzate in senso classico, cioè senza appartenenze a partiti o organizzazioni, con poca o nulla esperienza in mobilitazioni precedenti o scioperi.

Per una maggioranza di GJ vi è una forte distanza da ogni appartenenza politica e partitica, soprattutto rispetto alle preferenze di voto (quando praticato) e nella fiducia nei rappresentanti politici e sindacali.

Attraversando il movimento si percepisce immediatamente la sua eterogeneità per la presenza di generazioni distanti tra loro che si uniscono nonostante i passati, le provenienze e i desideri.

Cerco la testa del corteo, ma non la trovo.

Cerco di capire quale sarà il percorso, ma tutti mi rispondono che non si sa, ci sono dei luoghi dai quali si passa sempre, ma non si sa mai come ci si arriva e con quale ordine.


Girovagando incontro un bel po’ di giovani tra i 20 e i 30 anni ma, nella prima fase della manifestazione prima degli scontri all’imbrunire, la componente principale sembrerebbe quella dei cinquantenni, oltre ai pensionati spesso con i figli.

Vedo qualche gilet rosso della Cgt, un paio di gruppetti di giovani incappucciati che lasciano tag sui muri e sulle vetrine, la “batucada“ che suona le percussioni.

Faccio due chiacchiere con alcuni anarchici che riconosco per le scritte riportate sui loro gilet, mentre non passa inosservato il collettivo di studenti medi che cammina dietro al proprio striscione intonando cori anticapitalisti.

Ci sono dei gruppetti di giovanissimi vestiti in stile banlieue (tuta acetata, capellino, sneakers), accanto a qualche sovranista con cartelli Frexit (la versione francese della Brexit), alcuni brandiscono il simbolo della France Insoumise, mentre i trotskisti di Revolution Permanente volantinano.

I portatori di handicap (chi in sedia a rotelle, chi in stampelle, chi cieco) sono invece decisamente molti, soprattutto per essere una manifestazione che finisce matematicamente in scontri con la polizia. Inoltre nel corteo sono accolti con simpatia molti senza fissa dimora.


Una lettura della composizione sociale del movimento indica come una maggioranza delle soggettività presenti alle manifestazioni e alle azioni dei GJ venga dalle “periferie”.

Non tanto le spesso feticizzate banlieues, ma piuttosto quelle zone lontane geograficamente dai centri metropolitani e anch’esse abbandonate dai servizi.

Questo radicamento periferico si palesa nella scelta del nascente movimento di occupare le arterie e i nodi stradali al di fuori dei centri cittadini.

In molti si sentono presi in giro da un governo che mentre elimina la tassa patrimoniale a beneficio dei più ricchi, aumenta le accise sulla benzina giustificandola come misura ecologica.

Il volto di un ecologismo di facciata si mostra con il ghigno di un governo che tassa i poveri e fa arricchire i capitalisti che inquinano, niente di nuovo.

Una delle scintille dei GJ può essere ritrovata nell’essere colpevolizzati per usare l’automobile, alimentando le emissioni di gas serra, per poter accedere a tutte quelle opportunità e servizi altrimenti ad appannaggio esclusivo di chi ci abita accanto.

Attraverso i GJ una parte di questa popolazione periferica è stata in grado di organizzarsi, in un primo momento occupando le rotonde o i pedaggi, per poi convergere il sabato nelle manifestazioni che hanno offuscato (e talvolta danneggiato) i centri-vetrine delle principali città francesi.

Il “mondo militante” all’interno delle manifestazioni ha superato – fortunatamente in maniera piuttosto tempestiva – lo scetticismo e ha preso parte alle manifestazioni, soprattutto quelle nelle città, apportando contributi importanti nei cortei di piazza allontanando in molti casi i neofascisti (e i royalisti).

Su questo però bisogna distinguere: una cosa è stata allontanare quei soggetti esplicitamente portatori di istanze fasciste e razziste, un’altra è stata quella di tollerare tutto un universo di persone che nella domanda di potersi riappropriare di un potere sulla propria vita vede con simpatia alcune istanze sovraniste come la fuoriuscita dall’UE, che ha un modo d’esprimersi sessista e talvolta anche con riferimenti di matrice antisemita e razzista.

Sebbene nelle prime settimane ci siano stati alcuni circoscritti episodi di matrice razzista ai blocchi dei ronds-points, la situazione poteva prendere una piega ben peggiore, soprattutto se pensiamo all’Italia.

Un secondo contributo del “mondo militante” è stato dare maggior forza e radicalità ai gilet gialli, costruendo insieme le azioni, portando pratiche di piazza più organizzate e incisive per divenire sempre più ingestibili per il presidente.

Immersione e spaesamento illustrano ciò che vivo in quei momenti: persone mai viste prima, visibilmente senza riferimenti militanti e nemmeno esperienza di cortei attraversano il centro di Parigi urlando e ululando con un’energia e una gioia contagiosa. Gli accenti sono forti a rappresentare i lunghi chilometri attraversati per essere nella capitale. Bandiere regionali quasi sconosciute sventolano qua e là svelando la provenienza di questo o quel gruppetto.

“Te l’avevo detto che quella rossa con il leone è la bandiera che vedi nella confezione del camembert, è la Normandia, non sono mica fasci quelli, sono i normanni...”, un esempio dello spaesamento militante di fronte ai gilet.

Nei gruppi ci sono molte donne, spesso di una certa età e non è affatto raro sentirle gridare indicazioni a quelli con loro.

I giovanissimi sono una minoranza, l’età mi sembra piuttosto alta, tra i 40 e i 50... tra gli uomini gente che sembra più avvezza ai lavori manuali che a indossare completi nei quartieri degli uffici della capitale. Manco la conoscono la capitale, infatti quando iniziamo ad addentrarci tra le viuzze, le domande di orientamento sono frequenti. Pochi parigini quest’oggi hanno il gilet.

I quartieri dello shopping si trasformano, la coda non è più per entrare da Zara dalla porta, ma dalle finestre spaccate. Il paesaggio è a tratti irreale, un amico fotografo non può farsi sfuggire la silhouette di un bus carico di latinos che salutano i gilet mentre scattano flash alla nube del fuoco delle barricate che oscura il colonnato dell’Opera.


La domanda di giustizia sociale diviene progressivamente l’asse centrale del movimento, che non si accontenta più di concessioni, ma vuole rovesciare il tavolo della cena di gala riservata ai ricchi macronisti. Vengono invocati l’aumento del salario minimo (lo SMIC) e dei minimi sociali, limitando la differenziazione tra popolazione precaria ma lavoratrice e quella precaria e disoccupata che poteva sentirsi più spesso nel primo periodo.

I mesi di mobilitazione dei GJ hanno mutato e fatto evolvere le parole d’ordine gridate e i loro obiettivi.

Si è passati da un insieme di rivendicazioni particolari magari contraddittorie, al consolidamento di una prospettiva condivisa di cambiamento radicale della società e del suo modo di produzione e sfruttamento. La questione anticapitalista ha conquistato spazio così come la consapevolezza della connessione tra disuguaglianze sociali e distruzione del vivente.

I GJ hanno rivendicato in maniera progressiva di essere la “pancia” del paese: i dimenticati, gli accantonati.

Un movimento popolare indifferente al gradualismo riformista e senza fiducia nelle promesse del governo.

Insomma, un movimento attraversato da una rabbia collettiva che si sostituisce alla frustrazione individuale nei confronti della propria situazione.

Una collera che nasce nella Francia periferica e che non si limita ad invadere i centri cittadini ma vuole conquistare anche lo spazio simbolico del potere che la relega ai margini.

1/continua...

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