Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/10/2026

Bolivia. Mobilitazione generale per il 13 ottobre contro le misure antipopolari del governo Paz

Lo scorso fine settimana si è tenuto a Lauca N, presso la sede del Coordinamento delle sei Federazioni del Tropico di Cochabamba, un incontro nazionale del movimento politico Evo Pueblo.

Contadini, minatori, uomini e donne della militanza popolare hanno riempito il sito con l’intenzione di stabilire linee guida per continuare la lotta contro i nemici del popolo.

La leadership ha annunciato che l’obiettivo dell’incontro era analizzare la situazione del paese e assumere misure contro le misure economiche del governo di destra Rodrigo Paz.

La leadership dell’Evismo ha indicato che in quella regione sono arrivati i rappresentanti dei nove dipartimenti del paese del movimento Evo Pueblo, il progetto politico dell’ex presidente Morales.

La leader Leonilda Zurita ha indicato prima dell’incontro che l’obiettivo è la “difesa del paniere di famiglia” e l’analisi della situazione dopo l’eliminazione del sussidio al carburante decretato dal Governo venerdì 18 settembre.

Da parte sua, Vicente Choque, leader della Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), ha denunciato anche la “privatizzazione” delle aziende statali.

Secondo Choque, questo piano si basa su un recente decreto per la riorganizzazione delle società statali e la chiusura delle imprese in perdita.

“Qui dobbiamo decidere di poter mobilitare, vedrete l’aspettativa”, ha detto alla radio dei coltivatori di coca dopo aver indicato che “c’è un diffuso disagio” contro il decreto di eliminazione del sussidio al diesel.

L’incontro nazionale di Evo Pueblo, tenutosi a Lauca, ha ampliato la sua piattaforma di richieste oltre il rifiuto del Decreto Supremo 5716, che modificava il sistema di sussidio al carburante. Le risoluzioni approvate includono questioni sulle politiche economiche, energetiche e di sicurezza del Governo di Rodrigo Paz, oltre a fissare scadenze per portare all’attenzione le principali richieste.

Tra queste vi è, appunto, anche il rifiuto del Decreto Supremo 5727, relativo ai processi di riorganizzazione, scioglimento e/o liquidazione delle società pubbliche. Evo Morales ha collegato entrambe le norme al percorso economico del governo e ha avvertito che, se alcune disposizioni non saranno abrogate, verranno promosse mobilitazioni in tutto il paese.

L’agenda approvata propone anche la restituzione alla loro funzione dei Ministeri della Pianificazione e dell’Energia, come parte di una proposta relativa alla conduzione della politica economica ed energetica.

Un altro punto messo in discussione riguarda il rapporto del governo con gli Stati Uniti, il Comando Sud e il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le risoluzioni esprimono il rifiuto della partecipazione delle Forze Armate boliviane a iniziative relative al cosiddetto “Scudo delle Americhe” e mettono in discussione il loro intervento in compiti che, secondo il movimento, potrebbero portare ad azioni contro la popolazione.

La discussione si è estesa anche alla presa di posizione su una possibile modifica della Costituzione Politica dello Stato. Il movimento Evo Pueblo propone che qualsiasi riforma costituzionale debba essere attuata tramite un’Assemblea Costituente e che sia successivamente sottoposta a referendum. Allo stesso modo, le risoluzioni approvate respingono le candidature alla Presidenza e alla Vicepresidenza di persone con doppia cittadinanza.

Il movimento ha fissato il 3 ottobre come scadenza per il Governo per soddisfare le sue principali richieste.

Nel caso in cui non ci sia risposta, le risoluzioni propongono di avviare una mobilitazione a partire dal 13 ottobre. Evo Morales ha annunciato anche che si potranno tenere marce e raduni dipartimentali.

Dal governo, il Ministro della Difesa, Ernesto Justiniano Urenda, ha messo in dubbio le decisioni prese a Lauca Ñ e ha sostenuto che Morales deve rispettare le disposizioni della giustizia.

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09/04/2026

Gli anni della ricostruzione

di Giovanni Izzoli

Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo? Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel Paese è cambiato, su questo non c’è dubbio. Ma senza la grondaia che raccolga la pioggia, senza un impianto che la canalizzi e senza un invaso che la trattenga, l’acqua evapora e si perde.

È chiaro che adesso il “caso italiano” si sta collocando più nella dimensione politica che in quella sociale. Cioè, non si può più parlare di un presunto ritardo della società rispetto alle urgenze del presente, ma al contrario c’è una movimentazione sociale ricca e plurale che si scontra con una inadeguatezza evidente dell’offerta politica.

Perché il “ciclo di marzo”, così come quello d’autunno, manifesta un divario enorme tra la potenza sociale che evocano piazze e urne referendarie, e le pallide figurine progressiste che salgono su palchi improvvisati fingendo di rappresentare quelle realtà. È evidente che il cosiddetto centrosinistra – che ogni giorno manifesta una crepa o un imbarazzo nuovo, su questo o quel tema – non riuscirà mai a rappresentare quei quattordici milioni di italiani che hanno scelto il referendum per dare un calcio a Meloni. E questo vale persino per quelli che li votano, che ormai lo fanno obtorto collo e senza alcuna aspettativa realistica.

Manca la politica, dunque. Manca la visione complessiva, manca la proiezione del movimento sociale sul terreno politico generale, manca un dispositivo che sappia condensare i forti elementi di critica anti-liberista e anti-bellicista che sono già presenti nell’immaginario diffuso del “popolo della sinistra”, evitandone la dispersione o il velleitarismo.

Ricette in tasca non ne ha nessuno, sia chiaro. Gli sforzi di tutti sono ben accetti e utili, per quanto parziali. Ma l’impressione è che senza un protagonismo dei territori – in termini di radicamento reale e di consistenza organizzativa – operazioni di altro segno, calate dall’alto, sono destinate a dimostrarsi effimere o velleitarie. La politica anticapitalistica è fatta di corpi, non di eventi. Corpi che si riconoscono e si organizzano. Soggettività che sono in grado di esprimere egemonia “in casa loro”, nelle arene di prossimità in cui vivono le forme della convivenza e della loro riproduzione sociale.

Mentre i grandi eventi nazionali sono i segnalatori del clima sociale, i territori costituiscono il retroterra, la miniera, il serbatoio di queste energie. Grandi sfilate romane ne abbiamo prodotte a iosa, in questi anni, anche nei momenti peggiori: ma è la trama del quotidiano, quella che intercorre tra un evento e l’altro, a fare la differenza nella competizione contro le destre. Cosa rappresentiamo sui territori? Come e quanto interagiamo con i punti di crisi – povertà urbana, aziende in crisi, caro affitti e caro-vita, militarizzazione delle forme sociali – che costellano il nostro vissuto, i nostri quartieri? E sul tema guerra/riarmo/genocidio, le nostre batterie sono sempre cariche, o inseguiamo freneticamente scadenze e suggestioni? E questa attività sul territorio sociale, di che strumentazione organizzativa si dota? Non è un dettaglio o una fregola “organizzativistica”. È una rappresentazione adeguata quella di una pletora di collettivi e gruppetti, magari in concorrenza tra loro, senza una lettura unitaria delle cose, senza una sigla che si ponga come riferimento per la società civile del territorio, senza un minimo di strutturazione che identifichi questa soggettività e la renda attrattiva per le persone in libera uscita da vecchie appartenenze?

Riusciamo ad aprire una fase costituente in cui la rappresentanza sociale sui territori riesce a darsi forme, visibilità, una continuità di presenza e iniziativa, al di là dei comitati di scopo? Non abbiamo bisogno di sfornare altri partitini iper-rivoluzionari (quelli che ci sono bastano, avanzano e speriamo non facciano troppi danni). Abbiamo piuttosto bisogno di veri organismi popolari di massa. Che pesino, che facciano ombra alle istituzioni e le pieghino a una qualche forma di nuova decretazione dal basso. Che siano di per sé deterrenti di fronte a qualsiasi tentazione repressiva. Questo chiede la fase.

E delle marionette del centrosinistra che ne facciamo? Niente. Lasciamole a interpretare la loro parte. Non pretendiamo di spaccare né lasciamoci dividere da politicismi di serie B. Dalle forze politiche attuali non c’è niente di buono da aspettarsi e un governo alternativo alle destre “purché sia” sarebbe la peggiore iattura.

Siamo in una fase eroica, storica, in cui bisogna ricostruire su macerie epocali lasciate dalle democrazie liberali. Useremo per ricostruire anche i materiali di risulta che restano sul terreno, come l’uomo ha sempre fatto per millenni. Cerchiamo di unire i dispersi e i confusi, senza appiccicare loro etichette. Offriamo argomenti e forza agli scettici. Non diamo aut aut velleitari a persone che vogliono solo essere ascoltate e organizzate, non catechizzate.

Oggi, contro la società di guerra, è necessario il fronte popolare largo. Dandosi, certo, qualche linea rossa da non parlare con chi in parlamento si astiene in merito al ddl Romeo sull’antisemitismo.

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11/03/2026

Libano - I movimenti popolari contro il governo in appoggio alla Resistenza contro Israele

La resistenza di Hezbollah continua a dare filo da torcere in maniera molto superiore alle previsioni del nemico sionista, riuscendo a colpire, a quanto pare, anche stazioni di comunicazione satellitare ed operando, ormai, stabilmente di nuovo anche a sud del fiume Litani.

Intanto, gli esponenti dell’esecutivo ed il Presidente della Repubblica continuano a parlare come se l’obiettivo principale del paese fosse fermare Hezbollah e non l’aggressione esterna. Il Presidente Joseph Aoun ha esplicitamente aperto a colloqui diretti con Israele – in una mossa che intende evidentemente precorrere all’adesione agli accordi di Abramo – ed ha accusato: “Chiunque abbia lanciato quei missili voleva provocare il collasso dello Stato libanese, gettandolo nell’aggressione e nel caos... tutto per il bene dei calcoli del regime iraniano”. Il riferimento è al lancio di razzi del 2 marzo, preso dal regime sionista a pretesto per attaccare.

Secondo Axios, uno dei principali canali informativi filosionisti, il Primo Ministro Nawaf Salam ed alcuni parlamentari statunitensi, sia democratici che repubblicani, stanno facendo pressione sullo stesso Joseph Aoun affinché licenzi il capo dell’esercito Rodolphe Haykal in quanto si rifiuta – nel bel mezzo dell’aggressione esterna – di schierare truppe contro Hezbollah.

Queste mosse avvengono in un contesto di forte isolamento politico di Hezbollah, in cui più parti, anche in precedenza alleate con il Partito di Dio, gli addossano la colpa della catastrofe umanitaria che sta provocando il regime genocida di Tel Aviv. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo soli sette giorni di attacchi il totale dei morti ammonta a 486, di cui 84 bambini, e quello dei feriti a 1313, di cui 259 bambini.

Molte organizzazioni popolari della vivace società civile libanese, però, si stanno organizzando per opporsi alle politiche completamente subalterne del governo ed esprimere il proprio supporto alla Resistenza. Il giornale Al-Akhbar ne ha riportato un’importante dichiarazione, rivolta a tutti i popoli oppressi.
Dichiarazione dei gruppi di resistenza popolare e di azione comunitaria in Libano

Ci stiamo avvicinando al trentesimo mese di guerra genocida in Libano e Palestina, condotta dall’entità sionista sotto l’egida degli Stati Uniti e con il pieno sostegno di una comunità internazionale complice delle nostre uccisioni e del nostro tentativo di annientamento.

In Palestina, Siria e Libano, stiamo assistendo, sotto gli occhi del mondo, all’espansione dell’occupazione in tutte le sue forme, mentre le nazioni, compresi i nostri governi, colludono nel criminalizzare il diritto dei popoli a resistere e a determinare il proprio destino, invece di unirsi per chiamare l’occupazione a rendere conto delle proprie azioni, disarmarla e rovesciare e sradicare il suo sistema espansionistico e coloniale.

Queste pratiche non si limitano al solo Mashreq; costituiscono piuttosto un modello dispotico attraverso il quale l’impero egemonico tenta di criminalizzare la resistenza e i movimenti di liberazione politica che si oppongono al genocidio e difendono la terra.

Durante il periodo falsamente etichettato come “cessate il fuoco” – un accordo unilaterale che ha gettato le basi per l’espansione dell’occupazione – l’entità sionista ha lanciato oltre 15.000 attacchi aerei, terrestri e navali contro di noi in Libano, provocando 397 martiri e oltre 1.102 feriti.

Nel frattempo, sotto i dettami degli Stati Uniti, le priorità del governo libanese si sono concentrate sull’attacco alle famiglie dei combattenti della resistenza, tentando di disarmarli, e cercando di imporre leggi che avrebbero privato la popolazione delle proprie risorse, del patrimonio e dei dati personali, aprendo così la strada alle multinazionali, uno strumento chiave dell’occupazione.

Prima dell’attuale escalation, gli attacchi avevano già causato il martirio di oltre 4.000 persone, tra cui 316 bambini e 790 donne. Donne e bambini costituivano oltre un quarto delle vittime, il 51% delle quali erano giovani.

Questi attacchi hanno anche preso di mira direttamente 11 giornalisti. 222 operatori sanitari sono stati uccisi e 330 feriti, 158 ambulanze e 57 camion dei pompieri sono stati bombardati e circa 90.076 strutture sono state danneggiate, 23.489 delle quali sono state distrutte. Sono stati presi di mira postazioni dell’esercito libanese, edifici comunali e ospedali (8 ospedali sono stati chiusi con la forza e altri 38 sono stati danneggiati).

Sono stati presi di mira la protezione civile e il personale dei comuni, in particolare presso il centro di protezione civile di Baalbek (13 morti), oltre a dipendenti ed edifici comunali. Il numero di detenuti libanesi è stimato in 22 (11 dei quali sono stati arrestati durante l’invasione di terra del 2024). La scorsa settimana, all’inizio dell’attuale escalation, Israele ha ucciso 268 martiri e causato ulteriori danni. Più di 500.000 persone sono state sfollate dal Sud, dalla valle Bekaa e dalle periferie. Hanno urgente bisogno di riparo, cibo, acqua e altri servizi, data la riluttanza dello Stato a spendere soldi per aiutare la popolazione.

Parallelamente allo sterminio di persone e alla distruzione dei loro mezzi di sussistenza, la sistematica distruzione ambientale ha provocato l’incendio di circa 10.800 ettari (108 milioni di metri quadrati) a causa di proiettili al fosforo e devastanti attacchi aerei. Inoltre, oltre 47.000 ulivi secolari sono stati distrutti, bruciati o rubati e 134 ettari di uliveti, 48 ettari di agrumeti e 44 ettari di bananeti sono stati danneggiati. Ventisei stazioni di pompaggio pubbliche sono state distrutte e le stazioni idriche di Al-Wazzani e Maysat sono state messe fuori servizio, privando 150.000 persone di acqua. Le perdite nel settore idrico e irriguo sono stimate tra 171 e 356 milioni di dollari.

In quel periodo, il nemico ha distrutto18 milioni di metri quadrati di foreste e boschi (querce, lecci, ecc.) e contaminato il territorio con vari inquinanti tossici e mortali, irrorando erbicidi e altre sostanze chimiche e biologiche sconosciute. Questi inquinanti hanno distrutto l’ecosistema e reso il suolo inadatto all’agricoltura per molti anni.

Come di consueto, iniziative popolari e comunitarie hanno iniziato a mobilitarsi per fornire aiuti e dimostrare solidarietà. Sebbene questo approccio umanitario sia di fondamentale importanza, in netto contrasto con il settarismo che ha distorto la società libanese, è impossibile ignorare il fatto che la posizione dell’attuale governo non solo allinea la sua retorica ai dettami delle potenze coloniali passate e presenti, ma li rispetta anche senza metterli in discussione e senza prendere in considerazione l’interesse nazionale e il diritto dei cittadini libanesi a respingere gli attacchi in corso. Fattore, quest’ultimo, essenziale per preservare le loro vite e la vita e la sicurezza dei loro cari, e per sostenere il loro diritto a vivere senza timore di un nemico brutale che commette atrocità impunemente.

Ora, il nemico si prepara a occupare il Libano, a partire dal Sud, dalla Valle della Bekaa e dalla periferia sud di Beirut, che sopportano il peso della distruzione e delle uccisioni quotidiane. Questa operazione si inserisce nel contesto di una feroce guerra contro l’Iran e il suo popolo da parte del nemico sionista in alleanza con gli Stati Uniti, la cui amministrazione fascista dichiara quotidianamente la sua intenzione di controllare il mondo e di usare violenza eccessiva contro chiunque non ne accetti la leadership e la superiorità razziale, e ci annuncia il ritorno alle peggiori epoche di colonialismo e oppressione.

Questa guerra si svolge parallelamente ai tentativi di ristrutturare l’economia politica del Paese, con modalità che aggravano dipendenza e disuguaglianza. La crisi economica e la distruzione in corso vengono sfruttate per accelerare la ristrutturazione neoliberista, la privatizzazione delle risorse pubbliche e il trasferimento di ricchezza nelle mani delle élite nazionali e delle multinazionali.

Nel suo primo anno di mandato, il governo libanese, palesemente nominato da ambasciate ed emissari occidentali, ha iniziato a proporre una serie di leggi che avrebbero saccheggiato le risorse del Paese, il patrimonio agricolo e l’equilibrio ecologico a beneficio delle multinazionali responsabili del collasso dei sistemi alimentari in tutto il mondo. Ha adottato una politica di punizione collettiva contro le popolazioni delle aree prese di mira dall’occupazione, privandole delle risorse necessarie per la ripresa e la ricostruzione.

La sua sottomissione alle potenze coloniali, a quanto pare, potrebbe non esaurirsi con la recente decisione volta a criminalizzare la resistenza; anzi, potrebbe spingersi a criminalizzare il diritto del popolo a difendersi di fronte al mancato adempimento dei propri doveri da parte delle istituzioni statali, incluso l’esercito, per ordine ufficiale delle autorità.

Questa criminalizzazione è accompagnata da una guerra mediatica organizzata che riecheggia la propaganda israelo-statunitense contro il diritto all’autodifesa e all’autodeterminazione, impiegando un’inaccettabile retorica razzista, settaria, classista, escludente e divisiva.

Come nei precedenti momenti di crisi, i lavoratori libanesi, i piccoli agricoltori, le comunità sfollate e i poveri delle città sopportano i costi schiaccianti della guerra, degli sfollamenti e della ricostruzione, mentre le élite politiche e gli attori finanziari cercano di riorganizzare l’economia in modo da preservare il loro potere o consegnarlo all’occupazione.

In questo contesto, sulla base della nostra ferma convinzione nei diritti appartenenti ai popoli – tra cui il diritto all’autodeterminazione e il diritto alla resistenza – e alla luce dei tentativi esterni e interni di costringere la società ad arrendersi e ad accettare l’egemonia sionista sulla regione, noi, gruppi di resistenza popolare e di azione popolare in Libano, affermiamo i seguenti principi:

1) Il diritto dei popoli a resistere e difendere la propria terra e la propria sovranità, in quanto diritto umano intrinseco e naturale, è sancito e garantito da patti e trattati internazionali, tra cui spiccano la Carta delle Nazioni Unite e gli accordi relativi al diritto dei popoli all’autodeterminazione. L’esercizio di questo diritto è l’incarnazione di questi principi giuridici, che non sono soggetti a interpretazione o abrogazione da parte di nessuno.

2) Dichiariamo il nostro categorico rifiuto delle attuali politiche e pressioni esercitate dal regime, volte a limitare o eludere questo legittimo diritto. La protezione della sovranità nazionale non si ottiene attraverso un ritiro, ma piuttosto attraverso l’adesione ai diritti storici e legali.

Pertanto, lanciamo un grido collettivo e un appello urgente al popolo di questa terra, a tutti gli abitanti del Libano e ai popoli amanti della libertà in tutto il mondo, affinché agiscano immediatamente a sostegno di questa posizione, contrastando il progetto del governo, dell’impero e dell’occupazione. Dobbiamo documentare le violazioni e resistere al blackout mediatico e alle campagne di disinformazione a cui il popolo di questa terra è sottoposto mentre difende sé stesso e i propri legittimi diritti.

Mobilitiamoci in tutto il mondo per rifiutare la meccanizzazione dei sistemi genocidi, unendoci ovunque ci troviamo per smantellare il sistema espansionistico e coloniale che cerca di dominare il nostro pianeta. Ciò può essere ottenuto organizzando manifestazioni e sit-in davanti alle ambasciate della potenza occupante e degli stati complici per amplificare la voce della resistenza popolare, lanciando ampie campagne di petizione per affermare il sostegno popolare al diritto di difendere la terra, esprimendo solidarietà con i nostri sfollati e contrastando l’assalto imperialista con ogni mezzo necessario.

Rifiutando qualsiasi compromesso sul nostro diritto all’autodeterminazione, affermiamo il nostro impegno a proseguire questa lotta, contando sulla consapevolezza e sulla solidarietà dei popoli al fine di proteggere ciò che resta della nostra sovranità e dignità nazionale. È tempo che i popoli siano liberati dall’impero e che la sovranità sia restituita a tutti i popoli della Terra!

Beirut, 9 marzo 2026

Firmatari

Movimento agricolo in Libano
Collettivo di azione socioeconomica (SEAC)
Rete araba per la sovranità alimentare
Cartografia dell’Oscurità
Seed In A Box
Fronte per la Palestina libera
Tafkeek
Sikka Saida
Movimento per lo sviluppo
Deyer Men Dar
Rete Siyada: per una sovranità popolare sui sistemi e sulle risorse alimentari
Aatma
Comitato agricolo del comune di Bakhoum – Distretto Ala Minyeh Diniya
Bladi Khadra
Club Culturale del Sud – AUB
Movimento del Popolo
Fonte