Tutte le contraddizioni dell’America trumpiana in una giornata sola, quella del 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza dall’Inghilterra.
Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di eccezionale portata hanno investito Washington, al punto da far evacuare in cerca di un riparo la folla radunata al National Mall, per poi farla rientrare ed essere sottoposta nuovamente ai severi controlli di sicurezza.
Altrettanto si potrebbe fare con la sua insistita e recitata esibizione di «religiosità»: «Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio onnipotente». Ora si tratterebbe solo di decidere se debba essere il dio dei cristiani (universale e inclusivo), oppure quello dei sionisti (riservato al solo «popolo di Israele», quindi razzista nei confronti delle proprie creature).
Ovvero, tradotto in politica internazionale, se questo implica una possibile divaricazione tra gli interessi Usa e quelli del proprio «cane pazzo» in Medio Oriente.
Ma la chiave centrale del suo solito blaterare è stata questa volta l’anticomunismo. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”, “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio, saremo sempre così, o anche meglio”.
Il riferimento indiretto è ovviamente alla Cina, potenza in continua ascesa che si mostra ormai competitiva o addirittura in vantaggio nell’evoluzione tecnologica. Ma anche a Cuba, che ha «il difetto» di rappresentare da 75 anni un’alternativa di sistema a poche miglia dalle coste statunitensi, mai piegata nonostante un bloqueo di identica durata, eccezionalmente appesantito negli ultimi tempi.
Fin qui, però, siamo nel business as usual. Tutto il sistema politico americano, e soprattutto la destra repubblicana, si è sempre distinto per l’avversione a qualsiasi forma di socialismo. Trump, in particolare, deve la sua «formazione» come businessman a Roy Cohn, avvocato nazisionista che entrò nella storia come pubblica accusa nel processo ai coniugi Rosenberg – comunisti sospettati di spionaggio a favore dell’URSS – ottenendo la condanna a morte di entrambi.
Non è un dettaglio il fatto che fossero anche loro ebrei, al pari di Cohn, a riprova che l’anticomunismo viscerale conta più della religione condivisa, in quell’universo «valoriale».
La novità sta invece nella declinazione «interna» agli Stati Uniti: “Non vogliamo comunisti nel nostro paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”.
Chi segue in modo attento ma distaccato le vicende politiche interne agli Usa – non a là Rampini, insomma – si è da qualche tempo accorto che sta crescendo in tutto il paese una opposizione esplicitamente «socialista» che sta scalzando in molti territori l’establishment «democratico».
Il caso più famoso è ovviamente quello di Zorhan Mamdani, eletto sindaco di New York, ma nelle primarie per scegliere i candidati alle prossime elezioni di midterm – a inizio novembre – si vanno imponendo anche altri «socialisti». E non solo a New York, che resta pur sempre un’«altra America» per ricchezza culturale e melting pot tutto sommato riuscito.
Pochi giorni fa un reazionario senza se e senza ma come Steve Bannon – ex stratega elettorale di Trump – intervistato da POLITICO, lanciava lo stesso «allarme rosso» segnalando che la «marea marxista» andava avanzando ormai ben al di là del ridotto newyorkese. E citava la vittoria appena ottenuta da Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni sostenuta da Bernie Sanders, che ha sconfitto un democratico in carica al Congresso da prima ancora che la stessa Kiros nascesse.
Il fattore scioccante, per Bannon, è che questo era avvenuto in una primaria a Denver, Colorado. Nel cuore di quel far west che costituisce il nocciolo duro della mitologia yankee.
I nostri lettori sanno bene che «socialista», negli Stati Uniti, è un insulto prima che un termine con cui si indica qualcosa di ben poco «alternativo». Basta essere sostenitori di un po’ di welfare là dove tutto è affidato «al mercato» e una massa crescente di persone finisce sul bordo della povertà assoluta (quella da poco sconfitta in Cina, secondo tutti gli istituti internazionali). Asili nido, buoni pasto, trasporti e mense a prezzo calmierato...
Nulla di rivoluzionario, insomma, ma già troppo per le abitudini statunitensi.
La «pericolosità» di questo socialismo – secondo Bannon e i reazionari come lui – non sta nel fatto che sia «radicale», ma che lo sembri. Perché intercetta bisogni che nessun altro rappresenta sul piano politico. Bisogni che motivano anche una scelta di voto diversa dal solito. In fondo i Biden e gli Obama non hanno fatto qualcosa di diverso dai Bush e dallo stesso Trump, su quel piano.
Il risultato è l’emersione di una generazione di attivisti che va a coprire il territorio parlando porta-a-porta con le persone e che distrugge anche il modello classico della politica Usa: tanti soldi per condurre campagne elettorali fatte di spot e interviste televisive, gruppi di interesse consolidati e qualche «evento» aggregante per dare l’immagine di una forza «popolare». Un comizio alla Trump, insomma, ma con attori meno persuasivi.
“Stiamo affrontando una nuova politica. Stiamo vedendo morire la vecchia politica davanti a noi”, ha detto Bannon nell’intervista. “La vediamo bruciare fino a terra davanti ai nostri occhi”.
Per il partito democratico – data la legge elettorale Usa, qualsiasi tentativo «alternativo» è escluso dalla competizione, a meno che non conquisti la maggioranza dentro uno dei due «poli» consolidati – si tratta di uno shock simile a quello subito dai repubblicani con l’arrivo di Trump.
Insomma, «questo è come un Tea Party, ma è un Tea Party più ideologico, e l’ideologia non è il populismo. Questo è un movimento marxista, jihadista, e non si fermeranno».
Sorvoliamo sulla serietà scientifica delle definizioni di Bannon, che sono comunque rivelatrici del funzionamento automatico della mentalità reazionaria (i marxisti come gli islamici, cioè «nemici» dei liberisti in vario modo «cristiani»). Il dato importante è la rottura generale del quadro politico statunitense.
Tra i repubblicani lo smottamento a destra è avvenuto prima, assumendo la veste retrograda del «Make America Great Again», con una agenda tutta rivolta al passato (dalla reindustrializzazione fatta pagare agli «alleati» asiatici o europei alle discriminazioni razziali e sessiste, con una risposta tutta militare alla evidente crisi di egemonia globale, ecc.).
Ma ora che tocca ai «democratici» si scopre che la stessa crisi produce anche una risposta «di sinistra» (naturalmente ricordando che si tratta pur sempre di una «sinistra con caratteristiche americane»). Nessuna «corsa al centro», ossia a destra. Perché è scomparso il terreno che garantiva la permanenza di un establishment bipartisan. Ossia l’egemonia Usa.
Dovendo trovare una soluzione ad una crisi imprevista, o comunque sempre esclusa dall’orizzonte delle possibilità, non ci sono soluzioni già pronte, soltanto da applicare. Bisogna inventarne di (relativamente) nuove in quel panorama politico.
Bisogna insomma usare la creatività e l’immaginazione, non affidarsi all’«intelligenza artificiale» (ovvero alle soluzioni già note per problemi già risolti).
Nel suo modo becero Trump ha intuito che la vera alternativa al mondo Maga non può essere la resurrezione dell’establishment bipartisan (democratici bideniani e «repubblicani perbene»), ma soltanto quella galassia multicolore che in modo certamente confuso ma generoso e potente, prova a rimettere al centro della politica Usa i problemi della collettività, invece che quelli di poche ma gigantesche «piattaforme private».
Riscoprire l’anticomunismo è il minimo della pena, dunque. Anche qui con lo sguardo rivolto al passato, più che al futuro. Una risposta «conservativa», paradossalmente, più che autenticamente «reazionaria». Che presupporrebbe invece possibilità di rilancio dell’imperialismo statunitense al momento del tutto invisibili.
Proprio dagli Usa, insomma, si vede meglio l’avanzare dell’alternativa senza più mediazioni possibili, quella tra socialismo e barbarie. Anche se quel «socialismo» lì è sicuramente «con caratteristiche americane».
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