Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Melfi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Melfi. Mostra tutti i post

08/06/2022

Stellantis, gli operai si ribellano alla strategia capitalistica

Qualcosa inizia a scricchiolare nella fragile pace sociale delle aziende Stellantis in Italia. Pomigliano, Melfi, Mirafiori, migliaia di operai costretti a lavorare a ritmi insostenibili, meno di un minuto ad operazione, con un caldo tale da svenire.

Dopo mesi di silenzio, a Pomigliano, in Campania, sul turno centrale di venerdì scorso, gli operai hanno reagito a queste condizioni disumane di lavoro: si sono prima fermati sulla linea, per poi proclamare lo sciopero, indetto dalla Fiom, a cui hanno aderito gli operai di altri reparti, usciti dalle linee di montaggio per unirsi al corteo di protesta in fabbrica.

Per giorni, gli operai avevano segnalato il surplus di fatica dovuto al caldo eccessivo; ma non c’erano state risposte, gli impianti di refrigerazione erano rimasti spenti e i ritmi non erano calati.

Così si è arrivati a venerdì 27, il giorno dello sciopero, proprio nello stabilimento in cui era stato imposto, nel 2010, il nuovo contratto voluto guarda caso da Marchionne, con condizioni addirittura peggiori per i dipendenti con l’introduzione dei nuovi criteri organizzativi del World Class Manifacturing.

“L’ideale nel fondo della WCM – spiegava Luciano Gallino nel 2010 – è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot”.

Gli operai non sono robot, possono raccontare cosa accade sulle linee e agire. Dopo Pomigliano, il sabato sera a Melfi, in Basilicata, dopo un fermo linea per problemi tecnici, mentre il caldo era già estivo e l’aria condizionata era chiusa, i ritmi della produzione sono stati aumentati a dismisura, per raggiungere comunque la produzione di 450 auto.

A Melfi, non si è scioperato, ma un operaio ha raccontato, in un’intervista rilasciata al quotidiano della Basilicata, le condizioni di lavoro nell’impianto di san Nicola di Melfi: l’organico ridotto, i tempi accelerati, la fatica acuita dal caldo da infarto, la mancanza dei rappresentanti sindacali, la rabbia e la repressione di chi lavora, ora, per pochi giorni al mese, poi va in cassa integrazione, sopportando, almeno per il momento, l’impossibile.

Negli anni passati, quando la situazione diventava insostenibile, gli operai si fermavano, per motivi di sicurezza, ed avevano anche ottenuto – in un reparto dove mancava l’aria condizionata – una pausa fisiologica di 15 minuti ogni ora; e tutto questo grazie alla presenza di operai combattivi – è proprio uno di loro a raccontarlo – divenuti ben presto inconciliabili con gli interessi aziendali e la linea concertativa assunta dai sindacati confederali.

Infatti, nonostante tutto, proprio a Melfi, nel 2004 – nell’impianto Fiat costruito sul prato verde anche per allentare la conflittualità operaia che FCA aveva conosciuto a Mirafiori e beneficiare dei lauti incentivi per gli investimenti nel Sud Italia – c’è stata una lotta durata 21 giorni, ricordata come la “Primavera di Melfi”.

Ora una parte di quei lavoratori non c’è più, sono usciti o stanno lasciando la fabbrica con gli incentivi, altri, invece, relegati nei reparti confino e/o lasciati in cassa integrazione, ma nonostante questo l’azione di denuncia via social, o tramite i media, continua e rompe la rappresentazione idilliaca dei miglioramenti ergonomici e del lavoro meno pesante.

Dal Mezzogiorno al Nord, la Fiom-Cgil ha indetto uno sciopero, nel reparto carrozzeria, sulla linea di produzione della 500 elettrica.

I motivi sono gli stessi: l’insostenibilità del caldo e dei ritmi, l’organico ridotto, si produce di più con meno operai. “Ora è evidente che gli scioperi alla lunga per gli operai significano meno soldi nella risicata busta paga, ed è per questo che l’esperienza del ‘fuori linea’ di Melfi – spiega un sindacalista USB – può essere utile per ristabilire condizioni di lavoro meno disumane”.

La classe operaia non va in paradiso, l’estate è solo all’inizio, ed anche quando sarà finita, ci sarà da affrontare i tagli del personale. Solo a Melfi, si parla di dimezzare il numero dei lavoratori, in parte con le uscite incentivate, poi con i licenziamenti.

Intanto, circolano poche notizie sullo “Stellantis production way” – un nuovo sistema di produzione e gestione della forza lavoro, da affiancare al World Class Manufacturing, che nella retorica padronale doveva migliorare il lavoro e, invece, di fatto si è tradotto in un maggiore controllo, nella saturazione quasi totale dei tempi di produzione, peggiorando così la vita lavorativa e la salute di decine di migliaia di operai, molti dei quali convivono, non a caso, quotidianamente con dolori lancinanti per patologie muscolo-scheletriche, oltre allo stress e alla stanchezza dopo anni passati in linea, sottoposti ad un regime di lavoro disumano.

Da quanto emerge fino ad ora, sembra che la “Stellantis production way” sia quella di produrre di più con meno operai, riducendo i costi e aumentando i profitti e lo sfruttamento degli operai.

Sembra così aprirsi una fase di attacco padronale che ripercorre lo spesso cammino che – alla fine degli anni ’60 – attaccò la condizione operaia per aprire un nuovo ciclo di valorizzazione capitalistica.

Se queste sono le condizioni non c’è che da augurarsi una ripresa delle lotte, della solidarietà, per evitare il ritorno a condizioni di lavoro ottocentesche, così come sta già accadendo.

Fonte

04/07/2021

Denudati, picchiati e insultati. A Melfi un’altra “macelleria messicana”

Un gruppo di agenti incappucciati e in tenuta antisommossa avrebbe fatto irruzione nelle celle del penitenziario lucano

Detenuti del carcere di Melfi legati con le fascette ai polsi, denudati, fatti inginocchiare e messi con la faccia a terra o rivolta al muro. A quel punto schiaffi, umiliazioni e manganellate da parte di un gruppo consistente di agenti penitenziari che, secondo le testimonianze, apparterrebbero ai Gom. Le telecamere di video sorveglianza del carcere, però, risultano inutilizzabili per l’acquisizione delle immagini a causa di un backup periodico.

Diversi detenuti della sezione di Alta Sicurezza di Melfi sarebbero stati messi con la faccia a terra e tenuti fermi con gli anfibi. Altri ancora, per essere condotti sul pullman, sono dovuti passare tramite un cordone formato dagli agenti e al passaggio sarebbero stati manganellati e insultati. Alcuni testimoniano di aver visto detenuti con la testa sanguinante, occhi tumefatti e nasi rotti.

Parliamo del carcere di Melfi e sono le 3 di notte del 17 marzo 2020. Un gruppo rilevante di agenti incappucciati in tenuta antisommossa con caschi, scudi e manganelli irrompe nelle celle della sezione AS1 per far uscire i detenuti.

Alcuni di loro li avrebbero presi a calci, schiaffi e a manganellate mentre si trovavano legati e inginocchiati con la faccia rivolta al muro. Altri ancora, mentre si dirigevano verso il pullman per essere trasferiti in altre carceri, sarebbero stati presi a manganellate dagli agenti che avevano formato un cordone.

«Venivo messo con la faccia rivolta verso il muro del corridoio della sezione dove era ubicata la cella detentiva e in attesa che arrivassero gli altri detenuti, venivo percosso con il manganello mentre mi insultavano».

È una delle tante testimonianze dei detenuti del carcere di Melfi relative a presunti pestaggi avvenuti alle 3 di notte del 17 marzo 2020.

Una situazione simile a quella che è accaduta al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Un altro detenuto racconta: «Durante tutto il tragitto l’agente della scorta mi ha preso a manganellate fino al locale colloqui, arrivati qui mi ha fatto entrare nella stanza dei colloqui, era presente anche l’ispettore dei colloqui, uno bassino pelato, ed era presente anche l’appuntato dei colloqui che mi aveva fatto uscire dalla cella. Sempre il poliziotto che mi ha preso a manganellate mi ha detto: mettiti faccia al muro e spogliati, ogni indumento che mi toglievo avevo una manganellata».

Circostanza confermata anche da un altro detenuto, il quale ha ricordato che, mentre era in attesa di effettuare la perquisizione, ha sentito che il ristretto «veniva malmenato nello stanzino dei colloqui», tanto che lo stesso chiedeva «al personale in servizio di lasciarlo stare perché lo stavano massacrando».

Un altro detenuto racconta di essere stato bruscamente svegliato da alcuni poliziotti penitenziari in tenuta antisommossa, alcuni muniti di caschi protettivi, altri di passamontagna, i quali gli hanno chiesto di vestirsi ed uscire velocemente dalla cella. Nel contempo, sia a lui che al compagno di cella, avrebbero applicato delle fascette in plastica ai polsi, dietro la schiena, in modo da impedire qualsiasi movimento.

Usciti fuori dalla cella, ovvero nel corridoio, li avrebbero messi faccia al muro in attesa di essere trasferiti ai piani inferiori. «Lungo il tragitto che ci avrebbe portato all’interno dei pullman – prosegue il racconto del detenuto – gli agenti, intimandoci di tenere la testa bassa, avevano formato un cordone umano e alcuni di loro ci colpivano con dei calci nel sedere e in altre parti del corpo».

Tutte testimonianze che raccontano lo stesso evento.

Un altro detenuto ancora racconta di essersi svegliato a causa delle urla di altri detenuti. Aperti gli occhi, ha visto 5 agenti antisommossa dentro la sua cella. Uno di loro si è rivolto a lui e all’altro compagno di cella, intimando loro di vestirsi. Una volta uscito dalla cella, il solito modus operandi con le fascette di plastica ai polsi.

«Una volta immobilizzato – racconta il detenuto – due agenti di Polizia penitenziaria mi hanno fatto inginocchiare e mi tenevano bloccato, faccia a terra, con gli anfibi. Durante queste fasi, venivo percosso dai predetti agenti di Polizia penitenziaria, con calci e sfollagente, gli stessi mi colpivano ripetutamente alla schiena, in testa, vicino alle gambe e nelle altre parti del corpo».

È Antigone ad occuparsi di questo caso. In particolar modo l’avvocata Simona Filippi, sempre in prima fila per i casi di pestaggi e tortura che purtroppo avvengono in alcuni penitenziari.

A marzo del 2020 Antigone viene contattata dai familiari di diverse persone detenute presso la Casa Circondariale di Melfi. Questi denunciano gravi violenze, abusi e maltrattamenti subiti dai propri familiari nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020.

Si tratterebbe, esattamente come nel caso di Santa Maria Capua Vetere, di una punizione per la protesta scoppiata il 9 marzo 2020. Le testimonianze, come abbiamo riportato nello specifico, parlano di detenuti denudati, picchiati, insultati e messi in isolamento.

Molte delle vittime sarebbero poi state trasferite. Ai detenuti sarebbero poi state fatte firmare delle dichiarazioni in cui avrebbero riferito di essere accidentalmente caduti, a spiegazione dei segni e delle ferite riportate.

Il 7 aprile 2020 l’avvocata Filippi di Antigone ha presentato un esposto contro agenti di polizia penitenziaria e medici per violenze, abusi e torture.

Ma la procura di Potenza ha avanzato richiesta di archiviazione.

L’avvocata Simona Filippi di Antigone non ci sta e ha presentato opposizione. Secondo il legale, la procura non ha approfondito fondamentali circostante.

Innanzitutto chiede di sentire i compagni di cella dei denuncianti. Secondo l’opposizione all’archiviazione, questi potranno confermare il racconto reso dalle persone offese sia rispetto alla dinamica di quanto posto in essere dagli agenti di polizia penitenziaria intervenuti sia rispetto alle lesioni riportate dalle vittime.

Per quanto riguarda il riconoscimento degli agenti, Antigone chiede di procedere all’acquisizione dell’elenco degli agenti appartenenti al reparto Gom ed intervenuto nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2020.

Risultano infatti acquisiti tra gli atti di indagine gli elenchi del personale intervenuto facente riferimento al Provveditorato territoriale. C’è anche un detenuto, compagno di cella di una delle presunte vittime dei pestaggi, che ha riconosciuto un agente in servizio nel carcere. Quest’ultimo, secondo la testimonianza, avrebbe detto ai Gom di andarci piano con quel detenuto, perché aveva seri problemi fisici.

In sostanza, mancherebbero accertamenti fondamentali per avere riscontri. Ci sono diversi detenuti da sentire che sono testimoni dell’accaduto.

C’è l’elenco dei Gom per individuare chi è intervenuto quella notte. Magari sentendo anche il Comandante che ha coordinato le operazioni, per approfondire in quali reparti e in quali celle sono andati gli agenti di polizia penitenziaria in servizio e anche gli agenti di polizia penitenziaria appartenenti ai Gom.

La dinamica denunciata è uguale a quella che è avvenuta nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. Con la sola differenza che non è stato possibile dare corso all’acquisizione delle riprese video, in quanto, come emerso dall’esito degli approfondimenti, le telecamere poste all’interno del carcere consentono solo la visione diretta, ma non la registrazione.

Non solo. Quelle che avrebbero potuto registrare i trasferimenti risultavano danneggiate dalla rivolta.

Per le sole telecamere che hanno registrato tutto, allocate nella fascia perimetrale, il caso vuole che il backup periodico ne abbia impedito l’acquisizione. Il gip accoglierà l’opposizione dell’avvocata Filippi di Antigone? Di sicuro, ci sono ancora tanti accertamenti da compiere.

Fonte

10/10/2018

FCA Melfi, altro che rilancio! Raddoppiano gli esuberi e aumentano i contratti di solidarietà

Come Usb avevamo appena scritto della preoccupante situazione alla FCA di Melfi quando è arrivato l’ennesimo comunicato a confermare e aggravare la nostra denuncia.

L’azienda, a fronte dell’ennesima contrazione di mercato, comunicherà ai propri dipendenti che gli esuberi nello stabilimento raddoppiano da 1640 a 3297 e che i lavoratori interessati ai contratti di solidarietà aumentano da 5857 a 6868, con un aumento di giornate di astensione dal lavoro medio individuale dal 28% al 48%, accompagnato da una altrettanto drastica decurtazione del salario.

Qualcuno crede ancora che vada tutto bene, che basti un motore (seppur innovativo e migliore di quelli attuali) a risollevare le sorti della fabbrica di automobili più grande d’Italia?

Adesso diventa fondamentale ripristinare ritmi di lavoro corretti e reintrodurre i 10 minuti di pausa tagliati da anni.

Così come diventa indispensabile, per garantire il lavoro a tutti, ridurre l’orario di lavoro a parità di stipendio.

La risposta ai problemi occupazionali di Melfi non può essere l’annuncio della produzione del motore ibrido da montare sulla Jeep Renegade nel 2020. E sono incomprensibili i commenti entusiastici che hanno accompagnato la notizia.

Montare tra più di un anno, perché questi sono i tempi previsti, un motore ibrido su un modello, che vista la veneranda età industriale è destinato a rallentare le vendite, non è assolutamente una notizia positiva. Non si convince la clientela ad acquistare un’auto prodotta da 6 anni (tanti ne avrà la Jeep Renegade nel 2020) sostituendo semplicemente il motore. E anche se questa novità risvegliasse l’interesse degli acquirenti non basterebbe a invertire il calo che fisiologicamente il mercato dell’auto impone ai vecchi modelli.

Per la FCA lucana e per i suoi 7000 dipendenti la notizia che conta è un’altra: continua a non esistere un modello in sostituzione della Grande Punto.

A Melfi occorrono invece nuovi modelli, almeno due, uno immediatamente in sostituzione della Grande Punto ed uno, questo sì nel 2020, in sostituzione della Renegade o della 500X.

È così che si danno vere garanzie occupazionali, il resto sono tutte chiacchiere fumose e pericolose.

Mentre qualcuno cerca di fare l’ottimista, USB è estremamente preoccupata per come l’azienda sta affrontando questa fase. Il futuro di migliaia di lavoratori dello stabilimento automobilistico lucano è sempre più a rischio.

Fonte

17/07/2018

Goal degli operai. A Melfi scioperano in centinaia, FCA cancella un turno

Alcune centinaia di lavoratori della FCA di Melfi hanno aderito allo sciopero indetto dall’Unione Sindacale di Base. Uno sciopero, come noto, proclamato contro la proprietà che da un lato annuncia 1640 licenziamenti a Melfi, oltre a quelli annunciati negli altri stabilimenti per effetto del disastroso piano industriale presentato da FCA, e dall’altro comunicava l’arrivo alla Juventus di Cristiano Ronaldo, con un ingaggio da favola.

Lo sciopero ovviamente non era contro l’arrivo del “fenomeno” ma per mettere in luce le condizioni in cui sono costretti a lavorare gli operai FCA, i lavoratori del settore automobilistico con i salari più bassi d’Europa. Lavoratori costretti a turni massacranti, con saturazioni lavorative impensabili negli altri paesi, affetti ormai da varie patologie muscolo-scheletriche, tanto che Melfi è anche la fabbrica in cui per far fronte a tali patologie si è provato ad introdurre gli esoscheletri, con risultati risibili.

Negando anche l’evidenza, la direzione della FCA, con un suo portavoce, ha emesso alcune velenose dichiarazioni contro lo sciopero indetto da USB, nello stabilimento di Melfi, dalle ore 22.00 di domenica alle ore 6.00 di martedì 17 luglio.

È la prima volta che la FCA esterna proprie dichiarazioni, nonostante l’USB in questi anni abbia proclamato diversi scioperi nello stabilimento lucano. Questo dato è di per sé significativo, ed esprime un cambio di passo dell’azienda che, nonostante il clima di brutale repressione che vige nei suoi stabilimenti, ha visto scioperare centinaia di suoi dipendenti. Probabilmente l’adesione a questo sciopero, che va a sommarsi a quello della domenica pomeriggio che ormai da un anno l’USB proclama ogni domenica contro i 21 turni lavorativi settimanali, ha toccato un nervo scoperto, tanto che iniziano a ventilarsi minacce ai lavoratori che scioperano la domenica pomeriggio.

Le dichiarazioni di FCA, falsando i dati reali o addirittura inventandoli come nel caso di un inesistente sciopero USB a Pomigliano e Nola, con l’annuncio a tutto il mondo che sul turno di ieri mattina avrebbero scioperato solo 5 operai, tentando di ridurre lo sciopero a una burletta contro Ronaldo, proclamato per di più da un sindacato minoritario, è l’evidente tentativo di ridimensionare l’effetto clamoroso dello protesta.

FCA dimentica peraltro di dire che sul turno notturno della domenica l’adesione è stata ben più alta e che, caso strano, ha fermato il turno di notte che doveva entrare in fabbrica alle 22.00 di lunedì 16 luglio.

Complessivamente, sui turni interessati allo sciopero, sono state alcune centinaia i lavoratori che hanno scioperato, certamente una minoranza rispetto al numero totale degli addetti, ma la preoccupazione della FCA è la dimostrazione lampante che lo sciopero ha colpito duro nella sua opera di denuncia delle condizioni di lavoro che la FCA impone.

A nulla valgono i tentativi aziendali di affermare che queste “sarebbero iniziative di protesta promosse in tema calcistico ... strumentali, promosse da sigle di nessuna rappresentatività reale ecc.” Se l’azienda pensasse veramente che la protesta di questi giorni fosse legata al tema calcistico allora la situazione sarebbe ancora più grave di quanto la si immagini, significherebbe essere completamente slegati dalla condizione in cui versano i propri dipendenti.

Intanto lo sciopero ha confermato il consolidamento di un gruppo di operai, attorno al nostro sindacato, che si battono contro le pessime condizioni di lavoro in FCA, fatte di bassi salari, ritmi di lavoro insopportabili, esuberi e cassai integrazione.

È questo che teme il padrone ed è di questa paura che sono fatte le sue dichiarazioni contro il nostro sciopero.

Fonte

14/07/2018

Cristiano Ronaldo? Finalmente si parla della condizione operaia in Italia

Il gruppo FCA, che conta decine di migliaia di operai nel nostro paese, fa parte dello stesso gruppo economico (Exor) proprietario della Juventus; le condizioni di lavoro e salariali degli operai della FCA Italia sono indegni di una nazione civile, ma ci voleva Ronaldo per metterle in evidenza.

Lo sciopero proclamato dall’Unione Sindacale di Base di Melfi per il prossimo lunedì ha proprio l’obiettivo di denunciare la condizione lavorativa e salariale degli operai italiani e, in particolare di quelli FCA, mettendo a confronto le cifre spropositate che vengono investite per assicurarsi le prestazioni del calciatore più famoso al mondo e le misere paghe che ricevono gli operai.

Gli operai di Melfi non sono del resto nuovi a questo tipo di contestazione/rivendicazione, avendo scioperato anche quando Marchionne si concesse un super bonus da 30 milioni di euro.

Ma il motivo vero dello sciopero risiede proprio nel comportamento della proprietà, la Exor (la vecchia IFI/IFIL, dal 2016 trasferita dagli Agnelli in Olanda) cui fa capo la stessa Juventus, che sfrutta in maniera vergognosa i lavoratori, mente spudoratamente sui piani industriali e lascia migliaia di lavoratori in cassa integrazione per anni.

Con la proclamazione di sciopero dell’USB di Melfi si è viceversa sollevato il velo che ha nascosto per anni la condizione degli operai italiani; nonostante le promesse e gli impegni assunti da Marchionne, in termini di investimenti e di piena occupazione, la realtà della FCA rimane ben diversa: da anni migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione o in solidarietà, i nuovi modelli e i relativi investimenti arrivano con il contagocce e non risolvono i problemi del gruppo, nonostante i proclami dei soliti sindacati fiancheggiatori.

La FCA è ormai diventata una fucina di precarietà, di lavoratori poveri, di persone che subiscono danni alla salute a causa dei gravosi ritmi e dei carichi di lavoro, quando hanno “la fortuna” di lavorare, e in questo l’impianto di Melfi è all’avanguardia, se di avanguardia si può parlare per l’unico impianto che nel mondo lavora ancora a ciclo continuo. La FCA applica, peraltro, un contratto di gruppo peggiore persino di quello scellerato firmato da Fim Fiom Uil per il rinnovo del CCNL Metalmeccanici.

Non ci si deve meravigliare quindi se c’è chi si stanca di essere preso in giro da una proprietà che dice sempre di non avere i soldi per i salari e l’occupazione ma poi li trova per l’acquisto di un grande calciatore. Ancora oggi migliaia di lavoratori di Pomigliano, di Grugliasco, di Mirafiori, della New Holland di San Mauro, di Melfi sono infatti in cassa integrazione e altre migliaia in solidarietà, ossia sopravvivono con le indennità erogate dallo Stato.

Nessuno parla più di queste cose, della dignità dei lavoratori, dei salari da fame, degli organici insufficienti, delle patologie che affliggono moltissimi lavoratori a causa dell’attività in FCA. La stessa situazione la ritroviamo in tante altre fabbriche italiane.

E allora è giusto scioperare contro le disuguaglianze e per un futuro migliore.
Se oggi in tutto il mondo si sta guardando a quello che accade in FCA, è merito della proclamazione di questo sciopero da parte di USB e del coraggio dei lavoratori e delle lavoratrici che lunedì non varcheranno i cancelli della fabbrica.

Intanto anche la Sevel, fabbrica abruzzese del gruppo FCA che conta oltre 6000 dipendenti, ha deciso di scioperare le ultime 4 ore di venerdì 13 e per otto ore nella giornata di sabato 14, facendo proprie le motivazioni dei colleghi di Melfi, ma anche per rivendicare il ripristino delle pause fisiologiche tagliate da FCA.

Il contratto stipulato con Ronaldo e i super bonus di Marchionne dicono che i soldi nella cassaforte della Exor ci sono. Vengano usati allora anche per fare investimenti veri, per la piena occupazione di tutti i lavoratori del gruppo e per erogare aumenti contrattuali veri.

Fonte

13/07/2018

I milioni di Ronaldo e lo sciopero degli operai. Un contropiede riuscito

Nostra intervista a Mimmo De Stradis, operaio di Melfi e delegato Usb dello stabilimento.

Ormai è uno storming mediatico internazionale la notizia dello sciopero degli operai della Fca contro le enormi cifre per l’ingaggio di Cristiano Ronaldo alla Juventus. Articoli sulla Bbc, Il Telegraph, la Reuter, The Indipendent, El Pais, La Vanguardia perfino il Chicago Tribune e TeleSur, sena contare i giornali sportivi di mezzo mondo.

La FCA/Juventus per timore o forse per ridurre i danni di immagine, ha ridotto a bassa intensità l’evento per la presentazione dell’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve. Niente bagno di folla e festa in piazza ma solo una conferenza stampa. Gli operai torinesi magari saranno anche in tanti ad essere supporter della Juve, ma il nervo scoperto suscitato dallo sciopero non può essere anestetizzato tanto facilmente dentro quella manipolazione della realtà che il sociologo Filippo Viola ha descritto come “la società astratta”.

Il clamore internazionale suscitato dalla convocazione dello sciopero della Usb negli stabilimenti Fca di Melfi, ma anche di altri sindacati di base a Pomigliano, sembra infatti aver colto una contraddizione viva e lacerante dentro la narrazione che nasconde le accresciute iniquità e disuguaglianze sociali nel nostro paese dietro la vetrina di lustrini, della spettacolarizzazione e di business milionari.

C’è molta soddisfazione ed anche tanta saggezza operaia nelle parole di Mimmo De Stradis, operaio e delegato della Usb dello stabilimento di Melfi, che con lo sciopero sui milioni a Cristiano Ronaldo ha strappato il velo e riportato la questione del rapporto tra la Fca/Fiat e i suoi operai.

Su Melfi si è abbattuta di nuovo la “riorganizzazione aziendale” con la dichiarazione di 1640 esuberi e la messa in contratto di solidarietà per 5600 operai. La produzione della “Punto” è stata cancellata, si faranno solo Jeep e veicoli per la gamma alta e per gli operai comincia un altro calvario.

L’operazione partirà il prossimo 23 luglio. “Sembra quasi una casualità, eppure se dividiamo i soldi previsti per Cristiano Ronaldo con quanto percepisce un operaio della Fca, viene esattamente fuori che equivale al salario di 1640 operai” sottolinea Mimmo De Stradis.

Ma perché lo sciopero e come mai questo clamore? “La vicenda di Cristiano Ronaldo ovviamente non è questione di tifoseria, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Devi ammettere però che è uno sciopero anomalo, o no? “Noi abbiamo scioperato per solidarietà anche con gli operai serbi della ex Zastava di Kragujevac o gli operai di Piacenza. Siamo un sindacato di sostanza” ci dice Mimmo, “Se volevamo fare un sindacato “piacione” saremmo stati con la Fismic”. Mimmo non vuole commentare le posizioni degli altri sindacati – “Non lo facciamo per principio” – ci tiene a precisare, ma come è noto, e questo lo precisiamo noi, gli altri sindacati Fim Fiom Uilm Fismic si sono schierati contro lo sciopero.

“Sarebbe bello se la Fca/Fiat perseguisse sul piano degli investimenti gli stessi risultati che intende ottenere con la Juventus” aggiunge Mimmo. Fino al 2004 gli operai Fca di Melfi, a parità di lavoro, guadagnavano meno degli operai degli altri stabilimenti attraverso una sorta di nuove gabbie salariali che penalizzano i lavoratori nel Meridione. Poi si è riuscito a spezzare questo meccanismo perverso, ma i salari degli operai Fca non permettono certo di sognare né somigliano neanche lontanamente a quelli di un calciatore delle serie minori, figuriamoci di un campione e pallone d’oro come Cristiano Ronaldo. “Il nostro sciopero ha una motivazione semplice e chiara, è uno sciopero contro l’iniquità e le disuguaglianze lavorative e sociali diventate insopportabili” conclude Mimmo De Stradis.

Una diagnosi vera per parole pesanti come pietre nella realtà sociale del nostro paese. Uno sciopero che ha preso decisamente in contropiede una difesa arcigna come quella della FCA/Juventus strappando il velo e facendo una operazione verità. Praticamente è un eurogoal, questa volta dalla parte dei lavoratori.

Fonte

12/07/2018

Milioni per Cristiano Ronaldo, ma a fare scandalo è lo sciopero Usb a Melfi

Il bailamme che si è scatenato intorno all’annuncio dell’Unione Sindacale di Base dello stabilimento FCA di Melfi, con cui si convoca lo sciopero da domenica sera sulla vicenda del costo, e del valore, dell’acquisto di Cristiano Ronaldo da parte della Juventus, ci lascia davvero sconcertati. Si discute e si argomenta con un certo stupore sulla scelta dello sciopero, piuttosto che sulle ragioni spiegate con molta chiarezza nel comunicato dei lavoratori.

Come ci si può stupire per una presa di posizione operaia – soprattutto in quella FCA dove da anni vige una vera e propria sospensione dei diritti dei lavoratori e un costante impoverimento economico – che mette a confronto l’impressionante quantità di milioni spesi dalla Juventus con le poche migliaia di euro che per un anno di lavoro entrano nelle tasche degli operai di quella stessa società, mentre altre migliaia di lavoratori sono tenuti fuori dalla fabbrica e il futuro produttivo degli impianti è sempre più ballerino e incerto?

A chi grida al reato di leso pallone, a chi sostiene che lo sport non deve mischiarsi con le vicende terrene, vorremmo ricordare che la stessa FCA impegnata a sostenere con tutta la potenza economica della sua galassia di società l’operazione CR7 come investimento sul futuro della Juventus, quella stessa FCA dal 23 luglio lascerà a casa per 7 mesi 1640 dei 7000 operai di Melfi perché ha sbadatamente dimenticato di investire sul futuro industriale della fabbrica lucana e non sa cosa produrre in sostituzione della Grande Punto.

Verrebbe da aggiungere che coloro che oggi si interrogano sulla giustezza di questa scelta di lotta sono gli stessi che non si sono mai stupiti delle differenze abissali che separano i proventi e gli utili delle aziende, i compensi dei CEO e le liquidazioni milionarie, spesso a prescindere dai risultati, dai salari di chi quei dividendi consente di accumulare con la propria fatica quotidiana. È ormai passata l’idea che l’arricchimento senza freni, anche se fondato su un enorme acuirsi delle disuguaglianze, sia non solo lecito ma anche molto cool e da apprezzare. Se poi viene ottenuto senza versare una stilla di sudore, tanto meglio.

I milioni spesi per acquistare un grande giocatore, come certamente Cristiano Ronaldo è e nessuno lo può mettere in dubbio, serviranno a moltiplicare se stessi in un tourbillon di aumenti del valore delle azioni, non quelle di gioco ma quelle di borsa ovviamente, di merchandising, di indotto anche del sottobosco – per chi avesse dimenticato la vicenda penale che ha coinvolto capi tifosi e manager della squadra – ma non serviranno a migliorare la condizione operaia né a ridurre le disuguaglianze palesi che una tale scelta non può che rendere ancora più profonde.

E allora si sciopera. Si sciopera perché non si ritiene giusto un tale esborso di denaro per un calciatore, per quanto bravo sia, ma non per il futuro di una fabbrica; perché si ha paura che scelte economiche della società come quelle appena compiute si finanzino ancora una volta con una stretta sull’occupazione e sulle scelte produttive negli stabilimenti italiani; perché ci si sente offesi, e molto, dalla evidente infima considerazione, da parte della società proprietaria sia della Juventus che della FCA, del lavoro e del valore dei suoi operai. Si sciopera, in fin dei conti, per dignità.

Fonte

11/07/2018

Fca. Uno sciopero contro l’iniquità, pensando al “valore aggiunto” di Cristiano Ronaldo

È inaccettabile che mentre ai lavoratori di Fca e Cnhi l’azienda continui a chiedere da anni enormi sacrifici a livello economico, la stessa decida di spendere centinaia di milioni di euro per l’acquisto di un calciatore.

Ci viene detto che il momento è difficile, che bisogna ricorrere agli ammortizzatori sociali in attesa del lancio di nuovi modelli che non arrivano mai.

E mentre gli operai e le loro famiglie stringono sempre più la cinghia la proprietà decide di investire su un’unica risorsa umana tantissimi soldi!

È giusto tutto questo?, è normale che una sola persona guadagni milioni e migliaia di famiglie non arrivino alla metà del mese?

Siamo tutti dipendenti dello stesso padrone ma mai come in questo momento di enorme difficoltà sociale questa disparità di trattamento non può e non deve essere accettata.

Gli operai Fiat hanno fatto la fortuna della proprietà per almeno tre generazioni, arricchiscono chiunque si muova intorno a questa società, e in cambio hanno ricevuto sempre e soltanto una vita di miseria.

La proprietà dovrebbe investire in modelli d'auto che garantiscano il futuro di migliaia di persone piuttosto che arricchirne una soltanto, questo dovrebbe essere il fine di chi mette al primo posto gli interessi dei propri dipendenti, se ciò non avviene è perché si preferisce il mondo del gioco, del divertimento a tutto il resto.

Per le ragioni sopra descritte l’Unione Sindacale di Base dello stabilimento proclama sciopero alla Fca di Melfi dalle ore 22.00 di domenica 15 Luglio fino alle ore 06.00 di martedì 17 Luglio 2018.

Fonte

07/07/2018

Melfi. Fca gioca con i numeri e lascia a casa 1640 operai per sei mesi

È ufficiale, per lo stabilimento di Melfi non c’è alcun modello in sostituzione della Grande Punto, almeno per i prossimi 7 mesi. L’accordo siglato oggi tra la Fca di Melfi, Fismic, Fiom, Associazione capi e quadri, Ugl, Uilm e Fim sancisce un periodo di fermo per un numero importante di lavoratrici e lavoratori dello stabilimento lucano di ben 6 mesi, con inizio il 23 luglio 2018. Una batosta per i lavoratori che va denunciata in tutti i modi possibili.

Nell’accordo è dichiarato un numero di esuberi pari a 1640 lavoratori (per giunta soltanto operaie e operai della catena di montaggio) su un totale di 7000. Come mai se la richiesta di contratti di solidarietà è legata alla cessazione del modello Grande Punto, che al massimo vede impegnati su quella linea 600 addetti, si è arrivati a un numero di eccedenze quasi tre volte superiore?

L’accordo, a nostro avviso, non garantisce affatto una rotazione equa in quanto vengono escluse dalla stessa tutte le figure professionali esterne al ciclo produttivo, come se queste non debbano risentire del momento di difficoltà.

Non solo, l’azienda puntualizza nell’accordo che si impegna a non superare per ciascun lavoratore il limite massimo del 70% di riduzione dell’orario di lavoro, ciò significa che potrebbe lasciare a casa dei lavoratori per il 69 % del tempo.
Quale criterio verrà adottato per la rotazione? Chi deciderà eventualmente quali lavoratori saranno chiamati tutti i giorni a lavorare e quali potrebbero restare a casa il 69% del tempo? Su quali basi? Nell’accordo si legge un non ben argomentato parametro di scelta legato alle specifiche professionalità espresse.

L’accordo prevede i corsi di formazione durante il periodo in cui un lavoratore è in contratto di solidarietà, esattamente come avvenne 4 anni fa durante la cassa integrazione per ristrutturazione, ricordiamo tutti benissimo le 2 famose settimane di corso dinamico e statico, accadrà la stessa cosa?

Per giunta l’azienda specifica che per coloro che saranno chiamati al corso di formazione non ci sarà alcuna integrazione economica, quindi si verrà in fabbrica a spese soltanto della collettività.

L’Unione Sindacale di Base di stabilimento ha tutta un’altra idea di come andrebbe affrontato questo momento.

Premettiamo che siamo assolutamente contrari all’utilizzo dei contratti di solidarietà da parte di aziende che per anni riempiono il loro salvadanaio con milioni e milioni di euro di profitto realizzato dai lavoratori e che sistematicamente non appena c’è un minimo momento di flessione chiedono ammortizzatori sociali e sacrifici ai propri dipendenti, senza mai intaccare il loro conto in banca.

Innanzitutto partiamo dai dati molto più reali, gli addetti linea legati alla produzione della Grande Punto sono all’incirca 600, quelli in carne ed ossa e sudore. Quindi in assenza di un nuovo modello sono sì è no il 10 % di tutta la forza lavoro le persone che non troverebbero una collocazione (600 su 7000). Ma in realtà la collocazione c’è eccome!

Basterebbe ripristinare i 10 minuti di pausa tagliati (prima erano 40 e adesso sono 30), questa semplice operazione ricollocherebbe da sola sulla linea Suv all’incirca 120 dei 600 addetti teoricamente in eccesso.

Basterebbe rispettare la valutazione rischio muscolo scheletrico di tutte le postazioni di lavoro della linea Suv per scoprire che i rimanenti lavoratori della linea Grande Punto troverebbero collocazione proprio sulla produzione della 500X e Jeep Renegade.

Tutti noi sappiamo che la nuova metrica di lavoro “Ergo Uas“ ha tagliato posti di lavoro portando enormi disagi e carichi di lavoro. È arrivato il momento di mettere in discussione le politiche Fca! Forse i lavoratori Fca non saranno bravissimi a dare calci ad un pallone ma hanno arricchito quest’azienda molto più di calciatori strapagati, e quindi meritano molto più rispetto da chi oggi ha deciso di lasciarli a casa.

Fonte

16/05/2018

Morti di lavoro, la guerra che nessuno combatte: sciopero alla FCA di Melfi

È in atto una vera e propria guerra che lascia sul terreno migliaia di morti e decine di migliaia di feriti ogni anno. Un conflitto in cui nessuno si sente attaccato, sotto minaccia, né in pericolo, eppure perdono la vita tantissimi lavoratori italiani.

Un nemico che apparentemente non ha un nome né un volto, colpisce come un cecchino appostato sulla torre, lo fa sapendo di uccidere, non per uno spiacevole incidente o per una sfortunata fatalità.

Le armi usate sono il ricatto, la collusione, la precarietà, la mancanza di diritti.
Ci sono guerre che si combattono per mille ragioni, tutte assurde, ci si ammazza perché di religioni diverse o per l’affermazione di una “razza” su un’altra.

Questa guerra la combattono i padroni e le istituzioni senza scrupoli contro i lavoratori perché serve a fare più profitto, più soldi.

Per profitto si decide scientemente di non investire risorse economiche sulla sicurezza, si fa un bilancio dei pro e dei contro e alla fine si sceglie di rischiare, ma a rischio è sempre e soltanto la vita dei lavoratori.

Le istituzioni e gli organismi di controllo e prevenzione sono affidabili alleati, obbediscono ai dettami imposti dalle leggi del profitto, sapendo di farla franca.

Quasi tutti i sindacati scrivono messaggi di solidarietà ma non combattono, pensano ad altro, e così facendo lasciano i lavoratori in balia del nemico.
Muoiono madri e padri di famiglia, muoiono ragazzi schiacciati da quintali di cemento, indifferenza e omertà.

È arrivato il momento di combattere seriamente e far valere il nostro diritto a una vita lavorativa sicura, il diritto a vivere, prima che il bollettino di guerra si aggiorni, non ci sono più alibi e chi gira la testa dall’altra parte è complice.

L’Unione Sindacale di Base di stabilimento proclama per le giornate del 20, 21 e 22 maggio 2018 sciopero alla FCA di Melfi, con le seguenti modalità: dalle ore 22.00 di domenica 20 fino alle ore 06.00 di martedì 22 maggio 2018.

Fonte

16/04/2018

Cyborg operai: l’intelligenza artificiale e la produzione di auto alla Fca di Melfi

Le ultime notizie che arrivano dall’industria di automobili Fca-Sata di Melfi hanno dell’incredibile. Sembra un film di fantascienza, commenta una lavoratrice: “operai imbracati in esoscheletri che, a detta dell’azienda e del sindacato (UIL e Fim-Cisl), dovrebbero alleggerire il lavoro e ridurre i dolori alle braccia’’. Dopo il braccialetto agli operai Amazon, la sperimentazione di Melfi è l’ultimo traguardo dello sfruttamento 4.0, ed è preoccupante che anche questa volta i sindacati confederali non si siano opposti, o almeno interrogati, sulle implicazioni dell’esperimento1.

Ma di cosa stiamo parlando? Che cosa è un esoscheletro e a cosa serve? Le notizie su questo nuovo traguardo dello sfruttamento tra tecnoscienza e potere coercitivo sono reperibili sul sito ufficiale FCA, dove si legge: “L’esoscheletro è basato sull’iterazione uomo-robot per la manipolazione di merci pesanti nelle fabbriche europee del futuro: il nome del progetto è “Amico robot”. Il prototipo è un esoscheletro passivo (con attuatore potenziato) in forma non antropomorfica capace di aiutare a sollevare pesi fino a 15 kg. La prima versione del prototipo è stata completata nel dicembre 2016’’. 2

A ben vedere però il progetto “Amico robot’’ FCA di amichevole ha poco o niente.

Per capire meglio è opportuno ricordare che con la nuova organizzazione della produzione (Wcm) i ritmi di fabbrica erano aumentati, mentre le pause ridotte al minimo – solo tre, di 10 minuti ciascuna, spalmate su un turno di sette ore e mezza al posto delle vecchie due pause da 20 minuti – tanto che anche andare in bagno è oramai diventato difficile se non scoraggiante. Vi erano poi i problemi di sempre, ovvero quelli dello stress psico-fisico, i dolori lancinanti alle mani per la patologia del “tunnel carpale’’, alle braccia, alla schiena per chi da anni svolgeva mansioni gravose a ritmi insostenibili.3 Gli effetti sul corpo ce li spiega un ex operaio Fiat di Cordoba, in Argentina, dove per tempo si sono verificati gli effetti dell’automazione: “Veder piangere per il dolore uomini grandi e grossi con gli avvitatori in mano sulla catena di montaggio, è qualcosa che non riesco a dimenticare’’. La produzione mondiale di automobili produce molti “invalidi’’.

Dalla guerra allo sfruttamento in fabbrica

Il progetto di robotizzazione degli operai di cui stiamo parlando è nato nei laboratori del complesso militare-industriale, negli anni ’60. Le immagini, i video dell’esoscheletro che girano in rete, tratte dai siti dell’industria di guerra, mostrano, oggi, soldati molto simili al personaggio del film fantasy iron man, ed è così che il presidente americano Obama, miracolato da un premio Nobel per la pace, nel 2014 ha presentato al mondo una delle ultime innovazioni della ricerca militare: “We’re building iron man suite’’.4 Negli ultimi anni, l’esoscheletro è stato adottato in medicina per le persone paralizzate, ad esempio; e solo da un paio di anni la sperimentazione è diventata centrale nelle fabbriche 4.0 globalizzate. L’utilità per il settore automotive è rilevante perché l’esoscheletro serve ad aumentare la produttività prima che il benessere dei lavoratori non a caso mancano notizie sulle implicazioni psicologiche e fisiche del lavorare per ore imbracati in uno scheletro esterno. Qualcosa, infatti, sembra che non stia funzionando anche nella sperimentazione alla fabbrica di auto di Melfi. Da quanto sappiamo, il famoso esoscheletro pesa circa quattro chili che, in 7 ore e mezza di lavoro, diventano una zavorra per la schiena e le gambe, e anche se aumenta di molto la tenuta allo sforzo, d’altro canto sembra rallentare i tempi di produzione perché le braccia imbracate si muovono con minore fluidità.

Vale la pena notare che questa storia dell’esoscheletro s’inserisce pienamente all’interno degli effetti diretti e indiretti provocati dall’automazione. Qui sottolineiamo l’orizzonte verso il quale sembrano avviarsi i tentativi di aumento della produttività che in prospettiva non verranno più realizzati tramite la riduzione del costo del lavoro, ma appunto attraverso l’innovazione tecnologica; il che, tra le altre cose, oltre alla contrazione dello stesso lavoro, comporta una probabile ricollocazione negli investimenti nei paesi più industrializzati rispetto ai paesi in via di sviluppo.

Note:

1 http://www.sassilive.it/economia/lavoro/usb-uomini-robotizzati-alla-fca-di-melfi-lultima-frontiera-dellindustria-4-0/

2 https://www.wcm.fcagroup.com/it-it/research_and_innovation/Pages/exoskeleton.aspx.

https://www.youtube.com/watch?v=IuZkGIh6bGQ&t=24s

3 https://spectrum.ieee.org/the-human-os/biomedical/bionics/ford-assembly-line-workers-try-out-exoskeleton-tech-to-boost-performance

4 https://www.youtube.com/watch?v=EvTYfxLzJMk&t=8s

https://www.youtube.com/watch?v=TCsmBo2Ny88

19/07/2017

Melfi. Sciopero alla Fca in solidarietà con gli operai di Kragujevac

Nello stabilimento FCA serbo di Kragujevac i lavoratori stanno scioperando a oltranza da molti giorni. Chiedono salari giusti e condizioni di lavoro dignitose. (Sull'argomento questi vedi sciopero a Kragujevac su Contropiano).

Questa realtà non è certo diversa da quella che si vive in Italia nelle fabbriche FCA, carichi di lavoro estenuanti, turni massacranti, salari al di sotto della media, mancanza di rispetto nei confronti dei lavoratori (che è bene ricordarlo, sono coloro che producono ricchezza all’azienda tramite il loro lavoro).

USB FCA Melfi ritiene che la lotta portata avanti in queste ore dai colleghi serbi debba essere un esempio e uno sprono per tutti gli altri dipendenti del gruppo.

Non possiamo esimerci dal fare la nostra parte e rivendicare quanto ci spetta.

USB Basilicata e USB FCA Melfi proclamano due ore di sciopero in sostegno ai colleghi serbi, con le seguenti modalità:

Sciopero mercoledì 19 Luglio 2017 alla FCA di Melfi

- sul primo turno, dalle ore 12.00 alle 14.00;
- secondo turno, dalle ore 20.00 alle 22.00;
- terzo turno (mercoledì su giovedì), dalle ore 04.00 alle 06.00.

Fonte

19/05/2017

FCA di Melfi. Libere mazzette in “libero” sindacato

Vincenzo Mauriello è un dirigente sindacale del Fismic, il sindacato autonomo, noi diciamo giallo, che nella FCA assieme a Fim e Uim è complice di tutte le decisioni di Marchionne e come tale riconosciuto dall’azienda.

In qualità di rappresentante sindacale nello stabilimento di Melfi del gruppo, Mauriello ha chiesto e intascato circa 5000 euro da genitori che così pensavano di favorire l’assunzione del figlio. Il fatto non costituisce reato, ha dichiarato la Procura della Repubblica di Foggia, perché quei soldi sono stati versati al sindacalista a titolo della sua opera di “intermediazione”. Sì perché il giovane in questione effettivamente è stato assunto in FCA come lavoratore interinale collocato dalla Manpower, ma poi non è stato confermato dall’azienda, due giorni prima della scadenza del contratto. Quindi l’intermediazione di Mauriello almeno parzialmente avrebbe funzionato, se poi il risultato finale non ha corrisposto a quello voluto, chi ha pagato 5000 euro per un posto di lavoro, potrà sempre rivalersi in sede civile, come quando il meccanico non aggiusta l’auto come convenuto. Così la sentenza.

È bene ricordare che Manpower è ufficialmente una agenzia interinale, che già esercita il ruolo di intermediazione di manodopera in virtù della sciagurata legge Treu del 1997, che autorizzò ai privati ciò che prima era solo compito del collocamento pubblico e che altrimenti veniva punito come caporalato. Dunque lo scandaloso pronunciamento del magistrato foggiano legalizza un’altra intermediazione di manodopera che si aggiunge a quella ufficiale. Vuoi essere assunto da Manpower che ti colloca in FCA che forse col tempo ti assumerà a sua volta? Paga 5000 euro a Mauriello, libera mazzetta in libero mercato del lavoro. Esentasse naturalmente.

Questo degrado sociale ed umano, perfettamente legale per i magistrati competenti, era già stato denunciato pubblicamente dal vescovo di Melfi Todisco, che aveva bollato come vergognoso questo ulteriore infame sfruttamento del bisogno di lavoro. A lui aveva risposto offeso proprio il Fismic, accusandolo di sparare nel mucchio degli onesti sindacalisti e intimandogli di fare i nomi. Ora che l’autore della richiesta di soldi è noto, il Fismic ha ben pensato di promuoverlo a dirigente provinciale di Foggia.

Naturalmente tutto questo è avvenuto a totale insaputa delle direzioni sia della Manpower che della FCA che ora cascano dalle nuvole; nonostante queste imprese abbiano intere strutture che lavorano per saper cosa facciano e cosa pensino i lavoratori con cui hanno a che fare. Ma non si può sapere tutto e poi “nun sacciu” è diventata la posizione ufficiale di tutte la classi dirigenti di questo paese, di fronte ad ogni porcheria in cui siano coinvolte.

Tutti invece sanno che per lavorare in FCA, e non solo lì, bisogna avere il viatico dei sindacati complici del padrone, quelli che firmano tutti gli accordi, quelli che vengono presentati come moderni e responsabili dal regime e dalla sua stampa. E la raccomandazione di questi sindacati non serve solo per esseri assunti, ma anche dopo, per usufruire di quei diritti elementari che tutelano la persona sul lavoro e che ora sono diventati favori, che il padrone concede solo ai più fedeli.

Usufruire della “intermediazione” di certi sindacalisti può non essere sufficiente, ma è spesso necessario. E che per questa intermediazione qualcuno chieda e riceva il suo compenso, ora anche ad un magistrato appare perfettamente lecito.

La disoccupazione di massa, la precarizzazione e lo sfruttamento del lavoro, la fine del collocamento pubblico, le politiche ed i contratti nel nome del libero mercato ed i loro autori, l’ignavia di una parte della magistratura, tutti assieme hanno legalizzato l’infamia. E questo trionfo, oggi dichiarato perfettamente lecito, dei metodi mafiosi nel lavoro è stato chiamato progresso e innovazione.

Fonte

12/01/2016

La Fiom chiede l'espulsione di diversi delegati Fca

Quanto accaduto al comitato centrale della Fiom venerdì 8 gennaio è di una gravità senza precedenti nella storia dei metalmeccanici e dell'intera Cgil.

Landini e la sua segreteria hanno chiesto al comitato centrale della Fiom di non eleggere, su 17 proposte di sostituzione, nel comitato centrale un delegato RSA della Fca di Melfi in quanto oggetto di un ricorso alla commissione di garanzia interna da parte di due funzionari Fiom della Basilicata, Molise e nazionale.

Così facendo si è proposto di violare clamorosamente le regole dello statuto che garantiscono pienezza di diritti sino alla condanna in via definitiva nel secondo grado di giudizio. La colpa del delegato Domenico Destradis che oltretutto, come tutti noi, era all'oscuro di questo ricorso, è quella di aver organizzato nei mesi scorsi un comitato intersindacale di lavoratori e delegati Fca (ex Fiat) del centro sud contro il modello Marchionne. Ma la sua vera colpa è aver continuato a scioperare in fabbrica contro lavoro straordinario e ritmi assurdi e di non essersi piegato alla linea della maggioranza della Fiom.

Landini e la segreteria nazionale hanno compiuto quindi un atto autoritario e dispotico estraneo ai valori dell'organizzazione e avverso alla cultura della partecipazione, del protagonismo, della solidarietà, dei diritti che la sinistra politica e sociale declamano.

Chiediamo pertanto l'immediata cancellazione della delibera che ha escluso Destradis, la convocazione di un nuovo comitato centrale per eleggerlo in ottemperanza a quanto sancito dalla statuto della Cgil sui diritti della minoranza.

Facciamo appello a tutte le delegate e i delegati elette/i nei luoghi di lavoro. Denunciamo e combattiamo insieme la deriva autoritaria in cui sta precipitando il sindacato. Si vuole cancellare ogni voce critica, ogni opposizione interna di chi chiede di rimettere al centro i bisogni di chi lavora, la ripresa del conflitto.

La torsione autoritaria è l'altra faccia della sconfitta del sindacato nella battaglia mai combattuta in difesa delle pensioni, del salario, dell’art.18 e della libertà di contrattazione. Colpiscono Destradis e colpiscono il diritto e la libertà della sinistra Cgil ma colpiscono ogni lavoratore e lavoratrice.

Firmatari i seguenti componenti del comitato centrale della Fiom-Cgil: Sergio Bellavita- Eliana Como- Paolo Brini-Sasha Colautti- Giuseppe Corrado- Christian De Nicola-Francesco Doro-Pasquale Loiacono-Giuliana Righi- Antonio Santorelli-Antonella Stasi

Fonte

13/10/2015

Il pannolone di Marchionne

Tempo fa abbiamo visto le immagini, a Film Luce, di Marchionne e Renzi in visita allo stabilimento Fiat di Melfi. Abbiamo sentito resoconti roboanti del successo dei due leader tra i dipendenti dell'azienda, desiderosi solo di farsi un selfie con loro. In realtà il personale attorno ai due era accuratamente selezionato, ma forse non abbastanza, visto che sulla rete ha spopolato un video, ove si vedeva una lavoratrice ostentatamente rifiutare la stretta di mano al presidente del consiglio.

In quelle immagini di regime abbiamo visto lo sfolgorio delle tute bianche dei lavoratori, presentate come simbolo della tecnologia avanzata nella costruzione delle automobili. In realtà le condizioni di lavoro a Melfi sono durissime, la fatica e lo stress sono quelle dei tempi di Charlot, ma le tute bianche fanno sembrare i lavoratori come se operassero nella Sylicon Valley.

Il bianco però comporta un problema, si sporca facilmente e per le donne della Fiat questo è diventato un doppio assillo. Sì perché i pantaloni bianchi son ancora più difficili da portare quando la diversità biologica delle donne reclama i suoi diritti. Alla catena di montaggio non ci sono pause in più, non ci sono lavori più facili, non ci si può neppure sedere. Verso la diversità delle donne non c'è alcun rispetto, anzi alcune operaie hanno denunciato di dover lavorare appiccicate ad addetti maschi, perché il taglio dei tempi ha comportato anche quello degli spazi.

Non potendo avere il sacrosanto riconoscimento dei propri tempi biologici, come forma di tutela elementare della propria dignità le lavoratrici hanno chiesto almeno di poter indossare pantaloni scuri sotto i giubbotti bianchi. Apriti cielo, la burocrazia aziendale è andata in tilt. Come? Assumersi la responsabilità di cambiare il colore alle tute, renderle bicolori addirittura? Ma scherziamo, sarebbe un messaggio allusivo al disordine, sovversivo persino. Il gran capo di Detroit non lo accetterebbe mai, avranno pensato nel terrore i capetti di Melfi e quindi hanno respinto la richiesta.

Ma quelle operaie sono abituate a non arrendersi tanto facilmente e così hanno lanciato una campagna pubblica per la loro dignità nel vestire. 500 di esse, tutte quelle non assunte con contratti a termine, hanno sottoscritto una petizione che chiedeva i pantaloni scuri. A questo punto la direzione aziendale non poteva più ignorare la richiesta, ma, come avviene in tutti i regimi stupidamente autoritari, la risposta ha peggiorato la situazione.

I manager della Fiat hanno subito convocato gli amici di FimUilmFismicUgl, i sindacati firmatari di tutto e che tutto son sempre disposti a firmare. In una riunione composta di soli maschi si è deciso di respingere ancora una volta la richiesta di pantaloni scuri, ma di offrire alle operaie un super pannolone da indossare sotto il bianco. Con goffo francesismo azienda e sindacati complici hanno annunciato che le operaie avrebbero avuto delle coulottes benignamente pagate dalla Fiat. Naturalmente le lavoratrici si son giustamente ancora più arrabbiate e la vicenda è ancora aperta.

A chi esalta la flessibilità della lavoro, la competitività, la produttività come basi della modernità, questa vicenda ridicola ed offensiva al tempo stesso mostra tutta la regressione burocratica e medioevale che c'è dentro l'azienda che è stata indicata come modello per tutti.

Matteo Renzi ha recentemente affermato che a Sergio Marchionne dovrebbe essere fatto un monumento. Sarebbe più realistico se in esso il capo della Fiat fosse raffigurato mentre indossa un pannolone.

Fonte

25/06/2015

Melfi, la fabbrica del Jobs Act

Ora su Twitter Renzi fa concorrenza a Chiambretti pubblicizzando l'Alfa Romeo. Pochi giorni fa il presidente del consiglio era andato in visita allo stabilimento Fiat di Melfi facendo un po' di selfie assieme a Marchionne e a personale selezionato, ma non abbastanza visto che una lavoratrice aveva rifiutato di stringergli la mano. Il capo della FCA e quello del governo sono da tempo sodali e lo stabilimento lucano del gruppo è diventato l'emblema della propaganda sulla ripresa grazie alla distruzione dei diritti del lavoro. La Fiat di Melfi ha annunciato un migliaio di assunzioni ed è così diventata l'immagine vincente del Jobs act. Un'immagine diffusa dal solito regime mediatico compiacente, dietro la quale però si nascondono il supersfruttamento del lavoro e l'aggressione permanente alla salute e alla dignità delle persone.

Ogni settimana quasi 200 lavoratrici e a lavoratori si recano in infermeria. Una parte lo fa per le contusioni dovute alle postazioni scomode e affollate, che fanno sì che le persone urtino frequentemente contro le scocche e gli impianti. Molte e molti altri invece si ricoverano perché manifestano sintomi di collasso provocati da eccessivi ritmi di lavoro.

Da un indagine fatta negli ospedali della regione risulta che da quando il lavoro è ripreso a pieno regime dopo la cassa integrazione, con peggiori ritmi di lavoro, le richieste da parte degli operai di controlli cardiologici sono aumentate in modo abnorme.

Altro che modernità, a Melfi si lavora secondo i più brutali canoni del fordismo dei primi del '900, con condizioni persino offensive per la dignità delle persone. In una postazione del montaggio, esattamente nel reparto motori, i due operatori sono costretti a lavorare uno sopra l'altro, fisicamente attaccati, anche se sono un uomo ed una donna...

Nella lastratura si lavora costantemente in un ambiente viziato dagli odori e dai fumi provocati dai tanti robot che saldano i vari pezzi della scocca, disagio aggravato dal fatto che in tutta la fabbrica in questi mesi estivi il caldo è insopportabile. Anche perché l'azienda del munifico Marchionne, che nel 2014 ha intascato 60 milioni di euro in emolumenti e benefit, risparmia energia sui condizionatori d'aria, che sono stati lasciati spenti fino a che non sono cominciate le proteste.

Nel 2004, dopo ventun giorni di sciopero, per i lavoratori Fiat finirono le terribili turnazioni di sabato e domenica. Ora si è tornati a lavorare per tutta la settimana, per cui al peso dei rimi di lavoro insostenibili si aggiunge la cancellazione dei ritmi di vita, in particolare di quelli familiari, per donne e uomini in gran parte pendolari da lunghe distanze. Oltre che i collassi psicofisici ci sono così quelli di nuclei familiari, nei quali i figli piccoli son lasciati senza genitori il sabato e la domenica.

La grancassa mediatica ha molto tuonato per le centinaia di assunzioni con contratti precari realizzate per lanciare la ripresa produttiva. I giovani, in gran parte entrati attraverso i soliti canali meritocratici, cioè con raccomandazioni varie, sono stati sconvolti da come si lavora in Fiat. Avevano creduto alla propaganda sulla fabbrica moderna ultratecnologica dove si sarebbe maturata un'alta professionalità, e si sono trovati ammucchiati nella più brutale ed antica catena di montaggio. Diversi non hanno retto e hanno abbandonato.

Ma non c'è solo passività. Un nucleo di delegati e lavoratori della FIOM ha cominciato ad organizzare una dura e difficile resistenza. Scioperi contro i turni massacranti e gli straordinari, intervento sulle condizioni di lavoro, denunce. La fabbrica non era più abituata al conflitto perché il dominio dei sindacati complici, FIM, UlLM, Fismic, che hanno sottoscritto tutti i peggioramenti delle condizioni dai lavoro, aveva coltivato la rassegnazione.

Ma il nucleo FIOM, spesso neppure supportato dalla direzione nazionale, ha dato l'esempio ed ora sui ritmi alla Charlot cominciano a comparire contestazioni diffuse. Ci vorrebbe molto di più naturalmente, ma purtroppo la Fiat di Melfi è davvero una vetrina del paese, come sostengono Renzi e Marchionne. La vetrina di un paese ove si alimenta il senso comune secondo cui chi lavora è già fortunato e non ha null'altro da domandare, un paese ove proprio per questo continuano a comandare i peggiori governanti e i peggiori imprenditori.

Fonte

29/05/2015

Alla fine Confindustria sposa la linea Marchionne

"Il presidente del Consiglio, accompagnato anche dal ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, si è recato all'unità di montaggio dello stabilimento arrivando in una Jeep Renegade rossa (una delle auto che ha rilanciato la fabbrica lucana): alla guida l'ad di Fca, Sergio Marchionne, al lato passeggeri il premier e sul sedile posteriore il presidente di Fca, John Elkann".

L'incipit dell'agenzia Ansa ci riporta direttamente alla retorica dei comunicati radiofonici dell'Eiar, come si chiamava l'attuale Rai in epoca fascista. E spiega, indirettamente, perché Matteo Renzi abbia preferito lo spot elettorale con Sergio Marchionne in quel di Melfi al palcoscenico allestito da Confindustria in un padiglione dell'Expo.

Lì c'è "l'impresa che funziona" e fa profitti, a Milano quella che arranca. Lì c'è chi ha creduto in lui fin dall'inizio (ormai proverbiale la battuta di Marchione su "Renzi? Ce lo abbiamo messo noi..."), nell'altra platea una massa di interessi diversi, con referenti politici altrettanto sfrangiati.

Chiaro chi ha vinto e chi deve adeguarsi, anche controvoglia. Basta leggersi il post scriptum dell'editoriale di Dario Di Vico, sul Corriere della Sera: "Secondo le anticipazioni diffuse da fonti ufficiali, nel testo del presidente a proposito di relazioni industriali avrebbe dovuto esserci un accenno alla possibilità di derogare ai contratti nazionali di lavoro. Un’affermazione che avrebbe dato pienamente ragione ex post a Sergio Marchionne e forse per questo motivo è stata accantonata. Però il gruppo dirigente della Confindustria sembra comunque intenzionato a percorrere questa strada".

Il punto stabilito da Marchionne con il "modello Pomigliano" è marmoreo: niente più contratti nazionali di lavoro, solo accordi aziendali e sulla base delle priorità dell'impresa. Le "deroghe" sono, in questo quadro, solo dei sotterfugi temporanei per svuotare dall'interno la contrattazione "vecchio tipo", in attesa di un quadro legislativo (o concordato tra le parti sociali) che assuma pienamente il nuovo modello.

All'interno di questo quadro c'è anche la cancellazione della rappresentanza sindacale. O almeno l'esclusione di quelle forme di rappresentanza che non riconoscono l'interesse dell'azienda come l'unico faro e limite da rispettare. Insomma, basta con quella "vecchi" storia che il sindacato deve fare gli interessi dei lavoratori, magari contrapposti a quelli dell'impresa. Le sortite renziane sul "sindacato unico", corporativo e aziendalista, sono la faccia politico-governativa di una spinta alla riduzione dell'ex sindacato complice a "camera di compensazione" delle relazioni industriali, a funzione dipendente dall'"ufficio del personale".

E qui il quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore, risponde con un altro editoriale, di Alberto Orioli, che prende di petto proprio "La frontiera aziendale", indicando la cornice entro cui dovrà muoversi la nuova contrattazione. "All’intero sistema industriale serve un quadro di riferimento certo nel governo della variabile costo del lavoro e soprattutto servono nuovi criteri razionali per agganciarlo a parametri esigibili di produttività e redditività dell’azienda e del lavoro". Il salario agganciato alla produttività dell'azienda è un concetto "smart" che nasconde una realtà un tantino più hard: se guadagno in produttività ti posso pagare un po' di più, altrimenti nisba.

Ma la produttività si aumenta solo in due modi, in regime capitalistico: o con investimenti in tecnologie produttive oppure aumentando l'orario e l'intensità della prestazione lavorativa. Se le imprese non investono (rimprovero mosso anche dal governatore della Banca d'Italia, l'altro ieri), resta una sola strada. Miope e suicida (gli "emergenti" sono imbattibili su questo fronte), ma quasi obbligata: strizzare sangue dalle rape, obbligando i dipendenti a lavorare più a lungo e più intensamente. Di qui anche la necessità di ridurre a zero il potere contrattuale del singolo lavoratore, puntandogli alla testa la pistola della minaccia di licenziamento, finalmente regalata dal governo con l'abolizione totale dell'art. 18. Di qui anche la necessità di eliminare le forme di rappresentanza sindacale autentica, conflittuale.

Resta sullo sfondo del "nuovo" discorso confindustriale la natura minacciosa dell'Unione Europea "tedesca" - si può sintetizzare così la lunga sequenza di lamentele su una Ue " senza anima e cuore", sul "rigorismo eccessivo", sulla tragica tentazione di "arroccarsi intorno al nucleo duro dell'eurozona" - che, non potendo essere messa in discussione dall'industria, dovrebbe essere modificata dalla "politica". Ossia da questi poveri personaggi in cerca d'autore - Renzi, Boschi, Madia et similia - gettati sul palcoscenico mediatico a recitar la parte degli "innovatori".

Certo che gli industriali italiani non sanno far altro che darsi la zappa sui piedi...

Fonte

19/05/2015

Il conflitto di lavoro. Visto dalle donne

Il lavoro ha molte facce, ma quello delle donne è regolarmente messo in secondo piano, e non solo sul piano salariale.

Pubblichiamo qui due storie di donne al lavoro o tagliate via dalle ristrutturazioni. Ci sembrano esemplari e capaci di far riflettere anche chi, del mondo del lavoro, proprio non riesce a comprendere la radicalità. Che non è contenuta in una particolare “forma di lotta”, ma nel mettere ogni singolo lavoratore – soprattutto se donna – di fronte ad un avversario spietato: il padrone. E quando decide di lottare, lo fa sempre sapendo che la battaglia è lunga, durissima, senza sconti, ma necessaria. Che si può vincere o perdere, ma in cui è fondamentale soprattutto non perdere se stessi. Anzi. E' proprio nel conflitto che si scopre quanto si vale davvero, che ci si trova.

*****

Alitalia: la disoccupazione in rosa

di Francesco Iacovone - da francescoiacovone.com

E’ innegabile che siano le donne, quelle che più di tutti stanno pagando la crisi, quelle che hanno subito e continuano a subire i maggiori attacchi ai diritti faticosamente conquistati, al sessismo nel lavoro e alla discriminazione di genere. Si potrebbero raccontare migliaia di storie di donne, farne un mosaico rappresentativo della società in cui viviamo. L’ aspetto più drammatico di questa situazione è il profondo senso di solitudine che attanaglia le donne, la disoccupazione rosa non fa notizia, e come spesso accade le donne finiscono sui tabloide per questioni molto diverse, che aggravano il senso di frustrazione generale. In questo mosaico di donne invisibili e discriminate, possiamo parlare delle donne di Alitalia che sono tra le prime ad aver assaporato, in una delle più grandi aziende industriali del paese, cosa rappresenti essere donna nel mondo del lavoro.

Comincia così la mia chiacchierata con Susi, una sindacalista USB di Alitalia ma ancor prima una persona che stimo, con una sensibilità fuori dal comune.

Appartengo a quelle 10.000 persone che nel 2008 sono state licenziate dalla vecchia compagnia di bandiera, un piccolo paese di lavoratori e precari, uomini e donne, ma anche famiglie e speranze. Licenziati, senza nessun criterio oggettivo di legge, considerati come “materiale umano” da utilizzare secondo necessità, nella più grande privatizzazione della storia recente del nostro paese. Molti tra questi lavoratori erano genitori di disabili e madri sole. Molti erano sindacalisti scomodi.

Insomma, una storia fatta di uomini e donne, una vertenza che nasconde dietro ogni singolo posto di lavoro una storia fatta di sangue e carne. Una vertenza di quelle che tracciano un solco, che determinano un cambiamento radicale nelle relazioni industriali di tutto il paese e che incidono nella vita di tutti i lavoratori, nessuno escluso. Susi prosegue nel suo racconto, con passione e rabbia:

Da coloro che sono stati espulsi dal mondo del lavoro perché pensionabili e molti, soprattutto donne, non lo sono più, a coloro che sono stati lasciati a casa senza nessuna prospettiva perché discriminati. Ai precari, i nuovi schiavi invisibili. Solo chi ci è passato sa che cosa si provi ad alzarsi una mattina e perdere tutto. Il lavoro, il futuro, l’identità. Essere accompagnati alla porta, perché da quel momento non servi più all’azienda per cui hai lavorato per dieci venti, trent’anni. Magari dopo anni di precariato.

Che cosa voglia dire essere un uomo o una donna di quaranta, cinquant’anni e avere la preoccupazione di non riuscire più a rientrare nel mondo del lavoro perché troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per trovare lavoro. E come si senta un padre di famiglia nel guardare il proprio figlio sapendo di non essere più in grado di provvedere al suo futuro. Si è fatta molta critica sulle proteste di chi sta perdendo il lavoro o sugli ammortizzatori sociali che nel trasporto aereo sono considerati da privilegiati. Peccato che, molto spesso, chi ci finisce entra in un purgatorio prima di essere definitivamente disoccupato. Mentre al posto di chi è in cassa o mobilità c’è un precario o uno sfruttato, semmai con contratto estero sottopagato.

Quello che accade oggi in questo settore, dalle compagnie aeree, agli handlers, alle manutenzioni, alle attività commerciali, rappresenta un sistema fatto di discriminazioni, abusi, indifferenza, in cui i lavoratori sono lasciati soli, non solo dall’azienda, ma dalle istituzioni e da una parte del sindacato molto più impegnato a non disturbare il conduttore che farsi garante del sacrosanto diritto al lavoro. E’ il risultato delle grandi privatizzazioni in cui a fronte degli interessi di pochi si sta minando la tenuta stessa della società.

Sei anni fa il fallimento di Alitalia ha rappresentato una grande campagna elettorale insieme alla “monnezza” di Napoli. Oggi tutte le aziende di questo settore sono in una crisi sistemica senza precedenti. I fiumi di denaro speso per gli ammortizzatori sociali e il dispendio economico di risorse della collettività, sono una bestemmia per la società stessa. Soprattutto se pensiamo che molto spesso gli amministratori delegati, dopo aver fatto fallire le società, escono con premi da capogiro.

Quella di questo settore è una storia, fatta di bad company e good company, di salvataggi di banche e distruzioni di migliaia di posti di lavoro. La storia di aziende che erano e sono le persone che ne portano l’immagine nel mondo. Una storia fatta di ricordi e di passione, ma anche di dolore personale e collettivo. E’ giusto raccontare questi anni bui perché la memoria ci restituisca la dignità, perché dietro ogni posto di lavoro c’è sangue e carne. E’ urgente rimboccarsi le maniche perché quello che è accaduto a migliaia di persone non deve accadere mai più.

Susi ci ha ben rappresentato quanto accade oggi in Alitalia. Tutto ciò non è che il completamento di un “lavoro” iniziato qualche anno fa, il compimento di un nuovo modello di relazioni industriali che non fa prigionieri, spietato e violento, che non riguarda soltanto l’Alitalia, non riguarda soltanto Susi. Riguarda tutti noi e tutti noi possiamo rileggerci la nostra storia personale.

Buona lotta Susi, buona lotta a tutti noi!

*****

Le fortunate di Melfi

di Ape Operaia - da ClashCityWorkers


Ripubblichiamo questo racconto di alcune operaie della Sata (FCA) di Melfi. La produttività tanto decantata da Marchionne cosa significa per la vita dei lavoratori, e delle donne in particolare, dato il doppio carico di lavoro cui sono sottoposte? Cosa significa lavorare anche la domenica? Cambiare continuamente turno? Essere costretti a lavorare a ritmi sempre maggiori?

Da qualche settimana è iniziata la sperimentazione dei nuovi turni alla Fca di Melfi ed è già possibile descrivere una situazione tutt’altro che felice per noi donne.

Si lavora 6 mattine, dalle 6 alle 14, da lunedì a sabato; poi si riattacca domenica sera alle 22, per 4 notti di seguito; poi due giorni di riposo, 3 pomeriggi di lavoro (compresa una domenica), 2 giorni di riposo, 3 notti di lavoro, due riposi e altri 4 pomeriggi di lavoro. Finalmente una domenica di sosta, ma lunedì alle 6 si ricomincia daccapo. E' come vivere in un continuo cambio di fuso orario.

Già i primi 10 giorni ci hanno sfinite, le ore in fabbrica si trascorrono in piedi davanti a una catena sempre più veloce perché, grazie al “sistema migliorativo Ergo uas”, tutto il materiale ci arriva direttamente in postazione su carrellini trainati dai robot automatizzati che spesso perdono pezzi per strada o si fermano e non vogliono saperne di ripartire. Loro non sentono le minacce dei capi, decidono di non lavorare più e così è se vi pare.

Le operazioni sono tutte cronometrate e le postazioni saturate; in teoria dovremmo star ferme ad assemblare comodamente tutto ciò che ci arriva ma in realtà si cammina, anzi, si insegue la linea e ci si “imbarca”, ossia ci si allontana sempre di più dai confini della postazione disegnati sul pavimento. Basta un qualunque imprevisto, una vite sfilettata o un semplice starnuto, per rendere spasmodica la risalita. A volte ci paragoniamo ai salmoni e speriamo che non ci attenda la stessa sorte.

Quando si avvicina la pausa c’è il conto alla rovescia dei minuti e scherzando ci chiediamo cosa riusciremo a fare in quei 10 minuti: andiamo al bagno, fumiamo o mangiamo qualcosa? Magari potremmo fare la fila davanti al bagno mangiando il panino, nella peggiore delle ipotesi almeno una cosa l’avremo fatta!

I bagni sono pochi rispetto al numero delle persone, così anche i distributori di caffè e merende circondati da sei o sette sedie – pochissime – a creare una piccola area relax; le file sono lunghe e il caffè conviene dividerlo con uno o due colleghi. Abbiamo chiesto più bagni o qualche minuto in più di pausa: qualche capo spiritoso ci ha suggerito di non bere per ridurre le esigenze fisiologiche. Chi trascorre la pausa in postazione si appoggia ai cassoni o si siede su una cassettina vuota e, anche se non si potrebbe fare, mangia qualcosa.

I primi dieci giorni consecutivi di lavoro sono stati devastanti, avevamo i polsi, i polpastrelli e tutti i muscoli indolenziti. I due giorni di riposo li avremmo dedicati alle faccende di casa, in teoria, ma la stanchezza era tanta e non siamo riuscite a fare tutto. Al rientro in fabbrica avevamo la sensazione di non esserne mai uscite, nessuna di noi è riuscita a realizzare tutti i propositi in quei due giorni e qualche capo, sempre più spiritoso, ha suggerito di mettere “un aiuto in casa”... Magari che si occupi anche dei nostri affetti? No grazie!

Seguire i bambini e aiutarli nei compiti è un’altra impresa: durante il turno di pomeriggio non riusciamo quasi a vederli, mentre con i turni di mattina e notte cerchiamo di recuperare e di dare il massimo. A volte tentiamo di colmare l’assenza facendo loro dei regali, oppure siamo eccessivamente tolleranti, altre volte invece ci si arrabbia per poco o niente a causa del nervosismo e della stanchezza. Sono molti i casi di coniugi che si sono separati e lavorano in squadre diverse per far sì che uno dei due sia a casa in assenza dell’altro, ma con la nuova turnazione ci ritroviamo a fare anche due turni diversi nella stessa settimana e se uno dei coniugi è stato posizionato sulla linea di produzione della Grande Punto, dove si lavora una settimana di mattina e una di pomeriggio, capita di ritrovarsi nello stesso turno per cui bisogna cercare una persona affidabile che accudisca i bambini in nostra assenza e che abbia la possibilità di seguire questi nuovi orari.

Intanto sono arrivati i nuovi assunti, tanti ragazzi e ragazze che potrebbero avere l’età dei nostri figli; alcuni hanno iniziato con entusiasmo, altri con rassegnazione: tutti hanno portato una ventata di freschezza e di novità. I loro giovani volti sono già segnati dalle occhiaie, spesso l’auto dell’infermeria passa per soccorrerli, qualcuno ha già mollato, qualcun altro è stato più fortunato e si trova a svolgere un lavoro meno faticoso. Lavorare con questi ragazzi in difficoltà mette una grande tristezza e la voglia di aiutarli in qualche modo, ma non poterlo fare ci da un senso di impotenza.

E’ opinione comune che noi topolini di questo grande laboratorio siamo fortunati: a Melfi si lavora! E in effetti ci sentiamo stanche e indolenzite ma anche fortunate. Viene da chiedersi se non sarebbe più giusto ripartire questa “grande fortuna” con altri operai, diminuendo le ore di lavoro e aggiungendo altri turni come hanno fatto i nostri colleghi tedeschi in passato, con ottimi risultati.

Siamo come i salmoni che risalgono la corrente quando cerchiamo di recuperare la postazione; siamo i robot instancabili che non devono conoscere le festività; siamo i topolini di un nuovo esperimento. Siamo le fortunate operaie di Melfi.

Fonte

23/12/2012

Quegli operai che battono le mani

La politica è una cosa, l'analisi teorica un'altra. “Classe operaia” e operai in carne e ossa sono parecchio differenti.

Nei momenti migliori gli esseri umani tendono a somigliare all'icona che la Storia ha disegnato. In tempi difficili, come questi, oltre a battaglie generose e disperate, si vedono invece anche scene vergognose. E che dovrebbero far pensare soprattutto i protagonisti.

A Melfi è andata in scena, giovedì 20 dicembre, una cerimonia tentata soltanto nel ventennio fascista. Per la precisione nell'ottobre del 1932, al Lingotto, quando Mussolini venne omaggiato da Gianni Agnelli – il nonno dell'Avvocato, a sua volta nonno del John Elkann che a nome della “Famiglia” affiancava Sergio Marchionne sul set lucano – nello stabilimento torinese del Lingotto.

Anche allora ci furono applausi per il Duce e il Padrone. Operai selezionati tra il personale più fedele, capi travestiti in tuta (come ieri il direttore di Melfi!), una militarizzazione che sconsigliava dissonanze. Ma c'era anche una prospettiva industriale, una produzione che “tirava” nonostante il mondo intero stesse assaggiando la frusta della crisi del '29.

Lo stesso gioco, sette anni dopo, per l'inaugurazione di Mirafiori, non riuscì affatto. Il silenzio degli operai del 1939 fu tale da far andare via i gerarchi, di corsa, con Agnelli al seguito. La crisi non era affatto finita, l'Italia stava per entrare in guerra (lo fece qualche mese dopo, ma la discussione era all'ordine del giorno), e la Fiat stava per costruire camion militari e blindatini, invece di automobili.


A Melfi gli applausi ci sono stati. Obbligati, pagati, sotto ricatto occupazionale e produttivo (i due nuovi mini-suv che dovrebbero esservi costruiti partiranno solo nel 2014, se non succederà qualcosa che lo sconsigli). Ma ci sono stati.

Soprattutto, Monti e Marchionne hanno squadernato il “nuovo modello sociale” che dovrà caratterizzare secondo loro l'Italia del futuro: tanto lavoro per sempre meno gente, silenzio e testa bassa, applausi quando si accende la luce rossa a volontà del capo. Sputare sangue ed esser pronti a ringraziare, facendo la claque.

Dentro la fabbrica, e nel sistema delle relazioni industriali, un solo sindacato: quello di regime. Oggi sono ancora quattro (Cisl, Uil, il Fismic solo perché erano in casa Fiat, e l'inesistente Ugl ex-fascista), ma in tempi rapidi diventeranno uno solo, sfrondando apparati davvero pletorici per il lavoro che li aspetta: dire sì al padrone.

Fuori dalla fabbrica, e dal sistema della rappresentanza “riconosciuta”, tutte le sigle non omologate, conflittuali, dissenzienti. A Melfi c'era - fuori - la Fiom, con Maurizio Landini; considerato quasi un “sindacato di base”, ormai, e come quello “da cancellare”. Non c'era la Cgil e tantomeno Susanna Camusso, ufficialmente impegnata in un Direttivo nazionale durato un solo giorno invece dei due previsti. Si vede che non hanno trovato nulla su cui discutere, o almeno ragionare, mentre governo e padroni stanno disegnando un mondo che non prevede più la presenza di una cosa chiamata Cgil.

Gli applausi ci sono stati e ci devono far pensare. Senza una prospettiva, senza un orizzonte concreto verso cui indirizzare il malcontento e la rabbia, anche tra chi viene spremuto come un limone la Resistenza non inizia, non prende corpo. Ci si affida al Padrone e al Duce di turno nella speranza che le cose vadano meglio, che almeno quei pochi che lavorano continuino a farlo, che “passi 'a nuttata”.

Il ritiro delle organizzazioni “complici”, lo smarrimento di quelle che pur hanno resistito in questi ultimi anni senza però comprendere fino in fondo lo spessore “epocale” del “modello Pomigliano” (la Fiom, in primo luogo, ma non solo), sembra aprire una prateria davanti.
C'è il rischio, se si commettono altri errori, di lasciarla diventare un deserto.

Non serve sparare parole incendiarie, oggi. Serve, è necessario, è indispensabile, individuare quella prospettiva e mantenere-radicare-articolare la presenza antagonista. Mettere in piazza organizzazione fatta per durare, cervello e cuore, sguardo lungo e piedi per terra. Poche chiacchiere, nessuna mitologia, tanto lavoro.

Fonte