La Procura del dipartimento di Santa Cruz ha emesso un nuovo mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente Evo Morales, accusandolo di terrorismo, sollevazione armata contro la sicurezza e la sovranità dello Stato e attentato alla sicurezza dei trasporti. Il provvedimento origina da una denuncia presentata dal gruppo conservatore Comité pro Santa Cruz, poi fatta propria dal Ministero dell’Interno.
Sotto la lente degli inquirenti ci sono i 53 giorni di blocchi stradali e imponenti mobilitazioni che tra maggio e giugno hanno paralizzato ampie zone del paese. Assieme a Morales sono stati incriminati diversi leader sindacali, tra cui Juan Carlos Huarachi, ex segretario della Central Obrera Boliviana (COB).
Le mobilitazioni di inizio estate sono state l’apice dell’attivazione di piazza dovuta a un largo malcontento sociale. Autotrasportatori, contadini e varie altre categorie di lavoratori hanno manifestato per settimane contro la grave crisi economica, l’inflazione e i tagli ai sussidi sui carburanti promossi dal presidente Rodrigo Paz, insediatosi alla guida del Paese con un programma economica nettamente neoliberista.
Secondo gli inquirenti, le proteste sarebbero state ordinate e coordinate da Morales con l’obiettivo di destabilizzare e far cadere il governo. Ovvero scambiano il possibile risultato politico della perdita di sostegno di massa per la mancata approvazione delle richieste di piazza con l’obiettivo politico dei movimenti popolari che hanno combattuto strenuamente le scelte economiche dell’esecutivo.
Attraverso i suoi canali social, Morales ha affermatoche “non ci faremo intimidire”. L’ex presidente ha qualificato le accuse come una manovra giudiziale di persecuzione politica orchestrata dal governo Paz per distogliere l’attenzione pubblica dalla drammatica crisi che vivono ampie fette del paese e nascondere la propria incapacità di gestione. “Continueremo a lottare al fianco del popolo, con la convinzione che la Bolivia meriti un cammino differente: fatto di dignità, sovranità e giustizia sociale”, ha aggiunto.
Morales si trova attualmente nella regione del Trópico de Cochabamba (nel Chapare), roccaforte dei suoi più fedeli sostenitori. La zona è presidiata da migliaia di contadini e volontari delle Seis Federaciones, che hanno istituito checkpoint, barricate e ronde di sorveglianza per impedire che il mandato d’arresto venga eseguito. Il paese si trova già evidentemente di fronte a una frattura profonda, con il rischio di sfociare in un’altra escalation dello scontro interno.
Il nuovo affondo della magistratura alza ulteriormente la temperatura di un clima politico già rovente, spingendo la Bolivia verso l’incertezza politica aggravata dall’ondata repressiva del governo, mentre l’economia annaspa. Le accuse rivolte a Morales, per cui la sua azione avrebbe tratti terroristici, segnala la volontà di fare definitivamente i conti con l’esperienza di governo popolare rappresentata dall’ex sindacalista.
Le scelte di Paz e le inchieste degli inquirenti risultano parte della più generale ondata reazionaria che, su spinta – e fondi – di Washington e anche Israele, ha condotto un attacco frontale alle opzioni popolari che negli ultimi 20 anni hanno conteso con forza il potere agli schieramenti della destra latinoamericana, sempre allineata ai voleri della Casa Bianca.
Per ora Morales rimane protetto, ma la situazione ecuadoriana rappresenta un tassello di un processo continentale. Con il recente lancio da parte del presidente argentino Milei del figlio di Bolsonaro, Flávio, nella sfida a Lula per le presidenziali brasiliane, viene fatto un ulteriore passo nell’aggressione imperialista statunitense nelle Americhe, che trova ancora oggi Cuba come il più strenuo baluardo dell’alternativa necessaria. Ma la situazione è grave, e l’attenzione verso gli eventi dall’altra parte dell’Atlantico deve rimanere alta.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/07/2026
Mandato d’arresto per Evo Morales, continua la persecuzione dopo le proteste
24/06/2026
Bolivia - Nulla tornerà come prima
La notte del 19 giugno sarà ricordata come il momento in cui la leadership della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha consumato il suo tradimento, firmando un patto alle spalle delle basi popolari indigene e spezzando il blocco di resistenza.
La pretesa di istituire uno stato liberale con sogni “libertari” (nell’accezione di Milei, ndt) che non è ancora nato, dimostrandone la totale incapacità di generare egemonia, è ricorso alla corruzione aperta: buoni diesel per i trasportatori, bonus di 5.000 miliardi per mettere a tacere i settori minerari e promesse di impiego precario a El Alto. Immediatamente dopo, il 20 giugno, il regime ha scatenato la sua macchina coercitiva dichiarando lo Stato di Emergenza e militarizzando il paese.
Di fronte a questo tradimento e al pericolo imminente di violenza statale, l’avanguardia indigena-nativa ha eseguito una manovra tattica impeccabile: una ritirata strategica. Le masse non sono state sconfitte, sono semplicemente passate alla resistenza passiva per riorganizzare le loro forze di fronte al logoramento e al tradimento.
Il presidente Paz ha mantenuto la sua carica, ma è stato ridotto alla condizione di amministratore di un “governo autolesionista”, paralizzato dal terrore di fronte a una mobilitazione che sa di non poter contenere due volte. La vera tragedia di questo regime risiede nelle contraddizioni insormontabili verso i suoi finanziatori e alleati. Paz non è il proprietario della sua agenda; è ostaggio degli impegni strutturali che ha assunto.
Per sopravvivere, il governo è costretto a cedere al capitale transnazionale. I suoi patti con l’asse di estrema destra (legami con Donald Trump e promesse di accelerazione estroattivista a figure come Elon Musk) gli impongono di rispettare la consegna del litio boliviano, la più grande riserva al mondo.
Allo stesso tempo, deve onorare il proprio debito verso l'“Asse Agroindustriale” delle lobby e degli imprenditori di Santa Cruz, che chiedono di consolidare l’attuazione della abrogata Legge 1740 per avanzare sui territori indigeni e sulle foreste amazzoniche
Ancora più soffocanti sono le condizioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Per rendere validi i prestiti che sostengono il suo fragile modello, Paz è costretto a eseguire una terapia d’urto neoliberale:
- Privatizzazione delle imprese pubbliche e alienazione delle risorse nazionali strategiche.
- Riduzione dell’intervento statale, che implica licenziamenti massicci, tagli sociali e flessibilità del lavoro che ha già cercato di imporre (e su cui è dovuto tornare indietro) con il Decreto 5503.
- Svalutazione ufficiale della valuta, trascinata giù dalla forte pressione per legalizzare un tasso di cambio di 30 bs/dollaro, distruggendo il potere d’acquisto della classe operaia.
Qui risiede l’impasse del regime. Rodrigo Paz cerca di imporre sogni “libertari”, nello stile di Milei o Trump, ma si scontra frontalmente con la realtà istituzionale del paese.
L’architettura della Costituzione Politica dello Stato (CPE), istituita nel periodo della Rivoluzione Democratica e Popolare, ha definito la Bolivia come uno “Stato Sociale di Diritto” e una democrazia basata sul popolo, che oggi rappresenta una barriera legale di contenimento contro lo smantellamento del paese. La CPE garantisce la proprietà statale delle risorse strategiche (Litio, Gas, Miniere, Acqua) e ferma sul nascere le aspirazioni di privatizzazione.
Tuttavia, la vera trincea di quell’epoca non è fatta di carta. E oltre all’inchiostro e ai margini del testo costituzionale, sono le strade che sono state istituzionalizzate come il fattore di veto politico definitivo. Le strade bloccate, le assemblee territoriali e la mobilitazione di massa non sono più anomalie congiunturali, ma sono emerse come la vera sovrapotenza del paese.
Nella Bolivia del 2026, il Palazzo del Governo può redigere decreti di privatizzazione e firmare patti con capitali stranieri, ma l’ultima parola è dettata dall’asfalto. L’esperienza accumulata in 50 giorni di paralisi nazionale ha lasciato una lezione irreversibile: il blocco sostenuto è stato perfezionato come arma strategica per eccellenza e contrappeso socio-politico assoluto al tradimento dello Stato.
Conclusione: Governare la Bolivia trasformata del 2026 con i manuali di esclusione e obbedienza degli anni ’90 è un suicidio politico.
La contraddizione centrale di questo catastrofico stallo ha raggiunto il punto di rottura: se il governo non si conforma alle richieste del FMI, dell’asse “libertario” internazionale e dell’agrobusiness, crolla finanziariamente. Ma se tenta di compiere anche solo un passo per rendere efficaci queste misure (decretare un aumento della benzina, una svalutazione ufficiale o privatizzare il litio), farà esplodere istantaneamente la polveriera sociale.
Qualsiasi di queste misure massificherà la protesta. L’attuale smobilitazione è solo una pausa tattica.
Qualsiasi tentativo del governo di rispettare i suoi patti neoliberisti sarà il catalizzatore che trasformerà questo ritiro in una mobilitazione assoluta, segnando l’inevitabile scontro finale con un regime che ha già esaurito il suo tempo nella storia.
Come avvertì il leader aymara e protomartire Túpac Katari di fronte al giogo coloniale prima di essere giustiziato: “Uccideranno solo me, ma domani tornerò e sarò milioni”.
Oggi, quei milioni sono il soggetto politico ineludibile di questa nuova era, trasformato nel veto popolare definitivo che attende, pazientemente e organizzato, il momento esatto per dare vita alla nuova Bolivia.
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19/06/2026
La Bolivia non si può più governare senza gli indios
di Alvaro Garcia Linera
È sempre l’esperienza di un torto subito a scatenare il malcontento collettivo più profondo in una società. E in Bolivia, ci sono stati tre atti di aggressione a scatenare nell’ultimo mese una ribellione indigena e contadina contro il governo di Rodrigo Paz.
Il primo è stato l’aumento dei prezzi dei carburanti, che erano stati sovvenzionati per 20 anni. Da un giorno all’altro, la benzina è aumentata dell’87%, mentre il diesel, utilizzato per i trasporti pesanti, è cresciuto del 163%. Se a questo aggiungiamo il fatto che la benzina importata dal governo era letteralmente immondizia, con percentuali di carbonio di gran lunga superiori alla norma, e ha danneggiato i motori di centinaia di migliaia di automobilisti, una rabbia generalizzata ha travolto le classi popolari.
In mezzo a tutto questo, è emerso un senso di tradimento. Rodrigo Paz, un candidato insignificante, privo di una struttura politica o di un programma, ha vinto le elezioni con l’appoggio popolare all’ultimo minuto per impedire al candidato di estrema destra delle oligarchie, Quiroga, di salire al potere. Ma non era ancora entrato in carica che già aveva eliminato le tasse sui grandi patrimoni e cercato di promuovere la vendita delle piccole proprietà contadine. Le grandi imprese, con i loro piani di saccheggio delle risorse pubbliche, che avevano perso le elezioni, ora detenevano il potere; nel frattempo, il voto popolare, che aveva vinto le elezioni, era stato escluso dal processo decisionale.
In terzo luogo, il periodo storico in cui i popoli indigeni e i contadini avevano sperimentato, per la prima volta in secoli, il riconoscimento della loro cittadinanza (2006-2019), in cui avevano ottenuto un massiccio accesso alle cariche pubbliche ed erano uscite dalla miseria – il 30% della popolazione era uscita dalla povertà – fu liquidato dal governo e dal suo coro di scrivani come semplice periodo di “barbarie”, “privilegi” e “deistituzionalizzazione”.
Tutte queste offese sono sfociate in una rottura morale tra i settori popolari – in particolare i contadini e i poveri delle città nella parte occidentale del paese – e il governo.
In maniera espansiva, i blocchi stradali attuati dai contadini si sono diffusi in tutta la Bolivia occidentale. La COB, che rappresenta i lavoratori salariati regolari, ha costituito il fronte iniziale della mobilitazione. Operai di fabbriche e miniere sono usciti a manifestare, ma non sono riusciti a paralizzare le attività produttive.
La vera forza proveniva dalle comunità contadine Aymara e dai quartieri periurbani della città di El Alto. Non è nata da un comando centralizzato o da un leader visibile. I blocchi stradali sorgevano a livello regionale, frutto di assemblee provinciali, arrivando a paralizzare tutte le autostrade che collegano la sede del governo – La Paz – e le città degli altipiani – El Alto, Oruro e Potosí – con il resto del paese. Dopo settimane, anche la regione tropicale di Cochabamba, zona di influenza dell’ex presidente Morales, si è parzialmente unita al blocco degli altipiani Aymara.
Ed è proprio in questa natura indigena e contadina della mobilitazione che risiede la causa strutturale di fondo di tutto il malessere sociale, una causa che nessun progetto politico, di destra o di sinistra, può più ignorare. In Bolivia, non è più possibile governare senza i popoli indigeni. Non si tratta di una scelta ideologica, di una preferenza morale o di benevolenza. È un dato strutturale della realtà sociologica del Paese.
Dal 2000, i popoli indigeni hanno percorso la strada del potere: dalla costruzione discorsiva dell’emancipazione indigena – si pensi alla splendida frase del leader aymara Felipe Quispe rivolta all’ex presidente Sánchez de Lozada, che parlava “da presidente a presidente” – passando per il potere di veto su chi non sarà presidente – Gonzalo Sánchez de Lozada, Tuto Quiroga – fino alla definizione di chi invece sarà presidente – Evo Morales. Pertanto, non è più possibile una Bolivia senza i cosiddetti “indios”.
A rigor di termini, questa presa di potere indigeno ha a che fare con il modo in cui è stata storicamente costruita la cittadinanza in Bolivia.
Ogni cittadinanza moderna al mondo ha un’architettura istituzionale basata su quattro pilastri: un sistema di diritti e responsabilità sanciti dalla legge; un soggetto emblematico dell’accesso alla cittadinanza (ad esempio i sindacati); un’economia politica di conquiste e concessioni per i cittadini (accordi tripartiti); e una forma di redistribuzione delle risorse pubbliche che fornisce un sostegno materiale ai diritti (la spesa pubblica sociale). È attorno a questi pilastri che si è gradualmente costruita la cittadinanza giuridica, politica e sociale.
In Bolivia, l’uguaglianza davanti alla legge (XIX secolo) e l’uguaglianza politica (1952) esistevano solo sulla carta, a causa della persistenza delle discriminazioni razziali che regolavano l’accesso alla giustizia e alle cariche pubbliche. La cittadinanza sociale, con il riconoscimento dei sindacati, dei diritti dei lavoratori e l’accesso all’assistenza sanitaria, è stata raggiunta dopo diverse insurrezioni, ma solo per il 20% della popolazione con lavoro formalizzato.
E nelle società eterogenee con diverse nazionalità maggioritarie al loro interno, come la Bolivia, questi tre livelli di cittadinanza sono incompleti perché non coprono l’intera società e sanciscono meccanismi di esclusione razzializzati. Per questo, a partire dal 2006, si è andata costruendo una cittadinanza plurinazionale capace di mettere insieme la complessità sociale.
Questa cittadinanza plurinazionale ha significato:
1) Il riconoscimento costituzionale delle nazioni indigene, della loro lingua e storia come ufficiali.
2) Il riconoscimento dei sindacati, delle comunità, delle corporazioni, delle associazioni di quartiere come soggetti collettivi di diritto e di mediazione con lo Stato. Si tratta di un corporativismo democratico che articola la modernità con la tradizione.
3) L’assegnazione delle risorse pubbliche nei territori indigeni e contadini – in media il 35% degli investimenti pubblici annuali – e la priorità dei trasferimenti monetari diretti ai settori popolari, riducendo i sussidi ai settori imprenditoriali.
Ciò ha consentito all’80% della popolazione che era priva di diritti sociali, e la cui “protezione” era responsabilità di azioni di beneficenza delle chiese, delle ONG o del governo, di ottenere ora una cittadinanza materialmente effettiva. E oggi si mobilitano per evitare di venirne espropriati.
Al momento in cui scrivo, i blocchi stradali sono ancora in corso. Se il governo commette l’errore di una repressione sanguinosa, la sollevazione potrebbe estendersi ulteriormente. Il malessere sociale è profondo. Se il governo opta per il logoramento, il movimento ha già raggiunto un livello di espansione sostenuto nella mobilitazione contadina che, per ora, non gli consente di vincere.
Per le dimissioni del governo mancherebbe l’adesione mobilitata di nuovi settori della città di El Alto e di alcuni quartieri popolari della città di La Paz. Ma, dopo quasi 40 giorni di paralisi dei trasporti, calo delle attività commerciali, carenze e prezzi alimentari esorbitanti, è molto difficile che questa mobilitazione urbana si verifichi.
La verità è che questa lotta per difendere la cittadinanza indigena conquistata è appena iniziata. Si ripeterà a ondate, secondo i cicli agricoli, finché non si otterrà una sorta di inclusione o trionfo. L’estirpazione della cittadinanza plurinazionale richiederebbe la repressione delle nazioni indigene Aymara, Quechua, Guaraní, ecc.
Certamente non mancano coloro che sostengono la repressione gridando sulle reti: “fai patria, ammazza un indio”. Ma gli indigeni costituiscono la maggioranza demografica e politica del paese e il loro lavoro è ciò che sostiene la Bolivia. Pertanto, prima che queste minacce si realizzino, sarà più facile che si dissolvano le minoranze oligarchiche.
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15/06/2026
Bolivia - Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz
Quella che è iniziata più di 40 giorni fa in Bolivia come una protesta sindacale si è trasformata in una mobilitazione popolare e generale per le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, che per difendersi minaccia lo stato di emergenza.
Una giornata di violenta repressione poliziesca ha scosso il centro della Capitale La Paz giovedì scorso, causando 36 arresti e decine di feriti. Gli eventi sono avvenuti dopo che la Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha marciato nel cuore della capitale boliviana, dopo due settimane in cui le forze di sicurezza erano riuscite a mantenere il centro del paese libero dalle proteste.
Testimoni e manifestanti hanno denunciato l’uso eccessivo della forza da parte dei contingenti di polizia, dopo che questi hanno attaccato duramente i manifestanti per disperderli.
Il leader della Confederazione Unica Sindacale dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), Vicente Choque, ha ratificato davanti alle organizzazioni sociali l’impegno a mantenere le mobilitazioni, assicurando che non fosse il momento di abbandonare la lotta. Allo stesso modo, il rappresentante ha sottolineato che la richiesta principale e non negoziabile continua a essere le dimissioni di Rodrigo Paz.
Le organizzazioni sociali riunite nel Cabildo del Jach’a Marka Viacha hanno deciso di mantenere e rafforzare i blocchi in diverse parti del comune, con la partecipazione di settori affiliati alla Federazione Tupak Katari, SIMACO, al Centro dei Lavoratori boliviani e alle autorità locali.
Durante il raduno, i partecipanti hanno deciso di continuare con le misure di pressione e la sorveglianza permanente agli ingressi principali, riaffermando il loro sostegno alle richieste dei settori mobilitati.
Hanno inoltre ratificato il loro impegno a sostenere le proteste fino alle dimissioni del presidente Rodrigo Paz, avvertendo che le mobilitazioni si intensificheranno nei prossimi giorni
Le autorità native e le organizzazioni sociali della provincia di Camacho hanno ratificato la loro decisione di mantenere i punti di blocco installati sull’autostrada che collega La Paz con Copacabana, oltre a continuare le loro mobilitazioni indefinitamente.
Durante un’assemblea, i leader hanno deciso di non revocare le misure di pressione finché le richieste sollevate dai loro settori non saranno soddisfatte e il presidente Rodrigo Paz non lascerà l’incarico.
“L’unità è la nostra forza principale. Non possiamo permettere che ci dividano mentre violano i nostri diritti e influenzano i nostri territori”, hanno detto i rappresentanti della provincia.
Hanno inoltre invitato organizzazioni sociali, comunità e settori di diverse regioni del paese a unirsi alle mobilitazioni, con l’obiettivo di rafforzare le misure di pressione e far prevalere ciò che considerano popolare.
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11/06/2026
Bolivia - La rivolta popolare non arretra. Decine di blocchi in tutto il paese di Rino Condemi
I blocchi nel paese, circa 90 in 6 dipartimenti, rimangono invariati e il conflitto tende a peggiorare, dopo che il presidente Rodrigo Paz ha dichiarato che le mobilitazioni “sono guidate da narco-terroristi” e ha promulgato la Legge per la Regolamentazione dello Stato di Emergenza.
I blocchi continuano nei dipartimenti di La Paz, Oruro, Cochabamba, Santa Cruz, Potosí, Chuquisaca in un clima di crescente tensione e minacce di aumentare le misure di pressione fino alle dimissioni del presidente Paz.
Nel frattempo, il governo, tramite la Polizia e la Procura, ha arrestato circa 20 leader di diversi settori, accusandoli, tra gli altri, di terrorismo, ricorrendo anche alla tortura, secondo le organizzazioni sociali.
Un video è persino diventato virale sui social network in cui si vedono gli agenti di polizia che aggrediscono violentemente persone sdraiate a terra; secondo le organizzazioni, erano i leader della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) e di altri settori, imprigionati dal governo.
Nel frattempo, l’Amministrazione delle Autostrade boliviane (ABC) ha annunciato che i blocchi interessano sei dipartimenti del paese.
Cochabamba è quello con il numero più alto con 27, seguito da La Paz con 21, Oruro con 18, Potosí con 15, Chuquisaca con 10 e Santa Cruz con 2.
A La Paz, diverse strade chiave che collegano l’interno del paese e il confine peruviano rimangono bloccate, rendendo difficile il trasporto di merci e il transito dei passeggeri. Migliaia di viaggiatori rimangono bloccati e i settori produttivi segnalano danni diretti.
Centinaia di membri della Centrale dei Lavoratori Boliviani (COB), della federazione Tupac Katari, della FEJUVE El Alto e di altri settori sociali sono scesi dalla città di El Alto a La Paz in una marcia che chiedeva le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L’appello è stato lanciato martedì scorso, con l’indicazione di attuare una marcia pacifica che si aggiunge ai più di quaranta giorni di blocchi stradali che richiedono le dimissioni del presidente.
La carenza di cibo nei principali centri urbani preoccupa i residenti che criticano il governo per non aver risolto il conflitto. Nei mercati di La Paz e di altre città, i prodotti di prima necessità non esistono, mentre il prezzo degli articoli aumenta di almeno il 50 percento.
I leader della Federazione Chimoré hanno annunciato “l’occupazione pacifica” delle caserme militari e delle unità di polizia situate nel Tropico di Cochabamba, rifiutando l’entrata in vigore della Legge per la Regolamentazione degli Stati di Emergenza.
La decisione nasce da un incontro di organizzazioni sociali, che respingono la nuova legge emanata questo lunedì dal presidente Rodrigo Paz perché viola i diritti umani e dà via libera alle Forze Armate e alla Polizia per “uccidere” la popolazione mobilitata.
Secondo i leader, l’occupazione delle caserme e delle unità di polizia sarà pacifica e cerca di esprimere il disaccordo della popolazione con la legge emanata da Paz Pereira in un contesto di minacce alla popolazione.
Una delegazione di contadini della provincia di Chayanta, nel nord di Potosí, è arrivata martedì nel dipartimento di La Paz con l’obiettivo di rafforzare i blocchi e chiedere le dimissioni del presidente Rodrigo Paz.
“Vogliamo le dimissioni di Rodrigo Paz (...). Siamo venuti a rimuovere Rodrigo Paz”, ha detto uno dei manifestanti.
I manifestanti si sono uniti alle proteste promosse dai settori sociali che si sono mobilitati e che hanno mantenuto blocchi e altre misure di pressione in diverse regioni del paese da più di un mese.
Settimane fa, sono arrivate delegazioni dal Tropico di Cochabamba, legate all’ex presidente Evo Morales, i cui membri si sono mobilitati anche nell’ovest del paese per sostenere le azioni di protesta e ampliare la capacità di mobilitazione dei settori legati all’Evismo.
Si segnalano intanto circa 26 feriti, 2 di questi molto gravi, e più di una dozzina di detenuti nel bilancio dei gravi scontri avvenuti sabato nella città di San Julián, nel dipartimento di Santa Cruz (roccaforte della destra che esprime il governo), quando gruppi di polizia, militari e civili come la Santa Cruz Youth Union (UJC) hanno cercato di sbloccare l’autostrada che collega la capitale Santa Cruz con Beni.
L’operazione di polizia e militari è iniziata intorno alle 5:30 del mattino, con più di cento soldati, con l’uso indiscriminato di gas lacrimogeni, proiettili, alla testa di gruppi paramilitari civili, appartenenti all’UJC, armati di machete, bastoni ed esplosivi.
Il paese sta attraversando un’escalation del conflitto con blocchi stradali, difficoltà nella fornitura di prodotti di prima necessità e un dibattito crescente sull’applicazione di misure straordinarie per ristabilire il traffico e l’ordine pubblico.
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27/05/2026
Bolivia - Si acutizza il conflitto. Il governo punta allo stato d’emergenza
Lunedì La Paz si è svegliata senza mezzi pubblici e con molteplici manifestazioni che hanno aggravato il blocco di veicoli e pedoni in diverse zone della città. La carenza di benzina ha ridotto anche la circolazione dei minibus e causato lunghe code alle stazioni della funivia.
La crisi ha provocato anche punti di blocco nell’area meridionale di La Paz. Su Avenida del Poeta e nel settore di Calle 8 a Calacoto, si sono viste lunghe file e proteste di automobilisti che cercavano di fare rifornimento.
Parallelamente, diverse mobilitazioni hanno marciato verso il centro della città. Una marcia è scesa da Pampahasi e Villa San Antonio, mentre un’altra colonna ha percorso Poeta Avenue dalla zona sud.
La manifestazione più grande è arrivata come di consueto da El Alto ed è avanzata verso il centro di La Paz in mezzo a una forte spiegamento di polizia. I manifestanti sono arrivati vicino al centro politico e amministrativo della sede del governo.
La mancanza di carburante, i blocchi e le proteste hanno aggravato la crisi di mobilità a La Paz, dove migliaia di cittadini hanno avuto difficoltà a muoversi in una giornata segnata da tensioni e congestione.
Il tentativo del governo boliviano di rompere la paralisi del paese attraverso un cosiddetto “corridoio umanitario” ha portato sabato a una giornata di violenza che ha aggravato la crisi istituzionale. L’operazione, condotta congiuntamente da polizia e forze militari sulla strada principale che collega La Paz con Oruro, si è conclusa con una serie di feriti, arresti e la morte di un manifestante.
Si tratta di Víctor Cruz Quispe, un giovane membro della comunità colpito da un proiettile da arma da fuoco nei pressi della città di Vilaque. Sebbene sabato sera il portavoce presidenziale, José Luis Gálvez, abbia pubblicamente negato l’esistenza di morti e assicurato che le forze dell’ordine avevano usato solo gas lacrimogeni, il rilascio di un certificato di morte presso l’Hospital de Clínicas de La Paz e le successive dichiarazioni dell’Ufficio del Procuratore Dipartimentale hanno finito per smentire la versione ufficiale.
Parallelamente allo scenario delle mobilitazione nelle strade, il partito di governo ha ottenuto un passaggio chiave per contrastare il conflitto sociale che va avanti da settimane. Il Senato ha approvato l’abrogazione della Legge 1341 sullo Stato di Emergenza. Si tratta di un regolamento approvato nel 2020 che limitava i poteri presidenziali nel decretare misure straordinarie. Con il sostegno della maggioranza e l’unica opposizione di tre parlamentari legati al vicepresidente Edmand Lara, la Camera Alta ha eliminato il precedente controllo parlamentare e l’obbligo di fissare limiti temporali su questo tipo di decreto.
Se l'abrogazione del regolamento sarà ottenuta anche alla Camera dei Deputati, il presidente Rodrigo Paz avrà la via libera per dettare lo stato d’assedio in Bolivia senza restrizioni procedurali.
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21/05/2026
Bolivia - La giusta ira dei miserabili della terra si fa sentire di nuovo
In sei mesi di cattivo governo, il popolo boliviano, che non sa cosa siano le possibilità e la menzogna “dategli tempo”, ha marciato, bloccato le strade principali e dimostrato al resto dei popoli del continente che le insurrezioni, quando c’è una causa giusta, funzionano.
È essenziale, analizzando questa rivolta boliviana contro il potere consolidato, tenere conto della lunga storia di frustrazioni, maltrattamenti, politiche sottomesse e colpi di stato scatenati da anni contro i più umili.
Vale la pena ricordare che la Bolivia è uno dei paesi latinoamericani che ancora conserva il maggior numero di sacche di schiavitù, quasi risalente al Medioevo, e che gran parte di quei luoghi che durante il governo di Evo Morales furono denunciati, appartengono principalmente a quegli uomini d’affari corrotti che sia a Santa Cruz che a Beni, o Tarija, ora sono favorevoli al “mantenimento dell’ordine democratico”.
Per la borghesia boliviana, abituata a imporre le proprie politiche di espropriazione sotto la minaccia delle armi e dell’imprigionamento di coloro che considerano “ribelli”, ciò che accade oggi nel paese li spaventa e li inquieta, poiché con le definizioni razziste che non si risparmiano né dissimulano, pensano – e ne sono convinti, come i loro predecessori i conquistadores spagnoli – che “gli indiani” non siano degni di essere inclusi nelle “loro” società di bianchi, in questo influenzati dai croati nazisti che, alla fine della guerra, decisero di popolare alcune aree del paese e costruire feudi dove la discriminazione era comune.
Da qui questa insurrezione, nata dalla ribellione contro la legge fondiaria del 1720, che permetteva la conversione di piccole proprietà agricole in proprietà di medie dimensioni da utilizzare come garanzia per prestiti bancari. Cioè, concentrare la terra nelle mani dei soliti, che non la usano nemmeno per produrre ma per generare grandi tenute.
Questo è stato il fattore scatenante da cui sono nate le prime proteste che crescevano, nonostante il governo di Rodrigo Paz avesse deciso di abrogare la legge.
Ma immediatamente i suoi sostenitori politici e gli imprenditori non hanno nascosto il loro disappunto, e ciò che doveva essere risolto con una legislazione agraria urgente ha iniziato ad essere accantonato.
A questo si aggiunge la mancanza di carburante, che si trascina fin dai tempi dell’ex presidente, ora incarcerato, Luis Arce. Questi due elementi hanno acceso la miccia, e i contadini e gli indigeni, insieme a un appello della Centrale Operaia Boliviana (COB), hanno fatto si che iniziassero i primi blocchi e uno sciopero nazionale per un periodo indefinito.
È stato così che le strade importanti si sono iniziate a riempire, come di solito in questi casi, con grandi pietre, blocchi di cemento, contenitori della spazzatura e le barricate iniziarono a bruciare. Giorno e notte, con veglie ben organizzate dalle comunità, sopportando un freddo intenso, ma con il morale intatto di chi sa per cosa sta combattendo.
La mappa boliviana ha cominciato a essere tinta con i molteplici colori dei poncho maschili e delle gonne femminili, inevitabili e duri come l’acciaio al tempo della lotta.
Rodrigo Paz, come ogni borghese spaventato, non ha avuto altra idea che portare i soldati in strada e iniziare a sparare indiscriminatamente. Basta vedere i video che mostrano capitani ubriachi, in uniforme da campagna, che rimproverano una truppa piena di volti indigeni come quelli che avrebbero represso ore dopo, e dire loro che “per la patria daremo una lezione a queste persone sporche”.
Ma le minacce di stampare una “disciplina” con sangue e fuoco non sono state sufficienti, né i quattro contadini assassinati, per fermare quella che ormai è una nuova Fuenteovejuna (1)
Per ogni proiettile sparato, migliaia di pietre, molotov, bastoni e qualunque cosa fosse a portata di mano venivano restituiti a quei “guerrieri” del capitalismo. Ci sono scene epiche, in cui centinaia di “poncho rossi” sfondano la recinzione della polizia protetta da transenne, costringendo le divise a fuggire, disarmando persino diversi di loro.
Poi, come accade sempre, appaiono i “vigili del fuoco” del momento, la Chiesa razzista e preconciliare, gli Ombudsman e le note ONG che sostengono che sia necessario “dialogare”, che “la violenza non porta da nessuna parte”, che “la democrazia è in pericolo”. Con questi discorsi occasionali, cercano, in realtà, di salvare i vestiti di un governo in difficoltà, che riceve ordini diretti dall’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz.
Ogni volta che i popoli fanno uso della logica dell’autodifesa e rispondono alla violenza di chi è sopra con risposte simili ma diseguali, c’è un coro di opportunisti e aderenti ai poteri forti, che vogliono guadagnare tempo per riarmarsi e offrire dialogo. Quando ciò non accade, e gli insorti ignorano i canti delle sirene, vengono inevitabilmente chiamati “terroristi” e procedono di conseguenza.
Da qui il mandato di arresto contro il massimo leader della COB, Mario Argollo, e altri leader operai e contadini. La motivazione del processo che li colpirà se avranno la sfortuna di essere catturati è per “istigazione pubblica a commettere un crimine e il possibile crimine di terrorismo”.
Per non parlare della persecuzione che Evo Morales subisce da anni, che non osano fermare perché sanno che ci sono migliaia di contadini disposti a difenderlo.
È così che vanno le cose in Bolivia. Con un’insurrezione in pieno svolgimento, con un finale aperto, ma con una dimostrazione indubbia che per i popoli del continente e dell’intero Terzo Mondo, “la lotta per i diritti negati si vince combattendo”. La Bolivia, infatti, segna con le azioni coraggiose del suo popolo una strada per coloro che, governi fascisti, saccheggiatori e repressivi sopportabili, con truppe yankee che assediano o addirittura occupano i loro territori, non osano affrontarlo.
E non lo fanno perché quasi sempre c’è una leadership che stringe patti, è accomodante e facilmente acquistabile che rallenta o attutisce le ribellioni necessarie e giuste di vita.
Gran parte di questi ostacoli, intrecciati nella politica borghese delle “democrazie rigorosamente controllate dagli Stati Uniti”, esistono anche in Bolivia, ma davanti a loro c’è un popolo coraggioso che non si lascia intimidire, che sa, perché l’hanno vissuto molto di recente, con Evo al Palacio del Quemado, cosa significhi avere un governo che difende le proprie conquiste, che può fare errori, ma grazie ai suoi innumerevoli successi, c’è stata una sorta di resurrezione di coloro che per secoli sono stati condannati all’esclusione. I residenti, come i palestinesi del 7 ottobre, sono stati invitati a gridare “Basta con tanta oppressione, dannazione”.
Note
1) Fuente Ovejuna è uno straordinario romanzo dell’autore spagnolo Lope De Vega sulla rivolta di un villaggio nel medioevo contro i soprusi del signorotto locale.
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20/05/2026
Bolivia - Le barricate di La Paz e la memoria viva della rivolta
La Paz è blindata da settimane. Plaza Murillo, cuore del potere politico, è circondata da polizia ed esercito. El Alto è praticamente isolata. Le strade che collegano la capitale al resto del paese sono bloccate da barricate, pietre e copertoni bruciati. Le stazioni dei bus sono ferme, l’aeroporto irraggiungibile, iniziano a scarseggiare alimenti, gas e medicinali. Eppure, dentro questo scenario da assedio, la Bolivia continua a mostrare il suo volto più contraddittorio e più reale.
“Questa notte sono andata a camminare attorno a Plaza Murillo”, racconta una testimonianza arrivata da La Paz. “C’erano ancora i resti dei falò e dei gas lacrimogeni. La gola bruciava ancora. E in mezzo a tutto questo ho visto una donna campesina anziana, quasi sorda, con sua figlia e forse sua nipote, che vendeva fave tostate per meno di un dollaro”.
Dentro questa immagine c’è tutta la Bolivia contemporanea: repressione, povertà, resistenza indigena e sopravvivenza quotidiana.
La vittoria di Rodrigo Paz alle presidenziali dello scorso anno era stata interpretata come un doppio rifiuto. Da una parte la stanchezza verso il MAS, ormai percepito da molti settori popolari come una macchina burocratica distante dalle sue origini sociali. Dall’altra il rifiuto di una destra apertamente oligarchica e razzista. Paz aveva promesso equilibrio, modernizzazione, stabilità. Ma nel giro di pochi mesi il suo governo ha finito per rappresentare esattamente ciò che molti boliviani temevano: subordinazione agli interessi agroindustriali, apertura alle privatizzazioni, estrattivismo aggressivo e pieno allineamento geopolitico con Washington.
La scintilla immediata della crisi è stata la questione del carburante. Da oltre un anno il paese vive una crisi di approvvigionamento di benzina e gasolio. Il trasporto urbano e quello pesante hanno iniziato scioperi e proteste denunciando anche la pessima qualità del carburante distribuito. Ma il vero salto politico arriva con la Ley 1720 sulla terra, percepita dai piccoli produttori di Pando e Beni come un tentativo di favorire la frammentazione delle terre collettive e l’avanzata dell’agrobusiness.
Da lì nasce una lunga marcia indigena e campesina verso La Paz. Una mobilitazione inizialmente isolata, lasciata quasi sola persino dalle grandi organizzazioni contadine tradizionali, oggi profondamente divise. Poi però qualcosa cambia. Il malcontento si salda.
Entrano in scena i maestri, che chiedono aumenti salariali. La COB, la storica Centrale Operaia Boliviana, dichiara sciopero indefinito. I trasportatori bloccano le arterie principali. Quartieri interi di El Alto si mobilitano contro il governo. E soprattutto cresce una rabbia sociale che non nasce da una singola sigla politica ma dall’intreccio tra crisi economica, esasperazione quotidiana e sensazione di abbandono.
Il governo risponde alternando repressione e clientelismo. I cosiddetti “corridoi umanitari” organizzati per rompere i blocchi hanno provocato morti e centinaia di feriti. Un giovane ha perso un occhio colpito dai proiettili di gomma. Intanto la polizia riceve bonus straordinari e vengono lanciate applicazioni per denunciare i manifestanti.
Ma soprattutto emerge una doppia morale evidente. Quando a mobilitarsi sono campesinos e organizzazioni indigene, il governo parla di destabilizzazione, violenza e infiltrazioni criminali. Quando invece scendono in piazza i potentissimi “cooperativisti” minerari – formalmente cooperative ma nei fatti grandi imprese private che devastano l’Amazzonia e contaminano i fiumi con il mercurio – allora arrivano immediatamente trattative, condoni e concessioni.
È qui che si rompe definitivamente il fragile equilibrio costruito da Paz. Perché in Bolivia la questione sociale non può mai essere separata da quella etnica e territoriale. Quando le wiphala tornano a essere bruciate nelle manifestazioni governative, quando riemergono gruppi paramilitari civici come la Unión Juvenil Cruceñista, quando il potere ignora le delegazioni indigene accampate fuori dal palazzo presidenziale, la memoria coloniale torna a esplodere.
La Bolivia resta un’anomalia latinoamericana perché continua a essere uno dei pochi luoghi dove il conflitto sociale può ancora paralizzare realmente il paese e mettere in crisi il potere statale spaventando quello economico internazionale. È un paese attraversato da enormi contraddizioni, dove dentro le stesse mobilitazioni convivono istanze popolari radicali e corporativismi feroci, solidarietà indigena e pulsioni reazionarie. L’ombra di Morales, che qualcuno metteva al centro dello scontro, è stata subito cancellata. Le lotte di questi giorni sono un monito anche a chi, nel paese, ha voluto burocratizzare e controllare i movimenti sociali.
Ma proprio questa complessità racconta una verità che Paz sembra aver dimenticato: in Bolivia il neoliberismo non arriva mai in un territorio neutro. Arriva sempre sopra una storia di insurrezioni, memoria indigena e organizzazione popolare. E ogni volta che prova a imporsi come normalità, quella storia torna a bussare violentemente alle porte del potere.
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