Il ministro della Giustizia della Bolivia, Ivan Lima, ha annunciato martedì che il suo governo intende portare in giudizio il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Luis Almagro, per “violazioni” degli accordi dell’OSA con la nazione andina.
“C’è stata una chiara e flagrante violazione delle azioni concordate tra la Bolivia e l’OSA, dall’OSA e da Luis Almagro”, ha detto Lima. Il ministro della Giustizia ha spiegato che il governo sta “valutando i percorsi legali”, che “probabilmente non sono escludenti e possiamo seguire tutti contemporaneamente” e che intendono raggiungere “le istanze corrispondenti”.
Lima ha fatto allusione al rapporto preliminare che l’OSA ha pubblicato sulle elezioni di ottobre 2019, che alla fine ha portato ad una crisi politica in Bolivia e alle dimissioni dell’ex presidente Evo Morales. Secondo il rapporto, ci sono state “irregolarità” nelle elezioni. Secondo il ministro, il rapporto non faceva parte di un accordo firmato tra lo Stato boliviano e l’organismo e – “ancora peggio” – il rapporto finale è stato pubblicato nel dicembre 2019, fuori tempo massimo.
Lima ha affermato che intraprenderà un’azione legale contro Almagro, davanti a ciò che considera come “persistenti azioni di interferenza” nel Paese e alle dichiarazioni fatte da Almagro sulla presunta frode elettorale del 2019. Così, si aspetta che risponda della “gravità delle sue affermazioni e dell’irresponsabilità” che ha comportato il rapporto dell’organizzazione.
L’OSA ha recentemente proposto di creare una commissione internazionale per indagare sui casi di corruzione in Bolivia, dal governo Morales ad oggi, compreso il periodo di Jeanine Áñez. D’altra parte, l’organizzazione ha messo in discussione il sistema giudiziario boliviano e ha affermato che non ci sono garanzie di “imparzialità o giusto processo” contro gli ormai ex alti funzionari del governo golpista.
Una dichiarazione della segreteria generale dell’organizzazione, presieduta da Almagro, giovedì aveva criticato l’arresto di Añez, anche senza nominare l’ex presidente de facto. “La Segreteria Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani dichiara di aver preso nota delle preoccupazioni espresse nei comunicati di vari organismi internazionali ed esprime la propria preoccupazione per l’abuso dei meccanismi giudiziari che ancora una volta si sono trasformati in strumenti repressivi del partito di governo”, afferma il testo.
Il comunicato accusa anche il sistema giudiziario boliviano di favorire il partito al potere. “Negli ultimi mesi abbiamo visto la cancellazione o l’archiviazione di vari processi contro i sostenitori del MAS, così come le minacce di persecuzione giudiziaria contro i politici che si oppongono al governo. Sfortunatamente, queste minacce sono state eseguite in molti casi. In questo contesto, è importante ricordare che l’articolo 3 della Carta democratica interamericana definisce la separazione e l’indipendenza dei poteri pubblici come un elemento essenziale della democrazia rappresentativa”, ha detto l’ufficio di Almagro.
Il ministero degli Esteri boliviano ha risposto rapidamente ad Almagro. “Ancora una volta, Luis Almagro si è pronunciato utilizzando il discorso sui diritti umani per favorire gli interessi particolari e politici che rappresenta; lasciando da parte la difesa delle vittime di gravissime violazioni dei diritti umani commesse dal governo de facto che ha abusato del suo potere per perseguitare, torturare e assassinare coloro che hanno e avevano come nemici politici. Il signor Almagro non ha l’autorità morale o etica per fare riferimento alla Bolivia, dopo il danno profondo che ha fatto al popolo boliviano con la sua interferenza colonialista durante il processo elettorale del 2019. Le sue azioni sono costate vite umane e lui deve essere ritenuto responsabile del suo comportamento di parte e lontano dall’obiettività, che ha screditato un’istanza così importante per i paesi della nostra America”.
Il testo della segreteria generale dell’OSA ha ricevuto anche una dura risposta da Oscar Laborde, presidente dell’Osservatorio della democrazia del Parlamento del Mercosur (Parlasur). Laborde ha accusato Almagro di agire “senza vergogna” e di “cercare di interferire senza ritegno nella situazione politica in Bolivia”, dopo “aver promosso un colpo di Stato con massacri, assassinii, persecuzioni politiche e proscrizioni”.
Secondo Laborde, “a questo punto è chiaro che Almagro si presenta come il capo dell’opposizione politica al governo MAS”. Il parlamentare argentino ha aggiunto che le raccomandazioni fatte oggi dall’OSA non mostrano “nessun tipo di conoscenza o precisione” sul funzionamento del sistema giudiziario boliviano.
“Quello che Almagro propone è l’inizio di una cospirazione contro un governo democratico (quello presieduto da Luis Arce), cercando l’appoggio di alcuni paesi della regione”, ha detto Laborde.
E poi ha messo in guardia su Almagro: “Sta proponendo un intervento puro e semplice sullo Stato Plurinazionale della Bolivia, non solo sulla sua magistratura”.
Evo Morales, da parte sua, ha accusato Almagro di commettere crimini contro l’umanità. “Non ha mai parlato dei 36 omicidi, gli oltre 800 feriti, i 1.500 detenuti illegalmente e i cento perseguitati”, ha detto sul suo account Twitter.
“Le dichiarazioni di Almagro sono un nuovo attacco alla democrazia: negano l’autoproclamazione di Áñez, i massacri, le 1.500 detenzioni illegali, le persecuzioni e la corruzione nella pandemia, che è un crimine contro l’umanità. La lotta del popolo non può essere ignorata”.
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18/03/2021
19/12/2020
Americhe. Venti di cambiamento nell’OSA?
Anche se è stata venduta come una grande vittoria, la risoluzione approvata dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) mercoledì 8, con la quale non si riconosce il risultato delle elezioni parlamentari del Venezuela, in realtà è espressione della profonda crisi che attraversa l’istituzione. Che la risoluzione sia stata presentata da Stati Uniti, Brasile e Colombia trasforma il documento in una medaglia d’onore per la nazione bolivariana.
Composta da 33 paesi, dopo il formale ritiro del Venezuela nel 2019 e l’espulsione di Cuba nel 1962, più di un terzo dei suoi membri non hanno appoggiato la risoluzione, e questo mostra un’organizzazione divisa e carente di leadership che in realtà nella sua pratica esecutiva si mostra come un’alleanza di governi di destra diretti dagli Stati Uniti con il fine di mantenere e implementare il loro dominio sulla regione.
Persino la sua tradizionale caratteristica di essere il ministero delle colonie degli Stati Uniti è stata ridotta quasi esclusivamente all’organizzazione di frodi elettorali e colpi di Stato. In questo senso, è riuscita ad imporre Juan Orlando Hernández in Honduras nel 2017 e Jeanine Añez in Bolivia nel 2019, però ha fallito strepitosamente in Nicaragua (2018) quando ha sollevato l’insurrezione golpista contro il governo del comandante Daniel Ortega, a San Vicente e Granadinas, e pure in Guyana durante questo 2020 dove infruttuosamente ha tentato di “sporcare” le elezioni affinché fosse dichiarata la frode per poter imporre i suoi candidati.
Non parliamo poi del Venezuela, dove fin dalla sua elezione a segretario generale, Luis Almagro, in maniera continuativa ha tentato di abbattere il governo del presidente Maduro utilizzando a questo scopo ogni tipo di sotterfugi, velati e scoperti, nonché i vari strumenti che Washington ha messo a sua disposizione a tal fine. Nella ricerca di questo obiettivo assomiglia al Cartello di Lima, suo figlio putativo, partorito contro natura, anche lui fallito.
Se ci atteniamo al disprezzo manifestato dal presidente Donald Trump verso il multilateralismo e le sue istituzioni, al punto che non ha neanche voluto “sporcarsi la reputazione” formando parte del Cartello di Lima, dovremmo concludere che Almagro ha attuato per iniziativa propria nel suo interesse personale di servire gli Stati Uniti come maniera di prolungare il suo soggiorno nella segreteria generale, arrivando al paradosso quando, nel settembre del 2018, annunciò che non si poteva scartare un intervento armato contro il Venezuela, persino passando sopra la Carta dell’ONU.
Però, sembrerebbe che il colpo di Stato contro Evo Morales nel 2019, di cui Almagro ha rivendicato la paternità in un recente libro pubblicato lo scorso novembre con il titolo “Luis Almagro non chiede perdono”, ha superato ogni tolleranza, inclusa quella di coloro che l’hanno promosso e sostenuto.
Naturalmente, tutto succede quando Trump è in uscita. Negli ultimi 4 anni, certe forze e personaggi hanno mantenuto un silenzio complice davanti agli eccessi ed oltraggi dell’ex ministro delle relazioni estere del governo di José Mujica. Uno di questi è l’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos che recentemente ha affermato che ”L’OEA non sta funzionando”. Secondo il periodico di Bogotà El Espectador, Santos ha fatto quest’affermazione lo scorso giovedì 10 dicembre durante un forum virtuale organizzato dal think tank Dialogo Interamericano con sede a Washington, al quale hanno partecipato anche l’ex governante del Cile Ricardo Lagos, Ernesto Zedillo del Messico e Laura Chinchilla del Costa Rica.
Approfondendo la questione, Santos ha affermato che i paesi della regione sono stati incapaci di concordare una visione di base o un obiettivo per l’istituzione nel mondo attuale e ha concluso confermando che non credeva che ci fosse alcuna leadership all’interno dell’OEA. L’ex presidente colombiano si è lamentato della situazione dell’organizzazione panamericana costruita sotto l’ala di Washington certificando che “È molto triste dirlo, però è la realtà, anche adesso l’OEA non sta affrontando i problemi che dovrebbe affrontare”.
Santos crede che sia necessario creare un nuovo tipo di leadership per “rivitalizzare” queste organizzazioni affinché possano raggiungere i suoi obiettivi di base. Ha concluso il suo intervento dicendo che “Se non lo facciamo, queste organizzazioni continueranno ad essere una cosa priva di rilievo”, perché “le istituzioni internazionali sono quello che i paesi membri vogliono che siano”.
Dal canto suo, Ricardo Lagos, che è stato il primo governante nel mondo a manifestare il suo appoggio al colpo di Stato contro il presidente Hugo Chávez nel 2002, ha fatto appello a “ripensare” il sistema. Lagos ha sostenuto che gli sembrava fosse arrivato il momento di una “revisione” del sistema interamericano, poiché la sua “architettura è un poco antiquata”.
In una proposta tipica di Lagos, e degli ultimi presidenti cileni che “tirano il sasso e nascondono la mano”, l’ex presidente, che ha protetto Pinochet durante il suo arresto a Londra, ha proposto un sistema che sia come l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), “però senza carattere militare”, una cosa difficile da intendere e ancor più da mettere in pratica, che però potrebbe essere intesa come la fusione dell’OEA con il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR). Secondo Lagos: “... questo sarebbe molto più importante invece di avere un sistema interamericano estremamente antiquato”.
Per l’ex presidente cileno è arrivato il momento di “ripensare” che tipo di istituzione è necessaria per avere un’intesa tra i paesi dell’America Latina, Caraibi e Stati Uniti, e ha precisato che in questo, il ruolo del Canada è “estremamente importante”.
Per quel che riguarda Santos, è chiaro che ambisce a entrare nel mirino di Biden nel caso questi, qualora volesse veramente praticare la sua dottrina multilateralista di aggressioni e interventi coordinati, cominci a pensare alla sostituzione di Almagro, che è sempre più impresentabile e contrario alla necessità di stabilità che gli Stati Uniti – vero elettore e mentore dell’OEA – necessitano per mantenere il loro “cortile di casa”. Bisogna ricordare che il governo di Obama, nel quale Biden è stato vice presidente, ha avuto un eccellente rapporto con Santos quando questi era la massima autorità politica del suo paese. Obama ha anche appoggiato in ogni momento Santos durante i negoziati di pace con la guerriglia delle FARC che si sono conclusi a L’Avana nel 2016 ed è stato elemento fondamentale per il Premio Nobel che hanno comprato a Oslo.
Una eventuale destituzione di Almagro servirebbe pure, in qualche modo, ad equilibrare le istituzioni regionali dopo la nomina, da parte di Trump, di Mauricio Claver-Carone come presidente della Banca interamericana di Sviluppo (BID). Questo americano di origine cubana, è stato “impiantato” da Trump in quella responsabilità facendosi beffe della tradizione che riservava questo posto a un latinoamericano
Con tale designazione Trump ha onorato il suo impegno con il repubblicano Marco Rubio e gli esiliati di Miami. Florida e Miami hanno votato per Trump e forse Biden vuole pareggiare i conti togliendo dai giochi Almagro che è diventato un elemento solido del terrorismo cubano e venezuelano stabilitisi nel sud della Florida. E così Biden tenterà anche di mettere nell’OEA un servo più “digeribile”, nell’intento di costruire la “diplomazia coercitiva” che ha propugnato il futuro segretario di Stato, Anthony Blinken.
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Composta da 33 paesi, dopo il formale ritiro del Venezuela nel 2019 e l’espulsione di Cuba nel 1962, più di un terzo dei suoi membri non hanno appoggiato la risoluzione, e questo mostra un’organizzazione divisa e carente di leadership che in realtà nella sua pratica esecutiva si mostra come un’alleanza di governi di destra diretti dagli Stati Uniti con il fine di mantenere e implementare il loro dominio sulla regione.
Persino la sua tradizionale caratteristica di essere il ministero delle colonie degli Stati Uniti è stata ridotta quasi esclusivamente all’organizzazione di frodi elettorali e colpi di Stato. In questo senso, è riuscita ad imporre Juan Orlando Hernández in Honduras nel 2017 e Jeanine Añez in Bolivia nel 2019, però ha fallito strepitosamente in Nicaragua (2018) quando ha sollevato l’insurrezione golpista contro il governo del comandante Daniel Ortega, a San Vicente e Granadinas, e pure in Guyana durante questo 2020 dove infruttuosamente ha tentato di “sporcare” le elezioni affinché fosse dichiarata la frode per poter imporre i suoi candidati.
Non parliamo poi del Venezuela, dove fin dalla sua elezione a segretario generale, Luis Almagro, in maniera continuativa ha tentato di abbattere il governo del presidente Maduro utilizzando a questo scopo ogni tipo di sotterfugi, velati e scoperti, nonché i vari strumenti che Washington ha messo a sua disposizione a tal fine. Nella ricerca di questo obiettivo assomiglia al Cartello di Lima, suo figlio putativo, partorito contro natura, anche lui fallito.
Se ci atteniamo al disprezzo manifestato dal presidente Donald Trump verso il multilateralismo e le sue istituzioni, al punto che non ha neanche voluto “sporcarsi la reputazione” formando parte del Cartello di Lima, dovremmo concludere che Almagro ha attuato per iniziativa propria nel suo interesse personale di servire gli Stati Uniti come maniera di prolungare il suo soggiorno nella segreteria generale, arrivando al paradosso quando, nel settembre del 2018, annunciò che non si poteva scartare un intervento armato contro il Venezuela, persino passando sopra la Carta dell’ONU.
Però, sembrerebbe che il colpo di Stato contro Evo Morales nel 2019, di cui Almagro ha rivendicato la paternità in un recente libro pubblicato lo scorso novembre con il titolo “Luis Almagro non chiede perdono”, ha superato ogni tolleranza, inclusa quella di coloro che l’hanno promosso e sostenuto.
Naturalmente, tutto succede quando Trump è in uscita. Negli ultimi 4 anni, certe forze e personaggi hanno mantenuto un silenzio complice davanti agli eccessi ed oltraggi dell’ex ministro delle relazioni estere del governo di José Mujica. Uno di questi è l’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos che recentemente ha affermato che ”L’OEA non sta funzionando”. Secondo il periodico di Bogotà El Espectador, Santos ha fatto quest’affermazione lo scorso giovedì 10 dicembre durante un forum virtuale organizzato dal think tank Dialogo Interamericano con sede a Washington, al quale hanno partecipato anche l’ex governante del Cile Ricardo Lagos, Ernesto Zedillo del Messico e Laura Chinchilla del Costa Rica.
Approfondendo la questione, Santos ha affermato che i paesi della regione sono stati incapaci di concordare una visione di base o un obiettivo per l’istituzione nel mondo attuale e ha concluso confermando che non credeva che ci fosse alcuna leadership all’interno dell’OEA. L’ex presidente colombiano si è lamentato della situazione dell’organizzazione panamericana costruita sotto l’ala di Washington certificando che “È molto triste dirlo, però è la realtà, anche adesso l’OEA non sta affrontando i problemi che dovrebbe affrontare”.
Santos crede che sia necessario creare un nuovo tipo di leadership per “rivitalizzare” queste organizzazioni affinché possano raggiungere i suoi obiettivi di base. Ha concluso il suo intervento dicendo che “Se non lo facciamo, queste organizzazioni continueranno ad essere una cosa priva di rilievo”, perché “le istituzioni internazionali sono quello che i paesi membri vogliono che siano”.
Dal canto suo, Ricardo Lagos, che è stato il primo governante nel mondo a manifestare il suo appoggio al colpo di Stato contro il presidente Hugo Chávez nel 2002, ha fatto appello a “ripensare” il sistema. Lagos ha sostenuto che gli sembrava fosse arrivato il momento di una “revisione” del sistema interamericano, poiché la sua “architettura è un poco antiquata”.
In una proposta tipica di Lagos, e degli ultimi presidenti cileni che “tirano il sasso e nascondono la mano”, l’ex presidente, che ha protetto Pinochet durante il suo arresto a Londra, ha proposto un sistema che sia come l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), “però senza carattere militare”, una cosa difficile da intendere e ancor più da mettere in pratica, che però potrebbe essere intesa come la fusione dell’OEA con il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR). Secondo Lagos: “... questo sarebbe molto più importante invece di avere un sistema interamericano estremamente antiquato”.
Per l’ex presidente cileno è arrivato il momento di “ripensare” che tipo di istituzione è necessaria per avere un’intesa tra i paesi dell’America Latina, Caraibi e Stati Uniti, e ha precisato che in questo, il ruolo del Canada è “estremamente importante”.
Per quel che riguarda Santos, è chiaro che ambisce a entrare nel mirino di Biden nel caso questi, qualora volesse veramente praticare la sua dottrina multilateralista di aggressioni e interventi coordinati, cominci a pensare alla sostituzione di Almagro, che è sempre più impresentabile e contrario alla necessità di stabilità che gli Stati Uniti – vero elettore e mentore dell’OEA – necessitano per mantenere il loro “cortile di casa”. Bisogna ricordare che il governo di Obama, nel quale Biden è stato vice presidente, ha avuto un eccellente rapporto con Santos quando questi era la massima autorità politica del suo paese. Obama ha anche appoggiato in ogni momento Santos durante i negoziati di pace con la guerriglia delle FARC che si sono conclusi a L’Avana nel 2016 ed è stato elemento fondamentale per il Premio Nobel che hanno comprato a Oslo.
Una eventuale destituzione di Almagro servirebbe pure, in qualche modo, ad equilibrare le istituzioni regionali dopo la nomina, da parte di Trump, di Mauricio Claver-Carone come presidente della Banca interamericana di Sviluppo (BID). Questo americano di origine cubana, è stato “impiantato” da Trump in quella responsabilità facendosi beffe della tradizione che riservava questo posto a un latinoamericano
Con tale designazione Trump ha onorato il suo impegno con il repubblicano Marco Rubio e gli esiliati di Miami. Florida e Miami hanno votato per Trump e forse Biden vuole pareggiare i conti togliendo dai giochi Almagro che è diventato un elemento solido del terrorismo cubano e venezuelano stabilitisi nel sud della Florida. E così Biden tenterà anche di mettere nell’OEA un servo più “digeribile”, nell’intento di costruire la “diplomazia coercitiva” che ha propugnato il futuro segretario di Stato, Anthony Blinken.
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03/10/2020
Bolivia - “L’accusa di frode elettorale contro Evo Morales è una stronzata”
E ora abbiamo i dati per dimostrarlo...
Il giorno successivo alle elezioni boliviane, l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha suggerito che il risultato era fraudolento – poi ci sono voluti mesi per fornire qualsiasi prova. Il mese scorso ha finalmente rilasciato i suoi dati – e i ricercatori del Center for Economic and Policy Research hanno trovato un errore di codifica di base che distrugge il caso dell’OSA contro Morales.
Il 20 agosto è stato un giorno che ha scosso un piccolo mondo di scienziati che avevano rinunciato – a parte le minacce legali – a dare un’occhiata ai dati e ai metodi dietro le analisi che hanno fatto cadere il governo boliviano.
Rallentati da ostruzionismi e specchietti per le allodole, i ricercatori erano riusciti a ricreare alcuni – ma non tutti – risultati presentati dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa) nella sua causa contro la legittimità della rielezione di Evo Morales lo scorso 20 ottobre.
L’OSA aveva sostenuto, il giorno dopo il voto, che il conteggio preliminare conteneva un “inspiegabile cambiamento di tendenza” dei risultati preliminari, che aveva drasticamente sbilanciato il conteggio totale a favore di Morales.
Ma questa sua affermazione era dubbia, tanto per cominciare. Già il 22 ottobre abbiamo iniziato a sollevare seri interrogativi, suggerendo che il “cambiamento inspiegabile” era abbastanza prevedibile.
L’OSA avrebbe poi ribadito la sua affermazione sostenendo che il conteggio ufficiale conteneva anche una “pausa tardiva” a favore di Morales che “non può essere facilmente spiegata” dal consenso generalmente contadino di cui gode, in particolare perché secondo il conteggio ufficiale “i dati non riflettono il momento in cui i risultati sono stati riportati al TSE [Tribunal Supremo Electoral]”.
Questa premessa è del tutto errata; i voti delle principali città erano molto più probabili che venissero contati in anticipo, perché il conteggio ufficiale richiedeva la consegna a mano (piuttosto che la trasmissione elettronica) del materiale elettorale agli uffici del TSE.
A parte il ragionamento errato, i risultati dell’OSA erano introvabili.
Dieci mesi dopo è arrivata la rivelazione che alcune delle precedenti e sconcertanti conclusioni dell’OSA sono spiegate da un errore di codifica. L’OSA aveva segnato le timbrature sui fogli di conteggio in ordine alfabetico piuttosto che cronologico – distruggendo così il suo stesso racconto di un “improvviso cambiamento” nel conteggio ufficiale.
Ingiustamente costretto ad dimettersi
Il danno, ovviamente, era già stato fatto. L’11 novembre 2019, il presidente della Bolivia, Evo Morales – il suo mandato non è ufficialmente ancora terminato – si è dimesso dalla presidenza a causa delle accuse di frode.
Decisiva è stata la relazione dell’OSA, che aveva appena presentato le sue conclusioni preliminari in una verifica vincolante sulle elezioni del 20 ottobre. Questi risultati non sono stati favorevoli a Morales, mettendo in dubbio la sua vittoria ufficiale al primo turno.
I membri dell’opposizione, alcuni dei quali hanno sempre detto che Morales e il suo partito Movimento al Socialismo (MAS-IPSP) avrebbero tentato la frode per rimanere al potere, sono scesi in strada con una protesta violenta. Anche se Morales aveva accettato di annullare le elezioni, il capo dell’esercito gli disse che avrebbe dovuto dimettersi.
Si è così dimesso e si è imbarcato in un drammatico volo dalla Bolivia al Messico – ne è uscito vivo a malapena, secondo il ministro degli Esteri messicano.
Non è la prima volta che l’OSA utilizza statistiche scadenti per ribaltare i risultati elettorali. Nel 2010, l’OSA è intervenuta ad Haiti, chiedendo che il candidato al terzo posto potesse partecipare a un’elezione di ballottaggio con il candidato al primo posto, lasciando fuori il secondo classificato, che si è rivelato essere l’unico candidato non di destra.
Di certo, la sicurezza riguardo le elezioni in Bolivia era insufficiente. A rischio di cadere nel benaltrismo, lo stesso si potrebbe dire di qualsiasi elezione negli Stati Uniti. Tuttavia, le conclusioni dell’OSA presentate a novembre erano piene di insinuazioni, e assai poco dettagliate. L’OSA non ha presentato alcuna prova concreta che anche un solo voto sia stato alterato. Al contrario, ha offerto un’analisi statistica che lo specislista Andrew Gelman ha bocciato come “uno scherzo”.
Conclusioni addomesticate
Anche se l’approccio era dubbio e i risultati erano irriproducibili, almeno veniva presentato qualcosa. Il comunicato stampa dell’OSA, il giorno dopo il voto non aveva però presentato alcuna analisi di questo tipo – anche se ha certamente contribuito ad aumentare il volume delle proteste dell’opposizione.
In mezzo a grida di “frode”, membri di spicco del partito di Morales e le loro famiglie sono stati aggrediti o minacciati di morte. Il governo “ad interim” di Jeanine Áñez – ancora oggi al potere, dopo aver per tre volte rinviato le nuove elezioni – avrebbe poi citato i rapporti dell’OSA come la sua prova quasi esclusiva nella sua campagna per lo smantellamento del MAS.
Nonostante le ripetute richieste, l’OSA non ha offerto alcuna giustificazione per le proprie affermazioni. Questo, anche se i risultati sembravano in linea con i sondaggi pre-elettorali.
Con il conteggio preliminare completato all’84%, Morales aveva ricevuto più del 45% dei voti validi in una corsa tra nove candidati. Tuttavia, secondo la legge elettorale boliviana, questo non sarebbe stato sufficiente per vincere la corsa in modo definitivo: solo se avesse avuto la maggioranza assoluta, o un vantaggio di 10 punti sul secondo classificato, Carlos Mesa, Morales avrebbe evitato un ballottaggio al secondo turno.
Il vantaggio di Morales è aumentato costantemente con l’avanzare del conteggio preliminare. Questo non offriva alcuna ragione particolare per pensare che ci fosse qualcosa di strano.
Piuttosto, i fogli di conteggio delle aree favorevoli a Morales sono stati contati più tardi rispetto ai fogli di conteggio delle aree favorevoli all’opposizione, e questo è stato il caso di queste elezioni.
Immaginate di contare prima i voti di Los Angeles, New York City, Chicago e Washington, prima di considerare il Texas rurale, il Tennessee o l’Alabama. Nessuno si sorprenderebbe del fatto che l’inclusione delle aree repubblicane nel conteggio avrebbe costantemente ridotti il primo vantaggio democratico.
Poco prima dell’annuncio dei risultati preliminari parziali, non ufficiali, la sera del 20 ottobre, c’è stata un’ondata di voti contati da Santa Cruz – una culla del sentimento ostile a Morales che ha ammaccato le costanti buone notizie per il presidente in carica. In ogni caso, i fogli riassuntivi che restavano da contare provenivano da zone che avevano già mostrato, a conti fatti, una forte preferenza per Morales.
Quando il conteggio si è improvvisamente interrotto all’84% dei voti, il vantaggio di Morales su Mesa era di soli 8 punti percentuali circa. Ma quando i risultati preliminari sono stati riportati, il giorno dopo, con un altro 9% di voti scrutinati, Morales aveva (provvisoriamente) un vantaggio di 10 punti – e quindi poteva pregustare la sua vittoria al primo turno.
Questa vittoria era inspiegabile – “costruita nell’oscurità” – come suggerito dall’OSA? Era un cambiamento del destino, o inevitabile?
Il mio collega Jake Johnston ha rapidamente messo insieme un’analisi dei risultati nella capitale Cochabamba, dove l’altalena era particolarmente visibile. Analizzando i risultati per distretto, Jake ha mostrato che il sostegno di Morales prima e dopo l’interruzione del conteggio è cambiato poco; in gran parte, Morales è andato meglio, un po’ in ritardo, a Cochabamba, perché i distretti più favorevoli al presidente uscente sono stati – per qualsiasi motivo – contati in seguito.
Un approccio più rigoroso su tutta l’elezione, suggerito da John Newman, sembra dimostrare la stessa cosa: nella località di Cochabamba, Morales stava effettivamente sottoperformando, in ritardo, quando quel mix di distretti è stato conteggiato.
Così è andata per tutta l’elezione. Coerentemente, gli studi hanno dimostrato che, una volta tenuto conto della diversa composizione sociale ed elettorale dei distretti, prima e dopo l’interruzione, la vittoria di Morales era prevedibile.
La verifica finale dell’OSA
Le analisi dell’OSA sono state caratterizzate da un fermo rifiuto di considerare tali differenze intra-geografiche, presumendo – contrariamente a tutte le prove – che il supporto di un candidato debba essere più o meno uniforme durante tutto il conteggio.
La relazione finale dell’audit dell’OSA del 4 dicembre è stata esplicitamente distorta per mettere in dubbio la vittoria di Morales al primo turno. Il team di revisione ha espressamente cercato irregolarità sui fogli di conteggio che favorivano fortemente Morales – giustificando questa ricerca selettiva basata su presunte prove statistiche che la vittoria di Morales era “inspiegabile”.
Tuttavia, le prove statistiche presentate nell’audit dell’OSA non erano semplicemente poco convincenti; l’analisi era completamente sbagliata. L’analisi si riduceva a due punti.
In primo luogo, l’OSA ha sostenuto che l’ultimo 5% dei voti nel conteggio preliminare non ufficiale mostrava “una sorprendente tendenza al rialzo... che è molto diversa”. Tuttavia, non è insolito che le oscillazioni tardive in un conteggio si rivelino decisive. Come osservato in una lettera aperta scritta da economisti e statistici:
“Non è raro che i risultati delle elezioni siano altalenanti in base alla località, il che significa che i risultati possono cambiare a seconda del momento in cui vengono contati i voti delle diverse aree. Nessuno ha sostenuto che ci siano stati brogli nelle elezioni governatoriali del 16 novembre in Louisiana, quando il candidato democratico John Bel Edwards, dopo essere rimasto indietro tutta la notte, ha ottenuto la vittoria con uno scarto del 2,6%, perché ha vinto il 90% dei voti nella contea di Orleans, che è arrivato alla fine del conteggio”.
L’ordine in cui sono stati resi pubblici i risultati preliminari è stato leggermente diverso dall’ordine in cui li considera Irfan Nooruddin (l’autore delle analisi statistiche dell’OSA). Molte schede riassuntive sono state trascritte durante il conteggio, ma sono state poi accantonate per una successiva approvazione.
Quelle approvate alla fine tendevano ad essere molto più rappresentative dell’intera elezione – persino sfavorevoli a Morales. In ogni caso, la tendenza al rialzo dei dati di Nooruddin era prevedibile sulla base dei dati precedenti, perché le sue schede di conteggio in ritardo provenivano da aree rurali che avevano mostrato un forte sostegno a Morales.
In secondo luogo, Nooruddin ha sostenuto che questa constatazione è rafforzata dal fatto che l’ultimo 5% dei voti nel conteggio ufficiale era incoerente con il precedente 95% e anche il penultimo 5%.
In particolare, l’OSA ha presentato dei grafici che mostrano come la quota di voto di Morales è aumentata notevolmente dopo il 95%, mentre quella di Mesa è crollata.
Ma questi risultati sono stati completamente introvabili. Fino al 19 agosto.
Un passo avanti
Per settimane, dopo la pubblicazione del rapporto dell’OSA, i ricercatori avevano tentato senza successo di replicare questi risultati utilizzando i dati disponibili al pubblico. L’OSA ha ignorato le richieste di avere i dati e una spiegazione sui suoi metodi, ma ci sono state due “bandiere rosse” a suggerire che la sua analisi presentava gravi errori.
In primo luogo, l’OSA ha concluso la sua verifica con i risultati di una “analisi interna” che contraddiceva direttamente i grafici. Quella tabella implicava che Morales aveva ottenuto risultati migliori – non peggiori – del penultimo 5% rispetto agli ultimi 5. In secondo luogo, la tabella soprastante ha scomposto i risultati per dipartimenti selezionati (equivalenti agli stati degli Stati Uniti). Nessuno di questi numeri sembrava avere senso.
Non si trattava di una semplice differenza tra dati pubblici e dati interni ufficiali. Il 25 maggio ho finalmente ricevuto i dati direttamente dal TSE; anche in questo caso, Cochabamba era stato contata interamente prima di raggiungere il 95% del totale dei voti.
La svolta è arrivata solo il 19 agosto. Fu allora che Nooruddin inviò la sua serie di dati a un archivio di Harvard. Ordinando i fogli di conteggio in base a questa variabile progressiva, tutto sembra a posto, tanto per cominciare. Ma la transizione dal 20 ottobre al 21 ottobre si differenzia.
Il giorno successivo alle elezioni boliviane, l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha suggerito che il risultato era fraudolento – poi ci sono voluti mesi per fornire qualsiasi prova. Il mese scorso ha finalmente rilasciato i suoi dati – e i ricercatori del Center for Economic and Policy Research hanno trovato un errore di codifica di base che distrugge il caso dell’OSA contro Morales.
Il 20 agosto è stato un giorno che ha scosso un piccolo mondo di scienziati che avevano rinunciato – a parte le minacce legali – a dare un’occhiata ai dati e ai metodi dietro le analisi che hanno fatto cadere il governo boliviano.
Rallentati da ostruzionismi e specchietti per le allodole, i ricercatori erano riusciti a ricreare alcuni – ma non tutti – risultati presentati dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa) nella sua causa contro la legittimità della rielezione di Evo Morales lo scorso 20 ottobre.
L’OSA aveva sostenuto, il giorno dopo il voto, che il conteggio preliminare conteneva un “inspiegabile cambiamento di tendenza” dei risultati preliminari, che aveva drasticamente sbilanciato il conteggio totale a favore di Morales.
Ma questa sua affermazione era dubbia, tanto per cominciare. Già il 22 ottobre abbiamo iniziato a sollevare seri interrogativi, suggerendo che il “cambiamento inspiegabile” era abbastanza prevedibile.
L’OSA avrebbe poi ribadito la sua affermazione sostenendo che il conteggio ufficiale conteneva anche una “pausa tardiva” a favore di Morales che “non può essere facilmente spiegata” dal consenso generalmente contadino di cui gode, in particolare perché secondo il conteggio ufficiale “i dati non riflettono il momento in cui i risultati sono stati riportati al TSE [Tribunal Supremo Electoral]”.
Questa premessa è del tutto errata; i voti delle principali città erano molto più probabili che venissero contati in anticipo, perché il conteggio ufficiale richiedeva la consegna a mano (piuttosto che la trasmissione elettronica) del materiale elettorale agli uffici del TSE.
A parte il ragionamento errato, i risultati dell’OSA erano introvabili.
Dieci mesi dopo è arrivata la rivelazione che alcune delle precedenti e sconcertanti conclusioni dell’OSA sono spiegate da un errore di codifica. L’OSA aveva segnato le timbrature sui fogli di conteggio in ordine alfabetico piuttosto che cronologico – distruggendo così il suo stesso racconto di un “improvviso cambiamento” nel conteggio ufficiale.
Ingiustamente costretto ad dimettersi
Il danno, ovviamente, era già stato fatto. L’11 novembre 2019, il presidente della Bolivia, Evo Morales – il suo mandato non è ufficialmente ancora terminato – si è dimesso dalla presidenza a causa delle accuse di frode.
Decisiva è stata la relazione dell’OSA, che aveva appena presentato le sue conclusioni preliminari in una verifica vincolante sulle elezioni del 20 ottobre. Questi risultati non sono stati favorevoli a Morales, mettendo in dubbio la sua vittoria ufficiale al primo turno.
I membri dell’opposizione, alcuni dei quali hanno sempre detto che Morales e il suo partito Movimento al Socialismo (MAS-IPSP) avrebbero tentato la frode per rimanere al potere, sono scesi in strada con una protesta violenta. Anche se Morales aveva accettato di annullare le elezioni, il capo dell’esercito gli disse che avrebbe dovuto dimettersi.
Si è così dimesso e si è imbarcato in un drammatico volo dalla Bolivia al Messico – ne è uscito vivo a malapena, secondo il ministro degli Esteri messicano.
Non è la prima volta che l’OSA utilizza statistiche scadenti per ribaltare i risultati elettorali. Nel 2010, l’OSA è intervenuta ad Haiti, chiedendo che il candidato al terzo posto potesse partecipare a un’elezione di ballottaggio con il candidato al primo posto, lasciando fuori il secondo classificato, che si è rivelato essere l’unico candidato non di destra.
Di certo, la sicurezza riguardo le elezioni in Bolivia era insufficiente. A rischio di cadere nel benaltrismo, lo stesso si potrebbe dire di qualsiasi elezione negli Stati Uniti. Tuttavia, le conclusioni dell’OSA presentate a novembre erano piene di insinuazioni, e assai poco dettagliate. L’OSA non ha presentato alcuna prova concreta che anche un solo voto sia stato alterato. Al contrario, ha offerto un’analisi statistica che lo specislista Andrew Gelman ha bocciato come “uno scherzo”.
Conclusioni addomesticate
Anche se l’approccio era dubbio e i risultati erano irriproducibili, almeno veniva presentato qualcosa. Il comunicato stampa dell’OSA, il giorno dopo il voto non aveva però presentato alcuna analisi di questo tipo – anche se ha certamente contribuito ad aumentare il volume delle proteste dell’opposizione.
In mezzo a grida di “frode”, membri di spicco del partito di Morales e le loro famiglie sono stati aggrediti o minacciati di morte. Il governo “ad interim” di Jeanine Áñez – ancora oggi al potere, dopo aver per tre volte rinviato le nuove elezioni – avrebbe poi citato i rapporti dell’OSA come la sua prova quasi esclusiva nella sua campagna per lo smantellamento del MAS.
Nonostante le ripetute richieste, l’OSA non ha offerto alcuna giustificazione per le proprie affermazioni. Questo, anche se i risultati sembravano in linea con i sondaggi pre-elettorali.
Con il conteggio preliminare completato all’84%, Morales aveva ricevuto più del 45% dei voti validi in una corsa tra nove candidati. Tuttavia, secondo la legge elettorale boliviana, questo non sarebbe stato sufficiente per vincere la corsa in modo definitivo: solo se avesse avuto la maggioranza assoluta, o un vantaggio di 10 punti sul secondo classificato, Carlos Mesa, Morales avrebbe evitato un ballottaggio al secondo turno.
Il vantaggio di Morales è aumentato costantemente con l’avanzare del conteggio preliminare. Questo non offriva alcuna ragione particolare per pensare che ci fosse qualcosa di strano.
Piuttosto, i fogli di conteggio delle aree favorevoli a Morales sono stati contati più tardi rispetto ai fogli di conteggio delle aree favorevoli all’opposizione, e questo è stato il caso di queste elezioni.
Immaginate di contare prima i voti di Los Angeles, New York City, Chicago e Washington, prima di considerare il Texas rurale, il Tennessee o l’Alabama. Nessuno si sorprenderebbe del fatto che l’inclusione delle aree repubblicane nel conteggio avrebbe costantemente ridotti il primo vantaggio democratico.
Poco prima dell’annuncio dei risultati preliminari parziali, non ufficiali, la sera del 20 ottobre, c’è stata un’ondata di voti contati da Santa Cruz – una culla del sentimento ostile a Morales che ha ammaccato le costanti buone notizie per il presidente in carica. In ogni caso, i fogli riassuntivi che restavano da contare provenivano da zone che avevano già mostrato, a conti fatti, una forte preferenza per Morales.
Quando il conteggio si è improvvisamente interrotto all’84% dei voti, il vantaggio di Morales su Mesa era di soli 8 punti percentuali circa. Ma quando i risultati preliminari sono stati riportati, il giorno dopo, con un altro 9% di voti scrutinati, Morales aveva (provvisoriamente) un vantaggio di 10 punti – e quindi poteva pregustare la sua vittoria al primo turno.
Questa vittoria era inspiegabile – “costruita nell’oscurità” – come suggerito dall’OSA? Era un cambiamento del destino, o inevitabile?
Il mio collega Jake Johnston ha rapidamente messo insieme un’analisi dei risultati nella capitale Cochabamba, dove l’altalena era particolarmente visibile. Analizzando i risultati per distretto, Jake ha mostrato che il sostegno di Morales prima e dopo l’interruzione del conteggio è cambiato poco; in gran parte, Morales è andato meglio, un po’ in ritardo, a Cochabamba, perché i distretti più favorevoli al presidente uscente sono stati – per qualsiasi motivo – contati in seguito.
Un approccio più rigoroso su tutta l’elezione, suggerito da John Newman, sembra dimostrare la stessa cosa: nella località di Cochabamba, Morales stava effettivamente sottoperformando, in ritardo, quando quel mix di distretti è stato conteggiato.
Così è andata per tutta l’elezione. Coerentemente, gli studi hanno dimostrato che, una volta tenuto conto della diversa composizione sociale ed elettorale dei distretti, prima e dopo l’interruzione, la vittoria di Morales era prevedibile.
La verifica finale dell’OSA
Le analisi dell’OSA sono state caratterizzate da un fermo rifiuto di considerare tali differenze intra-geografiche, presumendo – contrariamente a tutte le prove – che il supporto di un candidato debba essere più o meno uniforme durante tutto il conteggio.
La relazione finale dell’audit dell’OSA del 4 dicembre è stata esplicitamente distorta per mettere in dubbio la vittoria di Morales al primo turno. Il team di revisione ha espressamente cercato irregolarità sui fogli di conteggio che favorivano fortemente Morales – giustificando questa ricerca selettiva basata su presunte prove statistiche che la vittoria di Morales era “inspiegabile”.
Tuttavia, le prove statistiche presentate nell’audit dell’OSA non erano semplicemente poco convincenti; l’analisi era completamente sbagliata. L’analisi si riduceva a due punti.
In primo luogo, l’OSA ha sostenuto che l’ultimo 5% dei voti nel conteggio preliminare non ufficiale mostrava “una sorprendente tendenza al rialzo... che è molto diversa”. Tuttavia, non è insolito che le oscillazioni tardive in un conteggio si rivelino decisive. Come osservato in una lettera aperta scritta da economisti e statistici:
“Non è raro che i risultati delle elezioni siano altalenanti in base alla località, il che significa che i risultati possono cambiare a seconda del momento in cui vengono contati i voti delle diverse aree. Nessuno ha sostenuto che ci siano stati brogli nelle elezioni governatoriali del 16 novembre in Louisiana, quando il candidato democratico John Bel Edwards, dopo essere rimasto indietro tutta la notte, ha ottenuto la vittoria con uno scarto del 2,6%, perché ha vinto il 90% dei voti nella contea di Orleans, che è arrivato alla fine del conteggio”.
L’ordine in cui sono stati resi pubblici i risultati preliminari è stato leggermente diverso dall’ordine in cui li considera Irfan Nooruddin (l’autore delle analisi statistiche dell’OSA). Molte schede riassuntive sono state trascritte durante il conteggio, ma sono state poi accantonate per una successiva approvazione.
Quelle approvate alla fine tendevano ad essere molto più rappresentative dell’intera elezione – persino sfavorevoli a Morales. In ogni caso, la tendenza al rialzo dei dati di Nooruddin era prevedibile sulla base dei dati precedenti, perché le sue schede di conteggio in ritardo provenivano da aree rurali che avevano mostrato un forte sostegno a Morales.
In secondo luogo, Nooruddin ha sostenuto che questa constatazione è rafforzata dal fatto che l’ultimo 5% dei voti nel conteggio ufficiale era incoerente con il precedente 95% e anche il penultimo 5%.
In particolare, l’OSA ha presentato dei grafici che mostrano come la quota di voto di Morales è aumentata notevolmente dopo il 95%, mentre quella di Mesa è crollata.
Ma questi risultati sono stati completamente introvabili. Fino al 19 agosto.
Un passo avanti
Per settimane, dopo la pubblicazione del rapporto dell’OSA, i ricercatori avevano tentato senza successo di replicare questi risultati utilizzando i dati disponibili al pubblico. L’OSA ha ignorato le richieste di avere i dati e una spiegazione sui suoi metodi, ma ci sono state due “bandiere rosse” a suggerire che la sua analisi presentava gravi errori.
In primo luogo, l’OSA ha concluso la sua verifica con i risultati di una “analisi interna” che contraddiceva direttamente i grafici. Quella tabella implicava che Morales aveva ottenuto risultati migliori – non peggiori – del penultimo 5% rispetto agli ultimi 5. In secondo luogo, la tabella soprastante ha scomposto i risultati per dipartimenti selezionati (equivalenti agli stati degli Stati Uniti). Nessuno di questi numeri sembrava avere senso.
Non si trattava di una semplice differenza tra dati pubblici e dati interni ufficiali. Il 25 maggio ho finalmente ricevuto i dati direttamente dal TSE; anche in questo caso, Cochabamba era stato contata interamente prima di raggiungere il 95% del totale dei voti.
La svolta è arrivata solo il 19 agosto. Fu allora che Nooruddin inviò la sua serie di dati a un archivio di Harvard. Ordinando i fogli di conteggio in base a questa variabile progressiva, tutto sembra a posto, tanto per cominciare. Ma la transizione dal 20 ottobre al 21 ottobre si differenzia.
Poco prima che Nooruddin annunciasse che il conteggio aveva raggiunto l’11 per cento, i timbri orari saltano dalle 23:59 alle 01:00. È possibile che ci sia stata una pausa di un’ora? No. I fogli di conteggio sono stati timbrati alle 12:00 del mattino del 21, ma erano in fondo alla lista – appena oltre il 61%, subito dopo la data del 61%, immediatamente tra le 23:59 e le 12:00.
Era chiaro quello che Nooruddin aveva fatto. I suoi timbri temporali erano formattati come stringhe – lettere e numeri; quando ordinava i suoi fogli di conteggio, lo faceva in ordine alfabetico e non cronologico. Nooruddin aveva ordinato ogni giorno a partire dalle 01:00 del mattino, procedendo fino alle 01:00, 01:01 e così via fino alle 12:59 e concludendo infine alle 12:59.
Le dichiarazioni dell’OSA contro la legittimità dei risultati elettorali erano originariamente incentrate su quello che considerava un inspiegabile cambiamento nell’andamento dei voti nel tempo. Ma le analisi di Nooruddin non riflettono una comprensione reale dell’ordine in cui sono stati contati i fogli di conteggio.
Il suo “primo 95%” comprendeva i fogli di conteggio fino alle 22:55 del 22 ottobre, ma il suo “ultimo 5%” comprendeva i fogli di conteggio già alle 12:19 – ore prima. Ordinando i fogli di conteggio in ordine cronologico, la variabile di progressione di Nooruddin è dappertutto.
Resistenza all’esame
Il fatto è che l’OSA non è ancora abituata a questo tipo di scrutinio, poiché di solito lo affronta con un’aria di autorità. Come altri che hanno potere con questo falso senso di sicurezza, l’OSA ha di nuovo raddoppiato la sua difesa dello studio. Su Twitter, Gerardo de Icaza – direttore delle osservazioni elettorali dell’OSA – ha elogiato Nooruddin come “uno dei migliori statistici elettorali del mondo” e ha insistito falsamente sul fatto che i suoi risultati “tenessero”.
Questo è stato il costante modello di comportamento dell’OSA in risposta a qualsiasi critica al suo rapporto: quando i dati non sono sufficienti, ignorano semplicemente le prove e si scagliano contro i critici. Quando il New York Times ha fatto in modo che diversi accademici valutassero le prove statistiche e pubblicassero la propria conclusione – secondo cui la presentazione di Nooruddin era errata – il segretario generale dell’OSA Luis Almagro ha sferrato un durissimo attacco al NYT.
Altri con una certa influenza all’interno di Washington, come l’International Crisis Group e il direttore di Human Rights Watch per le Americhe, José Miguel Vivanco, hanno preso atto del comportamento sempre più irregolare di Almagro.
Il segretario generale dell’OSA ha attirato l’attenzione anche dell’Ufficio di Washington sull’America Latina, che è stato a lungo critico nei confronti di molti dei governi di sinistra dell’America Latina. Almagro ha recentemente minato l’indipendenza della Commissione interamericana per i diritti umani – il braccio autonomo dell’OSA per i diritti umani – ostacolando unilateralmente il proseguimento del mandato di segretario esecutivo di Paulo Abrão.
La Commissione ha criticato il regime di fatto in Bolivia per i suoi abusi – un regime che probabilmente non avrebbe detenuto il potere, se non ci fosse stato l’intervento dell’OSA sulle elezioni.
È chiaro che il marciume è profondo. Non è stato solo un lapsus. Non è stata solo un’analisi statistica indifendibile, per delegittimare ufficialmente un’elezione. Non è stata solo una verifica. Non si è trattato di un’indagine scientifica obiettiva sulle elezioni, ma di un modo per difendere un’analisi indifendibile elaborata in anticipo.
L’OSA sotto Almagro è ora visibilmente fuori controllo. La sua missione apparente è quella di sostenere l’“ordine internazionale”. Dovrebbe invece cominciare ad abbandonare la secolare attività di ingerenza degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.
Fonte
23/09/2020
Venezuela, Almagro e l’Onu
Con la puntualità di una bomba a orologeria è giunto il rapporto della missione d’inchiesta sul Venezuela, nominata nove mesi fa dal presidente del Consiglio dei diritti umani. La prima cosa da notare è che, sebbene i media si sforzino di presentare tale rapporto come espressione delle Nazioni Unite tout-court, si tratta in realtà del parto di uno specifico e limitato gruppo di lavoro, composto da tre individui che, a quanto pare, non hanno mai messo piede su territorio venezuelano e si sono limitati a qualche testimonianza de relato, raccolta per giunta in buona parte su di un apposito sito web, studiato apposta per garantire l’anonimato dei testimoni.
I tre non sembrano essere personalità di grande spessore o celebrità, né sembra essi possano vantare grandi meriti in materia di diritti umani. Una, Marta Valiñas, è un’oscura giovane praticante portoghese. Il secondo, Paul Seils, è stato direttore dell’Istituto per la giustizia transizionale e di lui si conosce un recente articolo sulla Colombia, sorprendentemente focalizzato sui “crimini” delle FARC, proprio nel momento in cui la giustizia colombiana ha arrestato l’ex presidente Uribe per il suo ruolo nella promozione dei crimini dei paramilitari e settori della destra militare, paramilitare e civile di quel Paese che sono impegnati per neutralizzare ogni possibile ruolo positivo delle Nazioni Unite nella soluzione del conflitto, giungendo fino al punto di assassinare un funzionario onesto come Mario Paciolla.
Forse il più noto è il terzo componente del gruppo, tale Francisco Cox Vial, avvocato cileno, noto per la sua difesa d’ufficio del governo Piñera, in procinto a sua volta di essere denunciato alla Corte penale internazionale per le sanguinose repressioni dei moti sociali e politici dell’autunno scorso.
Cox, inoltre è stato socio d’affari dell’ex Sottosegretario alla Giustizia di Piñera, Juan Ignacio Piña, il quale in una recente intervista ha difeso a spada tratta la repressione delle manifestazioni cilene, sostenendo che “non vi deve essere dicotomia tra difesa dell’ordine pubblico e difesa dei diritti umani”. Come si vede proprio dei campioni dei diritti umani.
Il rapporto di cui si parla, del resto, è, a quanto se ne può giudicare dalla sintesi pubblicata dall’Alto Commissariato dei diritti umani delle Nazioni Unite, proprio ben poca cosa. Esso intende fare riferimento a un periodo di oltre sei anni, dal 2014 ad oggi, mettendo insieme impropriamente operazioni contro la criminalità e il terrorismo e la presunta repressione del dissenso. Sebbene la sintesi del rapporto si concluda con un appello alla Corte penale internazionale affinché intervenga contro il governo Maduro, la fragilità delle accuse è confermata dal fatto che, ad oggi, tale Corte è impegnata soprattutto a investigare sui crimini contro l’umanità commessi contro il popolo venezuelano dagli autori delle sanzioni disumane che lo stanno affliggendo, primo fra tutti il governo Trump.
L’elemento da sottolineare con grande nettezza è tuttavia che la carta delle Nazioni Unite viene giocata oggi spregiudicatamente dai nemici del Venezuela e della pace, proprio nel momento in cui sta avendo successo la strategia del governo Maduro per giungere a una pacificazione definitiva del Paese che sarà sancita dalla partecipazione dei settori maggioritari dell’opposizione alle prossime elezioni in programma per il 6 dicembre.
C’è tutto uno schieramento di cui fanno parte personaggi come l’oramai totalmente screditato Segretario dell’OSA Almagro che ha puntato tutto sulla sconfitta di Maduro. Di fronte al fallimento del pagliaccio Guaidò, isolato e abbandonato anche dai suoi più stretti sodali, il fronte internazionale contrario al chavismo e al popolo del Venezuela rilancia proprio sul terreno delle Nazioni Unite.
Un esito paradossale, per un’Organizzazione nata per promuovere la pace e i diritti umani, ma il cui logo viene oggi strumentalizzato dai nemici dell’una e degli altri, mentre sinistramente il Segretario di Stato statunitense Pompeo continua a minacciare l’invasione e la guerra aperta, tentando di mobilitare gli stanchi e svogliati alleati brasiliani e colombiani, che di gatte da pelare ne hanno già moltissime. Che Trump voglia servire ai suoi potenziali elettori, oggi per molti versi sconcertati, una bella invasione di quello che fu un tempo il cortile di casa di Washington? Può darsi, ma le Nazioni Unite che c’entrano con gli Stati Uniti?
Fonte
I tre non sembrano essere personalità di grande spessore o celebrità, né sembra essi possano vantare grandi meriti in materia di diritti umani. Una, Marta Valiñas, è un’oscura giovane praticante portoghese. Il secondo, Paul Seils, è stato direttore dell’Istituto per la giustizia transizionale e di lui si conosce un recente articolo sulla Colombia, sorprendentemente focalizzato sui “crimini” delle FARC, proprio nel momento in cui la giustizia colombiana ha arrestato l’ex presidente Uribe per il suo ruolo nella promozione dei crimini dei paramilitari e settori della destra militare, paramilitare e civile di quel Paese che sono impegnati per neutralizzare ogni possibile ruolo positivo delle Nazioni Unite nella soluzione del conflitto, giungendo fino al punto di assassinare un funzionario onesto come Mario Paciolla.
Forse il più noto è il terzo componente del gruppo, tale Francisco Cox Vial, avvocato cileno, noto per la sua difesa d’ufficio del governo Piñera, in procinto a sua volta di essere denunciato alla Corte penale internazionale per le sanguinose repressioni dei moti sociali e politici dell’autunno scorso.
Cox, inoltre è stato socio d’affari dell’ex Sottosegretario alla Giustizia di Piñera, Juan Ignacio Piña, il quale in una recente intervista ha difeso a spada tratta la repressione delle manifestazioni cilene, sostenendo che “non vi deve essere dicotomia tra difesa dell’ordine pubblico e difesa dei diritti umani”. Come si vede proprio dei campioni dei diritti umani.
Il rapporto di cui si parla, del resto, è, a quanto se ne può giudicare dalla sintesi pubblicata dall’Alto Commissariato dei diritti umani delle Nazioni Unite, proprio ben poca cosa. Esso intende fare riferimento a un periodo di oltre sei anni, dal 2014 ad oggi, mettendo insieme impropriamente operazioni contro la criminalità e il terrorismo e la presunta repressione del dissenso. Sebbene la sintesi del rapporto si concluda con un appello alla Corte penale internazionale affinché intervenga contro il governo Maduro, la fragilità delle accuse è confermata dal fatto che, ad oggi, tale Corte è impegnata soprattutto a investigare sui crimini contro l’umanità commessi contro il popolo venezuelano dagli autori delle sanzioni disumane che lo stanno affliggendo, primo fra tutti il governo Trump.
L’elemento da sottolineare con grande nettezza è tuttavia che la carta delle Nazioni Unite viene giocata oggi spregiudicatamente dai nemici del Venezuela e della pace, proprio nel momento in cui sta avendo successo la strategia del governo Maduro per giungere a una pacificazione definitiva del Paese che sarà sancita dalla partecipazione dei settori maggioritari dell’opposizione alle prossime elezioni in programma per il 6 dicembre.
C’è tutto uno schieramento di cui fanno parte personaggi come l’oramai totalmente screditato Segretario dell’OSA Almagro che ha puntato tutto sulla sconfitta di Maduro. Di fronte al fallimento del pagliaccio Guaidò, isolato e abbandonato anche dai suoi più stretti sodali, il fronte internazionale contrario al chavismo e al popolo del Venezuela rilancia proprio sul terreno delle Nazioni Unite.
Un esito paradossale, per un’Organizzazione nata per promuovere la pace e i diritti umani, ma il cui logo viene oggi strumentalizzato dai nemici dell’una e degli altri, mentre sinistramente il Segretario di Stato statunitense Pompeo continua a minacciare l’invasione e la guerra aperta, tentando di mobilitare gli stanchi e svogliati alleati brasiliani e colombiani, che di gatte da pelare ne hanno già moltissime. Che Trump voglia servire ai suoi potenziali elettori, oggi per molti versi sconcertati, una bella invasione di quello che fu un tempo il cortile di casa di Washington? Può darsi, ma le Nazioni Unite che c’entrano con gli Stati Uniti?
Fonte
10/12/2017
In Venezuela si vota di nuovo per sindaci e governo della Zulia
Il Venezuela va nuovamente alle urne, oggi domenica 10 dicembre, per le elezioni comunali a cui si presentano 1550 candidati e candidate. Quasi 20 milioni di cittadini (226.285 quelli residenti all’estero) si recheranno a votare nei 23 stati del paese per eleggere 335 sindache e sindaci che resteranno in carica per un periodo di quattro anni. Si vota anche nel Distrito Capital, che comprende la capitale Caracas e le cosiddette Dependencias Federales, costituite da un gruppo di isole.
In contemporanea si svolge un altro importante appuntamento, l’elezione per il governatore o la governatora del Zulia. Alle regionali del 15 ottobre – vinte dal chavismo in 18 stati su 23 – uno dei cinque governatori eletti nelle fila dell’opposizione ha rifiutato di prestare giuramento davanti all’Assemblea Nazionale Costituente, l’organo plenipotenziario che presiede la vita politica dal mese di agosto. Di conseguenza, il governatore eletto – Pablo Guanipa – è stato inabilitato e sono state indette nuove elezioni.
A questo 24° appuntamento con le urne, organizzato dal chavismo in 18 anni di governo, i principali partiti di opposizione – Acción Democrática, Voluntad Popular e Primero Justicia – hanno deciso di non partecipare. Gli ultimi due, quelli più a destra, tengono in caldo la via golpista, nonostante la sconfitta e la frantumazione della loro base più oltranzista che ha provato a mettere a ferro e a fuoco alcune zone del paese per cinque mesi, provocando oltre 100 morti e migliaia di feriti.
Una frangia che gioca su più tavoli, e guarda soprattutto ai propri padrini internazionali, che muovono il vero gioco politico delle destre in Venezuela e che non si preoccupano più di nasconderlo. A diverse riprese, infatti, il Segretario Generale dell’Osa, Luis Almagro, in prima fila nel condurre sanzioni e ingerenze contro il governo bolivariano, ha dettato l’agenda dell’opposizione venezuelana, obbligandola a recedere da decisioni politiche più dialoganti, già prese. Il progetto di Almagro e dei poteri forti, dagli Usa all’Europa, passando per i paesi subalterni dell’America latina, è quello di un “governo di transizione” da istituire all’estero, fidando su alcune figure di transfughi come l’ex sindaco della Gran Caracas, Antonio Ledezma, fuggito in Spagna, della ex Procuratrice generale Luisa Ortega, fuggita in Colombia, e di un Tribunal Supremo de Justicia illegittimo, che pontifica fuori dal Venezuela. A fare da corollario, pensano i media privati, che definiscono “costituente cubana” la Anc e illegittime le istituzioni bolivariane.
Intanto, gli Usa, l’Europa, il Canada e i paesi vassalli del Latinoamerica, chiudono sempre di più il cerchio delle sanzioni, nella speranza di togliere consenso al socialismo bolivariano, spingendo la sua base popolare alla disperazione. Un’ipocrisia tanto più feroce in quanto insiste per l’apertura di “un canale umanitario” e denuncia una presunta “catastrofe” provocata dagli alti prezzi e dalla carenza di medicine. Una situazione in gran parte determinata e sicuramente spinta al massimo dalla guerra economica dei grandi gruppi privati, ovvero dall’accaparramento dei prodotti, dal sabotaggio della produzione e dal mercato del dollaro parallelo.
Il governo Maduro, che anche nei momenti più drammatici dovuti alla drastica caduta del prezzo del petrolio ha continuato a destinare oltre il 70% degli introiti alla spesa sociale, ha istituito solidi scudi protettivi per i settori più vulnerabili, tesi soprattutto a riattivare il settore produttivo per sottrarsi dalla dipendenza dal petrolio. In questi giorni, il presidente ha consegnato la casa popolare n. 1.900.000. “Mentre il prezzo del petrolio scendeva, il numero delle case ha continuato a salire: perché abbiamo imparato a fare meglio con poco”, ha detto, annunciando l’istituzione della Superintendenza per la criptomoneda – “el Petro” –.
A capo della neonata istituzione andrà il giovane costituente Carlos Vargas, che ha una specifica competenza in tema di moneta virtuale. Il Petro sarà sostenuto dalle riserve di petrolio, gas, oro e diamante del paese. Un altro tassello delle politiche intraprese dal governo bolivariano per emanciparsi dalla dipendenza dal dollaro. Dopo l’arrivo delle sanzioni Usa, che mirano a chiudere il paese bolivariano con un blocco economico-finanziario simile a quello imposto a Cuba, il governo ha annunciato l’introduzione delle monete di altri paesi (India, Cina, Russia) nelle transazioni finanziarie. Dal 2008, funziona il Sucre, un sisema di compensazione regionale tra le banche centrali dei paesi che compongono l’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli delle Americhe. La moneta alternativa, che ha come obiettivo la costruzione di una nuova “architettura finanziaria”, ha effettuato un massimo di transazioni di 1.065,9 milioni di dollari nel 2012, ma negli ultimi due anni si è mostrata in affanno.
Già nel 2009, Chavez parlò di una “petromoneta” che fosse garantita dalla riserva petrolifera di diversi paesi. E ora, il governo bolivariano prova a mettersi sulla stessa via di altri paesi che, come la Norvegia, perseguono l’obiettivo del passaggio al denaro elettronico: sempre fedele al motto “o inventamos o erramos”...
Venerdì, a conclusione della campagna elettorale, gli osservatori internazionali (una cinquantina, provenienti da quasi tutti i continenti e dispiegati nei 23 stati) sono stati ricevuti dal ministro degli Esteri Jorge Arreaza. Con vari accenti, gli “accompagnanti” hanno certificato l’inattaccabilità del sistema elettorale venezuelano e la buona salute della “democrazia partecipativa”.
Sarà per questo, sarà perché il socialismo bolivariano costituisce un esempio di solidità che risulta insopportabile per i poteri forti? Arreaza ha illustrato il complesso percorso che ha portato nel paese “la pace costituente” mediante il quale l’Anc ha messo fine alle violenze oltranziste. Violenze supportate da una feroce campagna economica, politica mediatica sferrata a livello internazionale, che non è finita. Un attacco che, per quanto riguarda il governo italiano, usa la menzogna per disorientare e disinformare, capovolgendo i termini e i responsabili dello scontro di classe in corso.
Un attacco che si rinnova negli anni fin da quando gli Stati Uniti e i loro alleati hanno capito che Chavez non era il solito caudillo addomesticabile, ma il portato di un progetto di cambiamento strutturale radicato e organizzato nei settori popolari. Maduro – ha ricordato Arreaza – avrebbe potuto “risolvere” l’attacco violento delle destre con la repressione, mettendo però in conto un bagno di sangue. Ha scelto invece di adottare la stessa tattica di Chavez nei confronti dei militari ammutinati in Piazza Altamira che, alla fine del 2002, hanno catturato l’attenzione dei media per mesi. Chavez – ha ricordato il ministro degli Esteri – li ha lasciati “cuocere nel loro brodo” e il tentativo destabilizzante si è esaurito da solo.
Così, è arrivata anche la “pace costituente” con la quale il paese si prepara a questa nuova prova di “democrazia partecipata e protagonista” che prelude alle presidenziali dell’anno prossimo. Un progetto, quello del socialismo bolivariano, che, in 18 anni, ha stimolato e messo in moto energie alternative a livello internazionale.
Gli interventi degli accompagnanti, dalla Spagna agli Stati Uniti, all’Europa, ne sono ora una ulteriore dimostrazione. Chi proviene dall’Argentina, dal Brasile, dalla Colombia, dal Guatemala, dal Cile, porta dure esperienze di diritti negati e di repressione. Arreaza esprime solidarietà ai popoli oppressi, come i mapuche, e ringrazia per la presenza solidale. E in molti fanno notare la distanza siderale tra la democrazia partecipata del Venezuela, la sua trasparenza elettorale e quel che accade in Honduras, dove le frodi e il disprezzo per la volontà della popolazione restano in primo piano. “Se fosse accaduto in Venezuela – ripetono in molti – ci sarebbero già le portaerei Usa nelle acque venezuelane”.
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In contemporanea si svolge un altro importante appuntamento, l’elezione per il governatore o la governatora del Zulia. Alle regionali del 15 ottobre – vinte dal chavismo in 18 stati su 23 – uno dei cinque governatori eletti nelle fila dell’opposizione ha rifiutato di prestare giuramento davanti all’Assemblea Nazionale Costituente, l’organo plenipotenziario che presiede la vita politica dal mese di agosto. Di conseguenza, il governatore eletto – Pablo Guanipa – è stato inabilitato e sono state indette nuove elezioni.
A questo 24° appuntamento con le urne, organizzato dal chavismo in 18 anni di governo, i principali partiti di opposizione – Acción Democrática, Voluntad Popular e Primero Justicia – hanno deciso di non partecipare. Gli ultimi due, quelli più a destra, tengono in caldo la via golpista, nonostante la sconfitta e la frantumazione della loro base più oltranzista che ha provato a mettere a ferro e a fuoco alcune zone del paese per cinque mesi, provocando oltre 100 morti e migliaia di feriti.
Una frangia che gioca su più tavoli, e guarda soprattutto ai propri padrini internazionali, che muovono il vero gioco politico delle destre in Venezuela e che non si preoccupano più di nasconderlo. A diverse riprese, infatti, il Segretario Generale dell’Osa, Luis Almagro, in prima fila nel condurre sanzioni e ingerenze contro il governo bolivariano, ha dettato l’agenda dell’opposizione venezuelana, obbligandola a recedere da decisioni politiche più dialoganti, già prese. Il progetto di Almagro e dei poteri forti, dagli Usa all’Europa, passando per i paesi subalterni dell’America latina, è quello di un “governo di transizione” da istituire all’estero, fidando su alcune figure di transfughi come l’ex sindaco della Gran Caracas, Antonio Ledezma, fuggito in Spagna, della ex Procuratrice generale Luisa Ortega, fuggita in Colombia, e di un Tribunal Supremo de Justicia illegittimo, che pontifica fuori dal Venezuela. A fare da corollario, pensano i media privati, che definiscono “costituente cubana” la Anc e illegittime le istituzioni bolivariane.
Intanto, gli Usa, l’Europa, il Canada e i paesi vassalli del Latinoamerica, chiudono sempre di più il cerchio delle sanzioni, nella speranza di togliere consenso al socialismo bolivariano, spingendo la sua base popolare alla disperazione. Un’ipocrisia tanto più feroce in quanto insiste per l’apertura di “un canale umanitario” e denuncia una presunta “catastrofe” provocata dagli alti prezzi e dalla carenza di medicine. Una situazione in gran parte determinata e sicuramente spinta al massimo dalla guerra economica dei grandi gruppi privati, ovvero dall’accaparramento dei prodotti, dal sabotaggio della produzione e dal mercato del dollaro parallelo.
Il governo Maduro, che anche nei momenti più drammatici dovuti alla drastica caduta del prezzo del petrolio ha continuato a destinare oltre il 70% degli introiti alla spesa sociale, ha istituito solidi scudi protettivi per i settori più vulnerabili, tesi soprattutto a riattivare il settore produttivo per sottrarsi dalla dipendenza dal petrolio. In questi giorni, il presidente ha consegnato la casa popolare n. 1.900.000. “Mentre il prezzo del petrolio scendeva, il numero delle case ha continuato a salire: perché abbiamo imparato a fare meglio con poco”, ha detto, annunciando l’istituzione della Superintendenza per la criptomoneda – “el Petro” –.
A capo della neonata istituzione andrà il giovane costituente Carlos Vargas, che ha una specifica competenza in tema di moneta virtuale. Il Petro sarà sostenuto dalle riserve di petrolio, gas, oro e diamante del paese. Un altro tassello delle politiche intraprese dal governo bolivariano per emanciparsi dalla dipendenza dal dollaro. Dopo l’arrivo delle sanzioni Usa, che mirano a chiudere il paese bolivariano con un blocco economico-finanziario simile a quello imposto a Cuba, il governo ha annunciato l’introduzione delle monete di altri paesi (India, Cina, Russia) nelle transazioni finanziarie. Dal 2008, funziona il Sucre, un sisema di compensazione regionale tra le banche centrali dei paesi che compongono l’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli delle Americhe. La moneta alternativa, che ha come obiettivo la costruzione di una nuova “architettura finanziaria”, ha effettuato un massimo di transazioni di 1.065,9 milioni di dollari nel 2012, ma negli ultimi due anni si è mostrata in affanno.
Già nel 2009, Chavez parlò di una “petromoneta” che fosse garantita dalla riserva petrolifera di diversi paesi. E ora, il governo bolivariano prova a mettersi sulla stessa via di altri paesi che, come la Norvegia, perseguono l’obiettivo del passaggio al denaro elettronico: sempre fedele al motto “o inventamos o erramos”...
Venerdì, a conclusione della campagna elettorale, gli osservatori internazionali (una cinquantina, provenienti da quasi tutti i continenti e dispiegati nei 23 stati) sono stati ricevuti dal ministro degli Esteri Jorge Arreaza. Con vari accenti, gli “accompagnanti” hanno certificato l’inattaccabilità del sistema elettorale venezuelano e la buona salute della “democrazia partecipativa”.
Sarà per questo, sarà perché il socialismo bolivariano costituisce un esempio di solidità che risulta insopportabile per i poteri forti? Arreaza ha illustrato il complesso percorso che ha portato nel paese “la pace costituente” mediante il quale l’Anc ha messo fine alle violenze oltranziste. Violenze supportate da una feroce campagna economica, politica mediatica sferrata a livello internazionale, che non è finita. Un attacco che, per quanto riguarda il governo italiano, usa la menzogna per disorientare e disinformare, capovolgendo i termini e i responsabili dello scontro di classe in corso.
Un attacco che si rinnova negli anni fin da quando gli Stati Uniti e i loro alleati hanno capito che Chavez non era il solito caudillo addomesticabile, ma il portato di un progetto di cambiamento strutturale radicato e organizzato nei settori popolari. Maduro – ha ricordato Arreaza – avrebbe potuto “risolvere” l’attacco violento delle destre con la repressione, mettendo però in conto un bagno di sangue. Ha scelto invece di adottare la stessa tattica di Chavez nei confronti dei militari ammutinati in Piazza Altamira che, alla fine del 2002, hanno catturato l’attenzione dei media per mesi. Chavez – ha ricordato il ministro degli Esteri – li ha lasciati “cuocere nel loro brodo” e il tentativo destabilizzante si è esaurito da solo.
Così, è arrivata anche la “pace costituente” con la quale il paese si prepara a questa nuova prova di “democrazia partecipata e protagonista” che prelude alle presidenziali dell’anno prossimo. Un progetto, quello del socialismo bolivariano, che, in 18 anni, ha stimolato e messo in moto energie alternative a livello internazionale.
Gli interventi degli accompagnanti, dalla Spagna agli Stati Uniti, all’Europa, ne sono ora una ulteriore dimostrazione. Chi proviene dall’Argentina, dal Brasile, dalla Colombia, dal Guatemala, dal Cile, porta dure esperienze di diritti negati e di repressione. Arreaza esprime solidarietà ai popoli oppressi, come i mapuche, e ringrazia per la presenza solidale. E in molti fanno notare la distanza siderale tra la democrazia partecipata del Venezuela, la sua trasparenza elettorale e quel che accade in Honduras, dove le frodi e il disprezzo per la volontà della popolazione restano in primo piano. “Se fosse accaduto in Venezuela – ripetono in molti – ci sarebbero già le portaerei Usa nelle acque venezuelane”.
Fonte
15/09/2017
“Almagro si inventa una figura giuridica inesistente per attaccare il Venezuela”
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antiplomatico
Questa settimana il governo del Venezuela ha denunciato al Consiglio Permanente dell’OEA che Almagro utilizza una “figura inesistente” per presentare il paese come un violatore dei diritti umani.
L’Organizzazione degli Stati americani si riunirà questo giovedì e venerdì per decidere se richiedere un’inchiesta contro il Venezuela nella Corte Penale Internazionale per la presunta violazione del paese sudamericano ai diritti umani. “Domani giovedì 14 alle 10 e venerdì 15 settembre del 2017 alle 9.00 di mattina si realizzeranno due riunioni nella sede dell’OEA al fine di analizzare se la situazione del Venezuela presenti i requisiti richiesti dall’articolo 53(1)(a)–(c) dello Statuto di Roma per aprire un’investigazione di fronte alla Corte Penale internazionale”, si legge in un comunicato dell’organismo.
Da quando Luis Almagro ha assunto nel marzo del 2015 il ruolo del Segretario Generale dell’OEA, ha deciso di seguire la politica d’ingerenza del suo predecessore José Miguel Insulza contro la sovranità del Venezuela.
Nel novembre del 2015, Almagro ha indirizzato una lettera a Nicolás Maduro chiedendogli di bloccare “la violenza in corso nel paese”. Già nel gennaio del 2016 aveva poi iniziato frontalmente l’attacco contro Caracas con un tour internazionale chiedendo appoggio per condannare il presidente venezuelano.
Nel 2017, la propaganda di Almagro si è infuocata per cercare di applicare contro il Venezuela la cosiddetta Carta Democratica Interamericana. Nel marzo, aprile, maggio, luglio, il rappresentante dell’OEA ha svolto un tour senza fine per ottenerlo. Fallendo.
A maggio, 15 paesi del Caricom lo hanno accusato per il suo atteggiamento. E nel luglio ha ottenuto solo 13 voti, 10 voti in meno di quelli che servivano per l’approvazione di una risoluzione favorevole alle sue intenzioni.
In due anni e mezza di ingerenza attiva di Almagro, sostenuta dalla destra venezuelana, non solo fatta di parole, ma anche di azioni che hanno alimentate le proteste violente di quattro mesi con oltre 100 morti – la rabbia di Almagro contro il Venezuela non è finita.
Le sessioni per valutare una possibile indagine contro il paese davanti la Corte Penale Internazionale rappresentano un nuovo passaggio per il diplomatico uruguayano. Prima del 30 di ottobre dovrebbe essere analizzata l’informazione prodotta per determinare se esistono elementi sufficienti.
Sarà l’ex Procuratore capo della CPI, Luis Moreno Ocampo, a dover “raccogliere l’informazione per eventualmente facilitare la possibilità che la Procura della CPI apra un esame preliminare della situazione in Venezuela”, ha indicato il documento dell’OEA.
Moreno Ocampo è stato nominato a luglio, infatti, come consigliere speciale in Crimini contro l’umanità da parte del Segretario generale dell’Oea, Luis Almagro.
Martedì scorso, il ministro degli esteri venezuelano Jorge Arreaza, ha denunciato davanti il Consiglio Permanente dell’OEA che Almagro utilizza una figura inesistente per presentare il paese come un violatore dei diritti umani. “Il Signor. Luis Almagro, con le sue azioni selettive, parzializzate e politicizzate una volta ancora ha abusato delle sue funzioni come Segretario Generale dell’Oea, convocando nella sede dell’organizzazione una cosiddetta audizione pubblica il 14 e 15 settembre, nell’ambito di una strategia che mira a presentare il Venezuela come un paese che viola i diritti umani, utilizzando una figura legalmente inesistente: il consigliere speciale del Segretario in Crimini contro l’umanità”, ha detto il rappresentante della Repubblica bolivariana del Venezuela.
Infatti, le strategie non sono finite. Alle recenti sanzioni economiche degli Stati Uniti si aggiungono i fatti di lunedì 11 settembre, il giorno prima del Consiglio permanente presso l’OEA, quando, durante il Consiglio dei Diritti Umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Venezuela è stato nuovamente attaccato da una relazione che ha messo in discussione il rispetto dei diritti umani da parte del governo di Nicholas Maduro. “Potrebbero essere stati commessi crimini contro l’umanità, i quali possono essere confermati sono con una successiva investigazione penale”, ha dichiarato Zeid Ra’ad al Husein, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU
Leggi: L’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU? Un esperto in ‘interventi umanitari’
Il ministro degli Esteri Jorge Arreaza, che era presente a nome del paese durante il vertice, ha dichiarato che si trattava chiaramente di “un esempio dell’uso dei diritti umani come arma politica ai fini del dominio”.
Dopo la massiccia partecipazione popolare per l’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente il 30 luglio scorso, che era stata definita da Almagro giorni prima come una “elezione priva di nullità”, e dopo le recenti primarie dell’opposizione, che sono state condotte con assoluta normalità e regolarità il 10 settembre scorso nel paese in vista delle elezioni regionali previste ad ottobre, la destra venezuelana insiste nella richiesta di interventi esterni da parte degli Stati Uniti, dell’OAS e dell’ONU, accusando la “dittatura”, mentre, nello stesso momento, partecipa ad un processo democratico che poi dovrà convalidare.
Questo giovedì e questo venerdì si terranno le prime riunioni nel percorso intrapreso da Almagro per indagare il Venezuela. Le prossime riunioni avranno luogo a settembre e ottobre, probabilmente dopo le elezioni regionali del paese sudamericano, in cui parteciperanno tutti i partiti.
*Traduzione de l’AntiDiplomatico
Fonte
Questa settimana il governo del Venezuela ha denunciato al Consiglio Permanente dell’OEA che Almagro utilizza una “figura inesistente” per presentare il paese come un violatore dei diritti umani.
L’Organizzazione degli Stati americani si riunirà questo giovedì e venerdì per decidere se richiedere un’inchiesta contro il Venezuela nella Corte Penale Internazionale per la presunta violazione del paese sudamericano ai diritti umani. “Domani giovedì 14 alle 10 e venerdì 15 settembre del 2017 alle 9.00 di mattina si realizzeranno due riunioni nella sede dell’OEA al fine di analizzare se la situazione del Venezuela presenti i requisiti richiesti dall’articolo 53(1)(a)–(c) dello Statuto di Roma per aprire un’investigazione di fronte alla Corte Penale internazionale”, si legge in un comunicato dell’organismo.
Da quando Luis Almagro ha assunto nel marzo del 2015 il ruolo del Segretario Generale dell’OEA, ha deciso di seguire la politica d’ingerenza del suo predecessore José Miguel Insulza contro la sovranità del Venezuela.
Nel novembre del 2015, Almagro ha indirizzato una lettera a Nicolás Maduro chiedendogli di bloccare “la violenza in corso nel paese”. Già nel gennaio del 2016 aveva poi iniziato frontalmente l’attacco contro Caracas con un tour internazionale chiedendo appoggio per condannare il presidente venezuelano.
Nel 2017, la propaganda di Almagro si è infuocata per cercare di applicare contro il Venezuela la cosiddetta Carta Democratica Interamericana. Nel marzo, aprile, maggio, luglio, il rappresentante dell’OEA ha svolto un tour senza fine per ottenerlo. Fallendo.
A maggio, 15 paesi del Caricom lo hanno accusato per il suo atteggiamento. E nel luglio ha ottenuto solo 13 voti, 10 voti in meno di quelli che servivano per l’approvazione di una risoluzione favorevole alle sue intenzioni.
In due anni e mezza di ingerenza attiva di Almagro, sostenuta dalla destra venezuelana, non solo fatta di parole, ma anche di azioni che hanno alimentate le proteste violente di quattro mesi con oltre 100 morti – la rabbia di Almagro contro il Venezuela non è finita.
Le sessioni per valutare una possibile indagine contro il paese davanti la Corte Penale Internazionale rappresentano un nuovo passaggio per il diplomatico uruguayano. Prima del 30 di ottobre dovrebbe essere analizzata l’informazione prodotta per determinare se esistono elementi sufficienti.
Sarà l’ex Procuratore capo della CPI, Luis Moreno Ocampo, a dover “raccogliere l’informazione per eventualmente facilitare la possibilità che la Procura della CPI apra un esame preliminare della situazione in Venezuela”, ha indicato il documento dell’OEA.
Moreno Ocampo è stato nominato a luglio, infatti, come consigliere speciale in Crimini contro l’umanità da parte del Segretario generale dell’Oea, Luis Almagro.
Martedì scorso, il ministro degli esteri venezuelano Jorge Arreaza, ha denunciato davanti il Consiglio Permanente dell’OEA che Almagro utilizza una figura inesistente per presentare il paese come un violatore dei diritti umani. “Il Signor. Luis Almagro, con le sue azioni selettive, parzializzate e politicizzate una volta ancora ha abusato delle sue funzioni come Segretario Generale dell’Oea, convocando nella sede dell’organizzazione una cosiddetta audizione pubblica il 14 e 15 settembre, nell’ambito di una strategia che mira a presentare il Venezuela come un paese che viola i diritti umani, utilizzando una figura legalmente inesistente: il consigliere speciale del Segretario in Crimini contro l’umanità”, ha detto il rappresentante della Repubblica bolivariana del Venezuela.
Infatti, le strategie non sono finite. Alle recenti sanzioni economiche degli Stati Uniti si aggiungono i fatti di lunedì 11 settembre, il giorno prima del Consiglio permanente presso l’OEA, quando, durante il Consiglio dei Diritti Umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Venezuela è stato nuovamente attaccato da una relazione che ha messo in discussione il rispetto dei diritti umani da parte del governo di Nicholas Maduro. “Potrebbero essere stati commessi crimini contro l’umanità, i quali possono essere confermati sono con una successiva investigazione penale”, ha dichiarato Zeid Ra’ad al Husein, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU
Leggi: L’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU? Un esperto in ‘interventi umanitari’
Il ministro degli Esteri Jorge Arreaza, che era presente a nome del paese durante il vertice, ha dichiarato che si trattava chiaramente di “un esempio dell’uso dei diritti umani come arma politica ai fini del dominio”.
Dopo la massiccia partecipazione popolare per l’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente il 30 luglio scorso, che era stata definita da Almagro giorni prima come una “elezione priva di nullità”, e dopo le recenti primarie dell’opposizione, che sono state condotte con assoluta normalità e regolarità il 10 settembre scorso nel paese in vista delle elezioni regionali previste ad ottobre, la destra venezuelana insiste nella richiesta di interventi esterni da parte degli Stati Uniti, dell’OAS e dell’ONU, accusando la “dittatura”, mentre, nello stesso momento, partecipa ad un processo democratico che poi dovrà convalidare.
Questo giovedì e questo venerdì si terranno le prime riunioni nel percorso intrapreso da Almagro per indagare il Venezuela. Le prossime riunioni avranno luogo a settembre e ottobre, probabilmente dopo le elezioni regionali del paese sudamericano, in cui parteciperanno tutti i partiti.
*Traduzione de l’AntiDiplomatico
Fonte
02/05/2017
Venezuela: “da Maduro una lezione di democrazia popolare”. Intervista a L. Vasapollo (RdC)
Intervista all'AntiDiplomatico: "Quello che sta accadendo oggi in Venezuela è una guerra, alimentata da attacchi infami dei grandi potentati della stampa internazionale, che agiscono su ordini precisi di Usa e Unione Europea"
«Oggi 1 di maggio annuncio che in base alle mie facoltà presidenziali come Capo dello Stato d’accordo con l’articolo 347 convoco il Potere Costituente Originario affinché la classe operaia e il popolo convochino l’Assemblea Nazionale Costituente», queste le parole di Maduro pronunciate in Avenida Bolivar in occasione delle celebrazioni per la festa dei lavoratori. Nelle prossime ore verrà consegnata al Potere Elettorale la proposta per l’elezione di 500 costituenti.
L’opposizione, responsabile dei tentativi di golpe del 2002, del 2014 e quella attuale è in pieno fermento. Non solo la violenza nelle strade. Si grida al “golpe” con il megafono di tutta la stampa internazionale. Addirittura il presidente del Parlamento Borges ha dichiarato che questo è il momento di “colpire il paese”. Queste dichiarazioni gravissime contro il proprio paese seguono quelle dell’ex presidente Allup, altro leader dell’opposizione, che aveva minacciato due settimane fa “altri morti” nelle manifestazioni. Nelle violenze generate dalle frange più estreme dell’opposizione, nell’ultimo mese sono morte 30 persone, che si vanno a sommare alle 43 uccise nelle cosiddette “Guarimbas”, il tentativo di golpe del 2014.
Abbiamo chiesto al Professor Luciano Vasapollo, delegato del rettore della Sapienza per l’America Latina e Direttore del Centro Studi Cestes (Usb), di aiutarci a comprendere meglio il momento che attraversa il Venezuela con un’intervista telefonica che vi proponiamo.
Cosa cambia dopo l’annuncio di Nicolas Maduro di ieri di una nuova Assemblea costituente ed è la mossa giusta per uscire dall’impasse?
Quello che dirò non rappresenta la Sapienza, ma la mia opinione personale. La situazione in Venezuela era divenuta insostenibile. L’attacco di Trump, delle multinazionali del petrolio perfettamente rappresentate oggi da Tillerson nel Dipartimento di Stato Usa, e dell’”internazionale nera” non può che essere definita con un termine: guerra. L’invasione militare non se la possono permettere in questa fase, ma quello che sta accadendo oggi in Venezuela è una guerra, alimentata da attacchi infami dei grandi potentati della stampa internazionale, che agiscono su ordini precisi di Usa e Unione Europea. Non lo dico solo io, del resto, ma è quello che ha espresso nella sua analisi lucida della situazione venezuelana il premio Nobel della pace Esquivel. Una guerra alimentata dai media che ogni giorno ci bombardano di bufale sulla crisi umanitaria nel paese e sulla “repressione del regime” contro i ”manifestanti pacifici”. In Venezuela non c’è nessuna crisi umanitaria e se gli stessi atti di violenza e terrorismo fossero accaduti a Parigi, Roma, Bruxelles e per non citare una città degli Stati Uniti avremmo avuto una repressione migliaia di volte superiore a quella pacata e lungimirante dell’esercito e della polizia bolivariana.
Cosa cambia ora con l’annuncio di Nicolas Maduro?
Per comprendere il passaggio annunciato dal Presidente è necessario fare una premessa. Meglio di me, l’ha fatta sempre in questi giorni l’ex presidente dell’Uruguay in un’intervista che so avete tradotto come AntiDiplomatico. Quello che mi spaventa di più del Venezuela è l'opposizione, o una gran parte di essa. Credo che ci sia un clima di radicalizzazione che si è trasformata in irrazionale e che nel lungo periodo finisca per favorire la destra. Questo è molto pericoloso dato che c'è Trump negli Stati Uniti. Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all'interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell'OSA è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente"
Ecco in questa situazione in cui la destra non solo si pone come sponda dell’interventismo, paralizzando il paese e lavorando solo perché il Venezuela sprofondi in una crisi per giustificare l’intervento umanitario bisognava agire e il presidente Maduro ha scelto la via più democratica e sensata possibile: ritornare al popolo.
Convocare il popolo per una nuova assemblea costituente che nel rispetto dei capisaldi e dei poteri della Costituzione del 1999 di un gigante della storia come Hugo Chavez sappia dare una soluzione all’impasse politico e sociale del paese.
Una lezione di democrazia popolare annunciata il giorno della festa dei lavoratori di fronte a milioni di persone. Una lezione, come la celebrazione del primo maggio a Cuba.
Perché il presidente del Venezuela è arrivato a questa scelta?
Per rispondere voglio prendere a riferimento le parole di Papa Francesco che di ritorno dalla visita di Cuba ha chiaramente fatto capire come l’impasse del dialogo sia dovuta ad un’opposizione divisa. Sono mesi che il governo Maduro chiama l’opposizione al dialogo, mediato da Unasur e Vaticano con quattro ex presidenti ibero-americani. Non solo non hanno risposto, se non una minima parte moderata. Non solo hanno paralizzato il Parlamento, non accettando le decisioni della Corte suprema sull’ineleggibilità per frode accertata di tre parlamentari e non ratificando riforme economiche con l’obiettivo dichiarato di far sprofondare il paese nel caos. Non solo dopo il colpo di stato del 2002 e il tentativo di golpe del 2014 hanno scelto la via della violenza e del terrorismo. Non solo tutto questo. Ma ora, come ha espressamente dichiarato Capriles, non hanno rispetto neanche delle dichiarazioni di Papa Francesco. Con un’opposizione del genere e in un clima di guerra indotta dall’esterno, che fare? Richiamare il popolo in una nuova assemblea costituente. Nell’Assemblea non saranno rappresentati il Psuv o gli altri partiti, ma sindacati, associazioni di imprese, i pensionati, l’esercito e tutte le altre componenti della società. All’interno ci sono diverse idee e riferimenti culturali. Ma saranno loro, il popolo, a scegliere la via per uscire da quest’impasse.
Degli Stati Uniti abbiamo detto. Come giudica il comportamento dell’Europa in questa guerra contro il Venezuela?
Proprio 4 giorni fa ero a Bruxelles per solidarizzare contro il bloqueo a Cuba e denunciare il vergognoso attacco che sta subendo il Venezuela. Bene, mentre su Cuba ho trovato solidarietà anche dalla cosiddetta “sinistra moderata”, sul Venezuela quella anche “radicale” ha un atteggiamento influenzato dalle idiozie che scrivono i giornali. La settimana scorsa il Parlamento europeo ha approvato una vergognosa risoluzione d’ingerenza contro il governo di Caracas. L’Europa si è macchiata dell’ennesima vergogna con 450 voti a favore e soli 35 contro. Nei 450 c’erano il Pd europeo nelle sue varie sfaccettature, figli degli interessi delle oligarchie. Il dato poi è di 100 astenuti. 100 Ponzio Pilato, molti della “sinistra radicale”, che fanno ancora più male in una fase come questa.
Cosa si aspetta dalla riunione della Celac convocata d’emergenza dal Venezuela e che si riunirà oggi a El Salvador?
Celac è oggi il livello più alto di rappresentanza possibile dell’America Latina. Sia perché all’interno, al contrario dell’Osa, non ci sono Stati Uniti e Canada a dettare la linea, sia per la presenza di Cuba. L’OSA di Almagro è divenuto lo strumento di ingerenza principale contro il Venezuela. Dopo il “golpe interno” contro la presidenza della Bolivia per imporre arbitrariamente una risoluzione contro il governo Maduro e dopo che Almagro si è trasformato nel prossimo candidato della destra veenezuelana nelle prossime elezioni, bene ha fatto la ministra degli esteri Delcy ad annunciare il ritiro e convocare la Celac, l’unico organismo rappresentativo del continente.
Da http://www.lantidiplomatico.it
Fonte
«Oggi 1 di maggio annuncio che in base alle mie facoltà presidenziali come Capo dello Stato d’accordo con l’articolo 347 convoco il Potere Costituente Originario affinché la classe operaia e il popolo convochino l’Assemblea Nazionale Costituente», queste le parole di Maduro pronunciate in Avenida Bolivar in occasione delle celebrazioni per la festa dei lavoratori. Nelle prossime ore verrà consegnata al Potere Elettorale la proposta per l’elezione di 500 costituenti.
L’opposizione, responsabile dei tentativi di golpe del 2002, del 2014 e quella attuale è in pieno fermento. Non solo la violenza nelle strade. Si grida al “golpe” con il megafono di tutta la stampa internazionale. Addirittura il presidente del Parlamento Borges ha dichiarato che questo è il momento di “colpire il paese”. Queste dichiarazioni gravissime contro il proprio paese seguono quelle dell’ex presidente Allup, altro leader dell’opposizione, che aveva minacciato due settimane fa “altri morti” nelle manifestazioni. Nelle violenze generate dalle frange più estreme dell’opposizione, nell’ultimo mese sono morte 30 persone, che si vanno a sommare alle 43 uccise nelle cosiddette “Guarimbas”, il tentativo di golpe del 2014.
Abbiamo chiesto al Professor Luciano Vasapollo, delegato del rettore della Sapienza per l’America Latina e Direttore del Centro Studi Cestes (Usb), di aiutarci a comprendere meglio il momento che attraversa il Venezuela con un’intervista telefonica che vi proponiamo.
Cosa cambia dopo l’annuncio di Nicolas Maduro di ieri di una nuova Assemblea costituente ed è la mossa giusta per uscire dall’impasse?
Quello che dirò non rappresenta la Sapienza, ma la mia opinione personale. La situazione in Venezuela era divenuta insostenibile. L’attacco di Trump, delle multinazionali del petrolio perfettamente rappresentate oggi da Tillerson nel Dipartimento di Stato Usa, e dell’”internazionale nera” non può che essere definita con un termine: guerra. L’invasione militare non se la possono permettere in questa fase, ma quello che sta accadendo oggi in Venezuela è una guerra, alimentata da attacchi infami dei grandi potentati della stampa internazionale, che agiscono su ordini precisi di Usa e Unione Europea. Non lo dico solo io, del resto, ma è quello che ha espresso nella sua analisi lucida della situazione venezuelana il premio Nobel della pace Esquivel. Una guerra alimentata dai media che ogni giorno ci bombardano di bufale sulla crisi umanitaria nel paese e sulla “repressione del regime” contro i ”manifestanti pacifici”. In Venezuela non c’è nessuna crisi umanitaria e se gli stessi atti di violenza e terrorismo fossero accaduti a Parigi, Roma, Bruxelles e per non citare una città degli Stati Uniti avremmo avuto una repressione migliaia di volte superiore a quella pacata e lungimirante dell’esercito e della polizia bolivariana.
Cosa cambia ora con l’annuncio di Nicolas Maduro?
Per comprendere il passaggio annunciato dal Presidente è necessario fare una premessa. Meglio di me, l’ha fatta sempre in questi giorni l’ex presidente dell’Uruguay in un’intervista che so avete tradotto come AntiDiplomatico. Quello che mi spaventa di più del Venezuela è l'opposizione, o una gran parte di essa. Credo che ci sia un clima di radicalizzazione che si è trasformata in irrazionale e che nel lungo periodo finisca per favorire la destra. Questo è molto pericoloso dato che c'è Trump negli Stati Uniti. Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all'interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell'OSA è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente"
Ecco in questa situazione in cui la destra non solo si pone come sponda dell’interventismo, paralizzando il paese e lavorando solo perché il Venezuela sprofondi in una crisi per giustificare l’intervento umanitario bisognava agire e il presidente Maduro ha scelto la via più democratica e sensata possibile: ritornare al popolo.
Convocare il popolo per una nuova assemblea costituente che nel rispetto dei capisaldi e dei poteri della Costituzione del 1999 di un gigante della storia come Hugo Chavez sappia dare una soluzione all’impasse politico e sociale del paese.
Una lezione di democrazia popolare annunciata il giorno della festa dei lavoratori di fronte a milioni di persone. Una lezione, come la celebrazione del primo maggio a Cuba.
Perché il presidente del Venezuela è arrivato a questa scelta?
Per rispondere voglio prendere a riferimento le parole di Papa Francesco che di ritorno dalla visita di Cuba ha chiaramente fatto capire come l’impasse del dialogo sia dovuta ad un’opposizione divisa. Sono mesi che il governo Maduro chiama l’opposizione al dialogo, mediato da Unasur e Vaticano con quattro ex presidenti ibero-americani. Non solo non hanno risposto, se non una minima parte moderata. Non solo hanno paralizzato il Parlamento, non accettando le decisioni della Corte suprema sull’ineleggibilità per frode accertata di tre parlamentari e non ratificando riforme economiche con l’obiettivo dichiarato di far sprofondare il paese nel caos. Non solo dopo il colpo di stato del 2002 e il tentativo di golpe del 2014 hanno scelto la via della violenza e del terrorismo. Non solo tutto questo. Ma ora, come ha espressamente dichiarato Capriles, non hanno rispetto neanche delle dichiarazioni di Papa Francesco. Con un’opposizione del genere e in un clima di guerra indotta dall’esterno, che fare? Richiamare il popolo in una nuova assemblea costituente. Nell’Assemblea non saranno rappresentati il Psuv o gli altri partiti, ma sindacati, associazioni di imprese, i pensionati, l’esercito e tutte le altre componenti della società. All’interno ci sono diverse idee e riferimenti culturali. Ma saranno loro, il popolo, a scegliere la via per uscire da quest’impasse.
Degli Stati Uniti abbiamo detto. Come giudica il comportamento dell’Europa in questa guerra contro il Venezuela?
Proprio 4 giorni fa ero a Bruxelles per solidarizzare contro il bloqueo a Cuba e denunciare il vergognoso attacco che sta subendo il Venezuela. Bene, mentre su Cuba ho trovato solidarietà anche dalla cosiddetta “sinistra moderata”, sul Venezuela quella anche “radicale” ha un atteggiamento influenzato dalle idiozie che scrivono i giornali. La settimana scorsa il Parlamento europeo ha approvato una vergognosa risoluzione d’ingerenza contro il governo di Caracas. L’Europa si è macchiata dell’ennesima vergogna con 450 voti a favore e soli 35 contro. Nei 450 c’erano il Pd europeo nelle sue varie sfaccettature, figli degli interessi delle oligarchie. Il dato poi è di 100 astenuti. 100 Ponzio Pilato, molti della “sinistra radicale”, che fanno ancora più male in una fase come questa.
Cosa si aspetta dalla riunione della Celac convocata d’emergenza dal Venezuela e che si riunirà oggi a El Salvador?
Celac è oggi il livello più alto di rappresentanza possibile dell’America Latina. Sia perché all’interno, al contrario dell’Osa, non ci sono Stati Uniti e Canada a dettare la linea, sia per la presenza di Cuba. L’OSA di Almagro è divenuto lo strumento di ingerenza principale contro il Venezuela. Dopo il “golpe interno” contro la presidenza della Bolivia per imporre arbitrariamente una risoluzione contro il governo Maduro e dopo che Almagro si è trasformato nel prossimo candidato della destra veenezuelana nelle prossime elezioni, bene ha fatto la ministra degli esteri Delcy ad annunciare il ritiro e convocare la Celac, l’unico organismo rappresentativo del continente.
Da http://www.lantidiplomatico.it
Fonte
31/03/2017
Venezuela. Alta tensione. Rodriguez: “E’ falso che ci sia un colpo di stato”
"E 'falso che ci sia un colpo di stato in Venezuela", ha detto il ministero degli Esteri venenzuelano Delcy Rodriguez annunciando azioni diplomatiche in difesa del proprio sistema giuridico.
Il governo del Venezuela ha respinto le azioni di alcuni governi di destra latinoamericani, che "hanno diffuso falsità e ignominie" che minano lo stato di diritto e l'ordine costituzionale del paese.
Attraverso un comunicato, è stata resa nota la denuncia del ministero degli esteri del Venezuela contro "l’assalto di governi intolleranti di destra e pro-imperialisti nella regione, guidato dal Dipartimento di Stato e da centri di potere degli Stati Uniti".
La reazione del Venezuela replica alle dichiarazioni di alcuni paesi a seguito della decisione della Corte Suprema di Giustizia (TSJ) relativa alle funzioni dell'Assemblea Nazionale (il Parlamento venezuelano, ndr).
"E 'assolutamente inammissibile, senza alcuna base giuridica, che un gruppo di paesi tentino di immischiarsi negli affari di competenza esclusiva degli Stati sovrani", afferma il comunicato.
Allo stesso modo, ha negato che ci sia un colpo di stato in Venezuela "al contrario, le sue istituzioni hanno adottato le misure legali per fermare le azioni devianti e golpiste di deputati dell'opposizione annunciate apertamente in spregio delle decisioni della Corte Suprema".
La maggior parte dell’opposizione in sede di Assemblea Nazionale, ha ignorato ripetutamente le sentenze della Corte Suprema, che ha fermato l'incorporazione in plenaria di tre candidati per lo stato di Amazonas, la cui proclamazione è stata sospesa fino alla conclusioni delle indagini sulle frodi relative alla loro elezione, il 6 dicembre 2015. Nel 2016, il vice-presidente del Parlamento, ha ignorato le indicazioni della Corte procedendo al giuramento dei tre candidati.
Ci sono registrazioni da cui emerge che l'allora segretario del governatore di Amazonas, Victoria Franchi, ha offerto somme di denaro a gruppi di persone per votare per i candidati dell'opposizione. Pertanto, la Corte aveva sospeso la proclamazione dei deputati di Amazonas. Nonostante questo in sede diAssemblea nazionale avevano prestato giuramento come deputati per ottenere la maggioranza assoluta (due terzi), che ha gli dato nuovi poteri e doveri, tra cui quelli di abrogare o modificare le leggi organiche, come la legge sul lavoro o la legge sull'istruzione.
Attraverso due sentenze emesse questa settimana, la Corte Suprema (TSJ) ha confermato che il suo compito centrale all'interno del quadro costituzionale è quello di preservare lo stato di diritto, in particolare rispetto ad azioni che potrebbero ignorare la legge e violare la sovranità nazionale.
Il presidente del Parlamento di Caracas, Julio Borges, ha detto che c'è un colpo di stato ed ha chiamato a ignorare le deliberazioni della Corte Suprema.
Il Segretario generale dell'OSA (Organizzazione degli Stati Americani), Luis Almagro, ha parlato di un "colpo di Stato" dopo di che il Perù ha ritirato il suo ambasciatore in Venezuela.
I governi di destra del Perù, Colombia, Cile, Messico e Brasile hanno rilasciato dichiarazioni circa la loro "preoccupazione" per la sentenza della Corte Suprema di Giustizia (TSJ) del Venezuela.
Questi governi erano usciti sconfitti dalla diplomazia venezuelana durante la sessione straordinaria di Martedì 28 marzo del Consiglio permanente dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che aveva l’obiettivo di approvare la Carta Democratica contro il Venezuela.
L’attuale Segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, è stato definito dal governo venezuelano come il leader dell'attacco contro il Venezuela, sotto gli ordini del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Almagro è il principale sostenitore della Carta Democratica contro il Venezuela e si è incontrato con i leader della destra venezuelana.
Il ministero degli Esteri venezuelano ha anche annunciato che eserciterà una azione politica e diplomatica per impedire la materializzazione di piani contro la stabilità e la pace nel paese.
Fonte
Il governo del Venezuela ha respinto le azioni di alcuni governi di destra latinoamericani, che "hanno diffuso falsità e ignominie" che minano lo stato di diritto e l'ordine costituzionale del paese.
Attraverso un comunicato, è stata resa nota la denuncia del ministero degli esteri del Venezuela contro "l’assalto di governi intolleranti di destra e pro-imperialisti nella regione, guidato dal Dipartimento di Stato e da centri di potere degli Stati Uniti".
La reazione del Venezuela replica alle dichiarazioni di alcuni paesi a seguito della decisione della Corte Suprema di Giustizia (TSJ) relativa alle funzioni dell'Assemblea Nazionale (il Parlamento venezuelano, ndr).
"E 'assolutamente inammissibile, senza alcuna base giuridica, che un gruppo di paesi tentino di immischiarsi negli affari di competenza esclusiva degli Stati sovrani", afferma il comunicato.
Allo stesso modo, ha negato che ci sia un colpo di stato in Venezuela "al contrario, le sue istituzioni hanno adottato le misure legali per fermare le azioni devianti e golpiste di deputati dell'opposizione annunciate apertamente in spregio delle decisioni della Corte Suprema".
La maggior parte dell’opposizione in sede di Assemblea Nazionale, ha ignorato ripetutamente le sentenze della Corte Suprema, che ha fermato l'incorporazione in plenaria di tre candidati per lo stato di Amazonas, la cui proclamazione è stata sospesa fino alla conclusioni delle indagini sulle frodi relative alla loro elezione, il 6 dicembre 2015. Nel 2016, il vice-presidente del Parlamento, ha ignorato le indicazioni della Corte procedendo al giuramento dei tre candidati.
Ci sono registrazioni da cui emerge che l'allora segretario del governatore di Amazonas, Victoria Franchi, ha offerto somme di denaro a gruppi di persone per votare per i candidati dell'opposizione. Pertanto, la Corte aveva sospeso la proclamazione dei deputati di Amazonas. Nonostante questo in sede diAssemblea nazionale avevano prestato giuramento come deputati per ottenere la maggioranza assoluta (due terzi), che ha gli dato nuovi poteri e doveri, tra cui quelli di abrogare o modificare le leggi organiche, come la legge sul lavoro o la legge sull'istruzione.
Attraverso due sentenze emesse questa settimana, la Corte Suprema (TSJ) ha confermato che il suo compito centrale all'interno del quadro costituzionale è quello di preservare lo stato di diritto, in particolare rispetto ad azioni che potrebbero ignorare la legge e violare la sovranità nazionale.
Il presidente del Parlamento di Caracas, Julio Borges, ha detto che c'è un colpo di stato ed ha chiamato a ignorare le deliberazioni della Corte Suprema.
Il Segretario generale dell'OSA (Organizzazione degli Stati Americani), Luis Almagro, ha parlato di un "colpo di Stato" dopo di che il Perù ha ritirato il suo ambasciatore in Venezuela.
I governi di destra del Perù, Colombia, Cile, Messico e Brasile hanno rilasciato dichiarazioni circa la loro "preoccupazione" per la sentenza della Corte Suprema di Giustizia (TSJ) del Venezuela.
Questi governi erano usciti sconfitti dalla diplomazia venezuelana durante la sessione straordinaria di Martedì 28 marzo del Consiglio permanente dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che aveva l’obiettivo di approvare la Carta Democratica contro il Venezuela.
L’attuale Segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, è stato definito dal governo venezuelano come il leader dell'attacco contro il Venezuela, sotto gli ordini del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Almagro è il principale sostenitore della Carta Democratica contro il Venezuela e si è incontrato con i leader della destra venezuelana.
Il ministero degli Esteri venezuelano ha anche annunciato che eserciterà una azione politica e diplomatica per impedire la materializzazione di piani contro la stabilità e la pace nel paese.
Fonte
01/06/2016
Venezuela. Gravissima ingerenza dell’OSA
Con una decisione gravissima e senza precedenti, il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Luis Almagro, ha attivato oggi il meccanismo della ‘Carta Democratica’ per quanto riguarda il Venezuela. Una decisione che potrebbe portare all’espulsione di Caracas dall’istituzione regionale internazionale per una “alterazione dell’ordine costituzionale che interessa gravemente l’ordine democratico”. Sulla spinta delle opposizioni golpiste e delle amministrazioni degli Stati Uniti e della Spagna che da tempo fomentano il caos e la destabilizzazione nel paese culla della rivoluzione bolivariana, il leader dell’Osa ed ex primo ministro dell’Uruguay potrebbe di fatto aprire la strada ad un intervento internazionale con la scusa di ripristinare “l’ordine democratico e la stabilità” in Venezuela.
Il presidente, il governo e le forze popolari bolivariane, oltre alla vasta rete internazionale di solidarietà con la rivoluzione, hanno da subito fatto appello ad una risposta immediata e forte contro la nuova e gravissima ingerenza.
“La decisione da parte dell’OSA” scrive su facebook il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità “rappresenta una infamia gravissima che merita una risposta internazionale immediata con la massima forza e unità”. “Il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità chiama alla mobilitazione tutti i compagni e le organizzazioni democratiche rivoluzionarie e progressiste alla solidarietà con il Governo Maduro e con il grande popolo bolivariano. Nelle prossime ore seguirà un appello alla immediata mobilitazione in Italia” conclude il breve intervento.
Fonte
Il presidente, il governo e le forze popolari bolivariane, oltre alla vasta rete internazionale di solidarietà con la rivoluzione, hanno da subito fatto appello ad una risposta immediata e forte contro la nuova e gravissima ingerenza.
“La decisione da parte dell’OSA” scrive su facebook il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità “rappresenta una infamia gravissima che merita una risposta internazionale immediata con la massima forza e unità”. “Il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità chiama alla mobilitazione tutti i compagni e le organizzazioni democratiche rivoluzionarie e progressiste alla solidarietà con il Governo Maduro e con il grande popolo bolivariano. Nelle prossime ore seguirà un appello alla immediata mobilitazione in Italia” conclude il breve intervento.
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