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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2025

Bolivia - “Senza partito prevalgono i personalismi”

In Bolivia la sconfitta del MAS non può essere letta soltanto come un passaggio elettorale, ma rappresenta l’esito di un processo di lunga durata, iniziato con la rinuncia al passaggio dalla presa di governo alla vera presa del potere di classe attraverso la costruzione e il consolidamento del partito rivoluzionario; tale assenza determina e favorisce protagonismi personali ed anche la persecuzione giudiziaria e politica contro Evo Morales, il padre della Costituzione plurinazionale.

Morales, primo presidente indigeno del Paese, aveva avviato un cammino di emancipazione sociale e di affermazione della sovranità nazionale che lo ha reso un punto di riferimento per i popoli latinoamericani. Proprio per questo, come era accaduto ad altri leader progressisti della regione – da Rafael Correa in Ecuador a Lula e Dilma Rousseff in Brasile – si è abbattuta su di lui la macchina del lawfare, con accuse fabbricate e amplificate dai grandi centri di potere internazionale, a cominciare da Washington.

La persecuzione giudiziaria ha prodotto un indebolimento politico del MAS e lo smembramento della sua base unitaria, aprendo la strada a candidati di destra capaci di sfruttare le divisioni interne. Ma il segno lasciato da Morales rimane incancellabile: lo Stato Plurinazionale di Bolivia, con la sua nuova Costituzione indigena e popolare, resta la sua più grande eredità. Non a caso l’Università La Sapienza di Roma volle conferirgli la laurea honoris causa, “riconoscendo – ricorda Luciano Vasapollo, il decano di economia dell’ateneo romano e tra i promotori di quel riconoscimento – la grandezza di un leader che ha saputo dare voce a chi per secoli era stato relegato ai margini della storia”.

Professor Vasapollo, partiamo dal contesto storico. Cosa ha rappresentato Evo Morales per la Bolivia e per il progetto socialista latinoamericano?

Con la presidenza Morales e con la nuova Costituzione indigena il Paese aveva preso il nome – che speriamo rimanga – di Stato Plurinazionale di Bolivia. Dal 2005, con la sua prima vittoria, si era aperta una prospettiva di rivoluzione dell’indigenismo di classe antimperialista. Morales si richiamava non solo al pensiero di Tupac Amaru e Túpac Katari, ma anche al pensiero andino e a quel nesso tra socialismo e decolonialità che era stato portato avanti da Mariátegui. È un tema che io stesso ho approfondito in vari libri e articoli, mettendo in relazione Mariátegui, Gramsci, Martí, Bolívar e Che Guevara.

Evo Morales ha portato avanti questa sintesi, conquistando una dimensione internazionale come uomo di rottura e rivoluzionario, capace di costruire il suo progetto politico a partire dalle classi popolari: cocaleros, minatori, contadini e operai. Ha dato voce agli ultimi della terra.

Eppure oggi ci troviamo davanti a una sconfitta storica. Cosa è accaduto alle ultime elezioni?

Dopo vent’anni, il risultato è stato sconcertante: al ballottaggio accedono due candidati neoliberisti. Ritorna quindi la Bolivia dei padroni, delle multinazionali, degli Stati Uniti e dell’imperialismo. È una grande sconfitta per la sinistra, per i progressisti, per i democratici.

Noi siamo stati testimoni e anche attori di quel processo: abbiamo portato Evo Morales sette volte in Italia, lo abbiamo accolto all’Università La Sapienza con un dottorato honoris causa, lo abbiamo sostenuto politicamente insieme ai compagni di Cuba e Venezuela. Siamo stati accanto a lui anche dopo il colpo di Stato del 2019, che già aveva mostrato quanto gli interessi imperialisti puntassero a un Paese ricchissimo di oro, litio, coltan, gas e minerali ferrosi. E c’è un problema di dibattito. 

Quali errori interni hanno indebolito il MAS?

Va detto che queste elezioni hanno avuto un deficit democratico: Morales non ha potuto candidarsi, vittima di un’interpretazione strumentale della Costituzione e di una persecuzione giudiziaria. Tuttavia, non possiamo negare che il MAS abbia conosciuto un arretramento politico e sociale.

Si è formata una sorta di aristocrazia burocratica che ha pensato più ai propri privilegi che a rappresentare i subalterni. Inoltre, Andronico Rodríguez non ha compreso l’importanza di un’alleanza con Evo Morales. Questa divisione ha portato il MAS a risultati disastrosi: 3% per Morales, 8% per Andronico. A ciò si aggiunga l’altissimo numero di schede bianche e nulle (22%), che riflette anche la campagna astensionista dei sostenitori di Morales.

E quanto ha pesato la gestione del presidente Arce negli ultimi anni?

Molto. Durante Morales la Bolivia cresceva più di gran parte dell’America Latina, mentre sotto Arce il Paese è precipitato in una grave crisi economica. In mancanza di soluzioni, il governo ha aumentato la repressione non solo contro Morales, ma anche contro i leader sociali.

Questo ha segnato la fine del ciclo costituente iniziato con la Costituzione del 2006. Oggi assistiamo a una fase di decadenza, con il ritorno in forze del neoliberismo.

Al di là delle questioni economiche e organizzative, c’è anche un problema di divisione interna e personalismi?

Sì, purtroppo. Vecchi e nuovi leader del MAS sono entrati in conflitto tra loro, anche a livello personale per assenza di un vero partito rivoluzionario che se ben costruito esprime egemonia di classe e abbatte ogni forma di protagonismo personale che si instaura e rafforza anche quando la capacità politica di direzione là si vuol misurare con una folle logica impolitica sulla età biologica come si trattasse non di espressione dirigente ma di questioni generazionali. C’è stata competizione di auto rappresentazione personalistica e non collettiva e incapacità di sintesi politica tra funzioni di direzione di partito tra generazioni diverse. È l’assenza della forma partito socialista rivoluzionario con le sue funzioni di indirizzo il vero elemento che ha contribuito alla sconfitta, e quindi non basta e a poco serve spiegarla solo con i personalismi.

Quindi come interpreta, in ultima analisi, questa sconfitta?

Non è la sconfitta di un uomo o di un gruppo, ma di un intero progetto se viene meno la radicalità di classe. Se un movimento socialista rinuncia alla sua vocazione rivoluzionaria e si adagia nella mediazione istituzionale, scivola inevitabilmente nel burocratismo. E il burocratismo significa tradire le istanze delle classi popolari.

Il socialismo può assumere forme diverse: quello cubano, quello sandinista, quello bolivariano venezuelano, quello comunitario andino della Bolivia. Ma ciò che non si può abbandonare è la radicalità antimperialista, il contrasto netto alle multinazionali, il passaggio dal governo al potere reale con il protagonismo dei subalterni.

Ogni volta che la sinistra rinuncia a questo, la storia ci mostra che arriva la sconfitta. Morales aveva come base elettorale cocaleros, minatori, contadini e operai. Ha dato voce agli ultimi della terra ma non ha sviluppato organizzazione rivoluzionaria attraverso il ruolo del partito come strumento di direzione, indirizzo e controllo per il potere di classe.

In buona sostanza emerge anche in Bolivia un problema di dibattito che coinvolge tutta la sinistra di classe e lo vediamo dappertutto: in Europa, in Italia dappertutto. Se non c’è una vera analisi rivoluzionaria de coloniale indirizzata dal partito che sappia svolgere il ruolo di egemonia politica e culturale per la presa del potere, il governo del potere di classe, si finisce male.

Guardiamo la fine che hanno fatto Syriza in Grecia, Rifondazione comunista in Italia, Podemos in Spagna: laddove i partiti che nascono con idee rivoluzionarie si contaminano e si fanno assorbire dal burocratismo e dalla mediazione politica istituzionale, trasformando il loro progetto e il loro fine strategico rivoluzionario in una transizione social riformista o peggio social-liberista, allora sfuma ogni possibilità a carattere rivoluzionario e si trasforma in sconfitta storica e ritardi incalcolabili per il divenire storico rivoluzionario. È accaduto anche in Bolivia, dopo l'Ecuador, e in tante esperienze social progressiste del Sud America, ed è successo così anche in altre parti, anche in Occidente; insomma la sconfitta del MAS è un monito anche agli italiani e agli europei per non cadere nella confusione spesso voluta fra strategia e tattica rivoluzionaria, facendo sì che le tattiche diventino strategie di entrismo nelle compatibilità capitaliste anche se addolcite dal falso racconto social liberista.

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24/10/2024

L’Europa ha un problema: l’Unione Europea

Bloomberg ha di recente pubblicato un articolo che offre una visione cupa ma realistica del futuro dell’Unione Europea, sottolineando come il declino economico e politico del continente stia diventando “inarrestabile”.

La crisi economica che affligge i principali Paesi membri, come dimostrato dalla chiusura di stabilimenti industriali e dalla fuga delle aziende IT, mette in luce l’incapacità dell’UE di adattarsi alle sfide della globalizzazione e di costruire un modello economico coeso e competitivo. Il nuovo Governo di destra in Francia e le difficoltà normative che frenano l’innovazione sono ulteriori segnali di un blocco economico che non riesce a trovare una direzione comune.

Questa situazione, ben descritta da Bloomberg, non è affatto nuova: molti studiosi, sia europei sia internazionali, da tempo sottolineano la necessità di riformare l’UE per renderla un attore più dinamico e meno burocratico.

L’analisi dell’agenzia, dunque, non solo è legittima ma rafforza ulteriormente le preoccupazioni sollevate da economisti e politologi che da anni avvertono del pericolo di un’Europa destinata a un ruolo marginale nello scacchiere globale. La mancanza di una strategia unitaria e l’incapacità di rispondere alle crescenti minacce economiche e geopolitiche rendono sempre più difficile per l’UE competere con altre potenze come Stati Uniti e Cina.

Nel corso degli anni, numerosi studiosi, europei e non, hanno lanciato l’allarme sul declino dell’Unione Europea come potenza globale, anticipando molte delle problematiche che Bloomberg oggi conferma nella sua analisi. Tra i principali critici europei troviamo Wolfgang Streeck, sociologo e direttore emerito dell’Istituto Max Planck per lo Studio delle Società, che da tempo denuncia la crisi strutturale del capitalismo europeo e l’incapacità dell’UE di adattarsi alle sfide poste dalla globalizzazione.

Streeck ha messo in evidenza come l’Unione si trovi in una perenne stagnazione economica, aggravata dalle politiche di austerità e da un sistema di governance disfunzionale che accentua le disuguaglianze tra i paesi membri.

Anche il filosofo ed economista francese Jacques Sapir ha criticato apertamente le politiche economiche dell’UE, in particolare il suo rigido approccio monetario. Sapir ha sostenuto che l’euro, così com’è strutturato, non ha favorito l’integrazione economica ma ha accentuato le divisioni tra Nord e Sud Europa, condannando quest’ultimo a una perenne crisi di competitività. Questo ha alimentato l’instabilità politica, aprendo le porte alla crescita di forze populiste e nazionaliste, come oggi evidenziato dal nuovo governo di destra in Francia.

Dall’altra parte dell’Atlantico, economisti come Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno criticato l’architettura economica dell’Unione, evidenziando come le politiche di austerità e la gestione dell’eurozona abbiano soffocato la crescita e impedito all’Europa di competere efficacemente a livello globale. Stiglitz, in particolare, nel suo libro The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe, ha argomentato che l’adozione della moneta unica senza un vero coordinamento fiscale abbia creato uno scenario di crisi economica permanente, esponendo l’UE a rischi politici e sociali estremi.

A queste voci si unisce quella del filosofo tedesco Jürgen Habermas, che ha ripetutamente ammonito sulle conseguenze politiche dell’erosione del progetto europeo. Habermas ha sostenuto che l’Unione si trova di fronte a una crisi democratica, in cui le decisioni chiave vengono prese da élite tecnocratiche distanti dai cittadini, alimentando il disincanto e la sfiducia nelle istituzioni europee.

L’aggravarsi delle crisi economiche e politiche in Europa, come descritto da Bloomberg, conferma dunque le preoccupazioni di questi e molti altri studiosi. Il declino industriale, la fuga delle aziende innovative e l’ascesa di governi nazionalisti non sono solo eventi contingenti, ma sintomi di una crisi più profonda che minaccia di minare la capacità dell’UE di agire come un blocco coeso e influente.

L’incapacità dell’Unione di rispondere efficacemente alle sfide globali, come il contesto normativo soffocante per l’intelligenza artificiale e la crescente frammentazione interna, è stata ampiamente prevista da chi, come Streeck, Sapir, Stiglitz e Habermas, ha messo in guardia contro i rischi di un’Europa divisa e mal governata.

In conclusione, l’analisi di Bloomberg è perfettamente in linea con le riflessioni di questi studiosi, legittimando ulteriormente la tesi che il declino dell’Unione Europea non è un fenomeno recente, ma il risultato di decenni di errori politici e di scelte economiche mal ponderate. Lo status dell’UE come potenza globale appare sempre più compromesso, e senza una profonda revisione delle sue strutture e delle sue politiche, il continente rischia di scivolare in una posizione marginale nel nuovo ordine mondiale.

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04/07/2023

L’impatto dell’IA sul processo d’insegnamento-apprendimento

Il MIM, con il Decreto Ministeriale N.63 del 5 aprile 2023, ha istituito le figure del docente tutor e del docente orientatore, nelle scuole superiori, con gli obiettivi di personalizzare la didattica, di contrastare la dispersione scolastica e di favorire l’incontro tra le competenze degli studenti, l’ulteriore offerta formativa e il mercato del lavoro.

Un esercito di circa 41.000 docenti per circa 70.000 classi, precisando che ogni scuola, in base all’autonomia scolastica, ai vincoli di dimensionamento e di aggregazione, può decidere di affidare a ciascun docente tutor da un minimo di 30 a un massimo di 50 studenti, mentre il tutor orientatore è uno per ogni istituzione educativa e in genere coincide con il tutor PCTO, dando luogo a una sovrapposizione di incarichi, così come accade nelle altre istituzioni private e pubbliche.

La figura del docente esperto, designata dal precedente Governo, non ha fatto in tempo ad entrare in gioco, se non per vie traverse, come nel caso dei progetti PON, essa, infatti, è stata messa nel ripostiglio, ma il suo fantasma continua a imperversare e a minare la conoscenza.

A dire il vero, la sovrapposizione o scissione delle funzioni riguarda anche i docenti tutor, in quanto giova ricordare che coloro che hanno presentato domanda, continueranno, con gli evidenti appesantimenti del percorso lavorativo, ad essere coinvolti nella didattica curriculare, speciale o di potenziamento

A ciò si aggiungono tutti gli incarichi per il funzionamento della macchina scolastica e remunerati con il FIS e dai quali non ci si può sottrarre, nonché la nomina dei tutor della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, fortemente voluta dal Governo presieduto da Renzi, nota come PCTO, senza dimenticare i mille rivoli della didattica progettuale, una prassi molto diffusa che consolida la strada delle esternalizzazioni. Da questo punto di vista le scuole professionali, che hanno già introdotto il tutor da 5 anni, sembrano dei porti di mare: forse, mancano solo le lezioni di Er Canaro (dogman) della Magliana.

A differenza dei tutor delle scuole professionali, che attualmente compilano un complicato PFI (Progetto Formativo Individuale), l’estensione di tale figura alle altre scuole prevede la compilazione di un reboante E-Portfolio e quindi il riporto dei dati in una probabile piattaforma, come avviene per i tutor PCTO.

Dunque, tra PEI, PDP, PFI, PFP, E-Portfolio, Documento del 15 maggio, adempimenti vari, eccetera, la vita scolastica è ammorbata da una serie di provvedimenti legislativi che si accavallano e si aggrovigliano tra di loro, formando non solo nodi difficili da sciogliere, ma anche “doppi nodi”, che aumentano la sofferenza interiore dei soggetti coinvolti.

Presi in questo fuoco incrociato, i lavoratori della conoscenza, come amo definirli io, non si rendono conto che le attività accessorie, cioè quelle che ricadono nella contrattazione integrativa d’istituto, stanno aumentando sempre di più a discapito dell’attività principale che è la didattica e tutelata dal contratto nazionale, dando luogo a quel paradosso, espresso in modo efficace dal titolo del libro: Gli insegnanti non insegnano gli studenti non imparano.

Il lavoro superfluo sovrasta quello necessario, mentre il tempo disponibile per ciascun lavoratore della conoscenza diminuisce, per via della proliferazione e sovrapposizione degli incarichi per far funzionare una macchina pompata da un’eccessiva produzione legislativa, che si traduce in una serie interminabile di atti, gesti e accrocchi vari che non lasciano respirare, che inghiottono gli spazi da dedicare a se stessi e agli altri, che ostacolano le interazioni tra i lavoratori, per coordinarsi sul come approcciare gli interventi educativi condivisi, ma ne soffrono anche le relazioni sindacali, ridotte a meri espedienti di sopravvivenza, senza slanci politici e sociali.

Il colmo di questa slavina legislativa, a parte la reiterazione e l’espansione dei rapporti lavorativi precari, è il rischio di sentirsi inutile, qualora non si dovesse seguire il flusso delle sovrapposizioni che producono le nuove figure di cartone, oh pardon! Figure professionali. Rinvii, disguidi e cancellazioni di attività sono all’ordine del giorno.

Per cogliere meglio la questione delle sovrapposizioni e delle scissioni, forse, la metafora degli scacchi potrebbe esserci di aiuto. In quest’ultimo contesto, sul piano della pragmatica, è come se si dicesse alla figura del cavallo di fare anche quella dell’elefante, che non è prevista in questo gioco, mentre nel contesto scolastico si fa strada l’ingiunzione: fai anche lo psicologo, l’amministratore di un’azienda, il direttore d’orchestra, tirato fuori dal cappello a cilindro del Ministro Profumo e così via; può succedere di ricevere il messaggio di muoversi come il cavallo e l’alfiere allo stesso tempo. Ebbene, proprio in queste circostanze, l’ambiente di apprendimento somiglia sempre di più a un alveare impazzito, là dove la danza interattiva confonde il linguaggio e quasi tutti cercano l’ape regina, la quale, purtroppo, è stracolma di richieste.

In questo breve articolo, il mio tentativo non è quello di buttare il bambino con l’acqua sporca, non è quello di sminuire il ruolo edificante degli educatori, non miro a gettare fango su un sistema scolastico pubblico che cade a pezzi, in quanto continua a raccogliere i cocci del neo-liberismo, pretendendo di appianare la dispersione e la disgregazione, quando nella nostra società queste due forme fenomeniche dilagano. Nonostante le tante contraddizioni che innervano gli ambienti di apprendimento, se gli studenti incontrano le persone che focalizzano l’attenzione sulla loro area dello sviluppo prossimale, stimolandoli a ragionare sugli argomenti che apprendono in modo significativo e non meccanico, allora, c’è la possibilità, può accadere che si verifichi quel salto qualitativo che produce un movimento nel pensiero, una trasformazione delle capacità acquisite in precedenza e quindi prepararsi per affrontare il gradino successivo.

Ma ripeto, il problema è di ordine sociale, nelle scuole – mi riferisco alle scuole superiori di secondo grado – vengono svolte una serie attività aggiuntive a cui è difficile dare un senso o meglio le assurdità che da esse promanano impediscono di trovare un senso socialmente condiviso. L’espressione sintetica di una Preside, che si è lasciata andare in un incontro formativo, molto probabilmente esplicita il concetto che sto cercando di sviluppare: "facciamo mille cose che non servono a niente e tralasciamo quelle due o tre cose importanti".

Tra di esse, a mio avviso, c’è la didattica, che, oltre ad essere inquinata dal nozionismo astratto, deve confrontarsi con le sollecitazioni che provengono dall’apprendimento informale, che si dispiega attraverso i social media, ma deve confrontarsi soprattutto con l’impatto dell’IA.

I consulenti e gli “esperti” del Ministero si sono affrettati a varare il Decreto che introduce il docente tutor, senza vagliare il dibattito in corso sull’IA, presi, come al solito, con l’acqua alla gola, disseminano fuffa, scaricando il cosiddetto lavoro sporco sui lavoratori della conoscenza e aumentando i carichi di lavoro, per una misera mancia.

Del resto, l’ingresso dell’IA nel mondo dell’istruzione ha sorpreso un po’ tutti, anche coloro che sono aperti alle innovazioni tecnologiche e quindi al passo coi tempi, generando uno stato mentale che oscilla tra due estremi: essere eccitati o terrorizzati. L’eccitazione deriva dalle innumerevoli applicazioni che l’IA troverà nella risoluzione dei problemi che l’umanità continuerà ad affrontare, mentre l’atterrimento emerge dal pericolo che le machine learning possano prendere il sopravvento sugli esseri umani. Da una parte Prometeo che si ribella agli dei, per donare agli uomini la potenza del fuoco, dall’altra la macchina che ingoia il suo creatore, il lavoro morto che divora il lavoro vivo.

I timori che suscita l’IA sono così elevati che a firmare l’appello, nel mese di maggio, sui rischi d’estinzione dell’umanità, come riporta il New York Times, ci sono anche l’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, e il numero uno di Google DeepMind, Demis Hassabis.

Tuttavia, come riferisce il Financial Times, da un‘ indagine condotta, nel mese di aprile del 2023, da Varsity, un giornale studentesco di Cambridge, è emerso che quasi la metà degli studenti stava utilizzando ChatGPT come supporto, per completare il proprio percorso di studi. Eh già! Gli studenti hanno utilizzato le “applicazioni dell’IA, per riassumere contenuti, per preparare test, per trarre spunti su cui riflettere, ma anche per individuare indizi su come strutturare l’esposizione di un argomento”.

La reazione di coloro che hanno visto l’IA solo come un pericolo è stata forte, in molti condividono l’espressione che l’IA corrisponda at the death of education, come sottolinea Sal Khan, il dibattito continua a girare intorno a pregiudizi espliciti, della serie: gli studenti smetteranno d’apprendere, utilizzeranno la chatbot per fare i loro compiti, per barare e di conseguenza il processo di apprendimento collasserà. (2)

Khan, nella video conferenza a cui rimanda la nota, espone le sue argomentazioni e non concorda con queste ultime impostazioni, infatti sostiene che se l’IA è usata in modo appropriato, potrebbe svolgere un ruolo di tutoraggio, non necessariamente in contrapposizione a quello più specifico e qualificato dei docenti.

Infatti, con l’aiuto del suo team, nel mese di marzo del 2023, ha lanciato Khanmigo, un modello di tutor che utilizza il motore di GPT-4 e l’ha testato su migliaia di studenti – il progetto è tutt’ora in corso – della Khan Academy.

Il punto forte di questa macchina, il cui software è stato addestrato per consentire ai suoi utilizzatori di sviluppare il metodo socratico, è che non dà risposte dirette come ChatGPT4, non suggerisce le risposte agli studenti, ma li spinge ad articolare il loro pensiero.

The personal tutor, quando si accorge che lo studente che s’interfaccia con la macchina si trova in difficoltà, legge il contesto e gli chiede il perché sta lavorando su quei contenuti. In base alla risposta, individua i collegamenti per sviluppare le sue propensioni, le sue attitudini, funge, in qualche modo, da supporto meta-cognitivo su quello che sta apprendendo.

Insomma, secondo Khan, stando agli attuali sviluppi dell’IA, con tutti i rischi connessi, sembra che ci sia la possibilità di dare a ogni studente an amazing artificialy intelligent personal tutor.

Bisogna ammettere che la strategia didattica del team di Khan è molto articolata, cade a fagiolo e mette a nudo il pastrocchio legislativo del Ministro Valditara, che introduce la figura del docente tutor in tutte le scuole superiori.

Con l’AI personal tutor è possibile realizzare la visione di Bloom, delineata nel lontano 1984, d’impostare un rapporto tutoriale di 1 a 1, one to one, con una spesa sociale inferiore rispetto al rapporto tutoriale che va da 1 a un minimo di 30 e un massimo di 50. Rimane il punto fermo – come ho già esplicitato – che per i lavoratori della conoscenza che accettano di espletare la funzione di tutor, in base al Decreto N. 63, si verificherà, con molta probabilità, un peggioramento delle loro condizioni di esistenza, per qualche spicciolo in più, peggioramento che contribuirà al decadimento degli aspetti quantitativi e qualitativi del processo d’insegnamento-apprendimento.

Note

1) GoWare ebook team, Intelligenza artificiale e scuola: come cambieranno l’insegnamento e l’apprendimento?, 11-06-2023

2) How AI Could Save (Not Destroy) Education | Sal Khan | YouTube · TED

Fonte