Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2020
Omicidio stradale militare. Come ti nascondo la notizia...
Non diteci che siamo prevenuti e malfidati... Potremmo rispondere che siamo “post-venuti” perché di “fiducia” non ne possiamo più nutrire, dopo tante prove. Specie nei confronti dell’informaziona mainstream (quella che vorrebbe persino condurre una campagna globale contro le fake news...).
Capita così di girare in cerca di notizie e di imbattersi in una “breve” del TgRegionale del Friuli Venezia Giulia. Una breve, come si faceva un volta per i normali incidenti stradali.
Anche se da qualche anno, un potere bulimico-terroristico che non trova più “grandi problemi” da trattare come se si fosse in guerra, ha abituato tutti a trattare come un “caso da prima pagina” anche gli incidenti stradali. Soprattutto se protagonisti i negativi – insomma: quelli che erano alla guida del mezzo investitore – sono, nell’ordine, extracomunitari, minorenni o comunque giovani, con alto tasso alcolemico o positivi ai test antidroga.
Anche noi, che pure non indulgiamo in condiscendenza verso chi si mette alla guida senza avere padronanza di tutti i propri sensi, troviamo tutto ciò decisamente eccessivo. Ma almeno spereremmo in un giudizio “uguale per tutti”, come recita quella scritta beffarda in tribunale.
E invece:
“Una donna di 55 anni, Silvia Portuesi, ha perso la vita questa mattina dopo essere stata investita da un’auto. L’incidente è avvenuto a Maniago.
La donna, che era sordomuta, è stata investita mentre camminava sul bordo della strada, a poca distanza dalla sua abitazione.
È stata centrata da una vettura condotta da uno statunitense che, dopo l’urto, è uscita di strada. Il guidatore è uscito autonomamente dall’auto. Per Silvia Portuesi non c’è stato nulla da fare, è spirata sul colpo.
Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, i Vigili del fuoco di Maniago, i Carabinieri e la Polizia americana.
Silvia Portuesi era originaria di Vajont. Lascia una figlia.”
Insomma: la notizia era di quelle che dovrebbero far gola al mainstream quotidiano: “cittadino extracomunitario uccide con la propria auto donna friulana scampata da bambina alla tragedia del Vajont“.
Prima reazione: “bravi però, questi del Tg Regionale, non si sono fatti depistare dal fatto che l’investitore fosse un extracomunitario” (gli Stati Uniti, notoriamente, non fanno parte dell’Unione Europea, anche se ne comandano la politica estera e militare).
Seconda reazione: “ma che cavolo ci sta a fare la polizia americana per un normale incidente stradale nella campagna friulana?”
Terza reazione: “guardiamo un po’ la foto”.
Si vede un Suv superfigo della Dodge (ora marchio del gruppo Fca, ossia Fiat-Chrysler) rovesciato sul ciglio della strada. Si vede che andava molto forte, per rovesciarsi così all’impatto con il corpo di una donna...
Lo sguardo cade sulla targa, come farebbe chiunque: pixelata dai Carabinieri, manco fosse il volto di un bambino in un’inchiesta sulla pedofilia.
Strano, no? E certo: se il suv è targato “Afi” (American Force Italy), ossia è un mezzo militare, magari usato impropriamente fuori servizio, meglio nascondere il fatto.
Sia mai detto che “l’odio per gli stranieri” – ufficialmente stigmatizzato su tutto il circuito mainstream – si dovesse dirigere verso un militare degli Stati Uniti di cui, ovviamente, non viene fornito nome, cognome, sesso, etnia, colore della pelle, convinzioni religiose e tanto meno il grado.
“Teniamo la cosa bassa”, si devono esser detti in redazione mentre il direttore girava gli occhi... In fondo siamo nella regione della strage del Cermis, dove due piloti militari Usa in vena di cazzeggio col loro aereo superfigo tranciarono di netto i cavi della funivia, provocando 20 morti.
Quei due non pagarono la loro stronzaggine neanche con un giorno di galera... Come quello di ieri, molto probabilmente.
Fonte
02/05/2018
Numeri dal Friuli
L’analisi schematica dei dati delle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia svoltesi il 29 aprile 2018 fornisce già alcune indicazioni di una certa importanza.
Due tendenze si confermano: quello del calo della partecipazione al voto nell’occasione delle elezioni regionali, costante in tutte le occasioni, a dimostrazione di una difficoltà dell’istituzione regionale nella raccolta del consenso; difficoltà che deriva anche in buona parte dagli episodi di malversazione che negli anni trascorsi hanno coinvolto esponenti di gran parte delle forze politiche dimostratasi attraverso l’inchiesta sulle cosiddette “spese pazze”.
La seconda tendenza conferma, nell’immediato post – elezioni politiche del 4 marzo scorso, uno spostamento verso destra con forte accentuazione leghista e un contraccolpo in negativo sul voto al M5S: naturalmente conta il fatto che la valutazione si verifica tra voto politico e voto amministrativo ma che per il M5S si stia già tracciando una curva al ribasso appare un fatto acclarato, almeno per questa fase.
L’analisi che si cercherà di sviluppare in questa sede presenterà, comunque, un limite: proprio quello di comparare esiti di elezioni regionali, quelle del 2013 e quelle del 2018, con elezioni politiche, quelle del 2018: ma l’importanza di livello nazionale che è stata attribuita a questo voto parziale (come era già accaduto per il Molise) costringe a questo tipo di valutazione che, per certi versi, può essere considerata “spuria” ma comunque senz’altro significativa al riguardo dello scopo che si intende perseguire di una analisi del “trend” elettorale complessivo.
Partiamo dal dato della partecipazione al voto.
Nelle elezioni regionali del 21 e 22 aprile i 4 candidati alla presidenza regionale assommarono 554.943 voti su 1.099.334 elettrici ed elettori iscritti nelle liste (50,47%). Nelle elezioni politiche 2018 il totale dei voti validi è stata di 689.134 su 950.403 iscritte e iscritti (la differenza con le regionali deriva dalla questione del voto all’estero) per una percentuale del 72,50%. Regionali 2018: 549.390 voti validi per l’elezione a presidente della Regione (4 candidati come nel 2013) su 1.107.415 aventi diritto (49,61%).
La cifra complessiva dei voti validi per l’elezione del Presidente è quindi diminuita, tra il 2013 e il 2018, di 5.553 unità pari allo 0,86%: un dato sostanzialmente in linea fra le due elezioni.
Rilevante invece la differenza tra il dato delle elezioni politiche di Marzo e quelle Regionali di Aprile: nel frattempo si sono persi 139.774 suffragi per una percentuale del 22,89%, quasi un quarto degli aventi diritto: di conseguenza una diminuzione molto netta che sicuramente ha influito sui risultati.
Passiamo allora ai voti di lista.
Centro – Destra: lo schieramento di centro destra composto da Lega Nord (in questo caso il Nord è stato mantenuto nel simbolo), Forza Italia, Fratelli d’Italia, Autonomia Responsabile e lista d’appoggio per Fedriga ha ottenuto complessivamente 264.547 voti. I suffragi esclusivamente rivolti al candidato Presidente sono stati dunque 42.571 (13,86%). Alle elezioni politiche l’alleanza di centro – destra ha avuto 296.143 voti. Alle regionali 2013 lo schieramento che appoggiava l’allora candidatura Tondo ebbe 180.628 per liste e 209.457 per il Presidente (28.829 in più per il 13,76%).
Di conseguenza il centro destra ha avuto, nei voti di lista, un incremento di 115.519 voti fra le regionali 2013 e le politiche 2018 e di 83.919 tra le regionali del 2013 e quelle 2018.
Per quel che riguarda le singole liste la crescita della Lega Nord appare assolutamente evidente: nelle regionali 2013 il Carroccio ebbe 33.047 voti, saliti a 177.809 alle politiche del 2018 e scesi (a causa delle forte diminuzione nel totale dei voti validi) a 147.317 nelle regionali 2018.
Forza Italia (nel 2013 Popolo delle Libertà) ottenne 80.063 voti nelle regionali 2013: voti discesi numericamente a 73.598 nelle politiche 2018 e ancora a 50.894 nelle regionali 2018.
Fratelli d’Italia non era presente alle elezioni regionali 2013 (c’era La Destra con 6.173 voti); alle elezioni politiche 2018 ha ottenuto 36.958 voti discesi a 23.052 nelle elezioni regionali.
In totale le liste di centro – destra tra Marzo e Aprile 2018 hanno perso 31.598 voti (su 139.774 voti validi in meno tra le due elezioni, quindi il 22,60%).
Partito Democratico e alleati: l’alleanza raccoltasi attorno al Partito democratico e alla candidatura Bolzonello comprendeva, alle regionali 2018, lo stesso PD, una lista di Sinistra, una lista d’appoggio intestata allo stesso Bolzonello e una lista slovena. Queste quattro liste hanno raccolto 110.094 voti contro i 144.361 ottenuti dalla candidatura a presidente (meno 34.267 voti pari al 23,74%. Percentuale dei voti riservati al solo candidato presidente).
L’alleanza di centro sinistra nelle regionali 2013 aveva raccolto, tra le diverse liste, 155.547 mentre la candidatura Serracchiani ne aveva ottenuto 211.508 (una differenza di 55.961 voti pari al 26,45%).
Nelle elezioni politiche del Marzo 2018 l’alleanza realizzata attorno al PD (con LeU presentatisi autonomamente) aveva ottenuto 159.003 voti.
PD e alleati hanno dunque perduto tra il 2013 e il 2018 (regionali) 45.453 voti; tra le politiche 2018 e le regionali 2018 48.909 voti su 139.774 voti validi (34,99% in meno).
Per le singole liste: il PD è passato da 107.180 voti alle regionali 2013, a 129.112 alle politiche 2018 per scendere a 76.327 alle regionali 2018: 52.785 voti perduti in un mese.
Da segnalare come le liste alleate al PD nelle politiche del 2018 non fossero presenti alle Regionali (29.891 voti) mentre la lista di sinistra è scesa da 17.757 voti alle regionali 2013 (lista SeL) a 11.739 delle regionali 2018, dopo essere risalita con LeU alle politiche del Marzo 2018 a 22.079: un dimezzamento sostanziale nel giro di un mese.
Difficile quindi parlare di “tenuta del Pd e dei suoi alleati”.
Movimento 5 stelle. Il fenomeno del voto friulano al M5S è da analizzare attentamente. Persiste, infatti, in occasione del voto regionale un forte scarto tra il voto al candidato Presidente presentato dal M5S e il voto alla lista (dato del resto già notato in Molise e frutto di una forte propensione dell’elettorato Cinque Stelle verso la personalizzazione della politica). Nel 2013, elezioni regionali, infatti la candidatura Galluccio ottenne 103.135 voti e la lista 54.908 (48.227 suffragi di incremento pari al 53,23%), i voti della lista nelle politiche del 2018 salivano a 169.299, scendendo nelle Regionali 2018 a 29.785 per la lista e a 62,775 voti per il candidato presidente (una differenza di 32.990 voti pari al 52,55%. Come già nel 2013 il candidato presidente del M5S ottiene due voti per sé per ogni voto destinato alla lista). In ogni caso, tra il mese di Marzo e il mese di Aprile 2018, il M5S ha perso 139.514 voti sulla lista e 106.524 voti sulla candidatura a Presidente. Una flessione secca sicuramente innegabile sulle cui cause, tra l’intreccio tra questioni locali e questioni nazionali, il Movimento è sicuramente chiamato a riflettere.
La quarta candidatura nel 2013 era stata espressa da Bandelli per “Un’altra regione” con 12.908 voti e nel 2018 da Sergio Cecotti per “Patto per l’Autonomia” con 23.696 voti (17.237 alla lista).
In conclusione da questa prima analisi si può cominciare a sostenere:
1) la partecipazione al voto è stata sostanzialmente in linea tra le Regionali 2013 e quelle 2018, ma in netta flessione rispetto alle Politiche 2018;
2) l’affermazione netta appartiene alla Lega Nord: quanto ciò influirà sull’esito delle trattative di governo a livello nazionale sarà da verificare, ma questo dato appare abbastanza incontrovertibile;
3) il PD si restringe ulteriormente: considerata l’assenza, alle Regionali, delle forze alleate con i democratici alle politiche e l’inclusione nell’alleanza regionale di una forza di sinistra non si può non notare un ulteriore flessione;
4) secco il calo fatto registrare tra Politiche e Regionali 2018 del M5S che, inoltre, dimostra ancora una forte differenza tra i suffragi raccolti dalla candidatura a Presidente e quelli raccolti dalla lista.
Fonte
Due tendenze si confermano: quello del calo della partecipazione al voto nell’occasione delle elezioni regionali, costante in tutte le occasioni, a dimostrazione di una difficoltà dell’istituzione regionale nella raccolta del consenso; difficoltà che deriva anche in buona parte dagli episodi di malversazione che negli anni trascorsi hanno coinvolto esponenti di gran parte delle forze politiche dimostratasi attraverso l’inchiesta sulle cosiddette “spese pazze”.
La seconda tendenza conferma, nell’immediato post – elezioni politiche del 4 marzo scorso, uno spostamento verso destra con forte accentuazione leghista e un contraccolpo in negativo sul voto al M5S: naturalmente conta il fatto che la valutazione si verifica tra voto politico e voto amministrativo ma che per il M5S si stia già tracciando una curva al ribasso appare un fatto acclarato, almeno per questa fase.
L’analisi che si cercherà di sviluppare in questa sede presenterà, comunque, un limite: proprio quello di comparare esiti di elezioni regionali, quelle del 2013 e quelle del 2018, con elezioni politiche, quelle del 2018: ma l’importanza di livello nazionale che è stata attribuita a questo voto parziale (come era già accaduto per il Molise) costringe a questo tipo di valutazione che, per certi versi, può essere considerata “spuria” ma comunque senz’altro significativa al riguardo dello scopo che si intende perseguire di una analisi del “trend” elettorale complessivo.
Partiamo dal dato della partecipazione al voto.
Nelle elezioni regionali del 21 e 22 aprile i 4 candidati alla presidenza regionale assommarono 554.943 voti su 1.099.334 elettrici ed elettori iscritti nelle liste (50,47%). Nelle elezioni politiche 2018 il totale dei voti validi è stata di 689.134 su 950.403 iscritte e iscritti (la differenza con le regionali deriva dalla questione del voto all’estero) per una percentuale del 72,50%. Regionali 2018: 549.390 voti validi per l’elezione a presidente della Regione (4 candidati come nel 2013) su 1.107.415 aventi diritto (49,61%).
La cifra complessiva dei voti validi per l’elezione del Presidente è quindi diminuita, tra il 2013 e il 2018, di 5.553 unità pari allo 0,86%: un dato sostanzialmente in linea fra le due elezioni.
Rilevante invece la differenza tra il dato delle elezioni politiche di Marzo e quelle Regionali di Aprile: nel frattempo si sono persi 139.774 suffragi per una percentuale del 22,89%, quasi un quarto degli aventi diritto: di conseguenza una diminuzione molto netta che sicuramente ha influito sui risultati.
Passiamo allora ai voti di lista.
Centro – Destra: lo schieramento di centro destra composto da Lega Nord (in questo caso il Nord è stato mantenuto nel simbolo), Forza Italia, Fratelli d’Italia, Autonomia Responsabile e lista d’appoggio per Fedriga ha ottenuto complessivamente 264.547 voti. I suffragi esclusivamente rivolti al candidato Presidente sono stati dunque 42.571 (13,86%). Alle elezioni politiche l’alleanza di centro – destra ha avuto 296.143 voti. Alle regionali 2013 lo schieramento che appoggiava l’allora candidatura Tondo ebbe 180.628 per liste e 209.457 per il Presidente (28.829 in più per il 13,76%).
Di conseguenza il centro destra ha avuto, nei voti di lista, un incremento di 115.519 voti fra le regionali 2013 e le politiche 2018 e di 83.919 tra le regionali del 2013 e quelle 2018.
Per quel che riguarda le singole liste la crescita della Lega Nord appare assolutamente evidente: nelle regionali 2013 il Carroccio ebbe 33.047 voti, saliti a 177.809 alle politiche del 2018 e scesi (a causa delle forte diminuzione nel totale dei voti validi) a 147.317 nelle regionali 2018.
Forza Italia (nel 2013 Popolo delle Libertà) ottenne 80.063 voti nelle regionali 2013: voti discesi numericamente a 73.598 nelle politiche 2018 e ancora a 50.894 nelle regionali 2018.
Fratelli d’Italia non era presente alle elezioni regionali 2013 (c’era La Destra con 6.173 voti); alle elezioni politiche 2018 ha ottenuto 36.958 voti discesi a 23.052 nelle elezioni regionali.
In totale le liste di centro – destra tra Marzo e Aprile 2018 hanno perso 31.598 voti (su 139.774 voti validi in meno tra le due elezioni, quindi il 22,60%).
Partito Democratico e alleati: l’alleanza raccoltasi attorno al Partito democratico e alla candidatura Bolzonello comprendeva, alle regionali 2018, lo stesso PD, una lista di Sinistra, una lista d’appoggio intestata allo stesso Bolzonello e una lista slovena. Queste quattro liste hanno raccolto 110.094 voti contro i 144.361 ottenuti dalla candidatura a presidente (meno 34.267 voti pari al 23,74%. Percentuale dei voti riservati al solo candidato presidente).
L’alleanza di centro sinistra nelle regionali 2013 aveva raccolto, tra le diverse liste, 155.547 mentre la candidatura Serracchiani ne aveva ottenuto 211.508 (una differenza di 55.961 voti pari al 26,45%).
Nelle elezioni politiche del Marzo 2018 l’alleanza realizzata attorno al PD (con LeU presentatisi autonomamente) aveva ottenuto 159.003 voti.
PD e alleati hanno dunque perduto tra il 2013 e il 2018 (regionali) 45.453 voti; tra le politiche 2018 e le regionali 2018 48.909 voti su 139.774 voti validi (34,99% in meno).
Per le singole liste: il PD è passato da 107.180 voti alle regionali 2013, a 129.112 alle politiche 2018 per scendere a 76.327 alle regionali 2018: 52.785 voti perduti in un mese.
Da segnalare come le liste alleate al PD nelle politiche del 2018 non fossero presenti alle Regionali (29.891 voti) mentre la lista di sinistra è scesa da 17.757 voti alle regionali 2013 (lista SeL) a 11.739 delle regionali 2018, dopo essere risalita con LeU alle politiche del Marzo 2018 a 22.079: un dimezzamento sostanziale nel giro di un mese.
Difficile quindi parlare di “tenuta del Pd e dei suoi alleati”.
Movimento 5 stelle. Il fenomeno del voto friulano al M5S è da analizzare attentamente. Persiste, infatti, in occasione del voto regionale un forte scarto tra il voto al candidato Presidente presentato dal M5S e il voto alla lista (dato del resto già notato in Molise e frutto di una forte propensione dell’elettorato Cinque Stelle verso la personalizzazione della politica). Nel 2013, elezioni regionali, infatti la candidatura Galluccio ottenne 103.135 voti e la lista 54.908 (48.227 suffragi di incremento pari al 53,23%), i voti della lista nelle politiche del 2018 salivano a 169.299, scendendo nelle Regionali 2018 a 29.785 per la lista e a 62,775 voti per il candidato presidente (una differenza di 32.990 voti pari al 52,55%. Come già nel 2013 il candidato presidente del M5S ottiene due voti per sé per ogni voto destinato alla lista). In ogni caso, tra il mese di Marzo e il mese di Aprile 2018, il M5S ha perso 139.514 voti sulla lista e 106.524 voti sulla candidatura a Presidente. Una flessione secca sicuramente innegabile sulle cui cause, tra l’intreccio tra questioni locali e questioni nazionali, il Movimento è sicuramente chiamato a riflettere.
La quarta candidatura nel 2013 era stata espressa da Bandelli per “Un’altra regione” con 12.908 voti e nel 2018 da Sergio Cecotti per “Patto per l’Autonomia” con 23.696 voti (17.237 alla lista).
In conclusione da questa prima analisi si può cominciare a sostenere:
1) la partecipazione al voto è stata sostanzialmente in linea tra le Regionali 2013 e quelle 2018, ma in netta flessione rispetto alle Politiche 2018;
2) l’affermazione netta appartiene alla Lega Nord: quanto ciò influirà sull’esito delle trattative di governo a livello nazionale sarà da verificare, ma questo dato appare abbastanza incontrovertibile;
3) il PD si restringe ulteriormente: considerata l’assenza, alle Regionali, delle forze alleate con i democratici alle politiche e l’inclusione nell’alleanza regionale di una forza di sinistra non si può non notare un ulteriore flessione;
4) secco il calo fatto registrare tra Politiche e Regionali 2018 del M5S che, inoltre, dimostra ancora una forte differenza tra i suffragi raccolti dalla candidatura a Presidente e quelli raccolti dalla lista.
Fonte
21/11/2016
Friuli. Il Pd spinge la classe operaia verso la Lega razzista
Avevano persino nominato il robottino Serracchiani vicesegretario nazionale, per indicare un “modello” di amministrazione locale vincente. Il risultato è il tracollo finale del vecchio centrosinistra, a partire dalle roccaforti operaie. Smantellate, spezzettate, subappaltate, avvelenate, affamate da salari da fame, assediate dai tumori... Qui il blocco sociale del lavoro dipendente ha abbandonato il Pd ai suoi nuovi padroni, le grandi imprese e le banche. Che certo hanno molto potere, ma pochissimi voti...
L'allarme sarebbe dovuto scattare molto prima, quando – nella regione – erano andate a destra Pordenone, Trieste e gran parte dell'Isontino. Ma niente.
Ora passa alla Lega anche Monfalcone, dove il Pci era arrivato a prendere il 75% e non si vedeva un fascista in giro neanche a coprirlo d'oro. Qui c'è il bacino di costruzione di Fincantieri, unica grande azienda che ancora tira, ha commesse, produce. Guarda caso, è anche un'azienda di proprietà dello Stato, pubblica, come si dice.
Ma anche qui funziona come nel merdaio dell'imprenditoria privata, alla ricerca della massima compressione dei costi. Solo che, per costruire le navi, la tecnologia non aiuta granché. Le navi, infatti, più sono grandi più “vanno fatte a mano”. Non esiste una possibilità di catena di montaggio. Servono saldatori, gruisti, elettricisti, verniciatori, carpentieri, ecc, per montare lo scheletro d'acciaio, i giganteschi motori, le eliche e quant'altro. Poi, a seconda della funzione della nave, entrano in azione mobilieri, arredatori, ecc.
Città galleggianti che possono trasportare petrolio o materie prime grezze (e allora sono soltanto enormi contenitori senza troppe finezze), oppure navi da crociera, con tutto il finto lusso modernista che appaga l'occhio del pensionato o del bottegaio.
In ogni caso, ci vogliono migliaia di lavoratori; tanti specializzati, tantissimi poco più che facchini. Solo che le “esternalizzazioni” sono arrivate a separare – contrattualmente e societariamente – quelle migliaia di persone che fanno lo stesso lavoro, fianco a fianco, all'interno e all'esterno degli scafi. Subappalti al massimo ribasso, sempre più manovali reclutati nell'est europeo o tra i migranti, pagati una miseria. Con un “esercito salariale di riserva” così disperato e gigantesco è stato per due decenni un gioco da ragazzi bloccare la crescita salariale, sostituire i morti per mesotelioma e i pensionandi, tagliare garanzie e diritti (il solito vecchio gioco: “li leviamo prima soltanto ai nuovi, poi gridiamo allo scandalo dell'ingiustizia, contrapponendo sfruttati di serie A e sfruttati di serie B”).
Alla fine, il risultato è un assetto sociale sconvolto, che qui riassumiamo citando alcune battute raccolte dall'inviata di Repubblica:
"Di questa finta sinistra – dice Carlo Visintin, da trent'anni operaio Fincantieri – non ci fidiamo più. A Roma vara il Jobs Act e consegna i lavoratori al precariato e ai boss dei voucher. A Trieste ignora gli anziani e taglia la sanità. A Monfalcone accetta una centrale a carbone e ubbidisce a Fincantieri, rinunciando a difendere le vittime dell'amianto".
"L'ex sindaca Pd – dice l'operaio Biagio Boscarol – ha transato con Fincantieri per 140 mila euro (per ogni morto di mesotelioma tra gli ex dipendenti del cantiere, ndr), un insulto ai caduti sul lavoro di tutta Italia. Lo Stato è il primo azionista, come l'ente pubblico che governa la centrale a carbone. Così nel cantiere è proprio lo Stato a sfruttare gli immigrati che rubano il lavoro ai residenti. Se il centrosinistra ignora la povera gente e liquida la solidarietà, la sua esistenza è inutile".
"Ci riempiono di gente che non c'entra – dice – e regalano le imprese a oligarchi, emiri e mandarini dell'Oriente. Non ascoltano i giovani, facendoci passare per sfaticati. Forse anche noi abbiamo bisogno di qualcuno con il coraggio di dire, se non "prima gli italiani", "almeno prima le persone".
"Umanamente – dice Tiziana Colautti, 47 anni, impiegata – siamo al limite. Monfalcone viene venduta agli stranieri, i nostri figli per sopravvivere devono andare via, ognuno è solo. Il nostro problema è mettere un piatto sulla tavola: il centrosinistra litiga sulle tasse per Airbnb, per non irritare i ricchi che affittano i patrimoni immobiliari. A questo punto meglio provare chi promette di difenderci".
I vecchi aspettano la fine, il manifestarsi di un tumore atteso da anni; i giovani vanno via, l'economia territoriale tracolla. E la faccia del “salvatore” assume i connotati del razzista de noantri, il Salvini che imita Trump o Le Pen, che ringrazia e passa all'incasso.
È la realtà sociale sconquassata dal neoliberismo, delle imprese che fanno i profitti pagando poco e vendendo altrove, mentre si riduce la spesa pubblica soprattutto nei capitoli del welfare (al contrario, aumenta la spesa militare e per la tantissime polizie).
Detto altrimenti: il cosiddetto “populismo” è nutrito dalla “libertà d'impresa”. E dall'establishment che la protegge.
Fonte
L'allarme sarebbe dovuto scattare molto prima, quando – nella regione – erano andate a destra Pordenone, Trieste e gran parte dell'Isontino. Ma niente.
Ora passa alla Lega anche Monfalcone, dove il Pci era arrivato a prendere il 75% e non si vedeva un fascista in giro neanche a coprirlo d'oro. Qui c'è il bacino di costruzione di Fincantieri, unica grande azienda che ancora tira, ha commesse, produce. Guarda caso, è anche un'azienda di proprietà dello Stato, pubblica, come si dice.
Ma anche qui funziona come nel merdaio dell'imprenditoria privata, alla ricerca della massima compressione dei costi. Solo che, per costruire le navi, la tecnologia non aiuta granché. Le navi, infatti, più sono grandi più “vanno fatte a mano”. Non esiste una possibilità di catena di montaggio. Servono saldatori, gruisti, elettricisti, verniciatori, carpentieri, ecc, per montare lo scheletro d'acciaio, i giganteschi motori, le eliche e quant'altro. Poi, a seconda della funzione della nave, entrano in azione mobilieri, arredatori, ecc.
Città galleggianti che possono trasportare petrolio o materie prime grezze (e allora sono soltanto enormi contenitori senza troppe finezze), oppure navi da crociera, con tutto il finto lusso modernista che appaga l'occhio del pensionato o del bottegaio.
In ogni caso, ci vogliono migliaia di lavoratori; tanti specializzati, tantissimi poco più che facchini. Solo che le “esternalizzazioni” sono arrivate a separare – contrattualmente e societariamente – quelle migliaia di persone che fanno lo stesso lavoro, fianco a fianco, all'interno e all'esterno degli scafi. Subappalti al massimo ribasso, sempre più manovali reclutati nell'est europeo o tra i migranti, pagati una miseria. Con un “esercito salariale di riserva” così disperato e gigantesco è stato per due decenni un gioco da ragazzi bloccare la crescita salariale, sostituire i morti per mesotelioma e i pensionandi, tagliare garanzie e diritti (il solito vecchio gioco: “li leviamo prima soltanto ai nuovi, poi gridiamo allo scandalo dell'ingiustizia, contrapponendo sfruttati di serie A e sfruttati di serie B”).
Alla fine, il risultato è un assetto sociale sconvolto, che qui riassumiamo citando alcune battute raccolte dall'inviata di Repubblica:
"Di questa finta sinistra – dice Carlo Visintin, da trent'anni operaio Fincantieri – non ci fidiamo più. A Roma vara il Jobs Act e consegna i lavoratori al precariato e ai boss dei voucher. A Trieste ignora gli anziani e taglia la sanità. A Monfalcone accetta una centrale a carbone e ubbidisce a Fincantieri, rinunciando a difendere le vittime dell'amianto".
"L'ex sindaca Pd – dice l'operaio Biagio Boscarol – ha transato con Fincantieri per 140 mila euro (per ogni morto di mesotelioma tra gli ex dipendenti del cantiere, ndr), un insulto ai caduti sul lavoro di tutta Italia. Lo Stato è il primo azionista, come l'ente pubblico che governa la centrale a carbone. Così nel cantiere è proprio lo Stato a sfruttare gli immigrati che rubano il lavoro ai residenti. Se il centrosinistra ignora la povera gente e liquida la solidarietà, la sua esistenza è inutile".
"Ci riempiono di gente che non c'entra – dice – e regalano le imprese a oligarchi, emiri e mandarini dell'Oriente. Non ascoltano i giovani, facendoci passare per sfaticati. Forse anche noi abbiamo bisogno di qualcuno con il coraggio di dire, se non "prima gli italiani", "almeno prima le persone".
"Umanamente – dice Tiziana Colautti, 47 anni, impiegata – siamo al limite. Monfalcone viene venduta agli stranieri, i nostri figli per sopravvivere devono andare via, ognuno è solo. Il nostro problema è mettere un piatto sulla tavola: il centrosinistra litiga sulle tasse per Airbnb, per non irritare i ricchi che affittano i patrimoni immobiliari. A questo punto meglio provare chi promette di difenderci".
I vecchi aspettano la fine, il manifestarsi di un tumore atteso da anni; i giovani vanno via, l'economia territoriale tracolla. E la faccia del “salvatore” assume i connotati del razzista de noantri, il Salvini che imita Trump o Le Pen, che ringrazia e passa all'incasso.
È la realtà sociale sconquassata dal neoliberismo, delle imprese che fanno i profitti pagando poco e vendendo altrove, mentre si riduce la spesa pubblica soprattutto nei capitoli del welfare (al contrario, aumenta la spesa militare e per la tantissime polizie).
Detto altrimenti: il cosiddetto “populismo” è nutrito dalla “libertà d'impresa”. E dall'establishment che la protegge.
Fonte
10/07/2015
Reddito, reddito delle mie brame, chi è il più povero del reame?
Pochi giorni fa la Regione Friuli
Venezia Giulia ha varato una legge che garantisce un reddito minimo alle
famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Questo passo mostra
come il problema del reddito sia ormai progressivamente assunto
dal sistema politico che ne fa una forma di controllo di una povertà
sempre più diffusa. Questo intervento istituzionale investe e
sempre più investirà il significato politico tanto del reddito quanto
della povertà. Che cosa significa rivendicare il reddito nel momento in
cui esso diviene una delle risposte istituzionali alla crisi? Che cosa significa assumere la povertà come categoria universale attorno alla quale organizzare la rivendicazione di un reddito?
La domanda è tanto più urgente visto che la manifestazione di Libera
contro la povertà del prossimo 17 ottobre sarà assunta dalla nascente
coalizione sociale e non è indifferente ad alcuni settori di movimento.
Con la sua misura la giunta friulana,
presieduta dall’impagabile Signora Serracchiani, sembra aver tenuto in
scarsa considerazione le recenti dichiarazioni del suo caporeparto
Matteo Renzi, che solo qualche settimana fa ha definito il reddito di
cittadinanza una misura «incostituzionale» e «assistenzialista». Demolition Man,
però, ha anche chiarito che il governo sta lavorando per prendere
misure concrete contro la povertà e che queste misure sono previste per
il prossimo anno (senza grande urgenza, quindi, e nella speranza che le
«leggi naturali» del mercato e quelle che governano la vita riducano da
sé l’entità del problema). Alla luce di questa puntualizzazione, la legge friulana non è poi così in controtendenza rispetto alla linea del grande capo: si tratta infatti di un contributo pro-tempore
(al massimo di due anni consecutivi) per contrastare la miseria e
favorire l’inserimento lavorativo di chi attualmente è fuori dal mercato
del lavoro. 550€ mensili per non morir di fame. Un reddito della
miseria, insomma.
Parlare di reddito della miseria non significa necessariamente sputare addosso al reddito garantito.
Per chi conosce la miseria, infatti, 550€ al mese fanno la differenza
tra 550€ e poco più di niente, e i numeri delle persone coinvolte in
Friuli sono consistenti (si parla di 10mila persone). La misura potrebbe
però indicare una direzione politica generale, dato che attorno alla
parola magica del reddito si gioca una partita tutt’altro che
irrilevante sia nel processo di ridefinizione della legislazione sul
lavoro e del welfare sia per l’iniziativa politica dei movimenti.
Se la povertà diviene la condizione necessaria per accedere al reddito, dobbiamo chiederci: che cosa intendiamo quando parliamo di povertà?
La risposta deve misurarsi con gli effetti di lungo periodo della
crisi, che rendono sempre più difficile stabilire un confine netto tra
chi lavora – e dunque almeno in linea di principio dovrebbe essere in
grado di garantire la propria sussistenza – e chi non lavora e perciò
non può farlo. I licenziamenti e la cassa integrazione a esaurimento, ma
anche le riforme che hanno tolto a un’intera generazione sulla soglia
dell’età pensionabile persino la possibilità di scegliere tra la
precarietà e una pensione da fame hanno messo in scacco la vita di decine di migliaia di persone, ormai troppo in là con gli anni per rientrare nella favolosa categoria degli occupabili.
Per loro, il reddito garantito offre sì una possibilità di scelta, ma
tra alternative ancora più ristrette: la miseria (comunque, a scadenza) e
una miseria ancora maggiore. Oltretutto, non si tratta di una scelta
senza ulteriori prezzi. Il dispotismo neoliberale tratta la povertà come il fallimento di un percorso auto-imprenditoriale,
erogando di conseguenza il reddito minimo garantito solo in cambio di
una piena disponibilità al lavoro. Ciò significa che bisognerà accettare
qualunque proposta passi per i centri per l’impiego, oppure prestare
servizi di «volontariato», con l’effetto paradossale di far diventare il
reddito l’anticamera del lavoro gratuito, quando non arriva a
coincidere con un salario a sua volta misero, elargito quasi fosse
carità. Contrariamente a ciò che la legge friulana per il reddito minimo
suppone, questa quota di miseria non può essere più riassorbita
attraverso un’integrazione nel mercato del lavoro diretta
paternalisticamente dalle istituzioni assistenziali, tanto che il
reddito rischia di essere una misura per calmierare gli effetti – tanto
materiali quanto politici – di un processo neoliberale di riforma del
sistema pensionistico, da portare avanti fino allo
«smaltimento» di quegli individui che non hanno potuto mobilitare
risorse private per risolvere il problema dell’annientamento del sistema
previdenziale.
La crisi ha però fatto di peggio. La mobilità coatta tra un lavoro e un altro e l’intermittenza dei rapporti contrattuali vincolano la povertà al regime del salario,
ovvero a una lotta costante per conquistarlo e per sfuggire a una
condizione sempre possibile anche per chi lavora. Il salario, in altri
termini, diviene una porta aperta verso la povertà e non una via
d’uscita da essa. La povertà è sempre meno la condizione eccezionale di
quanti sono esclusi dalla «cittadinanza» del mercato del lavoro e sempre
più il risultato prevedibile di una precarietà ormai entrata pienamente
a regime. In questa situazione, l’idea che per anni ha
alimentato le più mature rivendicazioni del reddito di base, quella di
un reddito contro la precarietà e il comando del lavoro, è completamente
rovesciata. Proprio perché diventa un beneficio esigibile solo
in cambio di lavoro, il reddito minimo garantito diventa esso stesso
l’equivalente di un salario che risarcisce e garantisce la piena
disponibilità al lavoro. Questo è il problema politico che abbiamo di
fronte quando parliamo di reddito in rapporto alla povertà: si tratta
davvero di uno strumento per politicizzarla o è soltanto un nuovo
ammortizzatore sociale?
Anche in questo secondo caso ci sarebbe
evidentemente un’utilità che potrebbe far respirare migliaia di uomini e
donne (almeno in Friuli, poiché la freddezza dei calcoli e la
spietatezza della necessità «tecnica» rischiano sempre di aspettarci al
varco, soprattutto in regioni caratterizzate da tassi ben più alti di
«povertà assoluta»). Si tratta, semmai, di provare a pensare
(fuori dai decennali facili slogan e parole d’ordine di partiti,
coalizioni, movimenti) che cosa significa considerare il reddito una
risposta alla povertà se quest’ultima non è una condizione
congiunturale ma strutturale e se non è una condizione omogenea ma
segnata da differenze. Bisogna allora riconoscere che un reddito così
inteso segna il definitivo tramonto del welfare,
o meglio, la sua effettiva universalizzazione. Non si tratta
dell’universalità dei bei tempi andati, quando il lavoro dava accesso a
risarcimenti per lo sfruttamento conquistati con molte lotte. Si tratta
semmai di un’universalizzazione neoliberale: il reddito diventa lo strumento per estorcere lavoro
anche a chi è stato «rifiutato» dal mercato e ha subito il furto dei
propri contributi, oppure una sorta di «prestito» da reinvestire secondo
un criterio di auto-imprenditorialità (il nome nobile, carico di
libertà e speranze, della disponibilità coatta al lavoro). Anche il
welfare è ormai travolto da questa epocale eterogenesi dei fini: richiedere oggi un welfare universale rischia perciò di andare nella direzione di universalizzare soltanto la povertà, trattando l’uguaglianza come una comune condizione di necessità alla quale eventualmente sfuggire investendo su se stessi.
Ciò che questo reddito non conferisce, in ogni caso, è la forza di rifiutare il lavoro.
Non si tratta semplicemente della possibilità individuale di sceglierne
uno migliore, ma di quella generale di sottrarsi al destino di
sfruttamento, che anzi diventa paradossalmente una condizione necessaria
all’erogazione del reddito nell’attuale regime del salario. Oppure,
esso rischia di presentarsi come misura del governo della mobilità
che, costringendo chi ne usufruisce ad accettare un lavoro purchessia e
ovunque sia, vincolerebbe i movimenti di precari, operai e migranti
alle esigenze produttive d’impresa. Le caratteristiche precedentemente
delineate alludono del resto, nel complesso, a una sorta di via italiana
al tanto criticato Hartz IV tedesco.
Non è quindi più sufficiente chiedersi chi potrà beneficiare di questo reddito e a quali condizioni per allargarne le maglie. Bisognerebbe interrogarsi sui rapporti di forza che si definiscono attorno a questa rivendicazione.
Per chi, come il Movimento 5 Stelle, fino a oggi ha portato avanti la
bandiera del reddito all’interno delle istituzioni, l’obiettivo sembra
essere quello di contestare il Jobs Act offrendo un correttivo
all’altezza dei tempi, che tuttavia lascia campo libero all’attacco ai
salari come pure al razzismo implicito nel riferimento al «reddito di
cittadinanza» – una questione che i movimenti si ostinano a relegare in
secondo piano. Un razzismo che, va chiarito, è solo ridimensionato ma
non cancellato dall’estensione del beneficio, prevista da alcune
proposte di legge, a chi – pur non avendo la cittadinanza italiana –
abbia almeno due anni di residenza. Semmai, il principio di residenza adegua più drastici criteri di esclusione dei migranti agli imperativi del governo della mobilità
e, al contempo, reintroduce la dimensione interna del razzismo
istituzionale, facendo della residenza un criterio di cittadinanza.
Così, è certamente possibile pensare che sui singoli territori le
campagne per una legislazione regionale sul reddito aprano spazi
imprevisti di mobilitazione e persino la possibilità di portare a casa
qualcosa, rinsaldando legami comunitari contro la disgregazione di
quelli sociali. Tuttavia, è altrettanto vero che proprio la dimensione
locale in cui queste campagne si muovono pone un limite sostanziale alla
possibilità di produrre una tensione nel generale quadro politico di
sistematizzazione della precarietà che ha luogo sul piano nazionale e
all’interno di un processo transnazionale. Rischiamo perciò di essere
davvero troppo lontani dall’uso di classe delle istituzioni
che si è intravisto in Grecia, ovvero al tentativo di agire all’interno
di una contraddizione per indebolire la presa del capitale e far valere
una situazione nazionale oltre lo Stato, trasformandola in un problema
europeo, cioè in un’azione politica realmente transnazionale.
Il fatto che questa parola
d’ordine del reddito occupi finalmente un posto rilevante nel dibattito
politico-istituzionale e mediatico non è necessariamente il segno di una
vittoria, così come il riconoscimento della povertà come
condizione diffusa non significa puntare all’organizzazione di movimenti
dei poveri. Significa piuttosto chiedere alla società, più o meno
civile, di farsi carico del problema. Non è quindi un caso che questi
primi esperimenti di «reddito minimo garantito» non siano l’effetto
delle lotte, ma una concessione il cui scopo è quello di correggere i
difetti più eclatanti di una condizione data. Si tratterebbe quindi di
discutere quale via imboccare: se quella dell’inseguimento – per dettare
correttivi e condizioni che chi ha in mano le redini del governo ha già
dichiarato di non volere accettare – oppure il dislocamento del terreno
dello scontro – per creare gli strumenti, i discorsi e le pratiche che permettano di partire dalle condizioni globali che producono la povertà,
all’intreccio tra salario, mobilità e neoliberalizzazione del welfare.
Pensare che l’ultimo anello della catena consenta di affrontare l’intera
questione significa prendere l’effetto per la causa. Il problema è
invece di tenere insieme il lato nascosto e quello visibile dello sfruttamento e cogliere la sua azione socialmente dispiegata.
Si tratta di una scelta che è destinata a
pesare soprattutto sul piano dell’organizzazione. Anche per i sindacati
che ora prendono in considerazione la rivendicazione del reddito – come
la FIOM – questa rivendicazione rischia di trasformarsi in una specie
di via di fuga dal problema, sempre irrisolto, di cogliere politicamente
la connessione tra il lavoro e le condizioni politiche e sociali del
suo sfruttamento. Anche in questo caso il rischio è chiedere un
reddito universale per l’impossibilità e l’incapacità di mettere in
discussione i rapporti di forza sul piano del lavoro e del salario.
Ciò pone problemi non secondari a chi saluta con favore il proliferare
di coalizioni e la possibilità di una loro reciproca ibridazione: su
quale piano, infatti, questa potrebbe avvenire? A noi sembra che i
terreni più interessanti e utili di connessione siano quelli che
travolgono sul piano organizzativo, e non solo su quello retorico, i
limiti dati non tanto delle appartenenze politiche o di gruppo, ma da
una supposta rappresentanza sociale che attribuisce a certi sindacati
una presenza in certi luoghi della produzione e del lavoro e ad altri
soggetti la capacità di dare voce a istanze diverse. La direzione
imboccata sembra però andare in direzione opposta. Così, una coalizione
anche ampia di realtà associative sarà certamente disposta a mobilitare
le forze della società civile per rivendicare se non questo reddito,
almeno un reddito alle migliori condizioni. In che misura tutto questo possa effettivamente dare voce a milioni di precarie, migranti e operai
che ogni giorno cercano di sfuggire alla loro povertà, lottando per il
salario e praticando la mobilità per sfuggire al suo regime, è invece una domanda che resta aperta.
Chiedere un reddito universale per aggirare l’enigma del salario è in
fondo una strategia ancora lavorista, che presuppone che tutti debbano
essere lavoratori in modo da poter avere tutti diritto a un reddito.
Pensare di poter rispondere alla povertà con la concessione di un
reddito, rischia di costruire la figura di un «povero» segnata dal
bisogno, universale e omogenea, senza porsi il problema della sua
diretta presa di parola. Il rischio, infine, è quello di abbandonare lo sciopero come progetto politico capace di produrre novità reali e rompere le gerarchie sociali – perché
offre la possibilità di parola a chi altrimenti è messo in silenzio
dalle condizioni oggettive in cui vive e lavora e perché mette realmente
in discussione le appartenenze politiche e sindacali –, assumendo
invece come propria principale controparte il sistema politico al quale
chiedere reddito e risposte a nome della società.
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