Dopo la durissima repressione di ieri,
il Consiglio transitorio militare sudanese (Tmc) è passato oggi alla
seconda fase, quella più propriamente “politica”, annullando tutti gli
accordi con la principale coalizione d’opposizione e parlando di
elezioni entro nove mesi.
Decisioni che getteranno altra benzina sul fuoco in una situazione già di per sé incandescente:
le migliaia di dimostranti che da mesi scendono in piazza in Sudan
protestando prima contro il presidente al-Bashir e ora contro i militari
ritengono che le elezioni debbano aver luogo solo al termine di un
lungo periodo di transizione gestito da un’amministrazione civile (una
posizione sostenuta anche dalla comunità internazionale).
Ma a far parlare è tuttavia ancora oggi il bagno di sangue compiuto ieri dall’esercito nella capitale Khartoum. Almeno
35 persone sono rimaste uccise (116 ferite) quando le forze di
sicurezza hanno fatto irruzione nel presidio di protesta che da mesi
migliaia di sudanesi hanno allestito fuori il ministero della difesa.
Il principale gruppo di manifestanti, l’Associazione dei professionisti
sudanesi (Spa), ha parlato di “massacro” e ha puntato il dito contro
l’esercito. I militari, però, hanno respinto le accuse. Il
portavoce del Tmc, il Generale Shams el-Din Kabbashi, a tal proposito è
stato chiaro: l’esercito, ha spiegato, stava ricercando solo degli
“elementi insubordinati” che hanno trovato rifugio nel campo di protesta
e che stanno causando il caos.
Una ricostruzione dei fatti che appare assai poco credibile vista la
dinamica delle violenze di ieri con i colpi di arma da fuoco che hanno
colpito indiscriminatamente i manifestanti. Quel che Kabbashi non dice
né può dire è che il sit-in era diventato il fulcro delle proteste
contro l’esercito e premeva per l’immediato passaggio dei poteri ai
civili. Uno scenario che per il Tmc è inaccettabile.
Proprio sul numero dei civili presenti nel governo ad interim
che dovrebbe guidare il Paese in una fase transitoria, i militari e le
opposizioni non riescono a trovare da mesi un accordo definitivo. L’impasse politica non ha fatto altro che alimentare ulteriori tensioni tra le due parti.
Il Sudan è in agitazione da dicembre quando
l’aumento del prezzo del pane e la mancanza di denaro hanno portato in
piazza migliaia di sudanesi contro il regime di al-Bashir. Le
manifestazioni avevano raggiunto un primo obiettivo ad aprile quando il
presidente/dittatore, dopo trent’anni al potere, veniva rimosso dalle
forze armate. Ma se i militari pensavano che, sacrificando
al-Bashir, potessero placare la rabbia popolare e porre fine alla sete
di giustizia sociale e di democrazia di migliaia di sudanesi, allora si
sbagliavano di grosso. Il sit-in che ieri l’esercito ha provato a
rimuovere era proprio la più chiara dimostrazione della voglia di tanti
cittadini di rovesciare l’intero sistema di potere e di non
accontentarsi solo di alcuni cambiamenti cosmetici.
A rendere il clima più teso nel Paese ci ha pensato oggi anche il leader del Tmc, il Generale Abdel Fattah al-Burhan.
Secondo Burhan, infatti, anche le forze d’opposizione sono ugualmente
responsabili per non essere riuscite a raggiungere con l’esercito
l’accordo finale sul governo ad interim. “Legittimità e il mandato [di
governo] non vengono attraverso le urne” ha detto prima di promettere la
formazione “a breve” di un esecutivo che guiderà il Paese fino a quando
non avranno luogo le elezioni. Burhan si è detto anche
dispiaciuto per le violenze di ieri all’interno di quella che ha
definito una “operazione per ripulire la via del Nilo” e ha
annunciato che sarà aperta un’inchiesta per fare chiarezza su quanto
accaduto. Parole che, più pensate per i suoi cittadini, sono uno
specchietto per le allodole per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Unione
Africana che ieri avevano condannato la repressione dei militari.
La decisione del Tmc non è stata finora commentata dalle opposizioni.
Quel che è certo, e lo hanno ribadito anche ieri, è che le loro
proteste continueranno finché i militari non consegneranno il potere ai
civili.
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