Ripercorriamo le ultime importanti rivelazioni rispetto alla nuova inchiesta sulla ‘Banda della uno bianca’ che concernono i rapporti tra il “capo”, Roberto Savi, ed i Servizi segreti.
Smanioso di lasciare la noia della routine quotidiana, un ex-poliziotto – sentito più volte dai PM, ora diventato una sorta di super-teste nella nuova inchiesta sulla banda – avrebbe confessato all’allora collega Savi di volere fare qualcosa in più, come ad esempio la Legione Straniera.
Savi, che allora lavorava come agente in forza alla questura di Bologna – 5 dei 6 membri finora accertati per via processuale della Banda erano poliziotti – gli avrebbe risposto che non c’era bisogno di andare lontano per arruolarsi, perché poteva farlo anche qui a Bologna.
Savi l’avrebbe apostrofato dicendo che ‘se voleva fare la guerra poteva farla anche a Bologna, in mondo diverso’ e gli disse che lo avrebbe accompagnato da una persona che poteva reclutarlo.
Quella di Savi – se riferita alla Banda – è tutto fuorché una metafora perché la guerra la fecero davvero, non solo a Bologna, ma anche in Romagna e nelle Marche. Questa operò – stando alle risultanze processuali – in un lasso di tempo che va dal 1987 al 1994, provocando almeno 24 vittime e più di un centinaio di feriti, compiendo più di cento azioni criminali tra cui numerose stragi, effettive o solo sfiorate, come la tentata rapina all’ufficio postale di via Mazzini, il 15 gennaio del 1990, dove i feriti furono ben 67.
Accettando l’insolita proposta del collega, i due agenti si recarono nella sede della Volante, secondo la testimonianza del super-teste, al secondo piano di un edificio in Porta Lame, nel centro del capoluogo emiliano-romagnolo.
Il colloquio, effettuato con un uomo corpulento di mezza età, sembra non sia andato a buon fine e, dalle indiscrezioni fatte trapelare ai quotidiani, non emergono per ora altri particolari.
Tranne per ciò che riporta Il Resto del Carlino, riproducendo l’identikit dell’uomo dei Servizi, “molto simile” a quello “di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna”.
Il riferimento del quotidiano sembra essere alla tentata rapina a un distributore di benzina in quel comune, nella provincia di Rimini, del 5 maggio di quell’anno. Un annus horribilis in cui la Banda compì una trentina di atti criminali, tra cui svariate rapine dal modestissimo bottino a distributori e uffici postali, iniziando il 3 gennaio con la cosiddetta “strage del Pilastro” in cui perirono – in un vero e proprio agguato – 3 membri dell’Arma dei Carabinieri.
Una coincidenza piuttosto straordinaria, quella riferita dal super-teste, pensando alle parole pronunciate da Roberto Savi (sempre da prendere con le pinze perché mischia costantemente realtà e finzione) nel ‘96 che aveva parlato di una sua frequentazione di un ufficio dei servizi in zona via Lame.
Più recentemente, aveva affermato che si sarebbe recato una volta alla settimana a Roma per incontrare i servizi, oltre a riferire sulle ingenti disponibilità economiche di cui avrebbero goduto e delle basi all’estero.
Sono tutte illazioni? Vedremo.
In quella zona, i giornalisti andarono effettivamente a verificare e trovarono sui campanelli i nomi di società di copertura del Sisde, in particolare la Gattel Srl.
La “Gattel” e la “Gus”, furono due società di “copertura” che vennero liquidate dopo lo scoppio dello scandalo dei “fondi neri” del Sisde nei primi Anni Novanta – di cui i quotidiani che hanno riportato la notizia legata alla testimonianza del super-teste sembrano dimenticarsi – che mise in luce le cifre astronomiche utilizzate in maniera arbitraria dai servizi, probabilmente con il beneplacito della classe politica nella fase crepuscolare della Prima Repubblica.
Da ciò che sembra emergere, Roberto Savi, poliziotto di lungo corso alla questura di Bologna, sarebbe stato una specie di “antenna” che studiando i propri colleghi avrebbe fatto da interfaccia con il Sisde, con un rapporto quindi di strutturata fiducia da parte di questa branca dei servizi segreti che gli affidava la funzione di scouting.
Insomma, non proprio un collaboratore occasionale...
La domanda sorge quindi spontanea: quale rapporto ci fu tra la Banda dell’uno bianca ed i servizi, in questo caso il Sisde?
In maniera più esplicita: l’attività terroristica della Banda era parte integrante dell’iniziativa degli apparati in quella che è stata definita “ultima fase della strategia della tensione” di cui Bologna è stata centro, o meglio vittima?
Sono le domande che stiamo ponendo, facendo si che le faccende legate alla Banda e le loro implicazioni diventino di dibattito pubblico ed emergano come fatti dalla valenza nazionale per capire meglio l’azione degli apparati nella tumultuosa fase tra fine Anni Ottanta e prima metà degli Anni Novanta, su cui c’è bisogno di un supplemento di analisi politica oltreché di indagini giudiziarie.
Ora se è ipotizzabile una regia di questo ramo dei servizi per ciò che concerne l’attività della Banda, od almeno in una fase della loro attività criminosa, bisogna ricordare che è certa l’attività del Sismi (la branca “estera” dei servizi) nel tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980 per conto della Loggia massonica P2, ai cui vertici c’era quel Licio Gelli – ex gerarca fascista – condannato in via definitiva nel cosiddetto “processo ai mandanti”.
Gelli era uno dei relais transcontinentali con la parte più oltranzista dell’atlantismo, finalizzata ad una pura subordinazione dell’Italia ai desiderata di Washington, oltre ad essere espressione della parte più reazionaria del blocco di potere disposta a mantenere a tutti i costi i propri privilegi di classe e piuttosto allergica alla democrazia rappresentativa.
Alcuni esponenti di spicco dei Servizi e dell’Arma, per così dire, svolsero un’opera di alto livello nel depistare le indagini sulla Strage di Bologna, in buona compagnia di alcuni esponenti della stampa e alcuni politici che ancora oggi perseverano con le narrazioni tossiche su fantomatiche “piste internazionali” artefatte dagli stessi servizi sostanzialmente con tre “variazioni sul tema”.
Le condanne definitive in cassazione nel novembre 1995 per depistaggio sono state comminate tra l’altro a Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del Sismi, oltre che al faccendiere e collaboratore dei servizi Francesco Pazienza; mentre Federigo Mannucci Benincasa, a capo del centro controspionaggio di Firenze dal 1971 al 1991 (un caso più unico che raro), ha goduto della prescrizione per il reato di depistaggio nonostante l’accertata condotta in tal senso nel terzo processo per la strage.
Piergiorgio Segatel, carabiniere del nucleo investigativo di Genova, completa il quadro: è stato anche lui condannato a sei anni in via definitiva per depistaggio il 1 luglio 2025 ed è attualmente ai domiciliari.
Se sommiamo i depistaggi sulla Strage sui cieli di Ustica, di cui si stanno svolgendo ora le udienza per l’opposizione all’archiviazione, il quadro è abbastanza completo.
Insomma, non sembra peregrino che il “grumo di potere” attorno al Sisde fosse altrettanto marcio di quello attorno al Sismi, come dimostrano le certo non limpidissime figure di Grassini e di Malpica, entrambi ai vertici, in periodi diversi, del Sisde.
Torniamo ai Savi.
Roberto Savi, dopo le parole profuse ad uso di telecamere nell’intervista resa a Belve crime, si è recentemente avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati Lucia Russo e Andrea de Feis, andati al carcere di Bollate insieme al procuratore capo Paolo Guido.
Una specie di “inversione dei ruoli” da parte dei fratelli-coltelli, con Fabio Savi – “il lungo” – che invece ha parlato per circa due ore di fronte ai magistrati, probabilmente per dare un primo segno tangibile di collaborazione, ma in cambio di una riabilitazione propedeutica all’ottenimento dei benefici. Il “lungo”, in un’intervista televisiva, aveva ribadito che di fatto la Banda dell’uno bianca fosse composta solo da efferati criminali che si erano fatti prendere troppo la mano dalla spirale violenta che avevano innescato.
Il comportamento di Roberto Savi è interpretabile all’interno proprio di quella “comunicazione perversa” tipica degli apparati, probabilmente tesa a mandare messaggi con una logica di stop-and-go, come a far intendere: “so, potrei parlare in maniera più circostanziata, ma scelgo il silenzio di fronte ai giudici”.
Occorre ora, andare un po’ a ritroso per capire un po’ meglio il quadro dei Servizi presuntamente “riformati”, almeno di facciata, e come agissero.
La legge n.801 del 24 ottobre 1977 approva una “riforma dei servizi”, ultima e assolutamente non lineare tappa di un processo avviato dagli scandali che avevano travolto il Sifar, istituendo due organismi con il Sisde che diviene dipendente – in via teorica – dal Ministro dell’interno e con compiti di «sicurezza democratica» entro i confini nazionali.
Alla testa del Sismi viene nominato Giulio Grassini, generale dei Carabinieri, che ha svolto svariati ruoli tra cui – tra il ’67 ed il ’71 – la direzione del reparto speciale interforze costituito per il contrasto del terrorismo in Alto Adige, un’attività che avviene con particolare “spregiudicatezza” e che verrà poi per certi versi riutilizzata con la guerra sporca a bassa intensità scatenata contro il nascente movimento rivoluzionario.
Grassini, è bene ricordarlo, si era impegnato con una memoria scritta in un’inchiesta militare interna sui fatti del 1964 in difesa del generale golpista De Lorenzo, alla faccia delle “credenziali democratiche”.
Nel biennio ’76-’77 si occupa a Padova del contrasto all’attività antagonista della città epicentro dell’Autonomia Operaia veneta, che verrà colpita duramente, due anni dopo, dalla operazione repressiva del 7 aprile 1979 basata sul cosiddetto “Teorema Calogero”.
La nomina di Grassini, ai tempi, destò stupore rispetto a altri nomi papabili, come Carlo Alberto della Chiesa (altro iscritto alla P2, il cui fratello Romolo era tra i “congiurati del Piano Solo”) che aveva guidato il nucleo speciale antiterrorismo tra il ’74 ed il ’75, od il questore Emilio Santillo, alla guida dell’Igat (poi SdS) fin dalla sua creazione.
Ai tempi venne fuori anche il cugino del generale, Franco Grassini, un senatore della DC di area moderata, nonché dirigente d’industria, ma il vero sponsor della sua nomina era stato proprio Licio Gelli.
Per la cronaca, come vice di Grassini era stato nominato Silvano Russomanno, regista della macchinazione per la criminalizzazione degli anarchici a cui vengono attribuiti l’ondata di attentati della primavera-estate del 1969, organizzati in realtà dai neo-fascisti Freda e Ventura.
Era stato uomo centrale, anche a livello europeo, della strategia di lotta al movimento rivoluzionario in Europa, tra le sue “credenziali” vi era quella di aver combattuto in giovane età durante la Resistenza direttamente in un battaglione nazista!
La scoperta, risalente alla primavera del 1981, che entrambi i capi di servizio erano affiliati alla P2 proietta una luce sinistra sulla regia “occulta” di alcune scelte che ne portarono alla nomina e segnalano una catena di fedeltà immutata nonostante la volontà, comunque parziale, di riformare i servizi e limitarne lo strapotere discrezionale. Possiamo parlare di una continuità operativa con modalità immutate che arrivò, nonostante i numerosi cambi ai vertici del Sisde, fino agli anni Novanta.
È bene ricordare che la scoperta “parziale” dell’elenco degli affiliati alla P2 generò il capovolgimento dei vertici militari più ampio dopo Caporetto: 179 figurano nella lista di Gelli, poco meno di 1 su 5 della lista dei “fratelli” noti era un militare, tra cui molti posti in posizione apicali nei servizi.
Come emergerà poi, la prima volta, nello scandalo sui “fondi neri”, i servizi potevano disporre di una notevole quantità di risorse di fatto senza che ci fosse alcun controllo: dai 41,5 miliardi del 1979 che saranno circa 3 volte tanto 3 anni dopo, nella previsione di bilancio dello stato.
È in questo “ambiente resiliente” dei servizi, dotato di grandi disponibilità economiche da usare discrezionalmente, rapporti strutturali con il neo-fascismo e le strutture che erano state create durante il picco della guerra fredda nei circoli atlantisti, che maturò l’“Operazione Uno Bianca”.
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05/07/2018
Salvini ha un attacco di berlusconite. “Ci hanno votato quindi non ci potete condannare”
Salvini come Berlusconi. Quando arrivano le sentenze di condanna se ne richiede l’invalidamento in nome della “popolarità” assurta a principio costituzionale. All’indomani della sentenza della Cassazione che ordina il sequestro di qualsiasi somma di denaro riferibile al Carroccio fino a raggiungere 49 milioni di euro, la Lega intende chiedere un incontro al Capo dello Stato Sergio Mattarella appena ritornerà dalla Lituania. A riferirlo sono fonti della Lega, a giudizio delle quali “si tratta di un gravissimo attacco alla democrazia per mettere fuori gioco per via giudiziaria il primo partito italiano. Un’azione che non ha precedenti in Italia e in Europa”.
“Si tratta – proseguono le stesse fonti – di un attacco alla Costituzione perchè si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati. È una sentenza politica senza senso giuridico”. In questo giudizio c’è anche del vero, nel senso che una sentenza di questo tipo produce conseguenze politiche, ma è noto che l’arrivo e il pronunciamento in Cassazione di una sentenza è un percorso quasi automatico, e l’emissione di una sentenza della Cassazione ha valore definitivo.
L’incontro con Mattarella è stato chiesto dalla Lega per domani, al rientro del presidente della Repubblica dalla visita nelle Repubbliche baltiche. A guidare la delegazione sarà il segretario leghista Salvini, che però è anche Vicepremier e ministro degli Interni.
Dal canto loro i magistrati genovesi che hanno condotto l’inchiesta sui fondi neri della Lega, rispondono alle bordate di Salvini. “Non si tratta di un processo politico. Come non lo sono i procedimenti fatti dalla procura di Genova per fatti che coinvolgevano esponenti di altri partiti. Qui è parte civile il parlamento italiano” ha replicato nella serata di ieri il procuratore di Genova Francesco Cozzi, “Si tratta solo di problemi tecnici, procedurali. Per questo ci siamo rivolti alla Cassazione, perché i nostri uffici seguono la vicenda esclusivamente sotto un profilo tecnico”.
Dal Consiglio Superiore della Magistratura finora nessuno risponde alle critiche della Lega alla sentenza della Cassazione sui fondi del partito, ma a Palazzo dei Marescialli si è tenuto un confronto al termine del Plenum, durante il quale, a quanto si apprende, è stata espressa “seria preoccupazione” per parole e toni che vengono ritenuti “non accettabili”.
La sentenza della Corte di Cassazione, dunque definitiva, ordina che la Guardia di Finanza possa procedere al blocco dei conti della Lega in forza del decreto di sequestro, emesso lo scorso 4 settembre dal pm di Genova, senza necessità di un nuovo provvedimento per eventuali somme trovate su conti in momenti successivi al decreto. E decreta che; “Ovunque venga rinvenuta” qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega Nord – su conti bancari, libretti, depositi – deve essere sequestrata fino a raggiungere 49 milioni di euro, provento della truffa allo Stato per la quale e’ stato condannato in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi”.
La risposta di Salvini è stata simile a quella di qualsiasi rapinatore condannato dopo aver fatto evaporare il malloppo: “Quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto” ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Fonte
“Si tratta – proseguono le stesse fonti – di un attacco alla Costituzione perchè si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati. È una sentenza politica senza senso giuridico”. In questo giudizio c’è anche del vero, nel senso che una sentenza di questo tipo produce conseguenze politiche, ma è noto che l’arrivo e il pronunciamento in Cassazione di una sentenza è un percorso quasi automatico, e l’emissione di una sentenza della Cassazione ha valore definitivo.
L’incontro con Mattarella è stato chiesto dalla Lega per domani, al rientro del presidente della Repubblica dalla visita nelle Repubbliche baltiche. A guidare la delegazione sarà il segretario leghista Salvini, che però è anche Vicepremier e ministro degli Interni.
Dal canto loro i magistrati genovesi che hanno condotto l’inchiesta sui fondi neri della Lega, rispondono alle bordate di Salvini. “Non si tratta di un processo politico. Come non lo sono i procedimenti fatti dalla procura di Genova per fatti che coinvolgevano esponenti di altri partiti. Qui è parte civile il parlamento italiano” ha replicato nella serata di ieri il procuratore di Genova Francesco Cozzi, “Si tratta solo di problemi tecnici, procedurali. Per questo ci siamo rivolti alla Cassazione, perché i nostri uffici seguono la vicenda esclusivamente sotto un profilo tecnico”.
Dal Consiglio Superiore della Magistratura finora nessuno risponde alle critiche della Lega alla sentenza della Cassazione sui fondi del partito, ma a Palazzo dei Marescialli si è tenuto un confronto al termine del Plenum, durante il quale, a quanto si apprende, è stata espressa “seria preoccupazione” per parole e toni che vengono ritenuti “non accettabili”.
La sentenza della Corte di Cassazione, dunque definitiva, ordina che la Guardia di Finanza possa procedere al blocco dei conti della Lega in forza del decreto di sequestro, emesso lo scorso 4 settembre dal pm di Genova, senza necessità di un nuovo provvedimento per eventuali somme trovate su conti in momenti successivi al decreto. E decreta che; “Ovunque venga rinvenuta” qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega Nord – su conti bancari, libretti, depositi – deve essere sequestrata fino a raggiungere 49 milioni di euro, provento della truffa allo Stato per la quale e’ stato condannato in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi”.
La risposta di Salvini è stata simile a quella di qualsiasi rapinatore condannato dopo aver fatto evaporare il malloppo: “Quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto” ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Fonte
15/06/2018
Indagare sui fondi della Lega è pericoloso. Fermati tre giornalisti
Si sa che in tempi di guerra la prima vittima è la verità. E si sa anche che in guerra i giornalisti rischiano tanto quanto i soldati. Persino quelli delle testate mainstream, se vanno a ficcare il naso dove non devono.
D’altra parte, avere un ministro dell’interno che si muove totalmente fuori dalle regole costituzionali – dunque con logica di guerra, seppure essenzialmente elettorale – può presentare più di un problema per la libertà di stampa. Specie se, come in questo caso, i giornalisti vanno a ficcare il naso negli “strani” flussi di denaro dentro e fuori le casse del partito di cui è anche capo politico.
Qualcuno potrebbe dire che ipotizzare l’azione diretta di un ministro a difesa dei propri interessi – politici e non – con l’utilizzo delle “forze dell’ordine” al posto di qualche intimidatore privato faccia un po’ troppo repubblica delle banane. E certo sarebbe un paragone eccessivo. Bisogna però vedere in che senso...
A voi, qui di seguito, un articolo tratto dalla testata Tpi e la denuncia della Federazione nazionale della stampa. Chi non vuole crederci può consultare numerose altre fonti. Es:
https://ilmanifesto.it/indagano-sui-fondi-della-lega-tre-giornalisti-fermati-dalla-finanza/
https://www.informazione.it/n/06B38D88-2DBE-4428-9363-0E8C2A077A21/Giornalisti-interrogati-a-Bolzano-sui-soldi-Lega-l-inviato-de-La-Stampa-a-TPI
Tacciono solo le testate direttamente interessate. Per ora...
La Federazione nazionale della stampa: “Comportamento intimidatorio di magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni”.
Tre giornalisti che stanno seguendo l’indagine della procura di Genova sui flussi finanziari della Lega sono stati fermati a Bolzano dalla Guardia di Finanza e tenuti in caserma per tre ore per rispondere a domande sui loro articoli.
Si tratta di Matteo Indice del La Stampa, Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano e Marco Preve di Repubblica. L’episodio è avvenuto nella mattina di mercoledì 13 giugno 2018.
Indice ha raccontato a TPI la sua versione dei fatti avvenuti.
La Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) in un comunicato ha condannato “il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni”.
“Sorprende la scelta ‘muscolare’ di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa”, scrive nella sua nota la Fnsi.
I tre giornalisti scrivono per i quotidiani Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa ed erano stati inviati a Bolzano per seguire gli sviluppi dell’indagine sulla Lega, che riguarda il presunto occultamento all’estero di 3 milioni di euro.
Il comunicato del sindacato nazionale dei giornalisti Fnsi è stato firmato anche dalle sigle locali Associazione Ligure Giornalisti, Ordine Giornalisti della Liguria, Gruppo Cronisti Liguri, Sindacato giornalisti Alto Adige e l’Unione cronisti del Trentino Alto Adige.
Di seguito il testo integrale del comunicato, diffuso nella serata del 13 giugno.
Questa mattina tre giornalisti genovesi, appartenenti alle testate Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa, inviati a Bolzano per seguire l’indagine della Procura di Genova sui flussi finanziari della Lega, sono stati identificati dalla Guardia di finanza, convocati e trattenuti in caserma per tre ore per rispondere, su richiesta della Procura genovese, di alcuni articoli in materia pubblicati oggi stesso.
Federazione nazionale della Stampa italiana, Associazione Ligure Giornalisti, Ordine Giornalisti della Liguria e Gruppo Cronisti Liguri condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici.
Sorprende la scelta “muscolare” di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa.
Ai tre colleghi esprimono solidarietà anche il Sindacato giornalisti e l’Unione cronisti del Trentino Alto Adige. “L’Associazione regionale di stampa e l’Unione cronisti – scrivono in una nota – condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici”.
Fonte
D’altra parte, avere un ministro dell’interno che si muove totalmente fuori dalle regole costituzionali – dunque con logica di guerra, seppure essenzialmente elettorale – può presentare più di un problema per la libertà di stampa. Specie se, come in questo caso, i giornalisti vanno a ficcare il naso negli “strani” flussi di denaro dentro e fuori le casse del partito di cui è anche capo politico.
Qualcuno potrebbe dire che ipotizzare l’azione diretta di un ministro a difesa dei propri interessi – politici e non – con l’utilizzo delle “forze dell’ordine” al posto di qualche intimidatore privato faccia un po’ troppo repubblica delle banane. E certo sarebbe un paragone eccessivo. Bisogna però vedere in che senso...
A voi, qui di seguito, un articolo tratto dalla testata Tpi e la denuncia della Federazione nazionale della stampa. Chi non vuole crederci può consultare numerose altre fonti. Es:
https://ilmanifesto.it/indagano-sui-fondi-della-lega-tre-giornalisti-fermati-dalla-finanza/
https://www.informazione.it/n/06B38D88-2DBE-4428-9363-0E8C2A077A21/Giornalisti-interrogati-a-Bolzano-sui-soldi-Lega-l-inviato-de-La-Stampa-a-TPI
Tacciono solo le testate direttamente interessate. Per ora...
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Tre giornalisti che indagano sulle finanze della Lega sono stati fermati e tenuti in caserma per 3 ore, la condanna del sindacato
La Federazione nazionale della stampa: “Comportamento intimidatorio di magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni”.
Tre giornalisti che stanno seguendo l’indagine della procura di Genova sui flussi finanziari della Lega sono stati fermati a Bolzano dalla Guardia di Finanza e tenuti in caserma per tre ore per rispondere a domande sui loro articoli.
Si tratta di Matteo Indice del La Stampa, Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano e Marco Preve di Repubblica. L’episodio è avvenuto nella mattina di mercoledì 13 giugno 2018.
Indice ha raccontato a TPI la sua versione dei fatti avvenuti.
La Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) in un comunicato ha condannato “il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni”.
“Sorprende la scelta ‘muscolare’ di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa”, scrive nella sua nota la Fnsi.
I tre giornalisti scrivono per i quotidiani Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa ed erano stati inviati a Bolzano per seguire gli sviluppi dell’indagine sulla Lega, che riguarda il presunto occultamento all’estero di 3 milioni di euro.
Il comunicato del sindacato nazionale dei giornalisti Fnsi è stato firmato anche dalle sigle locali Associazione Ligure Giornalisti, Ordine Giornalisti della Liguria, Gruppo Cronisti Liguri, Sindacato giornalisti Alto Adige e l’Unione cronisti del Trentino Alto Adige.
Di seguito il testo integrale del comunicato, diffuso nella serata del 13 giugno.
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Questa mattina tre giornalisti genovesi, appartenenti alle testate Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa, inviati a Bolzano per seguire l’indagine della Procura di Genova sui flussi finanziari della Lega, sono stati identificati dalla Guardia di finanza, convocati e trattenuti in caserma per tre ore per rispondere, su richiesta della Procura genovese, di alcuni articoli in materia pubblicati oggi stesso.
Federazione nazionale della Stampa italiana, Associazione Ligure Giornalisti, Ordine Giornalisti della Liguria e Gruppo Cronisti Liguri condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici.
Sorprende la scelta “muscolare” di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa.
Ai tre colleghi esprimono solidarietà anche il Sindacato giornalisti e l’Unione cronisti del Trentino Alto Adige. “L’Associazione regionale di stampa e l’Unione cronisti – scrivono in una nota – condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici”.
Fonte
13/05/2013
L'alleato del Pd condannato come Al Capone. L'amico di Cosentino presidente commissione giustizia
La condanna in appello per Silvio
Berlusconi, Frank Agrama ed altri, per la questione fondi neri Mediaset,
è arrivata con due mesi di ritardo dalla data prevista per la sentenza.
Fa bene ricordare che Berlusconi, per rimandare la sentenza, è ricorso
al legittimo impedimento, alla manifestazione dei parlamentari Pdl
contro la procura di Milano, alle parole comprensive di Napolitano verso
il leader del centrodestra successive a questa manifestazione.
redazione
9 maggio 2013
Fonte
Alla fine la sentenza d'appello è
arrivata e conferma quella di primo grado. Berlusconi è stato condannato
per fondi neri e frode fiscale. Insomma, l'alleato del Pd nel governo
Letta è stato condannato come Al Capone. Non solo, Berlusconi è stato
condannato per un reato, di frode fiscale, commesso quando era
presidente del consiglio. Così abbiamo l'alleato del partito democratico
che è stato interdetto ai pubblici uffici, verso il quale la richiesta
di dimissioni dal parlamento sarebbe obbligata per il Pd, che secondo la
magistratura ha frodato il fisco e lo ha fatto quando era presidente
del consiglio.
Questi semplici particolari indicano, da
soli, lo stato di aberrazione in cui è caduto il Pd. Non solo per
difendere la suicida politica dell'eurozona, che comporta trimestri di
recessione a ripetizione, ma anche avendo come alleato Berlusconi. In
questo modo il partito democratico, che è diviso in una interminabile
guerra tra bande, deve anche difendere gli interessi di Berlusconi.
Quindi nessuno, tra gli apostoli della legalità del Pd, si sognerà di
chiedere le dimissioni di Berlusconi, a seguito della interdizione ai
pubblici uffici, e tanto meno di incalzarlo in parlamento
sull'ineleggibilità.
Allo stesso tempo, con la condanna alla
Al Capone che sta facendo il giro del mondo, l'obiettivo della
credibilità internazionale del governo Pd-Pdl sembra irrimediabilmente
compromesso. Intanto, a difesa degli interessi di Berlusconi, al senato
Nitto Palma è diventato presidente della commissione giustizia. Eppure a gennaio Nitto Palma era talmente amareggiato che meditava le
dimissioni anche se eletto. Motivo? Il trattamento subito dall'amico
"Nicola" nell'esclusione dalle liste elettorali del Pdl. "Nicola" altri
non era che Nick Cosentino, il parlamentare Pdl pluri inquisito per
camorra. Nitto Palma quindi parlava, era appena il gennaio di
quest'anno, dell'ingiustizia subita da Nicola che, in qualche modo,
poteva essere riparata con il gesto delle dimissioni dell'ex ministro
della giustizia. Ma, passano le settimane, e nessuno si fa male.
Complice il clima di larghe intese, di pacificazione nazionale, di "fine
di una guerra civile" (quale???) e le condizioni politiche cambiano. Si
comincia con la Sicilia. Miccichè viene nominato sottosegretario e si
sente subito in dovere di ringraziare Marcello Dell'Utri per l'avvenuta
nomina.
Ma come, questo non era un governo
costruito con i voti del Pd, della sinistra della legalità? Appunto,
viene da dire. Dopo pochi giorni tocca poi alla Campania. Ecco che alla
delicata carica di presidente della commissione giustizia del senato
troviamo, fresco di nomina, Nitto Palma, l'amico dichiarato di Nick 'o
mericano. Tutti affari resi possibili dai voti del Pd. Partito allo
sbando, e si vede, che barcolla cianciando di "senso di
responsabilità". E dove sarebbe il senso di responsabilità? Nelle nomine
di Micciché e Nitto Palma e dalle condanne di Berlusconi. Il processo
di decomposizione del partito democratico continua. A spese nostre. Ed è
solo l'inizio.
p.s: Non manca la foglia di fico in chi
afferma che Palma è stato eletto senza i voti del Pd. In verità con
questa gente il Pd ci fa ben più di una commissione. Ci ha fatto un
governo. Inguardabili, non sanno nemmeno più inventarsi le scuse.
redazione
9 maggio 2013
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