Oltre e peggio di Marchionne potrebbe essere lo slogan riassuntivo di questo ennesimo accordo che i sindacati Cgil Cisl e Uil, sotto la regia di Olivi, si sono arrogati il diritto di sottoscrivere senza nessun mandato e senza nessuna consultazione con i lavoratori. Infatti le assemblee per la “consultazione” sulla cassa integrazione vengono fatte domani 25 agosto dopo la firma.
Purtroppo non abbiamo avuto la “fortuna” di conoscere l'accordo nei minimi dettagli (sembra sia top secret) ma da quanto emerge dalle dichiarazioni di stampa rilasciate dagli stessi sindacalisti abbiamo la sensazione che questo accordo lasci mano libera alla Direzione Marangoni per usare la Cigs come meglio crede.
Infatti ai lavoratori Marangoni nel 2014 – con il ricatto occupazionale – è stato imposto un accordo capestro che ha cancellato pause, mensa, ridotto il salario, ridotto il pagamento della malattia, aumentato ritmi e sfruttamento in fabbrica fino all'inverosimile ed ora, la triplice, ha sottoscritto un accordo di cassa che permette a Marangoni di imporre una vera e propria EPURAZIONE dei lavoratori più “ostici e più sindacalizzati”
Ma tutto questo è stato possibile solo perché Marangoni ha potuto contare sull'appoggio dell'assessore Olivi, sulla complicità dei sindacati ma anche sulle troppe paure dei lavoratori.
L'accordo del 18 luglio 2014, l'accordo sulla cassa integrazione, gli oltre 50 licenziamenti (pardon esuberi) dimostrano che con la rassegnazione e la paura non si salva ne il lavoro, ne la fabbrica e nemmeno la dignità.
Come Usb invitiamo i lavoratori a dire basta alle politiche ricattatorie della Marangoni, dire basta con i giochetti dei sindacati confederali sempre proni alla volontà dell'azienda e alle chiacchiere di un assessore al servizio del cavaliere.
Ma nello stesso tempo ai lavoratori diciamo che è ora di alzare la testa e lottare per difendere lavoro e dignità e che la loro rabbia deve trasformarsi in volontà di lotta e non in rassegnazione.
Quei lavoratori che decideranno di dire basta a questa logica arrendevole e sindacalmente suicida troveranno in USB un sindacato che sarà pronto a lottare al loro fianco per ridare al lavoro quella dignità (economica e normativa) cancellata dagli ultimi accordi sindacali.
Sconfiggere la rassegnazione non solo è possibile, ma diventa una necessità per difendere il nostro futuro e quello dei nostri figli.
USB Lavoro Privato
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/08/2015
21/08/2015
InterBrennero: la prima vittima del Tav/Tac?
Interporto: “matrimonio” con A22 è il titolo del giornale locale. Un matrimonio, naturalmente, subordinato al fatto che la concessione in-house dell’autostrada sia prorogata fino al 2045.
Nell’articolo vengono riportate le dichiarazioni dell’assessore Gilmozzi, del presidente Duiella e del direttore Tarolli riguardante le cause, le possibili soluzioni e non ultimo il trasloco in A22.
Per quanto riguarda i lavoratori (stranamente nessuno ne parla) quella di un loro passaggio alle dipendenze di A22 sembra l’unica scelta in grado di garantire loro un futuro di lavoro. Per loro – in assenza un intervento radicale – l’alternativa all’A22 sarebbe quella di andare ad ingrossare le fila dei disoccupati.
Per questo il problema occupazione dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni dell’assessore e non relegato in un secondo tempo che rischia di non arrivare mai.
Infatti, sono convinto – fuori da ogni remora – che l’interbrennero è la prima vittima del TAV/TAC, altre ne seguiranno se da parte della politica non si decide di affrontare i problemi del traffico sull’asse del Brennero nella sua complessità.
Non è casuale che l’avvio dei lavori del TAV/TAC abbia segnato l’inizio della fine dell’intermodale in Trentino, come non è casuale che diversi vettori (Sae, Arcese, ecc) si siano spostati a Verona dove sorgerà il vero centro logistico in quanto incrocio Nord/Sud - Est/Ovest delle future (?) linee del TAV/TAC. Infatti, come tutti sappiamo l’alta velocità non ferma in Trentino.
Per questo, le proposte di Tarolli, mutuate in parte dalle proposte dei NO TAV: (punto nove del libretto – le 10 ragioni del No) uguali tariffe, divieto transito pesante notturno, divieti settoriali, “borsa dei transiti alpini”, rispetto obblighi autotrasporto (pesi, limiti velocità, ore di guida, ecc), interventi di efficentamento dell’attuale linea ferroviaria portandola in linea con gli standard internazionali, uso di materiale rotabile leggero e silenzioso possono realmente spostare da subito le merci dalla gomma alla ferrovia. Ma se queste proposte non son accompagnate da una netta presa di posizione contro la costruzione dei TAV/TAC diventano solo un palliativo per nascondere la scelta di lasciare Interbrennero, ed i suoi lavoratori, al loro amaro destino.
Mi permetto però di ricordare al direttore Tarolli, che se è vero che il 30% dei Camion che transitano sull’autostrada del Brennero è fuori norma significa che a rischio ci sono gli ignari automobilisti che transitano in autostrada ma anche i cittadini che devono sopportare un maggiore inquinamento acustico e dell’aria.
Per questo mi chiedo: ma perché queste proposte per ridurre il traffico pesante in A22 non vengono attuate fin da ora?
Per il semplice fatto che sia l’assessore Gilmozzi, che i politici locali deliberatamente ignorano queste possibilità in quanto il loro unico obiettivo e quello di costruire il TAV, la nuova ferrovia del Brennero, e di conseguenza non si sono mai posti seriamente il problema del trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia perché la loro attenzione è sempre rivolta verso i lauti dividendi della A22 che ai problemi della logistica e dei lavoratori che nei trasporti vi lavorano e che rischiano di perdere il posto.
Fonte
Nell’articolo vengono riportate le dichiarazioni dell’assessore Gilmozzi, del presidente Duiella e del direttore Tarolli riguardante le cause, le possibili soluzioni e non ultimo il trasloco in A22.
Per quanto riguarda i lavoratori (stranamente nessuno ne parla) quella di un loro passaggio alle dipendenze di A22 sembra l’unica scelta in grado di garantire loro un futuro di lavoro. Per loro – in assenza un intervento radicale – l’alternativa all’A22 sarebbe quella di andare ad ingrossare le fila dei disoccupati.
Per questo il problema occupazione dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni dell’assessore e non relegato in un secondo tempo che rischia di non arrivare mai.
Infatti, sono convinto – fuori da ogni remora – che l’interbrennero è la prima vittima del TAV/TAC, altre ne seguiranno se da parte della politica non si decide di affrontare i problemi del traffico sull’asse del Brennero nella sua complessità.
Non è casuale che l’avvio dei lavori del TAV/TAC abbia segnato l’inizio della fine dell’intermodale in Trentino, come non è casuale che diversi vettori (Sae, Arcese, ecc) si siano spostati a Verona dove sorgerà il vero centro logistico in quanto incrocio Nord/Sud - Est/Ovest delle future (?) linee del TAV/TAC. Infatti, come tutti sappiamo l’alta velocità non ferma in Trentino.
Per questo, le proposte di Tarolli, mutuate in parte dalle proposte dei NO TAV: (punto nove del libretto – le 10 ragioni del No) uguali tariffe, divieto transito pesante notturno, divieti settoriali, “borsa dei transiti alpini”, rispetto obblighi autotrasporto (pesi, limiti velocità, ore di guida, ecc), interventi di efficentamento dell’attuale linea ferroviaria portandola in linea con gli standard internazionali, uso di materiale rotabile leggero e silenzioso possono realmente spostare da subito le merci dalla gomma alla ferrovia. Ma se queste proposte non son accompagnate da una netta presa di posizione contro la costruzione dei TAV/TAC diventano solo un palliativo per nascondere la scelta di lasciare Interbrennero, ed i suoi lavoratori, al loro amaro destino.
Mi permetto però di ricordare al direttore Tarolli, che se è vero che il 30% dei Camion che transitano sull’autostrada del Brennero è fuori norma significa che a rischio ci sono gli ignari automobilisti che transitano in autostrada ma anche i cittadini che devono sopportare un maggiore inquinamento acustico e dell’aria.
Per questo mi chiedo: ma perché queste proposte per ridurre il traffico pesante in A22 non vengono attuate fin da ora?
Per il semplice fatto che sia l’assessore Gilmozzi, che i politici locali deliberatamente ignorano queste possibilità in quanto il loro unico obiettivo e quello di costruire il TAV, la nuova ferrovia del Brennero, e di conseguenza non si sono mai posti seriamente il problema del trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia perché la loro attenzione è sempre rivolta verso i lauti dividendi della A22 che ai problemi della logistica e dei lavoratori che nei trasporti vi lavorano e che rischiano di perdere il posto.
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11/05/2015
Trentino e Aosta, vince l'astensionismo
Squarci di futuro dalle elezioni amministrative nel Trentino Alto Adige, avvenute ieri. Il dato assolutamente principale è l'astensionismo, in una regione che pure può storicamente vantare uno dei tassi di partecipazione al voto più alti in assoluto. Alla chiusura dei seggi, aveva infatti votato il 66,9% degli aventi diritto al voto, mentre cinque anni prima erano stati il 74,6%. Un autentico crollo del 7,7%, per di più in una tornata che dovrebbe riguardare più da vicino gli interessi particolari dei cittadini (a maggior ragione in una regione caratterizzata da bilinguismo e con presenze politiche – come l'Svp – assolutamente locali).
In alcuni piccoli comuni si è rischiato addirittura il commissariamento, perché la partecipazione ha stentato a superare il 50% necessario quando c'è un solo candidato.
Situazione molto simile anche in Val d'Aosta, con cadute della partecipazione altrettanto rilevanti.
In questa fuga dal rito elettorale, il Pd vince ma perde. Ovvero mantiene la centralità assoluta e prende la maggioranza relativa quasi dappertutto – si dovrà andare al ballottaggio in tutte le località principali – ma perde punti rispetto alle elezioni amministrative precedenti.
A Trento, per esempio, il candidato Pd (insieme a Patt, Ccd e Verdi) Alessandro Andreatta, sindaco uscente, supera il 53%, ma alle precedenti elezioni aveva passato abbondantemente il 64%.
Scompare Forza Italia, che in alcuni capoluoghi (per esempio a Bolzano) supera a stento il 4%, e non avanza la Lega.
Sempre a Bolzano il candidato di Pd e Svp, anche qui sindaco uscente, Luigi Spagnolli, ottiene quasi il 40%, ma cinque anni fa era stato eletto al primo turno con il 52% dei voti.
L'unica lettura politica possibile appare dunque questa: il Pd si afferma come “partito della nazione”, coagulo dei centri di potere (nazionale e locali), e catalizza i voti di quanti hanno un interesse immediato nella composizione delle giunte. Al tempo stesso, una quota crescente della cittadinanza avverte l'inutilità della partecipazione al voto, ma non si tratta di una “ribellione”. Semmai viene riconosciuto quanto il governo stesso va sollecitando con le riforme costituzionali e l'Italicum: voi non contate niente, decidiamo tutto noi, statevene a casa.
In particolare nel Trentino, infatti, la storica centralità dell'Svp (la Südtiroler Volkspartei, “balena bianca” di lingua tedesca) sembra venire drasticamente meno. E paga il taglio alla spesa sociale o sanitaria imposta dalle politiche di bilancio europee e di lì fino ai comuni di montagna. Sembra proprio questa, per esempio, la ragione della drastica sconfitta a San Candido e Vipiteno (in entrambi i comuni erano state da poco tagliate le prestazioni garantite dagli ospedali locali).
Prove tecniche di futuro, appunto.
Fonte
In alcuni piccoli comuni si è rischiato addirittura il commissariamento, perché la partecipazione ha stentato a superare il 50% necessario quando c'è un solo candidato.
Situazione molto simile anche in Val d'Aosta, con cadute della partecipazione altrettanto rilevanti.
In questa fuga dal rito elettorale, il Pd vince ma perde. Ovvero mantiene la centralità assoluta e prende la maggioranza relativa quasi dappertutto – si dovrà andare al ballottaggio in tutte le località principali – ma perde punti rispetto alle elezioni amministrative precedenti.
A Trento, per esempio, il candidato Pd (insieme a Patt, Ccd e Verdi) Alessandro Andreatta, sindaco uscente, supera il 53%, ma alle precedenti elezioni aveva passato abbondantemente il 64%.
Scompare Forza Italia, che in alcuni capoluoghi (per esempio a Bolzano) supera a stento il 4%, e non avanza la Lega.
Sempre a Bolzano il candidato di Pd e Svp, anche qui sindaco uscente, Luigi Spagnolli, ottiene quasi il 40%, ma cinque anni fa era stato eletto al primo turno con il 52% dei voti.
L'unica lettura politica possibile appare dunque questa: il Pd si afferma come “partito della nazione”, coagulo dei centri di potere (nazionale e locali), e catalizza i voti di quanti hanno un interesse immediato nella composizione delle giunte. Al tempo stesso, una quota crescente della cittadinanza avverte l'inutilità della partecipazione al voto, ma non si tratta di una “ribellione”. Semmai viene riconosciuto quanto il governo stesso va sollecitando con le riforme costituzionali e l'Italicum: voi non contate niente, decidiamo tutto noi, statevene a casa.
In particolare nel Trentino, infatti, la storica centralità dell'Svp (la Südtiroler Volkspartei, “balena bianca” di lingua tedesca) sembra venire drasticamente meno. E paga il taglio alla spesa sociale o sanitaria imposta dalle politiche di bilancio europee e di lì fino ai comuni di montagna. Sembra proprio questa, per esempio, la ragione della drastica sconfitta a San Candido e Vipiteno (in entrambi i comuni erano state da poco tagliate le prestazioni garantite dagli ospedali locali).
Prove tecniche di futuro, appunto.
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19/01/2014
Arrivano le carceri private
Sono passati quasi due anni dal gennaio 2012, quando Mario Monti inseriva tra i capitoli del decreto “Salva Italia” la possibilità di ricorso al project financing per l’edilizia carceraria.
Ora viene fuori, senza troppo clamore (anzi dovendo spulciare nella cronaca locale dell’Alto Adige), che a Bolzano si sono chiusi i bandi di gara per la costruzione e la gestione dei servizi del primo carcere privato in Italia. L’importo a base d’asta per la realizzazione del nuovo carcere è fissato in 63,58 milioni di euro, a cui si aggiungono i 14 milioni spesi per l’esproprio dei terreni. La procedura per la selezione dei pionieri della capitalizzazione dei detenuti in Italia avrà ufficialmente inizio l’8 gennaio 2014. Il privato, o la cordata che vincerà l’appalto, si occuperà dell’edificazione e della gestione di mensa, lavanderia, spazi comuni, lavoro e formazione, e dovrà cercare di trarne profitto entro 20 anni, termine dopo il quale il carcere potrà diventare di proprietà statale. Le mansioni di sicurezza interna e del perimetro permarranno appannaggio dei secondini. Da quanto si legge “il nuovo carcere, che sorgerà a Bolzano Sud vicino all’aeroporto, ospiterà 200 detenuti, 100 operatori di polizia penitenziaria, 30 posti per agenti in caserma, 25 unità di personale civile. Entro la cinta muraria, oltre alla sezione di reclusione, saranno ricavati tra l’altro l’infermeria, gli spazi per il lavoro, una sala polivalente, una palestra, i servizi cucina e lavanderia. Il nuovo istituto sarà pronto nel 2016.”
Essendo un prototipo della carcerazione privata in Italia, resta da capire come gli attori in campo prevedano di guadagnarvi, recuperando i milioni di euro investiti e aggiungendovi un margine di profitto. Lavoro coatto e carcere fabbrica? Quote erogate dallo Stato per il periodo detentivo scontato da ogni detenuto, che potrà essere contenuto in un servizio concentrazionario a basso costo concorrenziale rispetto agli standard pubblici? Entrambe le cose, come avviene nel modello anglosassone, paradigma trainante della carcerazione privata a livello globale?
Mentre attendiamo ulteriori dati per rispondere a questi quesiti, può essere importante ricordare cosa porta con sé la capitalizzazione del detenuto attraverso un apparato detentivo che produce profitti dalla privazione della libertà di fette della popolazione. Basti pensare che parallelamente all’introduzione della carcerazione privata negli Stati Uniti d’America, a partire dagli anni ’80, la popolazione detenuta è cresciuta del 400%; attualmente gli USA rappresentano il 5% della popolazione mondiale e il 25% della popolazione carceraria mondiale (circa 0,73 detenuti ogni 100 abitanti).
E’ palese che in una società basata sul profitto, la speculazione sulla privazione della libertà di fette di popolazione rappresenti un metodo per recuperare coattivamente al capitalismo quegli individui che questo stesso sistema ha espulso, o che hanno cercato di fuggirvi più o meno coscientemente.
Fonte
Ora viene fuori, senza troppo clamore (anzi dovendo spulciare nella cronaca locale dell’Alto Adige), che a Bolzano si sono chiusi i bandi di gara per la costruzione e la gestione dei servizi del primo carcere privato in Italia. L’importo a base d’asta per la realizzazione del nuovo carcere è fissato in 63,58 milioni di euro, a cui si aggiungono i 14 milioni spesi per l’esproprio dei terreni. La procedura per la selezione dei pionieri della capitalizzazione dei detenuti in Italia avrà ufficialmente inizio l’8 gennaio 2014. Il privato, o la cordata che vincerà l’appalto, si occuperà dell’edificazione e della gestione di mensa, lavanderia, spazi comuni, lavoro e formazione, e dovrà cercare di trarne profitto entro 20 anni, termine dopo il quale il carcere potrà diventare di proprietà statale. Le mansioni di sicurezza interna e del perimetro permarranno appannaggio dei secondini. Da quanto si legge “il nuovo carcere, che sorgerà a Bolzano Sud vicino all’aeroporto, ospiterà 200 detenuti, 100 operatori di polizia penitenziaria, 30 posti per agenti in caserma, 25 unità di personale civile. Entro la cinta muraria, oltre alla sezione di reclusione, saranno ricavati tra l’altro l’infermeria, gli spazi per il lavoro, una sala polivalente, una palestra, i servizi cucina e lavanderia. Il nuovo istituto sarà pronto nel 2016.”
Essendo un prototipo della carcerazione privata in Italia, resta da capire come gli attori in campo prevedano di guadagnarvi, recuperando i milioni di euro investiti e aggiungendovi un margine di profitto. Lavoro coatto e carcere fabbrica? Quote erogate dallo Stato per il periodo detentivo scontato da ogni detenuto, che potrà essere contenuto in un servizio concentrazionario a basso costo concorrenziale rispetto agli standard pubblici? Entrambe le cose, come avviene nel modello anglosassone, paradigma trainante della carcerazione privata a livello globale?
Mentre attendiamo ulteriori dati per rispondere a questi quesiti, può essere importante ricordare cosa porta con sé la capitalizzazione del detenuto attraverso un apparato detentivo che produce profitti dalla privazione della libertà di fette della popolazione. Basti pensare che parallelamente all’introduzione della carcerazione privata negli Stati Uniti d’America, a partire dagli anni ’80, la popolazione detenuta è cresciuta del 400%; attualmente gli USA rappresentano il 5% della popolazione mondiale e il 25% della popolazione carceraria mondiale (circa 0,73 detenuti ogni 100 abitanti).
E’ palese che in una società basata sul profitto, la speculazione sulla privazione della libertà di fette di popolazione rappresenti un metodo per recuperare coattivamente al capitalismo quegli individui che questo stesso sistema ha espulso, o che hanno cercato di fuggirvi più o meno coscientemente.
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29/10/2013
Trentino Alto Adige: ko Pdl e Grillo, virata a destra
Se a Trento e a Bolzano il centrosinistra può cantare vittoria è solo grazie alla tenuta dei due partiti autonomisti – quello trentino e quello sudtirolese – perché le percentuali dei partiti ‘italiani’ non brillano di certo. Il nuovo presidente della provincia di Trento è Guido Rossi, sostenuto sì dal PD (che si afferma con il 22%) ma esponente degli autonomisti del Patt (Partito autonomista trentino tirolese) che si è aggiudicato la vittoria con il 58%. Dopo di lui un altro autonomista, Diego Mosna, esponente di Progetto Trentino e altri movimenti locali che prende il 19%; poi ancora, ma solo con il 6,6%, il leghista Maurizio Fugatti. Flop totale per il candidato del Movimento Cinque Stelle Filippo Degasperi (5,7%), per non parlare di Giacomo Bezzi di Forza Trentino-Forza Italia (3,8%), di Emilio Arisi di Sel (1,71%). I comunisti, divisi in due liste, scompaiono del tutto con un prefisso telefonico. Per quanto riguarda i voti ai partiti Forza Trentino/Pdl scende dal 14.80 % (2008) al 5,2%; la Lega Nord dal 17,05% al 6%, mentre nel centrosinistra si registra il boom del Patt che arriva al 17%. Solo 5 anni fa il candidato del centrodestra (Pdl, Lega Nord, La Destra e altri), si era aggiudicato il 36,5% dei consensi.
In Alto Adige il partito autonomista e democristiano da sempre perno del centrosinistra locale, l'Svp, riconquista la vittoria ma perde pezzi consistenti a vantaggio di varie liste assai più aggressive sul fronte delle rivendicazioni tirolesi e comunque tutte schierate su posizioni di destra e addirittura di estrema destra. Dopo 24 anni di potere ininterrotto l’anziano Luis Durnwalder cede il posto ad Arno Kompatscher, suo successore nella Suedtiroler Volkspartei che si conferma primo partito della provincia di Bolzano (45,6%) ma perde alcuni punti rispetto al 2008. Al tempo stesso si registra un exploit delle liste separatiste: il Die Freiheitlichen, scissione dell’Svp di qualche anno fa che vola al 18 %. Buon risultato anche per i populisti di destra della Suedtiroler Freiheit (7,2 %) guidata da Eva Klotz. Nel centrosinistra si confermano i verdi (8%) e il PD, mentre a destra sparisce Forza Alto Adige che insieme a Lega e altri partitini autonomisti non riesce a raggiungere neanche il 3%. Anche qui flop totale del Movimento Cinque Stelle: 2% contro l’8 delle politiche.
Altro dato da non sottovalutare è il forte calo dell’affluenza alle urne, in uno dei territori più fedeli dello stato: in Trentino non si è andati oltre il 62,82%, più di 10 punti percentuali in meno rispetto al 73,13% del 2008. E anche in Alto Adige il 77,7% di votanti è in calo rispetto all'80,1% di cinque anni fa.
Di seguito un ritratto dei veri vincitori del voto altoatesino. Sfrondato da alcuni pregiudizi italianisti un utile articolo per raccapezzarsi nel nuovo panorama politico della provincia italiana che parla tedesco.
*****
«Süd-Tirol ist nicht Italien!". I separatisti alla conquista di Bolzano
di Alberto Magnani
Destra o sinistra, in fondo, contano poco. Conta il Südtirol, «in svendita» all'Italia da quasi un secolo. Luis Durwnalder si sfila dopo 24 anni dalla presidenza della provincia di Bolzano e i movimenti populisti fuori dalla casa madre della Südtiroler Volskpartei (Svp) scavalcano qualsiasi pronostico nelle elezioni provinciali.
"Die Freiheitlichen", scissione a destra della Stella Alpina, vola oltre il 17% e diventa seconda forza. Il Süd-Tiroler Freiheit, la lista filoaustriaca che quattro anni fa impiantava cartelli segnalatici con la scritta «Il Sud Tirolo non è Italia», sfonda il record del 7% e si piazza al quarto posto (subito dopo i verdi e davanti al Pd, che non va oltre il 6,7%). Il timone della provincia è nella mani di Arno Kompatscher, successore diretto di "Durni" nella Svp con 80mila preferenze. Ma le sigle separatiste crescono, scavando consensi nell'astensionismo dell'elettorato italiano.
Li chiamano "destra tedesca". Ma i due partiti che guadagnano percentuali nello stallo della Svp stanno stretti nell'etichetta che li distingue dagli omologhi in lingua italiana. Salvo flirt occasionali, naufragati nell'identità sempre meno dialogante in un Consiglio che ora potrebbe ridurre la sua presenza italiana a cinque scranni su 35. Uno su sette.
Il laboratorio del Die Freiheitlichen (letteralmente: "i libertari") riuscirebbe meno comprensibile senza esempi freschi di elezione, come il Progress Party svedese. Xenofobia e liberismo, rivendicazioni sulla "sovranità sudtirolese" e guerra al fisco invasivo. Il Die Freiheitlichen ricalca la formula del Bündnis Zukunft Österreich, il partito populista di Jorg Haider, fin dalle origini come costola iper-separatista della Südtiroler Volskpartei.
Lo davano per morto quindici anni fa, quando l'omicidio dell'ex dirigente Christian Werdner aveva fatto sprofondare i consensi sotto il 3% nelle elezioni del 1998. Da lì, non ha fatto altro che crescere. Nel 2008 il partito che rivendica il «risveglio dei sudtirolesi», con sterzate anti-islamiche e anti-immigrazione , triplicava i consensi rispetto alle provinciali del 2003: 14,3%.
Oggi, i 50mila voti incassati valgono quasi il 18% dei consensi su scala provinciale e sei rappresentanti nel Parlamentino di Bolzano. Il secondo partito nell'Alto Adige. Il grosso dei bacini sta nelle valli, nella comunità germanofona che non si è mai riconosciuta nella Bolzano italiana e men che meno in Roma. Le pulsioni più radicali, dal no alle moschee alle strette sull'immigrazione, guadagnano favori nelle fasce degli under 30.
Il programma del Süd-Tiroler Freiheit, quarta sigla in provincia con il 7,2% di consensi, si rispecchia nel suo nome: Libertà altoatesina. Lo ha fondato e lo dirige Eva Klotz, figlia di George, il "martellatore della Val Passiria" che aveva sconvolto il Tirolo meridionale con attentati dinamitardi.
Anche lei scissionista dalla Stella Alpina, rea confessa di aperture autonomiste allo Stato Italiano. Anche lei ai vertici di una forza accusata di simpatie all'estrema destra, in parte per le (presunte) aderenze di alcuni dirigenti a raduni neonazisti nelle vallate a sud del Brennero.
Negli 11 punti che descrivono il programma dei "patrioti altoatesini", però, il modello ricorda più l'indipendentismo catalano delle croci uncinate che pure si sono infilate nella base di militanza, soprattutto tra le comunità più ridotte.
Integrazioni reddituali per i tirolesi, sostegno delle minoranze linguistiche, contrasto alla "italianizzazione" che spazia dalla segnaletica in italiano all'obbligo del bilinguismo. Fino allo scontro più netto con "l'altra destra", quella italiana, sulle reliquie del fascismo: «Un insulto all'Alto Adige» che «nessuno ha ancora rimosso».
Fonte
In Alto Adige il partito autonomista e democristiano da sempre perno del centrosinistra locale, l'Svp, riconquista la vittoria ma perde pezzi consistenti a vantaggio di varie liste assai più aggressive sul fronte delle rivendicazioni tirolesi e comunque tutte schierate su posizioni di destra e addirittura di estrema destra. Dopo 24 anni di potere ininterrotto l’anziano Luis Durnwalder cede il posto ad Arno Kompatscher, suo successore nella Suedtiroler Volkspartei che si conferma primo partito della provincia di Bolzano (45,6%) ma perde alcuni punti rispetto al 2008. Al tempo stesso si registra un exploit delle liste separatiste: il Die Freiheitlichen, scissione dell’Svp di qualche anno fa che vola al 18 %. Buon risultato anche per i populisti di destra della Suedtiroler Freiheit (7,2 %) guidata da Eva Klotz. Nel centrosinistra si confermano i verdi (8%) e il PD, mentre a destra sparisce Forza Alto Adige che insieme a Lega e altri partitini autonomisti non riesce a raggiungere neanche il 3%. Anche qui flop totale del Movimento Cinque Stelle: 2% contro l’8 delle politiche.
Altro dato da non sottovalutare è il forte calo dell’affluenza alle urne, in uno dei territori più fedeli dello stato: in Trentino non si è andati oltre il 62,82%, più di 10 punti percentuali in meno rispetto al 73,13% del 2008. E anche in Alto Adige il 77,7% di votanti è in calo rispetto all'80,1% di cinque anni fa.
Di seguito un ritratto dei veri vincitori del voto altoatesino. Sfrondato da alcuni pregiudizi italianisti un utile articolo per raccapezzarsi nel nuovo panorama politico della provincia italiana che parla tedesco.
*****
«Süd-Tirol ist nicht Italien!". I separatisti alla conquista di Bolzano
di Alberto Magnani
Destra o sinistra, in fondo, contano poco. Conta il Südtirol, «in svendita» all'Italia da quasi un secolo. Luis Durwnalder si sfila dopo 24 anni dalla presidenza della provincia di Bolzano e i movimenti populisti fuori dalla casa madre della Südtiroler Volskpartei (Svp) scavalcano qualsiasi pronostico nelle elezioni provinciali.
"Die Freiheitlichen", scissione a destra della Stella Alpina, vola oltre il 17% e diventa seconda forza. Il Süd-Tiroler Freiheit, la lista filoaustriaca che quattro anni fa impiantava cartelli segnalatici con la scritta «Il Sud Tirolo non è Italia», sfonda il record del 7% e si piazza al quarto posto (subito dopo i verdi e davanti al Pd, che non va oltre il 6,7%). Il timone della provincia è nella mani di Arno Kompatscher, successore diretto di "Durni" nella Svp con 80mila preferenze. Ma le sigle separatiste crescono, scavando consensi nell'astensionismo dell'elettorato italiano.
Li chiamano "destra tedesca". Ma i due partiti che guadagnano percentuali nello stallo della Svp stanno stretti nell'etichetta che li distingue dagli omologhi in lingua italiana. Salvo flirt occasionali, naufragati nell'identità sempre meno dialogante in un Consiglio che ora potrebbe ridurre la sua presenza italiana a cinque scranni su 35. Uno su sette.
Il laboratorio del Die Freiheitlichen (letteralmente: "i libertari") riuscirebbe meno comprensibile senza esempi freschi di elezione, come il Progress Party svedese. Xenofobia e liberismo, rivendicazioni sulla "sovranità sudtirolese" e guerra al fisco invasivo. Il Die Freiheitlichen ricalca la formula del Bündnis Zukunft Österreich, il partito populista di Jorg Haider, fin dalle origini come costola iper-separatista della Südtiroler Volskpartei.
Lo davano per morto quindici anni fa, quando l'omicidio dell'ex dirigente Christian Werdner aveva fatto sprofondare i consensi sotto il 3% nelle elezioni del 1998. Da lì, non ha fatto altro che crescere. Nel 2008 il partito che rivendica il «risveglio dei sudtirolesi», con sterzate anti-islamiche e anti-immigrazione , triplicava i consensi rispetto alle provinciali del 2003: 14,3%.
Oggi, i 50mila voti incassati valgono quasi il 18% dei consensi su scala provinciale e sei rappresentanti nel Parlamentino di Bolzano. Il secondo partito nell'Alto Adige. Il grosso dei bacini sta nelle valli, nella comunità germanofona che non si è mai riconosciuta nella Bolzano italiana e men che meno in Roma. Le pulsioni più radicali, dal no alle moschee alle strette sull'immigrazione, guadagnano favori nelle fasce degli under 30.
Il programma del Süd-Tiroler Freiheit, quarta sigla in provincia con il 7,2% di consensi, si rispecchia nel suo nome: Libertà altoatesina. Lo ha fondato e lo dirige Eva Klotz, figlia di George, il "martellatore della Val Passiria" che aveva sconvolto il Tirolo meridionale con attentati dinamitardi.
Anche lei scissionista dalla Stella Alpina, rea confessa di aperture autonomiste allo Stato Italiano. Anche lei ai vertici di una forza accusata di simpatie all'estrema destra, in parte per le (presunte) aderenze di alcuni dirigenti a raduni neonazisti nelle vallate a sud del Brennero.
Negli 11 punti che descrivono il programma dei "patrioti altoatesini", però, il modello ricorda più l'indipendentismo catalano delle croci uncinate che pure si sono infilate nella base di militanza, soprattutto tra le comunità più ridotte.
Integrazioni reddituali per i tirolesi, sostegno delle minoranze linguistiche, contrasto alla "italianizzazione" che spazia dalla segnaletica in italiano all'obbligo del bilinguismo. Fino allo scontro più netto con "l'altra destra", quella italiana, sulle reliquie del fascismo: «Un insulto all'Alto Adige» che «nessuno ha ancora rimosso».
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