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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/04/2024

La trappola del debito

La questione del debito pubblico e privato, sebbene sia diventata un tabù, pesa come un macigno sulle decisioni di politica economica.

Debiti e crediti sono dei pilastri sui quali si regge il modo di produzione capitalistico, ma tali relazioni sociali, anche se in forma rozza, hanno influenzato la vita associata degli individui appartenenti alle città-stato, i regni e gli imperi del mondo antico, quando i loro governanti hanno iniziato a coniare monete o meglio quando gli scambi commerciali, mediati dal denaro, s’imposero, in qualche misura, sul baratto.

Nei rapporti tra debitori e creditori, occorre precisare che affinché un debito possa essere estinto, è necessario, in primo luogo, che esso non sia astronomico, altrimenti si rientra nel circolo vizioso dell’usura, sul quale ritornerò nel procedere del discorso.

Nel mondo antico, stando alle fonti storiche, durante il regno di Hammurabi, re di Babilonia (1792-1750 A.C.) ci furono quattro annullamenti del debito, proprio perché partirono dal presupposto che i sudditi non potevano rifonderlo.

Annullamenti del debito avvenivano anche durante il Giubileo per i cristiani e il Torà per gli ebrei. La valenza di una preghiera come il Credo, con la quale i credenti si rivolgono a Dio, racchiude il concetto del “rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Ovviamente, prima che si affermasse il modo di produzione capitalistico, l’annullamento dei debiti era più semplice, in quanto la somma data in prestito non generava l’interesse o quantomeno non si applicava la legge dell’interesse composto.

Con lo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici, dapprima in Inghilterra, come ci ricorda Marx, il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria. Le emissioni di titoli pubblici, per finanziare le infrastrutture necessarie all’espansione del capitale industriale, consentono ai loro acquirenti di trasformare il credito pubblico nel credo del capitale.

Nel primo libro de Il Capitale, Marx scrive: “Come per un colpo di bacchetta magica, esso (il credo del capitale) dota il denaro improduttivo della capacità di procreare, e così lo converte in capitale senza che debba esporsi alle fatiche e ai rischi dell’investimento industriale e persino usuraio”. [1]

Si forma una sorta di “aristocrazia finanziaria”, una frazione della borghesia che sottoscrive obbligazioni dello Stato facilmente trasformabili in denaro contante e che producono un rendimento assicurato.

Coloro che acquistano titoli di Stato, la cosiddetta classe dei rentiers, si trovano in una situazione di “manna caduta dal cielo”, in quanto pur continuando ad oziare, vedono il proprio denaro nell’atto di figliare denaro aggiuntivo, intaccando, come spiega Marx, da una parte, il plusvalore dei capitalisti industriali, dall’altra parte, come creditori hanno il diritto di prelevare una percentuale del gettito annuo delle imposte.

Eh già! L’interesse non è neutro: il sorgere degli interessi attivi (ricavi), sul denaro dato in prestito, presuppone l’accensione del conto interessi passivi (costi) ovvero i soggetti che s’indebitano hanno l’obbligo di rimborsare una somma superiore a quella ricevuta dai loro creditori.

Nel caso del debito pubblico succede che se le entrate (le imposte) sono insufficienti per saldare gli interessi e le quote di capitali ricevute in prestito, allora si emettono nuove obbligazioni, per onorare i vecchi debiti. Questa “catena” che lega creditori e debitori richiama, per certi versi, lo “schema Ponzi”, in quanto per garantire i privilegi finanziari ai vecchi investitori, è necessario allargare la base dei nuovi obbligazionisti.

Marco Bersani, nel 2017, ha pubblicato Dacci oggi il nostro debito quotidiano, che rappresenta una pedagogia della finanziarizzazione dell’economia e in generale del nuovo assetto che ha assunto il modello capitalistico negli ultimi 40 anni. Premesso che economia reale e finanza sono strettamente connesse tra di loro, sin dalle forme grezze di relazioni mercantili, qui proverei a descrivere le pesanti distorsioni che le bolle finanziarie provocano sui rapporti sociali nei quali siamo immersi, a livello planetario.

Bersani, nella sua opera, rileva che il debito pubblico globale è pari a 44.000 miliardi di dollari, se poi si aggiunge il debito privato – cioè quello dei cittadini, delle famiglie e delle imprese – che è di 152.000 miliardi, allora arriviamo a un totale di quasi 200.000 miliardi, una cifra stratosferica, che corrisponde a 3 volte il Pil mondiale prodotto in un anno. [2]

La distorsione finanziaria può essere rappresentata come un gigantesco casinò: se il commercio mondiale di beni e servizi tra stati, in un anno, ha un valore di 20.000 miliardi di dollari, nei mercati finanziari tale cifra viene movimentata in 5 giorni. Per 360 all’anno, nei mercati finanziari si effettuano transazioni che non hanno nessuna connessione con qualcosa che esiste nella realtà.

Su 100 transazioni sul commercio del grano, dice Bersani, una è fatta da qualcuno che produce grano, le altre 99 sono fatte da soggetti che non sanno nulla sulla produzione del grano, ma determinano il prezzo del grano.

Alle transazioni che avvengono nei cosiddetti “mercati regolamentati”, le Borse come Piazza Affari, la City di Londra, eccetera, prosegue l’autore del libro, bisogna aggiungere quelle della finanza ombra (gli scambi tra privati che non vengono registrati) la cui stima, in base a congetture contabili, si aggira intorno a 12 volte il Pil mondiale.

Le orge finanziarie cosmopolite, celebrate dai rentiers, in seguito al 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in Francia, di cui scrive Marx, ai nostri giorni sono diventate orge intergalattiche.

La commistione tra finanza ed economia reale è difficile da districare, il suo grado di vischiosità è molto elevato, molte grandi aziende traggono più profitti dalle negoziazioni di titoli sui mercati finanziati, piuttosto che dalla vendita di beni e servizi. Per queste ragioni, i rapporti tra creditori e debitori devono essere indagati per ciò che sono, vale a dire rapporti di forza tra chi detiene il denaro e chi lo richiede per soddisfare un bisogno, come quello di accendere un mutuo per comprare una casa.

Il debito e la mistificazione della realtà

A cadere in questa morsa del debito, a partire dagli anni '80, non sono solo gli Stati, ma anche i lavoratori e le lavoratrici, le famiglie e le imprese: l’andamento dell’indebitamento totale, derivante dalla somma tra quello pubblico e quello privato, è in continua ascesa.

Su questo snodo, Bersani si chiede: “In che modo abbiamo imboccato questa strada?”

Anch’egli, come tanti altri autori, sostiene che il bandolo della matassa debba essere ricercato nella crisi che si è aperta nei primi anni ’70 del secolo scorso, sebbene trascuri le relazioni tra sovrapproduzione e disoccupazione, le difficoltà dello Stato nel creare lavoro aggiuntivo, le opportunità di spingersi oltre i limiti dello sviluppo mediato dallo Stato sociale, eccetera.

La favola liberista, a cui accenna Bersani, che il mercato avrebbe assicurato il massimo tenore di vita per tutta la popolazione, se avesse potuto fluttuare liberamente, cioè operare a briglia sciolta, senza il controllo dello Stato, ha preso piede, anche perché, nella contraddizione capitale/lavoro, il movimento dei lavoratori non è riuscito ad allentare le “catene” del lavoro salariato.

Per il resto, la tesi di Bersani è calzante: il vincolo oppressivo del debito paralizza l’intera società. La sconfitta del movimento operaio ha come conseguenza la restrizione dei salari, pertanto se il salario non consente di condurre una vita dignitosa, coloro che campano del loro lavoro sono costretti ad indebitarsi; parimenti, il ricorso dello Stato ad indebitarsi con i privati implica un aumento dei costi per i tassi d’interesse crescenti e la riduzione della spesa pubblica ovvero tutti quei servizi gratuiti o con un prezzo calmierato (trasporti, istruzione, sanità, previdenza, eccetera) che costituiscono forme di salario sociale, per le classi meno abbienti.

Tuttavia, Bersani predilige la pista della finanziarizzazione dei rapporti sociali e non si sofferma sulla crisi dello Stato sociale, inteso come modo di produzione, che ha imposto il pieno impiego, la riduzione dei profitti delle imprese o meglio il loro trasferimento ai salari.

Ciò significherebbe aprire una complessa digressione, mentre la mia intenzione, in questa sede, è quella di comunicare, di mettere in comune le sofferenze e le paralisi che il sistema dell’indebitamento determina sulla nostra vita quotidiana: ci sono le buche nelle strade, ma non si possono aggiustare perché non ci sono i soldi, le persone non si curano, in quanto non dispongono di risorse finanziarie, il degrado pervade molti spazi pubblici, ma gli amministratori degli Enti locali non hanno i fondi per intervenire e così via dicendo.

Ora, se l’ideologia del debito permette ai “cravattari” di stringere la corda intorno al collo del singolo individuo, della singola impresa, siamo di fronte a una perfida crudeltà, ma se poi i rentiers riescono ad avvolgere quella corda intorno al collo della stragrande maggioranza della collettività, persuadendola che è l’intera nazione ad essere indebitata, quando i parassiti della finanza traggono enormi benefici, allora siamo di fronte a una mistificazione della realtà.

Legalizzazione dell’usura

Il debito pubblico dell’Italia, che non dev’essere associato al debito della nazione ma, come scrive Roberto Ciccone, nel suo e-book Oltre l’austerità, consiste in un debito di una parte della collettività verso la restante parte della stessa collettività, l’indebitamento verso soggetti esteri rappresenta solo una complicazione, ma non introduce modifiche sostanziali a quanto appena detto [3], in base all’analisi di Bersani, non verrà mai pagato, per due motivi.

Il primo fa riferimento al fatto che la cifra ha raggiunto una somma esorbitante, che non potrà mai essere rimborsata; il secondo esplicita una trasformazione del credito in usura. Sul piano psicologico, l’usuraio teme due eventi, che considera catastrofici: la morte del debitore e il saldo del debito.

L'usuraio, in entrambi i casi perde:

a) l’estrazione periodica del valore, ossia il pagamento degli interessi;

b) la possibilità di determinare l’energia, i pensieri, la vita e i beni dell’indebitato.

Figura 1. Storia del debito pubblico italiano dal 1970 – Fondazione Luigi Einaudi

Nella storia contemporanea del debito pubblico italiano, infine, ci sono due argomenti che vengono ignorati del pensiero mainstream, in tutte le forme in cui esso viene veicolato.

1. Nel 1981 la Banca d’Italia divorziò dal Tesoro e praticamente cessò di acquistare titoli di Stato. Da questa data in poi, i titoli finirono, con interessi crescenti, nelle fauci della speculazione finanziaria interna ed estera; il ricorso al mercato per finanziare l’emissione di titoli pubblici rientra nelle politiche di privatizzazione del debito.

Dal grafico della Figura 1 è possibile vedere che l’esplosione del debito si verifica a partire dal 1981. Nel 1980, nonostante la crescita rispetto al 1970, la percentuale del debito si attesta al di sotto del 60 %, un tasso d’indebitamento che è in linea con il parametro – arbitrario – fissato dalla Troika e che esprime il “virtuosismo” di alcuni paesi dell’UE.

2. C’è un altro fatto che fatica ad emergere, esso giace coperto da una coltre di polvere, senza che venga percepito da coloro che hanno la responsabilità di contribuire alla libertà d’informazione: si crede che con l’indebitamento si finanzi la spesa pubblica. Questa è una corbelleria!

A partire dal 1992, l’Avanzo Primario è positivo, ciò significa che le Entrate monetarie (le imposte) superano le Uscite (la spesa pubblica).

Eppure il debito continua a crescere, per via degli interessi che vengono sborsati, interessi passivi che nel 2022 sono pari a 83 miliardi di euro, cifra che ha subito un aumento di 14 miliardi nel 2023, in seguito all’aumento del tasso d’interesse da parte della BCE. Si stima che nel 2024 gli interessi sul debito saranno oltre 100 miliardi, un valore che si avvicina alla spesa pubblica per la Sanità.

Note

[1] Marx Karl, Il Capitale, libro I, cap. XXIV, Utet, 2013, p. 942.

[2] Marco Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidiano, 05/06/2017

[3] Che cos’è il debito pubblico e perché non è “il” problema, keynesblog.com

Fonte

14/12/2017

Fiscal Compact e povertà di massa: il regime UE dell’usura

Nella complice e colpevole disattenzione dei palazzi della politica, in questi giorni a Bruxelles si decide del futuro del nostro paese.

L’Italia è il paese UE con il più alto numero assoluto di poveri, quasi 11 milioni. Proprio mentre emerge questo nostro record mostruoso, il governo Gentiloni decide di aderire al nuovo accordo europeo sul Fiscal Compact. C’è un rapporto tra i due fatti? Certamente, il secondo aggraverà il primo, il record di poveri non ce lo toglierà più nessuno.

In questi dieci anni di crisi i poveri sono triplicati e questo perché il lavoro e la vita stesse delle persone sono stati sacrificati al rigore di bilancio. Rigore feroce, nonostante che le fake news del regime propagandino l’idea di una spesa pubblica troppo generosa verso i cittadini. In realtà il bilancio pubblico è in attivo da più di venti anni, cioè ogni anno i cittadini versano in tasse allo stato più di quanto ricevano in servizi e prestazioni.

Il deficit della spesa pubblica deriva da una sola voce: gli interessi sul debito che si pagano alle banche. Essi ammontano a quasi 80 miliardi all’anno. Lo stato ne copre circa 50 con i soldi dei cittadini, in particolare lavoratori, pensionati, ceti medi. Il resto sono deficit e manovre, che portano via altre risorse ai servizi pubblici.

Se proiettiamo questo conto su un ventennio, alla spesa pubblica necessaria per fare dell’Italia un paese un poco più civile sono mancati circa 1000 miliardi. Mentre il debito è comunque aumentato di diverse centinaia di miliardi. Per la precisione dal giugno 2011, da quando il presidente Giorgio Napolitano reclamò lacrime e sangue per ridurre il debito pubblico, quest’ultimo è aumentato di circa 300 miliardi.

I cittadini pagano sempre di più per avere sempre meno, ma il debito cresce. E non per colpa dei furbetti del cartellino o dei pensionati, come invece fa credere la propaganda di regime. Tutto questo avviene a causa dell’usura bancaria sullo stato, divenuta legge con la fine del controllo pubblico sulla moneta.

Lo stato italiano dal 1981 non può stampare moneta per finanziarsi, ma deve chiedere prestiti alle banche. Dal 1992, con il trattato di Maastricht e poi con l’euro, lo stato italiano ha persino dovuto cancellare la sua sovranità su come e quanto indebitarsi. Sono i vincoli europei a imporre le decisioni. Così siamo arrivati ad avere cittadini che pagano sempre di più, uno stato che dà sempre meno, un debito che cresce. Tutto in funzione dei profitti delle banche e della finanza internazionale, che grazie alla usura sul debito fanno shopping delle risorse del paese.

Ora il Fiscal Compact renderà questo meccanismo ancora più feroce ed insopportabile. Questo accordo europeo, imposto dalla Germania nel 2012, infatti non solo obbliga al pareggio di bilancio, che vergognosamente PD, Forza Italia e satelliti hanno addirittura inserito nell’articolo 81 della Costituzione. Il Fiscal Compact va oltre questa misura socialmente criminale e impone non solo la stabilizzazione del debito, ma la sua riduzione in venti anni al 60% del PIL. Per l’Italia, che attualmente è al 133%, significa più che dimezzare. Dunque oltre a quelli per pagare gli interessi, dovremmo ogni anno trovare altri 40/50 miliardi per ridurre l’ammontare del debito. In totale ogni anno dovremmo fare finanziarie da 120 miliardi, come per un paese in guerra.

Questa follia è sembrata esagerata persino ai burocrati di Bruxelles, che hanno capito che se la si imponeva troppo rigidamente, sarebbe saltata. Così, in questi giorni, tutti i governi della UE hanno deciso di far slittare il Fiscal Compact, che avrebbe dovuto scattare già l’anno prossimo, al 2019. Inoltre questo patto non dovrebbe più essere inserito nei grandi trattati costituenti la UE, ma diventare una direttiva. Questo fa dire a Gentiloni che l’Italia ha ottenuto un successo. Balle, se non è zuppa è pan bagnato.

Anche l’usuraio a volte allenta il cappio sulla vittima, quando vede che non ce la può più fare. Preferisce rinunciare a qualcosa, ma mantenere il guadagno sicuro e tenere sempre la vittima a propria disposizione.

Il Fiscal Compact sarà meno rigido, ma per questo ancora più micidiale e ridurrà l’Italia a condizioni uguali o persino peggiori della Grecia. Tutto sarà privatizzato, tutto sarà in vendita. E la democrazia sarà completa finzione, perché un superministro del tesoro UE compilerà i nostri bilanci.

Intanto però il Fiscal Compact non scatterà con le elezioni e questo ha permesso a tutte le principali forze politiche di parlare d’altro. Avete per caso sentito RenziDiMaioBerlusconiMeloniGrassoSalvini affrontare davvero la questione? E soprattutto metterla in testa a tutte le altre, visto la sua importanza per i diritti sociali e le vite di tutti?

Quale forza politica oggi in parlamento propone non di sbattere i pugni su qualche inesistente tavolo, ma di DISDETTARE il Fiscal Compact e di riconquistare il controllo sul bilancio pubblico, rompendo con tutti i vincoli dei trattati UE, cioè rompendo con la UE? Nessuna, per questo i burocrati di Bruxelles e la Germania hanno allentato il cappio per qualche mese. Sanno che comunque lo tengono ben saldo su chi governa o vuole governare. Solo la rottura coi vincoli UE e con le complicità con essi può dare un futuro al paese.

Fonte

07/03/2017

Crimini senza vittime e crimini senza criminali

(Estratto da “Crimini senza criminali” di Vincenzo Ruggiero pubblicato sul blog della Oxford University Press.)

Traduzione e cura di Vincenzo Spataro

Esistono crimini senza vittime e crimini senza criminali.

Il crimine finanziario appartiene a questa seconda categoria dal momento che le responsabilità delle crisi dei crack e delle bolle finanziarie della concussione e persino della frode sono difficili da determinare.

Il processo storico che ha condotto alla scomparsa dalla sfera finanziaria di coloro che hanno violato le regole è affascinante.

Nella coscienza Cristiana l’amore per il denaro era visto come un segnale ripugnante di avidità ed un ostacolo alla salvezza eterna: “Nessuno può servire due padroni: non puoi metterti al servizio di Dio e allo stesso tempo servire anche il Denaro”.

Questo precetto biblico era accompagnato tuttavia da una massima piena di ambiguità: “Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

San Francesco era ben conscio della minaccia celata in questo pensiero perché ogni buon Cristiano avrebbe potuto interpretarla come una giustificazione per legittimare il Regno separato di Mammona*.

Gli usurai ad ogni modo erano giudicati “peccatori economici” rei i cui guadagni dipendevano dallo sfruttamento del tempo; le loro finanze venivano valorizzate dalla dilazione, dalla proroga.

Questo era considerato sacrilegio: il tempo da sempre appartiene a Dio.

Infine l’usura è potuta fluire liberamente nella coscienza Cristiana come lo storico Jacques Le Goff suggerisce da quando la creazione del Purgatorio l’ha resa un peccato veniale che si poteva redimere.
Non erano criminali né peccatori coloro che erano dietro la bolla finanziaria causata dalla “tulipomania” olandese e che si sviluppò nell’ultima parte del 1630 quando un bulbo del magnifico Semper Augustus (come viene denominato il famoso tulipano) raggiunse il valore di un dipinto di Rembrandt.

Né fu rilevata alcuna forma di attività criminosa durante crisi simili verificatesi in quel periodo a Londra o Parigi dove i colpevoli furono identificati al massimo, come ingenui investitori che credettero di poter accumulare capitale da un giorno all’altro.

Che avessero acquistato fiori o si fossero accaparrate azioni in borsa, gli investitori vennero identificati come vittime di ineluttabili cause naturali calamità che essi stessi avevano attirato su di loro a causa di una personale idiozia; come chiarì poi Jeremy Bentham nessun impianto legislativo fu mai ideato per proteggere quegli idioti.

In seguito abbiamo continuato a imbatterci in altre crisi non in peccati figuriamoci in crimini.

Il Bubble Act** inglese del 1720 tentò di regolare le pratiche finanziarie e prevenire l’euforia; ma dopo che fu revocato nel 1825 gli imprenditori delle ferriere industriali corrotti e truffatori divennero i protagonisti del secolo. Il collasso della Royal British Bank e della Tipperary Bank avvenne mentre oltreoceano le carriere di magnati leggendari come Jay Gould Cornelius Vanderbilt e John D. Rockefeller erano in rapida ascesa. Operatori minori e insignificanti amministratori disonesti furono messi sotto torchio mentre gli uomini d’affari di primo piano furono perdonati.

Questi ultimi si costruirono una reputazione di filantropi generosi: come i ricchi Cristiani del passato facevano ammenda per la loro ingordigia attraverso donazioni monetarie i nuovi disonesti posero le basi per la fondazione delle future associazioni di beneficenza.

Le colpe del crimine finanziario si spostarono quindi in modo definitivo verso le sue vittime cioè gli investitori imprudenti e insaziabili coinvolti in quelle che erano iniziative palesemente fraudolente.

Il biasimo rivolto alle vittime continuò per decenni portando alcuni osservatori critici a equiparare il crimine finanziario allo stupro e i criminologi positivisti a coniare il termine “criminaloide”.

E arduo stabilire quanti “criminaloidi” furono responsabili per la crisi del 1929.

Quando crollò Wall Street fu chiaro che le strategie della finanza creativa si erano mescolate con schemi illeciti creando valide occasioni per avventurieri e truffatori. In quel periodo fu coniato in criminologia il concetto di “crimine dei colletti bianchi” e i responsabili tutte persone rispettabili dell’alta borghesia furono definitivamente inseriti tra i suoi oggetti di studio. John Maynard Keynes che perse una considerevole parte dei suoi investimenti durante quella crisi la descrisse come una delle più grandi catastrofi economiche della storia moderna un colossale pasticcio che dimostrava quanto fosse facile perdere il controllo di “una macchina fragile il cui funzionamento noi non riusciamo a comprendere”.

Il Piano Marshall attivato dopo la Seconda Guerra Mondiale aiutò a ricostruire l’economia in alcune nazioni europee ma allo stesso tempo diede luogo all’appropriazione indebita di enormi somme e alla creazione di fondi illeciti destinati a finanziare partiti politici fedeli agli USA.

I nomi di Drexel Milken Maxwell e Leeson hanno segnato gli anni ’80 e ’90 quando i procedimenti penali a carico di un rilevante numero di finanzieri disonesti non alterò comunque l’idea che le imputazioni criminali nella sfera finanziaria siano del tutto inappropriate. La finanza come la cupidigia si regola da sola e consente la coesistenza pacifica di ogni sorta di predatore. WorldCom, Enron, Parmalat, e Madoff appartengono al secolo attuale che rivela quanto i meccanismi regolatori siano ostacolati da un sistema costituito da avidità e in cui sono coinvolti banchieri politici e revisori contabili.

La crisi del 2008, infine, prova come specifiche misure mirate a evitare crisi future siano rigettate o criticate nel nome della libertà di mercato. Commentando la crisi, Andrew Aldane, Direttore Esecutivo della Banca d’Inghilterra, ha ribadito inavvertitamente il concetto di Keynes secondo cui la conoscenza del mondo finanziario è scarsa. Il settore, ha detto, non è popolato da criminali bensì da individui immersi nell’incertezza: vengono compiuti degli errori ma sono errori “onesti” non fraudolenti errori che tutti commetterebbero.

Quando furono pubblicati i Panama Papers venne piuttosto alla luce una certezza: i crimini senza criminali si verificano nelle aree grigie dove l’evasione fiscale, le tangenti, il riciclaggio di denaro e tutte le altre forme di “denaro sporco” contribuiscono a creare la ricchezza occulta degli Stati.

Note:
* Il termine è usato nel Vecchio Testamento per personificare il profitto la ricchezza materiale accumulata in modo disonesto e veloce ed altrettanto sprecata in lussi e piaceri inutili. In termini generali rappresenta Satana.
** Legge inglese approvata in Gran Bretagna dopo il crollo della borsa londinese del 1720 causato dalle forti speculazioni sui titoli della South Sea Company.

* Vincenzo Ruggiero è professore di Sociologia e Direttore del Centro per la Ricerca Sociale e Criminologica alla Middlesex University di Londra; autore di: “Dirty Money: On Financial Delinquency” pubblicato da Oxford University Press in gennaio 2017.

Fonte

10/08/2016

Sveliamo il trucco del Grande Debito

Marco Bersani - tratto da http://ilmanifesto.info

Nel 2015, secondo l’Istat, le famiglie che in Italia vivevano in povertà assoluta sono diventate 1 milione e 582 mila, pari a 4 milioni e 598 mila persone, il numero più alto dal 2005.

Sempre nel 2015, una ricerca Censis-Rbm calcola in oltre 11 milioni (coinvolto il 43% delle famiglie italiane) le persone che hanno dovuto rinviare o rinunciare a cure mediche adeguate, a causa delle difficoltà economiche. Nel medesimo anno, come in tutti gli anni precedenti, lo Stato ha pagato 85 miliardi di euro solo per gli interessi sul debito pubblico.

C’è connessione fra queste cifre? Chi dice di no non ha mai fatto parte né della categoria della povertà assoluta, né di quella che fatica a curarsi adeguatamente. E’ per questo che considera il debito pubblico italiano come essenzialmente dovuto alla dissennatezza collettiva dell’aver vissuto per anni «al di sopra delle proprie possibilità» e trova ora normale doverne pagare lo scotto (interessi compresi), sapendo che ricadrà su ben precise fasce di popolazione.

Ma è andata davvero così? Naturalmente no e bastano pochi dati a dimostrarlo.

Negli ultimi 20 anni, il bilancio dello Stato si è chiuso in avanzo primario (rapporto fra entrate e uscite) per 18 volte e la parte dei cittadini che ha sempre pagato le tasse ha versato allo Stato almeno 700 miliardi di euro in più di quello che ha ricevuto sotto forma di beni e servizi.

Come mai allora il nostro debito continua a veleggiare oltre i 2.200 miliardi di euro? Perché dal divorzio fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, e la conseguente fine della copertura «in ultima istanza» da parte di quest’ultima dei prestiti emessi dallo Stato, gli interessi da pagare sul debito sono saliti alle stelle, tanto che ad oggi abbiamo già collettivamente pagato oltre 3.000 miliardi di interessi su un debito che continua a salire e che auto-alimenta la catena, ingabbiando la vita e i diritti di tutti.

La spesa per interessi è pari a oltre il 5% del Pil e rappresenta la terza voce di spesa dopo la previdenza e la sanità. Se a tutto questo aggiungiamo il fiscal compact, ovvero l’impegno preso in sede europea a riportare il rapporto debito/Pil dall’attuale 130% al 60% nei prossimi venti anni, con un taglio conseguente della spesa pubblica di circa 50 miliardi/anno, il quadro della trappola diviene evidente: il debito serve a trasferire risorse dal lavoro al capitale e a consegnare ai grandi interessi finanziari, attraverso alienazione del patrimonio pubblico e privatizzazioni, tutto ciò che ci appartiene.

E la sottrazione di democrazia messa in campo con la riforma costituzionale, sulla quale si voterà in autunno, rappresenta solo il tentativo di approfittare della crisi per approfondire le politiche liberiste, sostituendo la discussione democratica con l’obbligo alle stesse e il necessario consenso con la collettiva rassegnazione.

La trappola del debito diviene ancor più evidente se poniamo l’attenzione sugli enti locali e le comunità territoriali, ormai giunti al collasso finanziario, grazie al combinato disposto di patto di stabilità (e pareggio di bilancio), tagli ai trasferimenti e spending review: quanti sanno infatti che, nonostante il contributo degli enti locali al debito pubblico italiano sia pari solo al 2,4%, sugli stessi si sia scaricata la maggior parte delle misure, al punto che dal 2008 i tagli delle risorse a loro disposizione sono passati da 1.650 a 15.500 miliardi (+900%) ?

Di fronte a questi dati, possiamo continuare a dire che il debito è ineluttabile e a considerare gli interessi sullo stesso normale parte del contratto stipulato? Possiamo continuare a pensare che il debito, in quanto colpa, va saldato e trovare normale che a quella cultura si educhino intere generazioni già nella scuola, con la trasformazione dei giudizi sull’apprendimento in «debiti» e «crediti»? Credo di no e, a sostegno di questa tesi, basta leggersi l’art.103 della Carta dell’Onu, quando pone l’obbligo di ogni Stato a garantire pace, coesione e sviluppo sociale sopra ogni altro e qualsivoglia impegno contratto dallo stesso.

Del resto, qualcuno può ritenere sostenibile mantenere un debito, che oltre allo stesso, comporti la sottrazione annuale di 135 miliardi di euro di risorse collettive, per pagarne gli interessi e per adempiere al fiscal compact?

Da che mondo è mondo, non si è mai visto un creditore anelare al pagamento del debito. L’usuraio teme due soli eventi nella sua «professione»: la morte del debitore e il saldo del debito, perché, in entrambi i casi, perderebbe la fonte periodica del suo sostentamento – gli interessi – e la possibilità di dominio sull’altro e sulle sue scelte in merito ai suoi averi e proprietà (nel caso degli Stati, i beni comuni).

Ecco perché il debito deve smettere di essere un tabù e deve divenire parte concreta delle battaglie per un altro modello sociale. Se il debito è oggi agitato come «lo shock per far diventare politicamente inevitabile, ciò che è socialmente inaccettabile» (Milton Friedman), occorre che le popolazioni passino dal panico prodotto dallo shock – che comporta paralisi, ripiegamento individuale e adesione alla narrazione dominante – alla sana pre-occupazione, ovvero alla capacità collettiva di iniziare ad occuparsi di sé, della collettività e del comune destino.

Rifiutando la trappola del debito e rivendicando a tutti i livelli – locale, nazionale e internazionale – la necessità di un’indagine indipendente e partecipativa che sveli quanta parte del debito è illegittima e quanta parte è odiosa – dunque da non pagare – e che affronti, partendo dall’incomprimibilità dei diritti individuali e sociali, tempi e modi del pagamento dell’eventuale restante parte legittima.

Di tutto questo se ne discuterà all’università estiva di Attac Italia, a Roma dal 16 al 18 settembre, in una serie di seminari che, partendo dal debito internazionale (con la presenza di Eric Toussaint del Cadtm), arriverà a mettere a confronto le nuove esperienze di movimento e istituzionali nelle «città ribelli» di Barcellona, Napoli e Roma (http://www.italia.attac.org/index.php).

Un’occasione per liberare il presente e riappropriarci del futuro.

29 luglio 2016

Fonte

10/05/2016

Massacro sociale in Grecia, Tsipras il collaborazionista

È bene conoscere in concreto le misure adottate dal governo Tsipras per conto degli usurai della Troika, perché il palazzo europeista e il giustificazionismo a prescindere di alcuni, sempre più ridotti per fortuna, settori della sinistra ex radicale, tendono assieme a nascondere la realtà.

Il governo ha tagliato tutte le pensioni sopra il livello minimo di 384 euro mensili.

Il governo ha aumentato le tasse sulle, cioè ridotto le, retribuzioni che superano i 795 lordi mensili.

Il governo ha aumentato l’IVA su tutti i principali beni al 24%.

Il governo ha aumentato gli affitti calmierati delle abitazioni.

Queste sono le misure che colpiscono in Grecia chi ancora un lavoro, una pensione, una casa ce l’ha. Poi bisogna aggiungere il sequestro dei fondi degli ospedali, che non hanno più i soldi nemmeno per le emergenze, le privatizzazioni a saldo, perché ovviamente sono le multinazionali a scegliere e a fare il prezzo.

E naturalmente bisogna ricordare il 25% di disoccupazione ed il 40% di povertà ufficiali.

In cambio di questo sangue la Grecia riceve periodicamente prestiti che alla fine di una partita di giro tornano tutti a chi li ha erogati, sotto forma di interessi sul debito. Per questo è giusto parlare di usura internazionale e lo denunciò nel passato anche Tsipras, che prima di firmare la resa aveva affermato che non un centesimo dei prestiti della Troika era andato al popolo greco.

Insomma la Grecia è un paese saccheggiato ed affamato da una occupazione estera di rapina, che usa le banche al posto delle cannoniere, ma che non è meno feroce del conquiste militari del passato.

Ha suscitato qualche scandalo il fatto che io abbia definito, in questo contesto terribile, il governo Tsipras come fantoccio della Troika. Se questo termine sembra troppo brutale possiamo usare quello tecnicamente inappuntabile di governo collaborazionista. Collaborazionista era nel 1940 il governo Petain in Francia con gli occupanti tedeschi. Collaborazionista il governo socialdemocratico in Danimarca, sempre nel 1940, con l’occupazione militare da parte della Germania. All’inizio questi governi riscossero un grande consenso popolare perché il loro slogan: noi siamo il meno peggio, sembrava l’unico possibile.

Il governo Tsipras attua le misure dei banchieri occupanti e collabora con loro con la stessa argomentazione di fondo: il meno peggio.

Noi stiamo invece con chi lotta, con chi ha scioperato sfidando fame e polizia, con i 30 sindacalisti del PAME arrestati in un solo giorno, con chi scende in piazza e non si arrende. È dura, ma alla fine la Resistenza vince e il collaborazionismo finisce nelle pattumiere della storia.

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15/08/2015

La Chiesa e la finanza: un po’ di storia

La recente enciclica “Laudao sì” di Papa Francesco ha suscitato molti commenti, non tutti favorevoli. In particolare gli “atei devoti” del “Foglio” hanno dato spazio a critiche relative al giudizio sul capitalismo e la finanza ivi contenuto. Non ci sembra dunque cosa inutile scavare nella storia per ricostruire il punto di vista della Chiesa sulla finanza.

Nell’Antico Testamento, la pratica del prestito ad interesse era proibita (“se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse” Esodo 22, 24.  “se tuo fratello… cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo,… non pretendere da lui interessi né utili “ (Levitico 25, 35-37) ma con una eccezione:

<< Non far pagare interessi a tuo fratello, né per denari, né per cibo, né per alcuna altra cosa che si presti ad interesse. Fa pagare interessi al forestiero, ma al tuo fratello non far pagare interessi>>

Per cui agli ebrei era proibito prestare denaro ad interesse ad altri ebrei, ma potevano prestarne ad interesse ai cristiani ed, in effetti, i primi prestatori di denaro (sarebbe troppo il termine “banchieri”) furono ebrei.

Più complicata era la condizione dei cristiani, sia perché il dettato evangelico implica che ogni uomo è fratello, per cui era proibito sempre prestare ad interesse, sia perché il Nuovo Testamento conteneva prescrizioni sfavorevoli all’usura, forse meno chiare (come nel caso di Luca 6,35) ma, in compenso, prive di eccezioni. Prescrizioni poi ribadite dai concili di Nicea (325) e Cartagine (398).

Si badi che, per la morale cristiana, come per il pensiero di Aristotele, l’usura non è pertinente all’entità dell’interesse, ma è una “forma di guadagno contro natura”, perché il denaro è pensato per lo scambio e solo per lo scambio, dunque è costitutivamente sterile e non può creare altro denaro, per cui, l’interesse pagherebbe il tempo per il quale è stato offerto, ma il tempo è di Dio, per definizione. Dunque, nessun interesse è lecito.

Il concilio Laterano III, nel 1179 comminò la scomunica per gli usurai, vietandone la sepoltura in terra benedetta se non avessero restituito l’ingiusto guadagno prima di morire e il Concilio di Vienna (1311-12) rincarò la dose dichiarando eretico chiunque sostenesse non essere peccato l’usura.

E la cultura del tempo non era di diverso avviso: Dante, nel XVII canto dell’Inferno, colloca gli usurai nel girone riservato agli avari. Per il tempo, l’avarizia, uno dei sette peccati capitali, includeva anche l’avidità e, per essa, il desiderio di guadagnare più di quanto fosse necessario a vivere nel proprio stato sociale. Giovanni del Biondo dipinse San Giovanni Evangelista che calpesta l’avarizia, la superbia e la vanagloria. Ed ancora nel 1777, un decreto del Parlamento parigino  vietava ogni prestito ad interesse, poiché l’usura è proibita dai sacri canoni ed  è solo dopo la rivoluzione, nella discussione sul codice civile, che si ammetterà un interesse lecito, purché contenuto entro il 5%.

D’altro canto, però, i pontefici avevano fatto uso continuo dei prestiti dei finanzieri, occultati da anticipi sul cambio di valuta: pertanto il prezzo pagato per il servizio compensava non l’interesse, ma il lavoro del cambiavalute.

Ma il pensiero della Scolastica (ed in particolare Tommaso d’Aquino) aprì un passaggio sostenendo che l’interesse è lecito quando vi sia rischio di perdita (danno emergente) o mancato guadagno (lucro cessante) e sono autorizzati anche i prestiti ad interessi ai principi ed allo Stato (dunque anche al Papa in quanto sovrano). Successivamente lo saranno anche i guadagni da società commerciali costituite da “soci d’opera” e “Soci di capitale” e, di conseguenza, diventavano leciti anche gli interessi da deposito presso un banchiere, perché intesi come “partecipazione all’impresa”.

Anche se la Chiesa continuò a riprovare la deprecata pratica del prestito ad usura (ancora nel 1745, con l’enciclica “Vix pervenit” Benedetto XIV tornò a condannarla), nella sostanza si adattò a conviverci, magari preferendo banchieri ebrei come i Rothschild, giusto per avere meno scrupoli.

Gli effetti non si fecero attendere: se, da un lato, questo “sdoganò” nei fatti la finanza, quindi consentì lo sviluppo capitalistico e, con esso, il processo di modernizzazione e la rivoluzione  industriale, dall’altro contribuì a spingere l’attività finanziaria sul crinale di teorizzazioni etiche, poi tradotte in formule giuridiche, sempre più sofisticate e criptiche, che furono una delle ragioni del sorgere di quella “gente d’espediente” più volte criticata nella letteratura d’epoca. Ma, soprattutto ci furono conseguenze sociali: l’autorizzazione morale al prestito ad interesse aveva escluso il prestito alla “gente minuta” che avrebbe dovuto godere gratuitamente dell’ “aiuto fraterno”, per essere riconosciuta nei prestiti a sovrani e mercanti (di alto livello ovviamente), ed autorizzata anche per i depositi bancari (che, si immagina, fossero fatti soli da classi elevate). Ovviamente, di finanzieri dediti al gratuito ”aiuto fraterno” se ne videro assai pochi e la finanza si concentrò sui grandi affari, con il risultato di cementare il blocco di interessi delle classi dominanti. A favorire quella cristallizzazione delle oligarchie, fu in primo luogo la finanza che qui in Italia aveva i suoi natali. Alla gente minuta si aprì la strada del Monte di Pietà, che, peraltro praticò anche esso prestiti ad interesse (è di lì che nasce il Monte dei Paschi di Siena e altre banche simili).

Ed è rilevante anche un altro aspetto: aver teorizzato la non pertinenza dell’usura all’ammontare degli interessi, ebbe la conseguenza, una volta autorizzato l’interesse in sé, di non prestare attenzione per molto tempo  all’entità degli interessi richiesti, e per una definizione giuridica dell’usura in riferimento alla loro entità, si dovettero aspettare alcuni secoli. Ovviamente, questo si risolse in un vantaggio secco per i banchieri che acquistarono un peso sempre maggiore anche in sede politica. In qualche modo, i banchieri furono la spina dorsale dell’oligarchia che era venuta formandosi.

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07/07/2015

Chi ha guadagnato sull'impoverimento della Grecia? Il Fmi, per esempio

Interessi da usura imposti sui prestiti concessi alla Grecia hanno permesso al Fondo Monetario Internazionale di arricchirsi, guadagnando 2,5 miliardi di euro di profitti dal 2010 a oggi.

In tutti i piani di aiuto concessi ai paesi coinvolti nella crisi del debito sovrano, grazie a un interesse del 3,6% l'istituto di Washington ha intascato profitti pari a 8,4 miliardi di euro, oltre un quarto dei quali provengono effettivamente dal programma di sostegno ad Atene.

Tutti i soldi sono andati ad aggiungersi alle riserve del Fondo, che ora vale 19 miliardi. Tali fondi sono usati nel caso in cui un paese faccia default sul debito, ovvero come è successo alla Grecia a giugno, quando non è riuscita a restituire gli 1,6 miliardi che doveva al Fondo. Al momento i soldi che la Grecia deve ancora ripagare all'Fmi equivalgono a una somma di € 24 miliardi.

Tim Jones, economista presso Jubilee Debt Campaign molto critico verso le politiche della troika, ha denunciato che non solo il prestito dell'Fmi ha salvato le banche ma ha anche portato altro denaro fuori dal paese. Un interesse da usura come quello imposto ha pesato ulteriormente su un popolo greco già alle prese con un debito ingiusto".

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28/06/2014

Nuovi ospedali: "project financing" o strozzinaggio legalizzato?

L'articolo che segue è tratto dall'edizione cartacea di Senzasoste attualmente in edicola. Abbiamo pensato di pubblicarlo in contemporanea anche sul nostro sito perché la questione nuovo ospedale è al centro del dibattito politico cittadino. Dopo l'annuncio del nuovo sindaco di voler stoppare l'operazione, Livorno è sotto attacco da parte del "governatore" Rossi, che paventa scenari apocalittici e chiede (da vero signore qual è) la restituzione dei soldi che la Regione avrebbe speso per la viabilità. Questo articolo dimostra invece che sull'operazione nuovo ospedale di motivi di perplessità ce ne sono parecchi, e che la nuova Giunta farebbe bene ad aprire subito un audit per capire come sono stati calcolati gli interessi del "project financing". Leggete cosa sta succedendo in Veneto (red.)

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di Dattero e Ciro Bilardi

Il project financing è quello straordinario escamotage per cui il privato anticipa dei soldi per costruire un’opera pubblica e in cambio si aggiudica concessioni per un periodo “congruo” a ripagare tale anticipo. Nel progetto del nuovo ospedale a Montenero a fronte di 81 milioni di euro di anticipi ai privati verrebbero assegnate concessioni della durata di 34 anni per un valore di 32,7 milioni di euro all’anno. Un totale di 1 miliardo e 111 milioni di euro!

In Veneto, dove il project financing è stato utilizzato a piene mani, questo meccanismo è nell’occhio del ciclone. Ma quanto leggerete non è stato pubblicato dalla stampa locale livornese.

L’attuale presidente del Veneto Zaia, che è un leghista e non un pericoloso “ambientalista del no” aveva incentrato la sua campagna elettorale del 2010 sull’annullamento dei project financing onerosissimi stipulati dal suo predecessore Galan. Ma una volta eletto ha scoperto che i contratti sono blindati da penali impossibili. “Chiedo aiuto al Parlamento” ha dichiarato “voglio chiudere i project del passato perché ci costano un’enormità in termini finanziari, ma ho bisogno di una normativa che mi consenta di liquidare i privati con una transazione. Il problema è di livello nazionale”.

Galan, che aveva “regnato” in Veneto per 15 anni ed era stato anche ministro con Berlusconi, è attualmente coinvolto nell’inchiesta Mose. Secondo i magistrati si era fatto uno “stipendio” di un milione l’anno solo di mazzette, in cambio delle quali, guarda caso, avrebbe "accelerato l'iter procedurale dei project financing”.

Per il nuovo ospedale di Santorso, nell’Alto Vicentino [nella foto in alto], un’associazione ha realizzato un audit e ha calcolato che per il noleggio delle attrezzature sanitarie i tassi di interesse arrivavano al 22%, quando un tasso del 10,5% era già da considerarsi usura. Se l’ULSS avesse chiesto gli stessi soldi in banca avrebbe un debito di 3 milioni e 865 mila euro l’anno, mentre con il project financing restituirà 7 milioni e 629mila euro l’anno. La differenza complessiva è di 150 milioni di euro regalati ai privati.

È stato presentato un esposto firmato anche da un sindaco, sei assessori e trenta consiglieri comunali di ben 11 Comuni, si è mossa la Corte dei Conti che sta procedendo per danno erariale, ma anche la magistratura ordinaria che sta indagando per usura.

Ma quali sono le imprese con cui in Veneto sono stati stipulati questi accordi capestro? Ecco le onnipresenti CMB e CCC, ovvero le cooperative piddine emiliane, impegnate anche nella discussa Expo 2015, e per i due ospedali di Castelfranco-Montebelluna c’è anche Guerrato, l’impresa che ha vinto l’appalto per l’Ospedale di Montenero. Nel caso dell’Ospedale di Venezia troviamo Co.ve.co (cooperative piddine del Veneto) associate al gruppo Guerrato per l’ospedale di Montenero e presenti pure loro nell’Expo 2015.

Alcune domande “sorgono spontanee”. La prima è: nel caso dell’ospedale di Montenero come sono stati calcolati gli interessi per i privati? Sarebbe necessario far partire un audit prima che sia troppo tardi. L’assessore Marroni ha infatti dichiarato che «Le regole del project financing prevedono che una parte della negoziazione avvenga dopo che c’è stata l’assegnazione provvisoria. Dopo di che sarà il momento dell’assegnazione definitiva».

L’importo di 1 miliardo e 111 milioni di euro certamente non è tutto profitto netto, ma è comunque una cifra impressionante. Tanto per dare un’idea, corrisponde a un migliaio di posti di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Quanti sarebbero invece i posti di lavoro assicurati dai privati? Perché non utilizzare questi soldi per assumere direttamente gli operatori sanitari?

E come mai la Regione Toscana, che ama vantarsi del proprio sistema sanitario pubblico, adotta un meccanismo finanziario che apre le porte a partner privati inamovibili esternalizzando anche servizi essenziali come la sterilizzazione? Come mai si introduce un meccanismo che come dimostra la cronaca veneta è criminogeno? Interrogativi inquietanti a cui il “governatore” farebbe bene a rispondere.

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