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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/05/2026

Sette storie per non dormire: Telecom Italia

In una serie di articoli dedicata alla distruzione delle imprese italiane non poteva mancare una trattazione dedicata a Telecom Italia, una grande azienda che nell’ultimo trentennio è stata resa oggetto di ripetuti assalti, che l’hanno ridotta al fantasma di se stessa.

Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).

Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.

La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.

Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.

Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.

Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).

Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).

Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.

Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.

Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).

Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).

Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.

In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.

Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.

Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).

Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).

Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.

Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.

Fonte

04/09/2023

Una rete fatta di nodi

di Guido Salerno Aletta

La telenovela di Tim prosegue: si illude chi pensa che i problemi siano stati finalmente risolti, e che siamo giunti all'Happy End con l'ingresso minoritario dello Stato italiano nella nuova società che ne rileverà la rete. Anche delle ultime vicende sappiamo tutto, soprattutto che neppure l'ultimo giro azionario fatto dai francesi di Vivendi è andato come speravano. Con i tassi di interesse alle stelle che vanno a gravare su un debito assai più che consistente, essendo arrivato a 31,3 miliardi di euro. Ormai non c'è nessuna possibilità di abbatterlo per vie interne: il settore delle telecomunicazioni, a livello azionario e di mercato, è in ribasso da anni con prezzi e margini sempre più esigui.

Da vendere, Tim non ha più niente, oltre la rete, dopo la cessione delle partecipazioni estere, anch'esse comprate a debito quando le loro valutazioni erano altissime, gli asset immobiliari e la messa a fattor comune con gli altri operatori delle torri di accesso ai sistemi radio.

La rete sarà scorporata, messa dentro una scatola societaria insieme ad una consistente quota dei debiti in essere per un ammontare compreso tra gli 8 ed i 10 miliardi di euro, per essere acquistata da una Net.co di nuova costituzione: il prezzo della offerta congiunta da presentare a TIM sarà compreso tra i 20 ed i 23 miliardi di euro. La compagine azionaria sarà assai variopinta: gli americani del Fondo KKR avranno il 65%, il MEF entrerà con un investimento di 2-2,5 miliardi che non corrisponde affatto a quel 20% che servirebbe, insieme al restante 15% ripartito tra F2I che prenderebbe il 10% ed un altro partner italiano con il residuo 5%, per arrivare al 35%. L'obiettivo è infatti quello di raggiungere il 35% da parte di un complesso degli azionisti italiani, al fine di creare una minoranza di blocco nel caso di operazioni straordinarie.

Sullo scorporo, è chiaro che non verrà fatta una scissione proporzionale che sarebbe esente da imposte sulle eventuali plusvalenze e manterrebbe gli azionisti attuali nel loro ruolo, ma che si tratterà della cessione contemporanea di un ramo di azienda e di debiti. In proposito, sarà necessario ricevere il consenso di tutti i creditori: sia di quelli ceduti che di quelli residui, che potrebbero eccepire un depauperamento delle rispettive garanzie.

Non solo: bisogna capire dove finirà il corrispettivo incassato da TIM dalla cessione della rete, se andrà ad alimentare un dividendo straordinario a tutto beneficio degli azionisti oppure anche ad una riduzione del debito residuo. Una società di telecomunicazioni che gestisce solo servizi, non ha molti margini di profittabilità una volta che perde gli introiti derivanti dall'accesso e dalla interconnessione di altri operatori alla sua rete.

Davvero mogio, dunque, questo ritorno dello Stato italiano in quella che era stata la Stet, la capogruppo da cui dipendeva non solo la SIP poi diventata Telecom Italia, ma anche Italcable e le svariate partecipate all'estero, oltre che un nugolo di società di servizi come la SIRTI che realizzava gli impianti, e che aveva pure assorbito la ASST, l'Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, trasformata in Iritel. C'era pure Telespazio, poi ceduta a Finmeccanica.

Era un complesso industriale ai vertici mondiali sotto il profilo tecnologico e della redditività, ma sempre per merito degli interventi pubblici. Lo Stato versava all'ASST circa 1.000 miliardi di lire l'anno per fare investimenti, mentre la Cassa Depositi e Prestiti aveva erogato alla Sip il prestito necessario a finanziare il Piano Europa, volto ad introdurre la teleselezione automatica, per chiamare direttamente da una città all'altra senza dover ricorrere ai centralinisti.

Dal nocciolino duro della Fiat alla Tecnost dei Capitani Coraggiosi che fece l'Opa del secolo tutta a debito poi scaricato sulla preda, dalla Olimpia del Gruppo Pirelli agli spagnoli di Telefonica in TELCO, anche la stagione dei francesi si sta concludendo.

Il successivo nodo da affrontare è quello delle partecipazioni incrociate della Cassa Depositi e Prestiti (CDP), di cui il MEF è azionista all'83%. Non solo la CDP detiene il 60% di Open Fiber, mentre il 40% è di proprietà degli australiani di Macquaire, ma ha anche il 9,81% di TIM, rispetto al 23,7% di Vivendi. Se, dunque, la CDP rimarrebbe esclusa dalla partecipazione all'azionariato che acquisterebbe la ex-rete di TIM, rimarrebbe un attore principale nella prospettiva di unificare le due reti, quella ex-TIM e quella di Open Fiber.

Anche in quest'ultimo caso, c'è stato un passaggio di mano: in precedenza, Open Fiber aveva due azionisti paritetici, entrambi al 50%, ENEL e CDP. Ad un certo punto, immaginando già di pervenire ad una fusione tra le due reti, quella di TIM e quella di Open Fiber, si ritenne del tutto incongrua la presenza contemporanea di due partner industriali, TIM ed ENEL, per cui si decise di far uscire ENEL da Open Fiber. Quest'ultima società, che ha come scopo esclusivo la realizzazione e la gestione di reti di telecomunicazioni, agendo in particolare come concessionaria di INFRATEL per quelle nelle aree a fallimento di mercato, venne valutata complessivamente 5,5 miliardi di euro: il 50% messo in vendita da ENEL fu comprato per il 40% dagli australiani di Macquaire, e per il 10% dalla CDP che arrivò così al 60%.

Se rimanessero fermi i numeri già noti, da un'eventuale fusione tra la ex-rete di Tim e quella di Open Fiber nella ipotesi che avesse un valore pari alla somma aritmetica delle due entità, le quote azionarie sarebbero queste: KKK avrebbe il 48%; il Mef + F2I + l'altro socio italiano previsto, avrebbero insieme il 28%, cui si aggiungerebbe il 12% della CDP arrivando così al 40%; Macquaire l'8%.

Deve essere chiaro un altro punto: lo Stato sta finanziando da anni, attraverso Infratel che emana appositi bandi, gli investimenti necessari per la posa della fibra ottica e di altre connessioni a larghissima banda nelle aree a fallimento di mercato, definite aree bianche, e nelle altre in cui ci sarebbe un solo operatore ad agire senza concorrenti denominate aree grigie. Alla scadenza della concessione di Open Fiber, sempre che rimanga in essere dopo la ipotizzata fusione tra le due società, Net.co ed Open Fiber, le infrastrutture realizzate da quest'ultima con i fondi erogati da Infratel dovranno essere retrocesse allo Stato, che ne è stato il finanziatore.

In pratica, lo Stato italiano non solo aumenta il debito pubblico per finanziare gli investimenti in infrastrutture fatti da Open Fiber, anche mediante le risorse del PNRR, ma ora lo farà anche per acquistare una quota minoritaria della Net.co derivante dallo scorporo della rete ex-TIM, una scatola societaria che incorpora altro debito.

I fondi privati di investimento, KKR e Macquaire, saranno molto attenti alla remunerazione delle loro risorse, sia quelle impiegate con la prospettata offerta di acquisto della ex-rete di TIM che quelle già pagate ad ENEL per la già effettuata acquisizione di azioni di Open Fiber: chiederanno, con ogni probabilità, un aumento delle tariffe che dovranno essere pagate al nuovo monopolista derivante dalla fusione delle due reti, di cui avranno la maggioranza. È inimmaginabile che KKR metta sul piatto gli oltre 13 miliardi che servono per comprare il 60% della Net.co senza avere la garanzia di un ritorno adeguato.

C'è da capire quale sarà l'effettivo ruolo dello Stato, visto che avrà una partecipazione azionaria minoritaria ma una grande responsabilità per gli investimenti. Per il momento, è chiaro che si tratta di tirar fuori TIM dalla difficoltà strutturale in cui si trova: sono più consistenti le risorse che si devono impiegare per realizzare la nuova e più performante rete che i proventi che derivano da quella esistente, con gli accessi fisici tuttora prevalentemente in rame.

Facciamo un po' di conti in tasca al MEF: se, per ipotesi, il prezzo del 100% della Net.co fosse di 20 miliardi di euro, con i 2 miliardi ora previsti per la partecipazione alla acquisizione, il MEF sarebbe proprietario del 10% della società. E se nella Net.co venissero conferiti 10 miliardi di euro, il MEF sarebbe proprietario in proporzione anche del 10% del debito della Net.co, pari ad 1 miliardo di euro: in pratica, il MEF si indebita sul mercato finanziario, facendo nuovi debiti per 2 miliardi, per comprare 1 miliardo di rete ed 1 miliardo di altro debito.

Fonte

05/09/2020

Mediaset-Vivendi, l’ora dei “campioni europei”

La Corte di giustizia dell’Unione europea dà ragione a Vivendi, boccia la legge Gasparri e apre a un “giro di vite” di enorme rilievo strategico nelle telecomunicazioni (tlc) italiane, potenzialmente decisivo per tutto l’assetto dell’Unione.


La sentenza della Corte

La legge Gasparri, istituita nel 2004 durante il secondo governo Berlusconi, sanciva che una società i cui ricavi superino il 40% nelle comunicazioni elettroniche non potesse conseguire ricavi maggiori del 10% in altri ambiti del Sistema integrato delle telecomunicazioni (Sit), evitando così un’eccessiva concentrazione nel mercato audiovideo.

È su questa legge che l’Agcom si era pronunciata nel 2017 per impedire a Vivendi di detenere contemporaneamente le sue quote in Telecom (primo azionista col 23,9% del capitale) e in Mediaset (secondo con il 28,8%, ma il 29,9% dei diritti di voto), costringendola a “parcheggiare” il 19,19% di Mediaset in Simon Fiduciaria, cui Mediaset ha sempre negato accesso e voto nelle assemblee del cda basandosi proprio sulla legge Gasparri.

Ma la Corte, rifacendosi all’articolo 49 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), ha rigettato la legge in quanto «ostacola o scoraggia l’esercizio» da parte di Vivendi «della libertà di stabilimento garantita dal Tfue», ossia della libertà di concorrenza per un’impresa all’interno del confini dell’Ue.

Le conseguenze per Mediaset

La sentenza della Corte apre così la possibilità da parte di Vivendi, nonché di qualsiasi altra società interessata, alla scalata alla società della famiglia Berlusconi. Che infatti, a seguito della macigno calato dal Lussemburgo, si affretta a dichiarare l’interessamento di Mediaset per la “rete unica” nazionale, focalizzandosi sulla parte del “bicchiere mezzo pieno”.

“I mercati” per il momento apprezzano (Mediaset ieri chiudeva a +5,18%), considerando che agli investitori non interessa tanto la proprietà o l’aspetto strategico di un’acquisizione per un paese, quanto le possibilità di remunerazione del capitale investito, decisamente maggiore in presenza di un accordo ora necessario (e quindi più vicino) tra Mediaset e Vivendi, nonché della contemporanea opportunità di proseguire nella costruzione di un leader continentale delle televisioni (Media for Europe, Mfe, nell’idea di Berlsuconi).

Bocciata la legge Gasparri

Secondo la Corte «una restrizione alla libertà di stabilimento può, in linea di principio, essere giustificata da un obiettivo di interesse generale, quale la tutela del pluralismo dell’informazione e dei media», ma questo non avverrebbe per mezzo della legge Gasparri, giudicata non «idonea a conseguire tale obiettivo».

Se pur la prossima parola spetta al Tar del Lazio, sulla legittimità della delibera dell’Agcom che costrinse Vivendi a spostare le quote di Mediaset in Simon, la sentenza della Corte apre a scenari decisamente interessanti sia sulla rete unica sia, soprattutto, nella partita che l’UE prova a giocare nella competizione internazionale.

I dubbi per la rete unica

Una delle questioni ancora in ballo a seguito dell’accordo trovato tra governo e Tim sulla rete unica è l’accettazione del piano da parte di Bruxelles, che potrebbe storcere il naso di fronte al mantenimento della maggioranza assoluta delle azioni nel nuovo veicolo (FiberCop, fino al prossimo cambio di nome) da parte dell’azienda guidata da Luigi Gubitosi, impedendo così il corretto svolgimento delle pratiche concorrenziali nell’accesso al mercato – mantra ordoliberista per eccellenza – nella fattispecie della banda ultralarga.

Tuttavia, crediamo che la sentenza della Corte apra scenari potenzialmente più dirompenti nell’architettura generale dell’Unione, dando il là alla possibilità, fondamentalmente impedita fino a prima del Covid, di costruzione di “campioni europei” in grado di avere un ruolo nella competizione internazionale.

Un mattone per l’imperialismo made in UE?

Infatti, dal Lussemburgo arriva il via libera alla concentrazione in uno degli ambiti strategici par eccellenza del prossimo futuro, ossia le tlc.

Che la tendenza al monopolio, per tornare alle categorie marxiane, sia in realtà la conseguenza della libera concorrenza è un processo noto da tempo, ma il “progetto europeo a guida tedesca” si è sempre fondato sulla necessità di evitare la nascita di cartelli mono-oligopolistici in qualsiasi settore economico, previa – come afferma l’ideologia ordoliberale – la scorretta allocazione delle risorse e il fallimento del progetto sociale.

In realtà anche il fallimento dell’Ue è (o tale dovrebbe essere) risaputo da tempo. Non c’è infatti “sostenibilità capitalistica” possibile nel mazzolare sul lungo termine il reddito del lavoratore, che purtroppo per i padroni è anche il consumatore, ossia il “cliente”.

La Corte allora sembra recepire l’orientamento delle istituzioni dell’Unione successive alla pandemia, le cui conseguenze geopolitiche sono riassumibili nell’arretramento dell’egemonia statunitense su gran parte del globo, “liberando” spazi di concorrenza tra blocchi (come Russia, Cina e appunto Ue).

Il dinamismo di Macron in Medio Oriente, l’ingresso di Italia (e Germania) nelle operazioni militari nel Sahel, il fronte anti-turco nel Mediterraneo occidentale per le Zone economiche esclusive ecc., sono esempi di prove di crescita dell’Ue nel ruolo politico internazionale.

Ma il “capitalismo” è prima di tutto un modo di produzione basato sulla divisione in classi, e allora è dal “lato produzione” che l’Ue ha bisogno di aggiornare il suo mandato, se vuole competere coi giganti del resto del mondo.

È in quest’ottica che può essere letta la bocciatura della Corte della legge Gasparri: si scrive “non idonea a garantire il pluralismo”, si legge “blocca l’accentramento e la costruzione di un campione europeo”.

Le mire francesi in Italia

Un’ultima nota per un’evoluzione che anche su questo giornale è stata registrata da tempo, ossia quello degli interessi francesi, con imprese pubbliche e non, nell’economia italiana o nell’argine all’espansione di quest’ultima.

Tim e Mediaset sono i casi più in vista delle ultime settimane, ma si potrebbe citare la cantieristica navale, dove Macron impedì la scalata di Fincantieri alla Chantiers de l’Atlantique, proponendo invece una fusione al 49% per la prima; l’automotive, in cui la fusione Fca-Psa garantisce la maggioranza nel cda ai transalpini; il mercato borsistico, con l’interesse di Euronext – controllata dalla Caisse des dépots et consignations, la Cdp francese, e da Euroclear, finanziaria fondata da J. P. Morgan controllata anch’essa da capitali francesi – per la cessione di Borsa italiana da parte di London Stock Exchange Group.

E ancora la moda, la grande distribuzione, le banche, e – perché no – il settore siderurgico, visto che Arcelor Mittal è impresa non solo indiana, ma franco-indiana, e la chiusura dell’ex Ilva sembra il vero progetto della proprietà per accentrare la produzione negli altri siti. Altro che rilancio della città...

Insomma, una partita tutto di rilievo nella geografia dei rapporti di forza intra-europei, specialmente una volta completata la Brexit. Per Macron, l’Italia pare come la vittima designata del moderno colonialismo transalpino. Una sorta di “novello Nordafrica”.

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05/09/2019

Mediaset diventa un gruppo europeo. Ecco dove nasce il “pragmatismo” di Berlusconi

Erano in molti a domandarsi che fine avesse fatto il Berlusconi che faceva il cucù alla Merkel e concionava contro gli altri leader europei. Al contrario, negli ultimi anni, e soprattutto nei quindici mesi del governo M5S/Lega, Berlusconi ha svelato uno spirito “europeista” che non gli era consono. L’adesione di Forza Italia al Partito Popolare Europeo, che gli assicurò la nomina di Tajani a presidente del parlamento di Strasburgo, ha visto via via attenuare ogni critica ai rigidi vincoli politici ed economici che, in passato, lo vedevano tuonare contro chi gli impediva di agire per aumentare il “benessere” del paese.

Difficile immaginare una fulminazione sulla via di Damasco. Laggiù fischiano pallottole vere e non pare luogo idoneo per riconversioni. Semmai la fulminazione è avvenuta leggendo i bilanci della sua azienda di famiglia – Mediaset – e di come per aumentare capitale, fatturato e profitti occorresse integrarla nel contesto delle aziende europee. Insomma l’orizzonte della Brianza non era più adatto alle esigenze del business.

La dimostrazione è venuta ieri dall’assemblea degli azionisti dove è passata, sia in Italia che in Spagna il maxi riassetto di Mediaset per creare una holding di diritto olandese: la Mfe. Senza grandi colpi di scena, a Cologno Monzese si è espresso a favore il 78% del capitale azionario presente, contro il 21%, in gran parte rappresentato dalla quota di azioni di Vivendi, la multinazionale francese per la prima volta ammessa a votare sulle scelte di Mediaset. Ma con qualche scortesia che ha creato tensioni tra i “partner”.

Il Consiglio di Amministrazione di Mediaset, non consente infatti al 19,1% di Simon Fiduciaria di partecipare al voto, ed ha invece spianato la strada a Fininvest, che con il 62,5% del capitale presente, ha avuto gioco facile nel far passare la delibera, pesando per il 73% degli azionisti presenti, oltre i due terzi degli aventi diritto.

Il voto ha dato così il via alla fusione tra Mediaset e Mediaset Espana che culminerà nel progetto di un gruppo radiotelevisivo paneuropeo per assumere una posizione di leadership nei mercati di riferimento e fare nuove alleanze.

Se Mediaset avesse permesso a Simon Fiduciaria di votare, la fusione transfrontaliera non sarebbe stata approvata. Vivendi si era rivolta al tribunale contestando l’esclusione della sua longa manu dentro Mediaset ed ha dichiarato che “L’assemblea è illegale”, annunciando ricorsi “in tutte le giurisdizioni e i paesi per contestare la proposta, sia in base alle leggi nazionali che europee”. Ma il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri ha ribattuto che “L’assemblea è perfettamente legale e allineata alle disposizioni del Tribunale”, affermando che le mire di Vivendi erano proprio quelle di dare vita – in proprio – alla holding Mfe. Per questo, sostiene Confalonieri, Vivendi si è opposta con tanta veemenza alla fusione, sottolineando che nel farlo si è venuta a trovare in una tipica situazione di conflitto di interessi (do you remenber? Ndr), cioè “quella del socio che giudica una proposta non in base all’interesse sociale ma al proprio diverso interesse personale”.

Da parte loro, i rappresentanti di Vivendi nell’assemblea degli azionisti Mediaset hanno denunciato la fusione sostenendo che “avrà come effetto quello di annichilire le partecipazioni di minoranza” e che il suo obiettivo “è essenzialmente quello di consentire a Fininvest di determinare i consiglieri per l’Europa intera e controllare tutte le delibere”.

Problemi interni agli equilibri tra gli azionisti di una azienda che, al di là delle antiche pruderie del suo padrone, ha compreso che il processo di concentrazione capitalistico in Europa è il terreno sul quale si farà e si vedrà la differenza con il passato. L’europeismo degli azionisti è più solido di quello degli allocchi.

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04/04/2019

La posta in gioco sulle telecomunicazioni

E’ spuntata la pace tra Elliott e Vivendi, gli azionisti di riferimento della Tim, più probabilmente, come auspicato da Cassa Depositi e Prestiti, è solo una tregua nella prospettiva della realizzazione di una rete unica.

Tenuto conto che il progetto della fusione tra la rete TIM e Open Fiber è ampiamente condiviso dal fondo Usa Elliott fin dal suo ingresso in TIM, la USB pone la questione di quale sia la contropartita dell’accondiscendente Vivendi nel tenere bassi i toni. “Sappiamo che ogni volta che si parla di “taglio dei costi” e “ottimizzazione della spesa” a farne le spese sono stati sempre e solo i lavoratori, con la diminuzione cospicua del loro numero, del loro salario e dei loro diritti”. Il sindacato rammenta come per ben due volte è stato rinviato da parte del ministro Di Maio l’incontro presso il Mise tra governo e sindacati sulla situazione TIM.

Al contrario l’USB ritiene urgente e necessario l’impegno del governo per l’apertura di tavoli di confronto e trattativa che tutelino l’occupazione e l’interesse pubblico in merito al futuro di TIM, della Rete e delle telecomunicazioni nel nostro paese.

Da qui l’avviso ai lavoratori della Tim a non abbassare la guardia perché nessuno li tutelerà, i gruppi finanziari fanno solo i propr interessi dunque a tenersi pronti alla mobilitazione. Per queste ragioni l’Usb torna a chiedere con decisione la gestione pubblica del servizio TLC.

Su un altro fronte, quello della Sparkle, martedì 26 marzo il nuovo amministratore delegato, Mario Di Mauro ha incontrato Segreterie Confederali e RSU per raccontare la sua idea di rilancio di TIS. Ma restano ancora da chiarire molti punti cruciali.

Di Mauro ha presentato una serie di slide che hanno illustrato lo stato dell’arte di TIS (gli asset, i punti di presenza, gli organici, i servizi in portafoglio) e le criticità che hanno portato a una sostanziale diminuzione dell’ebitda, legate anche a servizi maturi e all’incapacità di rendere i nuovi servizi profittevoli.

Le azioni che intende porre in essere, per il rilancio e per il consolidamento di TIS come fornitore leader nel Mediterraneo, Medio Oriente e America Latina, tra cui l’automazione di alcuni processi per i servizi maturi quali la voce, la ricerca di nuovi modelli di business per il mobile, un sostanziale incremento del network e dei punti di presenza nel mondo, la focalizzazione sul segmento di mercato Enterprise con nuove soluzioni digitali, la messa a portafoglio di soluzioni Cloud avanzate, ecc.. Per il 2019 sono previste assunzioni, in misura a dire il vero limitata (qualche decina di unità).

Tutte queste iniziative proiettano la Sparkle verso una “trasformazione” della società, ma secondo l’Usb occorre attuare un cambio importante di paradigma nel rapporto con le “persone” che vanno riposizionate al centro del Piano Industriale e non ai margini. Pertanto il Piano deve fare perno innanzitutto sul riconoscimento dei diritti dei lavoratori, mediante la contrattazione di II Livello, su un ricambio generazionale e su una seria politica di formazione e incentivazione dei lavoratori.

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26/10/2018

Privatizzazioni. La pessima lezione di Telecom

La privatizzazioni disastrosa, come quella della Sip, poi diventata Telecom, e adesso TIM, grida ancora vendetta per la ricchezza bruciata a discapito di tutta la collettività a fronte dei guadagni stratosferici realizzati da pochi fortunati.

Quel trasferimento per due lire (allora c’erano le lire!) nel lontano 1997, oltre al motivo di fare cassa per ridurre il debito pubblico e raggiungere i famosi parametri di Maastricht, trovò un’ampia adesione in gran parte dell’opinione pubblica, con la classica decantata favola che era meglio l’efficienza dei privati che l’inefficienza della gestione statale.

Ma la necessità derivante da quei vincoli Europei di ridurre in misura drastica il debito pubblico, giudicato insostenibile, ha portato i nostri governi dal ’92 in poi a (s)vendere e quotare sui mercati azionari aziende pubbliche statali, anche se efficienti e in attivo come Telecom, i dati dimostrano come a oltre trenta anni di distanza il rapporto deficit/pil sia salito invece di ridursi.

Mentre gli obiettivi dichiarati sono stati tutti mancati, si è invece raggiunta la finanziarizzazione di una grossa fetta della nostra economia, volta quindi a finalità speculative e non investimenti produttivi o alla crescita. Insieme a questo abbiamo assistito ad un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e un aumento vertiginoso della disoccupazione nel nostro paese.

Comunque la si guardi, il braccio di ferro in corso sulla Governance tra Vivendi e Elliott, dimostra come oggi il futuro di TIM e dei suoi dipendenti, non dipende dalle regole del mercato ma dalle scelte della politica.

E’ più che evidente come il regalo di Telecom abbia fruttato centinaia di miliardi di soli interessi alle banche finanziatrici dei prenditori italiani per poi passare agli speculatori finanziari stranieri, con il risultato che chi ci ha guadagnato tanto sono stati i privati e chi ci perso molto di più è lo Stato e i lavoratori. Ma, come sappiamo bene, il privato tende a massimizzare legittimamente il profitto, senza che a ciò equivalga un miglioramento del servizio. Privato che non ha investito a sufficienza nello sviluppo e nell’ammodernamento della rete, distruggendo un asset strategico per lo sviluppo economico del sistema paese.

Oggi è più che urgente, anche alla luce della delicata situazione all’interno della Governance, che il futuro di TIM e conseguenzialmente la difesa del perimetro occupazionale, debba diventare una priorità del governo che è entrato nella partita anche attraverso Cdp, controllata dal Tesoro e socio di TIM.

Le privatizzazioni sono state fondamentali per esaltare l’economia finanziaria speculatrice a scapito del fattore produttivo lavoro, attraverso di esse infatti sono emerse forze tese al guadagno più immediato possibile e basato principalmente su atti di speculazione, non generando mai processi redistributivi ma anzi di destabilizzazione negli equilibri politico sociali.

Gli esiti di tutto questo processo sono oggi sotto gli occhi di tutti, per questo per noi di USB l’unica strada da intraprendere è quella della

Nazionalizzazione, qui e ora.

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24/04/2018

A chi abbiamo affidato le nostre telecomunicazioni? Fermato Bolloré

Il finanziere francese Vincent Bollorè è in stato di fermo per la corruzione di funzionari pubblici stranieri in una vicenda legata a concessioni portuali in Togo e Guinea. Lo riporta ‘Le Monde’ nella sua versione online.

Il gruppo Bolloré naturalmente “smentisce formalmente” di aver commesso “irregolarità” in Africa attraverso la sua filiale africana SDV Afrique. Le “prestazioni” oggetto dell’inchiesta della giustizia francese sarebbero state “realizzate in completa trasparenza” e l’odierna audizione di Vincent Bolloré “permetterà di chiarire in modo utile alla giustizia queste questioni già oggetto di una expertise indipendente che ha concluso la perfetta regolarità delle operazioni”.

E’ una notizia bomba, sia a Parigi che a Roma, perché Vincent Bollorè è attualmente a capo della cordata che controlla Telecom, l’ex compagnia telefonica pubblica privatizzata da quel genio “di sinistra” chiamato Massimo D’Alema, nella sua breve stagione da premier a Palazzo Chigi.

Per ricordare qualche dettaglio, la Telecom era stata trasformata da società a controllo statale a public company al momento della chiusura dell’Iri (opera di quell’altro genio “democratico” chiamato Roma Prodi); insomma, nessun azionista avrebbe potuto diventare azionista di riferimento, visto che nessuno avrebbe dovuto superare il 2%. D’Alema tolse questo vincolo e di fatto regalò le nostre telecomunicazioni – comprese quelle giudiziarie! – a Matteo Colaninno, il cui figlio nel frattempo diventava una delle giovani promesse... del Pd (o come si chiamava allora).

Colaninno la rivendette ben presto a Marco Tronchetti Provera, debiti compresi, guadagnandoci parecchio. Da Tronchetti Provera, anche tramite qualche “spezzatino”, Telecom passò agli spagnoli di Telefonica e da questi, infine, al gruppo Vivendi, controllato da Bollorè.

Le ultime notizie danno appunto Bolloré interrogato negli uffici della polizia giudiziaria a Nanterre, nel dipartimento degli Hauts-de-Seine, alle porte di Parigi.

La vicenda riguarda le concessioni di ottenimento della gestione dei terminal di navi container. I giudici si chiedono se il gruppo Bolloré non abbia usato Havas, la sua filiale pubblicitaria, per ottenere nel 2010 la gestione dei porti di Conakry, in Guinea e Lomé, in Togo. L’ipotesi è che Havas abbia fornito consulenze e consigli per sostenere l’arrivo al potere di alcuni dirigenti africani in cambio delle concessioni sui porti. Già nel 2016, la sede del gruppo Bolloré Africa Logistics era stata oggetto di una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta aperta nel luglio 2012.

Una sordida storia di neocolonialismo alla francese, che anche in altre forme si va dispiegando nell’ex Africa francofona (Mali, Senegal, Niger, Ciad, ecc), ed è tra le concause dell’impoverimento estremo di quell’area (i dirigenti locali sono corrotti per decisione europea, oltre che per tornaconto personale; quelli che non sono disposti a farsi compare e magari contrastano efficacemente le mire delle multinazionali, vengono brutalmente soppressi; vedi Tomas Sankara, presidente del Burkina Faso).

Tornando in casa, c’è davvero da chiedersi “a chi diavolo mai abbiamo dato il controllo delle nostre vite e delle nostre imprese pubbliche” (con le telecomunicazioni, sembra inutile ricordarlo, si controlla Internet, si intercettano telefonate, mail, ecc)?

Per saperne di più vedi http://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2018/04/23/tim-dopo-20-anni-ancora-scorribande-finanziarie-0103213

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23/04/2018

TIM - Dopo 20 anni ancora scorribande finanziarie

E’ innegabile che TIM, da quando è stata privatizzata nell’ormai lontano 1997, si riconferma ancora teatro di scorribande finanziare, dopo gli spagnoli di Telefonica e i francesi di Vivendi, è la volta degli americani del fondo Elliott specializzato in operazioni finanziarie in aziende in difficoltà.

L’Assemblea dei soci fissata per domani 24 aprile, con all’ordine del giorno la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione del gruppo TIM, promette scintille fra l’attuale socio di maggioranza Vivendi e il fronte dei fondi capeggiati da Elliott.

Dopo gli episodi burrascosi che hanno scompigliato la compagine societaria di Telecom Italia in questi ultimi mesi, sarà inevitabile lo scontro fra l’attuale azionista di maggioranza Vivendi (23,94% del capitale) e il fondo americano Elliott (8,90% del capitale).

Per quanto riguarda il fondo Elliott, come riportato sul sito www.transformingtim.com, ha evidenziato la costante sottostima del prezzo delle azioni (-35% da quando i francesi sono entrati nel CdA), a cui gli americani vorrebbero rimediare, cedendo parte delle quote di rete in rame (Netco) e della controllata Sparkle, consentendo di dimezzare l’attuale debito da 25 a 12 miliardi di Euro e tornare alla distribuzione dei dividendi azionari.

In altre parole, si tratterebbe di svendere l’asset più importante in mano a TIM, oltre a
garantire l’enorme debito accumulato a margine di una privatizzazione fallimentare. Per non parlare di Sparkle, che ai noti profili di sicurezza affianca ricavi annuali intorno al miliardo.

Il destino del colosso italiano sembra ormai segnato: a pesare è sia l’incertezza proprietaria (che da decenni si traduce nella mancanza di continuità gestionale, ancor più grave in un settore ad alta intensità di investimenti), sia sul fronte politico vista l’incertezza del futuro esecutivo, dopo la recente sintonia tra il Ministro uscente dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e Amos Genish, sulla separazione della rete anche se controllata al 100% da TIM.

Non è un caso che nel corso di questo scontro si annota l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) con una quota del 4,26 %, già proprietaria insieme a Enel di OpenFiber (società destinataria di tre miliardi di fondi pubblici per la costruzione di una rete in fibra ottica nelle aree meno remunerative del Paese).

Dopo anni di tentativi, riprende forma l’ipotesi della società della rete nell’alveo pubblico che venne evocata per la prima volta nel 2006 dall’allora consigliere economico del premier Romano Prodi, Angelo Rovati.

Operazione con l’intento di “tutelare l’interessa strategico della rete”, dopo che fu ostacolata da personaggi come Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e il Massimo D’Alema dei capitani coraggiosi?

Comunque vada, resta da porsi la domanda del perché con la gestione di TIM da parte di Monsieur Bollorè/Vivendi, dopo anni si è riaperta la discussione politica per il controllo pubblico della rete, con l’appoggio trasversale di tutte le forze politiche vincitrici delle elezioni del 4 marzo (5 Stelle, Lega e Forza Italia).

Chi beneficerà dell’ingresso della Cdp in TIM, dunque soldi pubblici, con l’eventuale cessione della rete?

Al momento, sicuramente, Silvio Berlusconi, capo di Forza Italia. Il quale, dopo la manovra di scalata per il controllo di Mediaset, non vede di buon occhio i francesi di Vivendi.

Con la cessione della rete si depotenzia il progetto di Bollorè, pericoloso concorrente di Mediaset, di creare un player europeo in grado di veicolare i contenuti multimediali in tutto il sud Europa. L’alleanza con Sky va in direzione anti francese.

Guarda caso, dopo anni di silenzio, solo dopo il tentativo di Bolloré di scalare Mediaset (Berlusconi), abbiamo registrato un flebile sussulto di reazione da parte del Governo italiano; che ha deciso di usare la Golden Power per blindare l’italianità di imprese (TIM) d’importanza strategica.

Al contrario degli altri paesi europei che non hanno mai dismesso le loro partecipazioni nelle società di telecomunicazione, noi abbiamo da tempo perso il controllo su uno degli asset più importanti del sistema paese, in bilico fra depauperamento ed esproprio, non solo sul fronte economico, ma principalmente in questo momento di conflitti di guerra, sul piano strategico militare. In Francia la chiamerebbero una débâcle.

Ciò che non viene più detto sui giornali e in TV è che, come previsto dal piano industriale per la realizzazione della NETCO (societarizzazione della rete fissa), la contropartita prevista sono 6.500 esuberi strutturali, da gestire con un piano di 2.500 esodi incentivati e 4.000 prepensionamenti. Questo in cambio dell’assunzione di 2.000 giovani (precari), le cui retribuzioni saranno finanziate tramite la decurtazione oraria/retributiva di 20 minuti al giorno, da parte di tutti i dipendenti.

Non dimentichiamo neanche i lavoratori delle ditte appaltatrici della filiera e dei call center, dove necessita la messa al bando delle gare al massimo ribasso, la re-internalizzazione dei lavoratori e dei servizi presso i propri committenti, una reale clausola sociale che tuteli diritti e occupazione nei casi di cambio appalto.

Come per il settore dell’informatica, nel quale la politica di privatizzazione e svendita ha impoverito il tessuto tecnologico e produttivo, anche i centri di ricerca e sviluppo come IBM, ITALTEL, TIM e ecc., soffrono di mancati investimenti; con i quali si riusciva a competere con gli altri grandi operatori europei.

Le TLC sono infrastrutture essenziali e strategiche e, al pari di energia e trasporti, non possono essere gestite in base alla logica del profitto a scapito dei diritti dei lavoratori.

L’unica strada possibile è UN NUOVO CONTROLLO PUBBLICO delle Telecomunicazioni, necessario per la democrazia, lo sviluppo e il lavoro. Questo chiuderebbe definitivamente la disastrosa stagione della privatizzazione. Azione sconsiderata, che ha permesso lo smantellamento di un settore strategico per il paese: sia in materia di sicurezza nazionale, sia di reale servizio per buona parte dei cittadini a vantaggio di multinazionali straniere.

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19/01/2018

“Solo venti minuti”. La perversione dei nuovi padroni di Tim

La perversione delle multinazionali nella gestione dei propri lavoratori – definiti eufemisticamente risorse umane – non ha limiti di decenza. La Tim ha proposto ai sindacati un pesantissimo piano di tagli del personale che dovrà essere approvato nel quadro del Piano industriale 2018-2020 dal Consiglio di Amministrazione del prossimo 6 marzo.

Il piano di tagli del personale si basa su uscite volontarie con prepensionamenti secondo l’articolo 4 della legge Fornero pari a 4.000 unità elevabili a 5.000 entro il 31 dicembre 2018. Il piano prevede anche 2.500 esodi incentivati entro il 2020 e, infine, 2.000 assunzioni da finanziare con la cosiddetta solidarietà degli altri dipendenti pari a 20 minuti al giorno. E qui, prendendo spunto dal meraviglioso film “Sette minuti”, è bene fare due conti che rivelano la perversione dei piani padronali.

20 minuti al giorno significano 100 minuti la settimana, 400 minuti al mese, pari a quasi 7 ore di lavoro al mese da sottrarre a ogni lavoratore. A bocce ferme, sottraendo questa quota di paga ogni 23 lavoratori attivi, si ricavano le risorse economiche per pagare una nuova assunzione. Con un dettaglio: i nuovi assunti avranno condizioni salariali peggiorative rispetto elle migliaia “tagliati” via e che avevano i vecchi contratti.

La Tim guidata da Amos Genish, afferma infatti di voler investire sui giovani per consentire un turn over generazionale e per “svecchiare” l’azienda, “adattandola alla sempre maggiore digitalizzazione”. Una furbata di immagine che nasconde la realtà di voler avere a disposizione lavoratori con condizioni contrattuali molto più favorevoli all’azienda e sostanzialmente pagati con i soldi degli altri lavoratori. Una perversione.

Il nuovo amministratore delegato di Tim, Amos Genish, viene dalla Vivendi e prima ancora dalla multinazionale Telefonica Brasil/Vivo dove è stato amministratore fino alla fine del 2016. Vi era entrato agli inizi del 2015, quando quest’ultima aveva acquisito la società GVT, un operatore di telecomunicazioni e Pay TV innovativo e in rapida crescita, di cui Genish è stato Amministratore Delegato.

Dal 1986 al 1989 Amos ha lavorato in una delle principali società contabili israeliane (oggi KPMG Israel), dove si è occupato di audit e contabilità per grandi holding. Nel 2016 è stato riconosciuto il migliore CEO dell’America Latina in ambito Tecnologia, Media e Telecomunicazioni da parte di Institutional Investor. Amos Genish è nato a Hadera, Israele, nel 1960. E’ laureato in Economia e Contabilità all’Università di Tel Aviv.

Il padrone è il padrone, guai a ritenere di essere nella stessa barca. Soprattutto se si tratta di una multinazionale.

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26/07/2017

Guerra aperta nella fibra ottica - Esce Cattaneo, pagano i lavoratori

L’uscita di Flavio Cattaneo è solo l’ultima delle conseguenze della guerra che si sta combattendo su molti fronti attorno a TIM: non solo tecnologica e commerciale ma soprattutto politica e finanziaria.

Sul fronte tecnologico e commerciale, la creatura renziana di Enel Open Fiber, per cablare in ultrabroadband le zone definite “a fallimento di mercato”, rischia di tradursi in un fallimento reale. Aggiudicandosi anche il secondo bando pubblico per la costruzione della rete in fibra ottica dal quale però TIM si è ritirata, decidendo di cablare per conto proprio senza incentivi, rischia di vanificare un finanziamento europeo di oltre tre miliardi che potrebbero diventare inutilizzabili, poiché configurerebbe di fatto un aiuto di stato (un’infrazione prevista dalle leggi europee sulla concorrenza). La situazione di OPEN FIBER diverrebbe estremamente precaria, piena com’è di debiti dopo l’acquisto della società Metroweb per oltre 700 milioni, prezzo gonfiato dopo il rifiuto di TIM di acquisirla.

Sul fronte politico, lo scontro tra Cattaneo e il ministro Calenda è all’arma bianca. É evidente che il netto rifiuto di TIM di partecipare ai bandi INFRATEL e di avviare un piano di cablatura concorrente ha provocato la reazione del Governo che ha scatenato su TIM l’AGCOM e, più di recente, la Guardia di Finanza. Ma il fronte travalica i confini nazionali e si allarga all’Europa. Mentre da anni TIM si è ritirata dallo scenario Europeo, Open Fiber ha nominato nella sede di Bruxelles un manager di punta come Luigi Gambardella, noto esperto lobbista. L’attività di lobby infatti nel settore delle Telecomunicazioni sarà fondamentale nei prossimi mesi per assicurare una più stringente regolamentazione che favorirà un modello di business in cui società come Open Fiber costruiscono e gestiscono le nuove reti in fibra senza competere nel mercato dei clienti finali con altri operatori.

La guerra prosegue sul piano finanziario, in primo luogo nella pesante guerra legale di Vivendi con Mediaset per la mancata acquisizione di Premium, inasprita dagli avvisi dell’Agcom che ha ingiunto al gruppo francese di scegliere tra la maggioranza in Tim o scalare Mediaset entro il 19 aprile del 2018 per risolvere la posizione dominante nel mercato delle Tlc e dei media.

In questo complesso scenario, occorre sempre tenere a mente che il Capitale ha un unico obiettivo, il profitto ma al suo interno soffre aspre guerre tra gruppi finanziari cui seguono tregue e periodi di normalizzazione.

Gli scenari che possono aprirsi ora sono molteplici e tutti possibili. Certamente l’allontanamento di Cattaneo è la prima mossa di Vivendi per dimostrare volontà di distensione verso il Governo italiano.

Quello che è certo è che il capitalismo di rapina non si fermerà qui. Dal trasferimento di ricchezza dei lavoratori, spremuti da anni in nome del contenimento del costo del lavoro, ai manager, oggetto di premi e buonuscite milionarie, intanto si procede con la decisione scandalosa di fare cassa con i nostri sacrifici per spostare, direttamente nelle tasche dell’ormai ex A.D, una indecente buonuscita milionaria: ma davvero il Governo non può impedire tale scempio nel solo nome del libero mercato?

Ai lavoratori dubbiosi sull’efficacia di una opposizione a tutto questo diciamo che occorre:

- rifiutare tutti gli accordi in perdita proposti dall’azienda, che sono solo diminuzione di diritti e “piatti di lenticchie” che non avremo mai: noi non li aiuteremo a stingere ancora più forte il cappio intorno al nostro collo;

- ripartire con la lotta senza tregua;

- rilanciare la nostra proposta di piattaforma per rivendicare e riprenderci tutto il maltolto.

La lotta è la nostra unica speranza per difendere il nostro posto di lavoro e un giusto salario!

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18/12/2016

Mediaset, Telecom e non solo. Lo shopping delle multinazionali francesi nel Belpaese

Appare quantomeno irrituale il cicaleccio – tardivo e strumentale – del governo e dei mass media sulla “colonizzazione” straniera dell'economia italiana. L'occasione è data dalla scalata ostile del gruppo francese Vivendi a Mediaset. Sui poco onorevoli risvolti politici della vicenda (salvare le aziende di Berlusconi per garantire una stampella al prossimo governo del Pd), abbiamo scritto in altra parte del giornale. Sul fatto che a Vivendi sia stata venduta la quota di maggioranza di una vera azienda “strategica” come Telecom solo pochi hanno dato dimostrazione di memoria e coerenza.

Resta invece da portare alla luce come l'incursione ostile di Vivendi sul sistema delle comunicazioni in Italia (Telecom e Mediaset) sia solo la punta dell'iceberg di un vero e proprio shopping a prezzo di saldo che le aziende francesi e tedesche hanno realizzato negli anni verso aziende italiane. Una svendita di patrimonio industriale, tecnologico e di sistemi che in qualche modo giustifica la categoria di colonizzazione usata tardivamente in questa occasione da alcuni commentatori.

Oggi le aziende francesi hanno partecipazioni azionarie su aziende quotate alla Borsa di Milano per un controvalore di 34,5 miliardi di euro. Il doppio di quelle italiane in Francia. Facendo un stock degli ultimi dieci anni, il rapporto diventa di cinque a uno (29 miliardi le acquisizioni francesi in Italia, 6,3 quelle italiane in Francia). Il 7% del listino di Piazza Affari parla francese, così come quasi un quinto delle partecipazione estere nelle aziende del Belpaese. In termini assoluti è assai meno di quanto controllino alcuni fondi di investimento statunitensi come Blackrock, Vanguard, Carlyle etc. La differenza è che quelli statunitensi sono investimenti solo finanziari, quelli francesi “mordono” invece la struttura industriale, creditizia e di brand del nostro paese.

Si tratta della Edf con Edison, di Lactalis con Parmalat, di Lvmh con Loro Piana e Bulgari, di Bnp Paribas e Crèdite Agricole con banche come Bnl e Cariparma. Meno bene sono andate le scorrerie di Auchan e Carrefour nella grande distribuzione in cui sono scesi al 15,8% del mercato. “I numeri dicono chiaramente che in questi anni il nostro paese è stato terra di conquista delle aziende francesi” commenta il Sole 24 Ore di giovedì.

Più infingarda è invece la strategia delle multinazionali tedesche, le quali già dai tempi dell'acquisizione della Miralanza da parte della Benckiser, hanno un atteggiamento più cannibalesco. Spesso acquisiscono aziende italiane per chiuderle e prendersi la loro quota di mercato. Secondo un rapporto di KPMG del 2015 negli ultimi sette anni, le imprese italiane cedute ai tedeschi sono 72, più di 10 all’anno. E la metà, aggiunge l’autorevole società di revisione olandese, apparteneva al comparto industriale, ultima in ordine di tempo l'Italcementi, per un valore complessivo delle acquisizioni pari a 15 miliardi di euro. Con una strategia chiara: le aziende tedesche puntano ad inglobare dei potenziali concorrenti, togliendoli dal mercato.

Si calcola che dal 2008 – l'anno in cui l'ultima crisi si è manifestata con forza – più di 850 aziende italiane secondo alcune fonti, sono passate sotto il controllo o la partecipazione decisiva di aziende straniere. Superfluo rammentare che a parte alcuni casi come Alitalia, la maggior parte sono andate in mano a multinazionali francesi e tedesche.

Ma perchè alle aziende straniere piace così tanto fare shopping di aziende italiane?

Secondo uno studio curato dal Censis insieme all'Associazione delle Banche Estere durante il governo Renzi, l’attrattività dell’Italia è dovuta principalmente alla qualità delle risorse umane (giudicate con un punteggio di 8,11 lungo una scala da 1 a 10), seguono la solidità del sistema bancario (7,24), scendono invece gli indicatori sulla stabilità politica (5,97), l’efficacia dell'azione di governo (5,95), la disponibilità di reti e infrastrutture logistiche (5,82), la flessibilità del mercato del lavoro (5,53). La perdurante compressione dei salari e l'approvazione del Jobs Act hanno fatto salire indubbiamente quest'ultimo indicatore. Eppure gli investimenti esteri in Italia non hanno prodotto i grandi benefici tanto decantati. Secondo un rapporto del European Attractiveness Survey, nel 2015 solo 1.383 posti di lavoro in più, niente rispetto ai 43mila in Gran Bretagna o ai 19.651 in Polonia o ai 7.126 della Spagna, addirittura la metà di quelli in Portogallo (3.469). Effetti della cannibalizzazione, appunto.

Fonte

15/12/2016

Governo in soccorso di Mediaset, in difesa del renzismo

C'è del marcio in Danimarca, a volte... figuriamoci sotto il simbolo del Biscione. Ora che la francese Vivendi, controllata dal finanziere bretone Vincent Bolloré, ha reso noto di aver rastrellato sul mercato il 20% del titolo Mediaset, per la prima volta negli ultimi 30 anni il governo in carica si è alzato (per modo di dire...) in difesa dell'“italianità” di un'azienda. Il precedente di Alitalia – col governo Berlusconi – non fa testo, perché lì la questione dell'“italianità” era solo una pezza retorica per nascondere la privatizzazione agevolata, a carico dello Stato, di un'azienda pubblica a favore di una “cordata di amici”.

Suona quasi ironico dunque il fatto che questa “prima volta” si sia verificata per le sorti di un'azienda privata, mentre quelle pubbliche – spesso ottime, importanti, “strategiche” – sono state date vie come stracci inutili. Il ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, è arrivato a dire che “non sembra davvero che quello che potrebbe apparire come un tentativo, del tutto inaspettato, di scalata ostile a uno dei più grandi gruppi media italiani, sia il modo più appropriato di procedere per rafforzare la propria presenza in Italia”. Anche perché, ha aggiunto, Mediaset opera in “un campo strategico”, quindi “il modo in cui si procede non è irrilevante”. Tanto da dover aggiungere che “Mi pare che questo principio sia in Francia ampiamente riconosciuto e assertivamente difeso”.

Mediaset settore strategico, dunque... Eppure si tratta “soltanto” di un produttore di contenuti televisivi, diffusi via antenna e con altri sistemi broadcasting ormai abbastanza tradizionali, “maturi”. Mentre soprattutto nel settore video è ormai in movimento una autentica “rivoluzione copernicana”, che si snoda “attraverso il file rouge che collega videostreaming, reti, dimensione internazionale dei player”.

Vivendi è già orientata in quel senso, Mediaset molto meno. Vivendi ha le reti (Telecom, una delle eccezionali privatizzazioni per un piatto di lenticchie, in quel caso a firma Massimo D'alema), Mediaset no. Logico che l'evoluzione tecnologica e degli stili di fruizione spinga verso la concentrazione tra produzione (Mediaset) e reti di diffusione (Vivendi e pochissimi altri, mentre Netflix, Amazon, Apple controllano già i due terzi del mercato globale).

Quindi, che senso ha che un governo “rispettoso del mercato” si sbilanci a difesa di un'azienda operante in un settore tutt'altro che “strategico”? Questa definizione calza a pennello per le telecomunicazioni (date via nel modo che ricordiamo), l'acciaio, l'aerospaziale (Fiat Avio fu venduta al fondo d'investimento Carlyle senza che nessuno fiatasse), ovviamente il militare (e Finmeccanica, ora Leonardo, veleggia anch'essa verso la privatizzazione pressoché integrale). Perché considerare invece tali le soap o i talk show, l'entertainment dozzinale e cinepanettonesco?

In fondo i governi che hanno ostentato lo stesso orientamento “pro mercato” non hanno mai mosso un dito per difendere imprese italiane forse anche più importanti per la gestione del paese. La “colonizzazione” dell'economia italiana da parte di aziende straniere, infatti, non colpisce solo grandi società come Mediaset o, prima, Telecom, Bnl, ecc. Con la liberalizzazione dei servizi avviata dal governo Renzi, con il decreto Madia e il supporto di Delrio, le aziende municipalizzate sono già terreno di caccia di società estere, tedesche e francesi in particolare. E' il caso del trasporto locale dove si vanno delineando gli appetiti del gruppo “Arriva”, società inglese ma al 100% controllata dalla tedesca Deutsche Autobahn. Già adesso le aziende di trasporto locali controllate o partecipate da Arriva sono numerose: Sal (Lecco), Sab (Bergamo), Sia e Saia (Brescia), Asf (Como), Saf (Udine). TT (Trieste), Sadem (Torino), Rtl (Imperia), Km (Cremona). Le prossime tappe sono Milano e Verona, per il trasporto locale su gomma, e Piemonte e Val d'Aosta per quello ferroviario. Secondo l'amministratore delegato di Arriva, Rudhart, l'Italia è il secondo mercato europeo per il trasporto pubblico. Citando come esempi positivi la liberalizzazione dei trasporti locali in Olanda e Danimarca, Rudhart esplicita che l'apertura dei mercati nei servizi pubblici ha prodotto risultati positivi e “risparmi di costi per lo Stato sotto forma di minori contributi pubblici alle società di trasporto”. Adesso Arriva vuole “giocare un ruolo da protagonista nel percorso di liberalizzazione in atto”

Dunque ai governi italiani tutta questa grazia di dio “strategica” non è mai interessata minimamente. Solo per Mediaset scatta l'allarme.

Qui, inevitabilmente, si scivola nella collosa melma italica. Non si può non vedere che Berlusconi ha schierato Forza Italia a supporto discreto ma decisivo del governicchio Gentiloni, trattando per una legge elettorale tale da consentire un governo di coalizione tra Pd e berluscones dopo le prossime elezioni, in funzione antigrillina. Ma senza dichiarare prima l'alleanza. Potrà essere un proporzionale con forte soglia di sbarramento o qualche altra formula. Ma è evidente che l'establishment “europeista” uscito massacrato dall'esito referendario può sperare di sopravvivere alle prossime votazioni solo se la destra darà una mano piuttosto consistente.

Dal punto di vista del controllo societario, infatti, gli analisti di borsa ritengono piuttosto improbabile il successo di una “scalata ostile” al Biscione. Questione di numeri, non di opinioni. La famiglia Berlusconi controlla ad oggi il 38,26% delle azioni, la stesa Mediaset detiene il 3,8% di azioni proprie (il che porta ad oltre il 41% la quota controllata direttamente), e in più ha fatto approvare dal cda una delibera che autorizza il consiglio di amministrazione ad acquistare, entro 18 mesi, anche negoziando opzioni o derivati sul titolo Mediaset, fino al 10% del capitale. In pratica, un pacchetto azionario privo del diritto di voto, ma che abbassa la platea dei votanti al 90% degli azionisti. Basta dunque l'alleanza con uno qualsiasi dei fondi che detengono consistenti quote di minoranza (Mackenzie e Fidelity, che hanno messo insieme tra l’8 e il 9%), per respingere l'“assalto” francese.

Le previsioni danno come risultato più probabile “l'apertura di un tavolo con due sedie e 40 avvocati” per arrivare, nel medio periodo, a un accordo soddisfacente tra due corsari occasionalmente arrivati alle mani dopo la vicenda della (mancata) cessione di Premium.

Mediaset, insomma, resterà “italiana” senza troppo sforzo (qualche milione, Silviuccio, lo dovrà comunque impegnare...), senza patemi d'animo.

Perché dunque il governo si mostra così angosciato? Provate a chiederlo a Renzi e Poletti, che già hanno “smarronato” facendo risaltare il proprio terrore per il voto referendario sul Jobs Act (la Cgil ha raccolto 3,3 milioni di firme), e quindi – per non farlo celebrare in primavera, "a botta calda" dopo il 4 dicembre – staccheranno la spina a Gentiloni non appena avranno tra le mani una nuova legge elettorale adatta a sancire il matrimonio indicibile tra Pd e Caimano.

Fonte

21/05/2016

Lo scontro tra Tim e Enel Open Fiber sulla banda larga

E’ innegabile che nelle Tlc siano in corso vaste operazioni belliche, iniziando dalla fusione tra Wind e 3, che porterà alla costituzione di un gruppo capace di primeggiare per numero di clienti; TIM (Telecom Italia) è passata di mano, entrando nell’orbita della francese Vivendi, la quale è entrato anche nel settore televisivo, grazie alla cessione da parte di Mediaset della piattaforma a pagamento Premium. Nelle infrastrutture, si assiste alla esternalizzazione di segmenti di business ormai ininfluenti dal punto di vista competitivo, come le torri di trasmissione sia nel settore televisivo che nelle comunicazioni mobili, dove sono protagoniste RAI (Raiway), TIM (Inwit) ed Mediaset (EiTower).

Un capitola a parte lo scontro tra TIM ed ENEL OPEN FIBER per la conquista di Metroweb, la società che ha cablato con la banda larga le principali città del Nord Italia. La mossa del neo Ad di Telecom Italia, Flavio Cattaneo, è stata di mettere sul piatto 820 milioni di euro in contanti per Metroweb, mentre la controfferta di Enel è di 806 milioni di euro.

Poiché Metroweb è controllata dalla Cassa depositi e prestiti, un fondo pubblico presieduta da Claudio Costamagna e guidata dall’ad Fabio Gallia, uomini di fiducia del presidente RENZI, quest’ultima diventa di fatto l’ago della bilancia in questo scontro non tanto finanziario ma principalmente politico.

L’aggressività di TIM contro l’ipotesi che ENEL investa in rete magari comprando Metroweb è indicativa del fatto che il progetto viene percepito come una minaccia vitale, calcolato che in questo clima di “guerra” totale, potenzialmente ENEL a pochissimo prezzo aggiuntivo, essendo che deve già passare di casa in casa con i tecnici per sostituire i contatori, porterà una rete più nuova di quella di TIM.

Nondimeno con la creazione di una rete alternativa, magari migliore di quella TIM, diffusa a livello nazionale e sotto il brand (ENEL) di un’azienda che viene percepita come una società ancora “italiana”, ipoteticamente porrebbe in grande crisi il vantaggio competitivo di TIM.

Infatti il principale asset di TIM, quello che la rende “unica” rispetto a tutti gli altri operatori, è appunto la rete; ma se al posto di una rete ce ne sono due e la seconda magari è più “nuova” e magari è persino fatta in ottica di sviluppo del “sistema Italia”, allora il vantaggio competitivo non c’è più oppure è fortemente ridimensionato.

Quindi lo scontro aperto per la conquista di Metroweb, al di là del prezzo da pagare che diventa relativo, è soprattutto per evitare il rischio di una rete concorrente; i benefici strategici superano di gran lunga quelli puramente economici.

In questo quadro, per assurdo si potrebbe verificare, in caso di vittoria di ENEL, la creazione di un semi-monopolio sulla telefonia (TIM/Wind – 3) e un monopolio sulla rete di Internet veloce (ENEL OPEN FIBER).

L’unica certezza è che Telecom (oggi Tim), da 18 anni a questa parte, quando fu privatizzata nell’ormai lontano 1997, è stata teatro delle più grandi battaglie finanziarie europee e le ultime notizie confermano che lo è ancora.

La partita ha tanti giocatori tra i quali il più importante è il governo italiano. Renzi ha messo a disposizione sette miliardi di euro su un totale di dodici, finanziati in gran parte dai fondi europei e ha tirato in ballo anche Enel e la Cassa depositi e prestiti che possiede Metroweb, sull’affare dei prossimi anni in Italia, la costruzione di una rete a banda ultralarga. Ciò rischia di svalutare la rete in rame che rappresenta il principale capitale sulla quale poggia TIM ed è valutata dall’azienda circa 14 miliardi di euro.

Considerato che a Vivendi non interessa l’infrastruttura (anche se non la vuole svendere), ma i servizi e i contenuti. Lo stesso vale per l’altro azionista francese, Xavier Niel. L’obiettivo è la grande convergenza (tra fisso e mobile, tra tv-telefono e computer).

Che cosa diventerà l’ex monopolista telefonico?

Se la nuova rete italiana finisse tutta in mano ai francesi non sarebbe proprio un bel risultato per un’Italia che vuole riconquistare posizioni sullo scacchiere internazionale.

Le TLC, soprattutto nella prospettiva della banda larga, sono destinate ad essere sempre più un infrastruttura centrale del paese, proprio per questo motivo deve tornare ad essere pubblica negli interessi dei cittadini e dei lavoratori.

Fonte

14/04/2016

Requiem per Telecom?

Come era prevedibile nel RISIKO delle TLC Europee, tenuto conto della sua debolezza finanziaria, Telecom Italia non solo è diventata preda ma, dopo il via libera del presidente del consiglio Renzi allo sviluppo della larga banda da parte della nuova società di Enel (Enel Open Fiber), diventa di fatto l’agnello che verrà sacrificato, nuovamente, nel processo di svendita delle aziende italiane agli speculatori italiani e stranieri, come sollecitato dalle direttive di Bruxelles.

Abbiamo quindi il dovere di provare a capire cosa potrà succedere a breve, dato che questo gioco al Monopoli non tiene affatto conto dei lavoratori e dei cittadini che come al solito saranno gli unici a pagarne pesantemente le conseguenze.

Enel Open Fiber potrebbe diventare:

  • la futura società delle reti a partecipazione statale e nella quale dovrebbe confluire la rete che oggi appartiene a Telecom Italia da mettere sul mercato in un secondo momento. Questo, grazie alla partecipazione di investimenti pubblici, assicurerebbe la realizzazione, la gestione e lo sviluppo della rete di nuova generazione per l’implementazione dei servizi di TLC, sia nelle aree competitive che nelle aree cosiddette a fallimento di mercato, configurando  gli Operatori di TLC e OTT (gli Over The Top come Netflix, Google, Facebook…) esclusivamente come fornitori di servizi e favorendo le concentrazioni delle Media Company e di TLC in super aggregati di dimensione europea.
  • un concorrente di Telecom Italia, praticando prezzi all’ingrosso verso gli operatori più convenienti rispetto a Telecom Italia.

In entrambi i casi, Vivendi, socio di maggioranza di Telecom Italia, che è interessato a veicolare sulla rete servizi e contenuti di intrattenimento multimediale, come dimostrerebbe l’accordo fatto con Mediaset, sarebbe pronta a tagliare organici.

Si troverebbero a rischio l’Information Technology, il Caring, le aree di Staff, oltre al Wholesale e alle torri. Il debito che grava su Telecom, spinge questa dirigenza miope a cedere attività e a tagliare personale, anziché fare gli inderogabili investimenti. La nomina di Cattaneo, specializzato in risanamenti e ristrutturazioni, come ha già dimostrato in Terna e in Ntv, sembra andare in questa direzione

Quello che inoltre ci lascia stupiti è che oggi lo Stato investa nella banda larga attraverso due strade. Una è quella di Metroweb, controllata dalla Cassa depositi e prestiti e da F2i; l’altra è quella di Enel, che sta investendo 3 miliardi per ricablare in fibra ottica la propria rete di contatori digitali. E tutto questo senza imporre una strategia unica né ai privati, né alle due aziende a partecipazione statale che spendono sulla fibra!

Questo dimostra il vuoto totale della politica industriale del governo in carica, che con questa operazione mediatica tenta maldestramente di piazzare qualche uomo in posti chiave, dare qualche mancia a grandi ditte negli appalti per la cablatura, lasciando Telecom Italia e il settore TLC in pasto alle multinazionali del settore.

Le TLC, soprattutto nella prospettiva della banda larga, sono destinate ad essere sempre più un infrastruttura centrale del paese, che deve tornare ad essere pubblica negli interessi dei cittadini e dei lavoratori.

Fonte

04/11/2015

Scalata francese a Telecom, il governo tace

Un paese ridicolo gestito da corrotti che prosegue senza freni la via verso il baratro. Tutto è cominciato con la chiusura dell'Iri e la privatizzazione di imprese monopolistiche in settori strategici come telecomunicazioni, energia, autostrade, trasporti.

A quella fase, che già consegnava a “privati” la possibilità di incassare profitti senza rischio, e senza aver dovuto investire cifre da capogiro per costruire quelle aziende (ci aveva già pensato lo Stato, con la spesa pubblica e le nostre tasse, giustamente), ne è seguita un'altra: quella della “contendibilità” sul mercato.

E qui è emersa in tutta la sua drammaticità l'inconsistenza tanto dei “prenditori” privati italiani (Colaninno, Tronchetti Provera, Benetton, Toto e compagnia cantando), quanto e soprattutto dei governi nazionali – quindi della “politica” – nel tenere sotto controllo le vicende societarie di imprese che saranno, sì, ormai “private”, ma non per questo smettono di essere “di interesse nazionale”. Un paese senza il controllo delle telecomunicazioni o dei rifornimenti energetici è come un paese privo di esercito, fisco, istruzione, università, ricerca.

Diciamo che in Italia è rimasto l'esercito, come succursale della Nato, mentre tutto il resto sta andando in malora (vedi anche qui).

Scusate la lunga premessa, ma era necessaria per inquadrare la “scalata francese” a Telecom. Un magnate parigino dei media e del web, Xavier Niel, azionista di controllo di un gruppo di tlc – Iliad – che ha “prenotato” fino a stamattina oltre il 15% di Telecom. Una spregiudicatissima operazione finanziaria – non c'è l'acquisto ma solo la prenotazione con l’esercizio dei diritti per rilevare effettivamente le azioni posposte a metà del 2016 – giocata intorno a un asset strategico come la rete fissa delle telecomunicazioni, infrastruttura su cui passa il traffico Internet e le telefonate dei cittadini, ma su cui viaggiano anche le comunicazioni “riservate” dei ministeri e di altri centri del potere italiano, compresi i dispositivi per le intercettazioni telefoniche gestite dalla magistratura.

Persino il giornale di Confindustria è rimasto stupito dell'indifferenza del governo Renzi davanti a un'operazione che porta (porterebbe, se a scadenza Niel esercitasse il diritto di acquisto) la quota azionaria francese ad oltre il 35%. Un altro 20% è infatti in mano a Vincent Bolloré, patron di Vivendi (che smentisce un'azione di concerto con il connazionale), più un 3,6% in mano a JpMorgan (banca d'affari statunitense) e il 2,07% in mano a Bank of China. Il resto delle azioni sono “flottanti” sul mercato, e infatti il valore delle azioni sta correndo in borsa dopo anni di quotazioni depressive, raggiungendo livelli mai più visti dal 2008.

Avrete notato che tra gli “azionisti rilevanti” – quelli al di sopra del 2%, secondo le regole della Consob – non ci sono nomi italiani. L'azienda è insomma già “straniera”, nei fatti e nell'incameramento dei profitti. E il governo Renzi non se ne occupa minimamente..

Come scrive Antonella Olivieri su IlSole24Ore:
“Per molto meno l’Argentina si è mossa a bloccare il passaggio del controllo di Telecom Argentina, un’operazione già conclusa tra venditore (Telecom Italia) e compratore (il fondo Fintech di David Martinez).

Per molto meno, l’Authority argentina delle tlc – un organo, è vero, nominato dalla politica – ha bloccato una transazione già “pagata” in anticipo: non si può consegnare le redini del secondo gruppo di tlc del Paese alla finanza, non si può assoggettarne le politiche industriali alle logiche di investitori finanziari”.
In questo tipo di operazioni, insomma, e su questo tipo di aziende, la classica idiozia retorica “sono affari dei privati perché l'azienda è privata” non ha alcuna legittimità. In nessun paese del mondo.

Se in Italia sì, allora, non resta che l'ipotesi peggiore: il governo è stato affidato – senza elezioni, per scelta di Napolitano – a un gruppo di figuranti che lavorano per interessi ignoti, ma sicuramente diversi od opposti a quelli “del Paese” (come amano dire Renzi e i suoi cosiddetti ministri ogni volta che aprono bocca per silenziare qualche sospetto o polemica politica).

Per le implicazioni di politica economica – anche capitalistica – vi rimandiamo alla lettura dell'intero articolo della Olivieri. Per quanto riguarda le possibili soluzioni, invece, la nostra idea è radicalmente seria: nazionalizzazione forzata e senza indennizzo per gli attuali proprietari. Quella roba lì – Telecom e tutta la rete infrastrutturale – l'abbiamo già pagata. E anche più cara del necessario (mazzette comprese, insomma).

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Il giallo di Parigi e i silenzi italiani

di Antonella Olivieri

Per molto meno l’Argentina si è mossa a bloccare il passaggio del controllo di Telecom Argentina, un’operazione già conclusa tra venditore (Telecom Italia) e compratore (il fondo Fintech di David Martinez).

Per molto meno, l’Authority argentina delle tlc - un organo, è vero, nominato dalla politica - ha bloccato una transazione già stata “pagata” in anticipo: non si può consegnare le redini del secondo gruppo di tlc del Paese alla finanza, non si può assoggettarne le politiche industriali alle logiche di investitori finanziari. Sebbene il messicano Martinez non sia un perfetto sconosciuto in Argentina, e goda di ottima reputazione, gli è stato imputato di voler rilevare il controllo di Telecom Argentina senza avere competenze nelle tlc e con una società costituita nel Delaware soltanto nel 2013, con un track record cioè non sufficientemente“affidabile” alle spalle. Oltretutto il sospetto è che si trattasse di un portage. Può darsi che nella sonora bocciatura dell’Authority argentina abbiano avuto un peso anche altre logiche, ma il dato di fatto è che sarà difficile smontare la tesi pubblica. Nel caso del riassetto dell’azionariato di Telecom Italia, nel dopo Telco, gli ingredienti per un giallo dagli analoghi risvolti ci sono tutti e forse di più. La differenza è che, sebbene si tratti non del secondo player bensì del primo, a Roma tutto tace.

Tutta Italia si sta interrogando sulle mosse di un finanziere, di Telecom con un veicolo finanziario, Rock Investment, costituito – coincidenza – anch’esso nel 2013. Oltretutto postponendo l’esercizio dei diritti per rilevare le azioni a partire da metà 2016.

Ci sono due filoni dietrologici. «Il buon Bollorè ci sta prendendo in giro tutti quanti un’altra volta», è stato il commento di un navigato banchiere d’affari che si è iscritto al filone di chi pensa che due finanzieri d’Oltralpe non vengano a farsi la guerra in Italia, giocando fuori casa su un terreno scivoloso come quello delle tlc. Se il presidente di Vivendi e il suo collega francese appena entrato in scena fossero d’accordo, c’è da scommettere che non se ne troverà mai la prova. In questo scenario sarebbe comunque relativamente semplice sottrarsi all’obbligo di Opa. Infatti, con la conversione delle azioni di risparmio – che Telecom ha in canna, in attesa che ne maturino le condizioni (e ieri c’eravamo vicini visto che lo sconto tra le due categorie di azioni si è ampliato al 20%) – i due pacchetti transalpini sommati insieme, che sul capitale ordinario superano il 31%, si diluirebbero a meno del 22%, sotto cioè la soglia dell’Opa che per Telecom è fissata al 25%.

Ma, a credere alle indiscrezioni che si raccolgono dietro le quinte, non sarebbe questo lo scenario. Perché in realtà Niel, che pure conosce bene Bolloré, non avrebbe nemmeno usato la cortesia di informarlo con due minuti di anticipo. Già è bizzarro in sé che il nuovo socio di riferimento non sia nemmeno rappresentato in consiglio: come avere comprato un appartamento senza averne le chiavi.

Quella di Niel potrebbe essere semplicemente un’incursione finanziaria, ma anche chi la butta lì non ci crede poi molto. Oppure – ed è un dubbio sempre più insistente – si tratta solo della prima tappa di un percorso, per vedere “l’effetto che fa”. Ma chi dovrebbe reagire se non il Governo che di Telecom è lo stakeholder implicito? Nessuno si sognerebbe di scalare un incumbent europeo delle tlc senza avere il gradimento del Paese. Se si lasciasse briglia sciolta alle logiche della finanza, il modo più rapido per estrarre valore da Telecom sarebbe quello di farla a pezzi: via il Brasile, via l’Argentina e magari via anche alla rete che potrebbe tornare allo Stato. Ma poi chi farebbe i conti con l’occupazione? In uno scenario di questo tipo si stima che almeno 15mila dipendenti sarebbero a rischio di ritrovarsi da un giorno all’altro in mezzo alla strada. E poi c’è Sparkle, la rete intercontinentale di fibra ottica che negli anni ’90, quando al vertice di Telecom c’era il very powerful chairman Gianmario Rossignolo, gli americani di AT&T avevano chiesto in gestione.

Certo che, se fosse questo il disegno occulto, un “puntello” in Italia il finanziere Niel dovrebbe pur averlo. Dopo la mossa, analogamente strana, del finanziere russo Mikhail Fridman verso Oi-Tim Brasil il mistero, anziché dissolversi, si infittisce.

Fonte

20/10/2015

Telecom Italia. Telefónica o Vivendi, dov’è che se magna?

"Francia o Spagna, purché se magna”, è un’espressione su un certo tipo di qualunquismo, menefreghismo e opportunismo italiano usata ancora ai giorni nostri. Come più di 4 secoli fa, quando le corone di Francia e di Spagna si fronteggiavano per la supremazia in Europa e nel nuovo mondo, i principi e i duchi italiani, la classe politica del tempo, gretti, rissosi e municipalistici, incapaci di pensare ad un futuro di prosperità, si appoggiavano o meglio si mettevano a disposizione dell’una o dell’altra potenza pur di salvare un minimo di potere entro le mura della loro cittadella.

Dopo gli Spagnoli di Telefónica il nuovo azionista di riferimento di Telecom Italia è diventato la Francese Vivendi di Vincent Bolloré con circa il 20% del capitale. L'ingresso in forze nel capitale arriva in un momento cruciale per lo sviluppo della banda larga, con il rinvio del decreto comunicazioni e il ribaltone in Cassa depositi e prestiti che ora potrebbe a sua volta investire nell'ex gruppo pubblico.

Infatti dopo l’incontro di agosto tra Vincent Bolloré e il premier Renzi, in cui il primo assicurava che l'investimento in Italia sarà a lungo termine nonché strategico, per proseguire con il viaggio ai primi di settembre di Claudio Costamagna Presidente (per volontà di Matteo Renzi) e Fabio Gallia AD di Cassa depositi e Prestiti, i quali si sono recati in Francia ad incontrare l'AD di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, per poi tornare in Italia e bussare alla porta del presidente Recchi e l'AD Patuano di Telecom Italia, stranamente si è sbloccata la trattativa tra Telecom e Metroweb, per lo sviluppo della banda larga in Italia.

Al momento l’attuale Management di Telecom ha posto quattro condizioni per l’accordo con con gli azionisti di Metroweb (F2i e Fsi-Cdp): trattative in esclusiva, nessun condominio con altri operatori (Vodafone e Wind), sostenibilità del piano industriale relativamente agli investimenti (Cdp?) nelle reti FTTH, certezza di ricevere le autorizzazioni dell'Antitrust e dell'Agcom, che allo stato appaiono per lo meno problematiche. Bisogna ricordare che Metroweb Italia è controllata al 53,8% da Fondi italiani per le infrastrutture (F2i) e al 46,2% dal Fondo Strategico Italiano, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti.

Di chiaro c'è l'obiettivo del colosso francese, ovvero quello di diventare un punto di riferimento europeo sia a livello infrastrutturale sia sui contenuti, quindi la rete (compreso lo sviluppo della banda larga) di Telecom Italia è un interesse strategico per Vivendi.

E’ sotto gli occhi di tutti l’evoluzione in atto, a seguito della costante erosione del profitto sui servizi di base, i maggiori player delle tlc si sono spostati sul business dei contenuti (Pay Tv), infatti secondo le dichiarazioni dell’AD Patuano, le ambizioni di Telecom Italia sono evidenti: l’ex monopolista vuole raggiungere 12-13 milioni di abbonati nel triennio, quindi necessita di garantire la profittabilità dei contenuti.

Anche Mediaset e Rai, che sono grandi produttori di contenuti, si interrogano sullo stesso tema: esistono contenuti local e contenuti che per il loro stesso costo devono  essere global o se volete multilocal.

Secondo quanto riportato dal giornale “La Repubblica”, l’attuale vertice di Cdp sarebbe disposta a concedere a Telecom di entrare in Metroweb con un 40% di quote normali e un 20% senza diritto di voto. Il restante 40% potrebbe essere detenuto dai fondi Fsi/F2i (espressione della Cdp). Tutto questo in una prima fase, perché successivamente Telecom Italia passerebbe al 60% con diritto di voto e in un terza fase fondi Fsi/F2i venderebbero alla stessa a "giusto valore di mercato". In pratica entro 5 anni l'ex monopolista potrebbe consolidare ulteriormente la sua infrastruttura nazionale in fibra. E appare scontato, per gli analisti, che Cdp infine entri in Telecom per proteggere "l'italianità del gruppo". Siamo proprio sicuri ?

La portata della novità travalica i confini nazionali e impatta direttamente lo scenario europeo del settore delle Tlc, il cui destino prossimo sembra essere quello di un ulteriore consolidamento delle principali società a discapito delle piccole.

Il rischio è quello che con il suo 20% Vivendi abbia reso il gruppo italiano una pedina mossa da altri nello scacchiere europeo, passando da ruolo di target a preda. Questo è sicuramente l’aspetto più interessante perché nella pancia di Telecom Italia c’è la rete che è un asset non replicabile e strategico per la competitività del sistema Paese e di tantissime sue imprese.

E’ plausibile che la strategia di Vivendi non sarà solo quella di “usare” Telecom Italia come strumento per veicolare i propri contenuti nel settore media italiano, ma di dominare il mercato, “senza rivali”, e quindi con ricavi stabili, con la garanzia di dividendi garantiti minimizzando gli investimenti per un numero imprecisato di operatori industriali e finanziari.

Ma forse potrebbe ancora una volta avere ragione Guicciardini quando metteva in guardia “perché se tu fiderai nelli italiani, sempre avrai delusione; la ignoranza non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dà mazzate da ciechi”.

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