E’ spuntata la pace tra Elliott e Vivendi, gli azionisti di riferimento della Tim, più probabilmente, come auspicato da Cassa Depositi e Prestiti, è solo una tregua nella prospettiva della realizzazione di una rete unica.
Tenuto conto che il progetto della fusione tra la rete TIM e Open Fiber è ampiamente condiviso dal fondo Usa Elliott fin dal suo ingresso in TIM, la USB pone la questione di quale sia la contropartita dell’accondiscendente Vivendi nel tenere bassi i toni. “Sappiamo che ogni volta che si parla di “taglio dei costi” e “ottimizzazione della spesa” a farne le spese sono stati sempre e solo i lavoratori, con la diminuzione cospicua del loro numero, del loro salario e dei loro diritti”. Il sindacato rammenta come per ben due volte è stato rinviato da parte del ministro Di Maio l’incontro presso il Mise tra governo e sindacati sulla situazione TIM.
Al contrario l’USB ritiene urgente e necessario l’impegno del governo per l’apertura di tavoli di confronto e trattativa che tutelino l’occupazione e l’interesse pubblico in merito al futuro di TIM, della Rete e delle telecomunicazioni nel nostro paese.
Da qui l’avviso ai lavoratori della Tim a non abbassare la guardia perché nessuno li tutelerà, i gruppi finanziari fanno solo i propr interessi dunque a tenersi pronti alla mobilitazione. Per queste ragioni l’Usb torna a chiedere con decisione la gestione pubblica del servizio TLC.
Su un altro fronte, quello della Sparkle, martedì 26 marzo il nuovo amministratore delegato, Mario Di Mauro ha incontrato Segreterie Confederali e RSU per raccontare la sua idea di rilancio di TIS. Ma restano ancora da chiarire molti punti cruciali.
Di Mauro ha presentato una serie di slide che hanno illustrato lo stato dell’arte di TIS (gli asset, i punti di presenza, gli organici, i servizi in portafoglio) e le criticità che hanno portato a una sostanziale diminuzione dell’ebitda, legate anche a servizi maturi e all’incapacità di rendere i nuovi servizi profittevoli.
Le azioni che intende porre in essere, per il rilancio e per il consolidamento di TIS come fornitore leader nel Mediterraneo, Medio Oriente e America Latina, tra cui l’automazione di alcuni processi per i servizi maturi quali la voce, la ricerca di nuovi modelli di business per il mobile, un sostanziale incremento del network e dei punti di presenza nel mondo, la focalizzazione sul segmento di mercato Enterprise con nuove soluzioni digitali, la messa a portafoglio di soluzioni Cloud avanzate, ecc.. Per il 2019 sono previste assunzioni, in misura a dire il vero limitata (qualche decina di unità).
Tutte queste iniziative proiettano la Sparkle verso una “trasformazione” della società, ma secondo l’Usb occorre attuare un cambio importante di paradigma nel rapporto con le “persone” che vanno riposizionate al centro del Piano Industriale e non ai margini. Pertanto il Piano deve fare perno innanzitutto sul riconoscimento dei diritti dei lavoratori, mediante la contrattazione di II Livello, su un ricambio generazionale e su una seria politica di formazione e incentivazione dei lavoratori.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2019
26/10/2018
Privatizzazioni. La pessima lezione di Telecom
La privatizzazioni disastrosa, come quella della Sip, poi diventata Telecom, e adesso TIM, grida ancora vendetta per la ricchezza bruciata a discapito di tutta la collettività a fronte dei guadagni stratosferici realizzati da pochi fortunati.
Quel trasferimento per due lire (allora c’erano le lire!) nel lontano 1997, oltre al motivo di fare cassa per ridurre il debito pubblico e raggiungere i famosi parametri di Maastricht, trovò un’ampia adesione in gran parte dell’opinione pubblica, con la classica decantata favola che era meglio l’efficienza dei privati che l’inefficienza della gestione statale.
Ma la necessità derivante da quei vincoli Europei di ridurre in misura drastica il debito pubblico, giudicato insostenibile, ha portato i nostri governi dal ’92 in poi a (s)vendere e quotare sui mercati azionari aziende pubbliche statali, anche se efficienti e in attivo come Telecom, i dati dimostrano come a oltre trenta anni di distanza il rapporto deficit/pil sia salito invece di ridursi.
Mentre gli obiettivi dichiarati sono stati tutti mancati, si è invece raggiunta la finanziarizzazione di una grossa fetta della nostra economia, volta quindi a finalità speculative e non investimenti produttivi o alla crescita. Insieme a questo abbiamo assistito ad un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e un aumento vertiginoso della disoccupazione nel nostro paese.
Comunque la si guardi, il braccio di ferro in corso sulla Governance tra Vivendi e Elliott, dimostra come oggi il futuro di TIM e dei suoi dipendenti, non dipende dalle regole del mercato ma dalle scelte della politica.
E’ più che evidente come il regalo di Telecom abbia fruttato centinaia di miliardi di soli interessi alle banche finanziatrici dei prenditori italiani per poi passare agli speculatori finanziari stranieri, con il risultato che chi ci ha guadagnato tanto sono stati i privati e chi ci perso molto di più è lo Stato e i lavoratori. Ma, come sappiamo bene, il privato tende a massimizzare legittimamente il profitto, senza che a ciò equivalga un miglioramento del servizio. Privato che non ha investito a sufficienza nello sviluppo e nell’ammodernamento della rete, distruggendo un asset strategico per lo sviluppo economico del sistema paese.
Oggi è più che urgente, anche alla luce della delicata situazione all’interno della Governance, che il futuro di TIM e conseguenzialmente la difesa del perimetro occupazionale, debba diventare una priorità del governo che è entrato nella partita anche attraverso Cdp, controllata dal Tesoro e socio di TIM.
Le privatizzazioni sono state fondamentali per esaltare l’economia finanziaria speculatrice a scapito del fattore produttivo lavoro, attraverso di esse infatti sono emerse forze tese al guadagno più immediato possibile e basato principalmente su atti di speculazione, non generando mai processi redistributivi ma anzi di destabilizzazione negli equilibri politico sociali.
Gli esiti di tutto questo processo sono oggi sotto gli occhi di tutti, per questo per noi di USB l’unica strada da intraprendere è quella della
Nazionalizzazione, qui e ora.
Fonte
Quel trasferimento per due lire (allora c’erano le lire!) nel lontano 1997, oltre al motivo di fare cassa per ridurre il debito pubblico e raggiungere i famosi parametri di Maastricht, trovò un’ampia adesione in gran parte dell’opinione pubblica, con la classica decantata favola che era meglio l’efficienza dei privati che l’inefficienza della gestione statale.
Ma la necessità derivante da quei vincoli Europei di ridurre in misura drastica il debito pubblico, giudicato insostenibile, ha portato i nostri governi dal ’92 in poi a (s)vendere e quotare sui mercati azionari aziende pubbliche statali, anche se efficienti e in attivo come Telecom, i dati dimostrano come a oltre trenta anni di distanza il rapporto deficit/pil sia salito invece di ridursi.
Mentre gli obiettivi dichiarati sono stati tutti mancati, si è invece raggiunta la finanziarizzazione di una grossa fetta della nostra economia, volta quindi a finalità speculative e non investimenti produttivi o alla crescita. Insieme a questo abbiamo assistito ad un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e un aumento vertiginoso della disoccupazione nel nostro paese.
Comunque la si guardi, il braccio di ferro in corso sulla Governance tra Vivendi e Elliott, dimostra come oggi il futuro di TIM e dei suoi dipendenti, non dipende dalle regole del mercato ma dalle scelte della politica.
E’ più che evidente come il regalo di Telecom abbia fruttato centinaia di miliardi di soli interessi alle banche finanziatrici dei prenditori italiani per poi passare agli speculatori finanziari stranieri, con il risultato che chi ci ha guadagnato tanto sono stati i privati e chi ci perso molto di più è lo Stato e i lavoratori. Ma, come sappiamo bene, il privato tende a massimizzare legittimamente il profitto, senza che a ciò equivalga un miglioramento del servizio. Privato che non ha investito a sufficienza nello sviluppo e nell’ammodernamento della rete, distruggendo un asset strategico per lo sviluppo economico del sistema paese.
Oggi è più che urgente, anche alla luce della delicata situazione all’interno della Governance, che il futuro di TIM e conseguenzialmente la difesa del perimetro occupazionale, debba diventare una priorità del governo che è entrato nella partita anche attraverso Cdp, controllata dal Tesoro e socio di TIM.
Le privatizzazioni sono state fondamentali per esaltare l’economia finanziaria speculatrice a scapito del fattore produttivo lavoro, attraverso di esse infatti sono emerse forze tese al guadagno più immediato possibile e basato principalmente su atti di speculazione, non generando mai processi redistributivi ma anzi di destabilizzazione negli equilibri politico sociali.
Gli esiti di tutto questo processo sono oggi sotto gli occhi di tutti, per questo per noi di USB l’unica strada da intraprendere è quella della
Nazionalizzazione, qui e ora.
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23/04/2018
TIM - Dopo 20 anni ancora scorribande finanziarie
E’ innegabile che TIM, da quando è stata privatizzata nell’ormai lontano 1997, si riconferma ancora teatro di scorribande finanziare, dopo gli spagnoli di Telefonica e i francesi di Vivendi, è la volta degli americani del fondo Elliott specializzato in operazioni finanziarie in aziende in difficoltà.
L’Assemblea dei soci fissata per domani 24 aprile, con all’ordine del giorno la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione del gruppo TIM, promette scintille fra l’attuale socio di maggioranza Vivendi e il fronte dei fondi capeggiati da Elliott.
Dopo gli episodi burrascosi che hanno scompigliato la compagine societaria di Telecom Italia in questi ultimi mesi, sarà inevitabile lo scontro fra l’attuale azionista di maggioranza Vivendi (23,94% del capitale) e il fondo americano Elliott (8,90% del capitale).
Per quanto riguarda il fondo Elliott, come riportato sul sito www.transformingtim.com, ha evidenziato la costante sottostima del prezzo delle azioni (-35% da quando i francesi sono entrati nel CdA), a cui gli americani vorrebbero rimediare, cedendo parte delle quote di rete in rame (Netco) e della controllata Sparkle, consentendo di dimezzare l’attuale debito da 25 a 12 miliardi di Euro e tornare alla distribuzione dei dividendi azionari.
In altre parole, si tratterebbe di svendere l’asset più importante in mano a TIM, oltre a
garantire l’enorme debito accumulato a margine di una privatizzazione fallimentare. Per non parlare di Sparkle, che ai noti profili di sicurezza affianca ricavi annuali intorno al miliardo.
Il destino del colosso italiano sembra ormai segnato: a pesare è sia l’incertezza proprietaria (che da decenni si traduce nella mancanza di continuità gestionale, ancor più grave in un settore ad alta intensità di investimenti), sia sul fronte politico vista l’incertezza del futuro esecutivo, dopo la recente sintonia tra il Ministro uscente dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e Amos Genish, sulla separazione della rete anche se controllata al 100% da TIM.
Non è un caso che nel corso di questo scontro si annota l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) con una quota del 4,26 %, già proprietaria insieme a Enel di OpenFiber (società destinataria di tre miliardi di fondi pubblici per la costruzione di una rete in fibra ottica nelle aree meno remunerative del Paese).
Dopo anni di tentativi, riprende forma l’ipotesi della società della rete nell’alveo pubblico che venne evocata per la prima volta nel 2006 dall’allora consigliere economico del premier Romano Prodi, Angelo Rovati.
Operazione con l’intento di “tutelare l’interessa strategico della rete”, dopo che fu ostacolata da personaggi come Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e il Massimo D’Alema dei capitani coraggiosi?
Comunque vada, resta da porsi la domanda del perché con la gestione di TIM da parte di Monsieur Bollorè/Vivendi, dopo anni si è riaperta la discussione politica per il controllo pubblico della rete, con l’appoggio trasversale di tutte le forze politiche vincitrici delle elezioni del 4 marzo (5 Stelle, Lega e Forza Italia).
Chi beneficerà dell’ingresso della Cdp in TIM, dunque soldi pubblici, con l’eventuale cessione della rete?
Al momento, sicuramente, Silvio Berlusconi, capo di Forza Italia. Il quale, dopo la manovra di scalata per il controllo di Mediaset, non vede di buon occhio i francesi di Vivendi.
Con la cessione della rete si depotenzia il progetto di Bollorè, pericoloso concorrente di Mediaset, di creare un player europeo in grado di veicolare i contenuti multimediali in tutto il sud Europa. L’alleanza con Sky va in direzione anti francese.
Guarda caso, dopo anni di silenzio, solo dopo il tentativo di Bolloré di scalare Mediaset (Berlusconi), abbiamo registrato un flebile sussulto di reazione da parte del Governo italiano; che ha deciso di usare la Golden Power per blindare l’italianità di imprese (TIM) d’importanza strategica.
Al contrario degli altri paesi europei che non hanno mai dismesso le loro partecipazioni nelle società di telecomunicazione, noi abbiamo da tempo perso il controllo su uno degli asset più importanti del sistema paese, in bilico fra depauperamento ed esproprio, non solo sul fronte economico, ma principalmente in questo momento di conflitti di guerra, sul piano strategico militare. In Francia la chiamerebbero una débâcle.
Ciò che non viene più detto sui giornali e in TV è che, come previsto dal piano industriale per la realizzazione della NETCO (societarizzazione della rete fissa), la contropartita prevista sono 6.500 esuberi strutturali, da gestire con un piano di 2.500 esodi incentivati e 4.000 prepensionamenti. Questo in cambio dell’assunzione di 2.000 giovani (precari), le cui retribuzioni saranno finanziate tramite la decurtazione oraria/retributiva di 20 minuti al giorno, da parte di tutti i dipendenti.
Non dimentichiamo neanche i lavoratori delle ditte appaltatrici della filiera e dei call center, dove necessita la messa al bando delle gare al massimo ribasso, la re-internalizzazione dei lavoratori e dei servizi presso i propri committenti, una reale clausola sociale che tuteli diritti e occupazione nei casi di cambio appalto.
Come per il settore dell’informatica, nel quale la politica di privatizzazione e svendita ha impoverito il tessuto tecnologico e produttivo, anche i centri di ricerca e sviluppo come IBM, ITALTEL, TIM e ecc., soffrono di mancati investimenti; con i quali si riusciva a competere con gli altri grandi operatori europei.
Le TLC sono infrastrutture essenziali e strategiche e, al pari di energia e trasporti, non possono essere gestite in base alla logica del profitto a scapito dei diritti dei lavoratori.
L’unica strada possibile è UN NUOVO CONTROLLO PUBBLICO delle Telecomunicazioni, necessario per la democrazia, lo sviluppo e il lavoro. Questo chiuderebbe definitivamente la disastrosa stagione della privatizzazione. Azione sconsiderata, che ha permesso lo smantellamento di un settore strategico per il paese: sia in materia di sicurezza nazionale, sia di reale servizio per buona parte dei cittadini a vantaggio di multinazionali straniere.
Fonte
L’Assemblea dei soci fissata per domani 24 aprile, con all’ordine del giorno la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione del gruppo TIM, promette scintille fra l’attuale socio di maggioranza Vivendi e il fronte dei fondi capeggiati da Elliott.
Dopo gli episodi burrascosi che hanno scompigliato la compagine societaria di Telecom Italia in questi ultimi mesi, sarà inevitabile lo scontro fra l’attuale azionista di maggioranza Vivendi (23,94% del capitale) e il fondo americano Elliott (8,90% del capitale).
Per quanto riguarda il fondo Elliott, come riportato sul sito www.transformingtim.com, ha evidenziato la costante sottostima del prezzo delle azioni (-35% da quando i francesi sono entrati nel CdA), a cui gli americani vorrebbero rimediare, cedendo parte delle quote di rete in rame (Netco) e della controllata Sparkle, consentendo di dimezzare l’attuale debito da 25 a 12 miliardi di Euro e tornare alla distribuzione dei dividendi azionari.
In altre parole, si tratterebbe di svendere l’asset più importante in mano a TIM, oltre a
garantire l’enorme debito accumulato a margine di una privatizzazione fallimentare. Per non parlare di Sparkle, che ai noti profili di sicurezza affianca ricavi annuali intorno al miliardo.
Il destino del colosso italiano sembra ormai segnato: a pesare è sia l’incertezza proprietaria (che da decenni si traduce nella mancanza di continuità gestionale, ancor più grave in un settore ad alta intensità di investimenti), sia sul fronte politico vista l’incertezza del futuro esecutivo, dopo la recente sintonia tra il Ministro uscente dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e Amos Genish, sulla separazione della rete anche se controllata al 100% da TIM.
Non è un caso che nel corso di questo scontro si annota l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) con una quota del 4,26 %, già proprietaria insieme a Enel di OpenFiber (società destinataria di tre miliardi di fondi pubblici per la costruzione di una rete in fibra ottica nelle aree meno remunerative del Paese).
Dopo anni di tentativi, riprende forma l’ipotesi della società della rete nell’alveo pubblico che venne evocata per la prima volta nel 2006 dall’allora consigliere economico del premier Romano Prodi, Angelo Rovati.
Operazione con l’intento di “tutelare l’interessa strategico della rete”, dopo che fu ostacolata da personaggi come Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e il Massimo D’Alema dei capitani coraggiosi?
Comunque vada, resta da porsi la domanda del perché con la gestione di TIM da parte di Monsieur Bollorè/Vivendi, dopo anni si è riaperta la discussione politica per il controllo pubblico della rete, con l’appoggio trasversale di tutte le forze politiche vincitrici delle elezioni del 4 marzo (5 Stelle, Lega e Forza Italia).
Chi beneficerà dell’ingresso della Cdp in TIM, dunque soldi pubblici, con l’eventuale cessione della rete?
Al momento, sicuramente, Silvio Berlusconi, capo di Forza Italia. Il quale, dopo la manovra di scalata per il controllo di Mediaset, non vede di buon occhio i francesi di Vivendi.
Con la cessione della rete si depotenzia il progetto di Bollorè, pericoloso concorrente di Mediaset, di creare un player europeo in grado di veicolare i contenuti multimediali in tutto il sud Europa. L’alleanza con Sky va in direzione anti francese.
Guarda caso, dopo anni di silenzio, solo dopo il tentativo di Bolloré di scalare Mediaset (Berlusconi), abbiamo registrato un flebile sussulto di reazione da parte del Governo italiano; che ha deciso di usare la Golden Power per blindare l’italianità di imprese (TIM) d’importanza strategica.
Al contrario degli altri paesi europei che non hanno mai dismesso le loro partecipazioni nelle società di telecomunicazione, noi abbiamo da tempo perso il controllo su uno degli asset più importanti del sistema paese, in bilico fra depauperamento ed esproprio, non solo sul fronte economico, ma principalmente in questo momento di conflitti di guerra, sul piano strategico militare. In Francia la chiamerebbero una débâcle.
Ciò che non viene più detto sui giornali e in TV è che, come previsto dal piano industriale per la realizzazione della NETCO (societarizzazione della rete fissa), la contropartita prevista sono 6.500 esuberi strutturali, da gestire con un piano di 2.500 esodi incentivati e 4.000 prepensionamenti. Questo in cambio dell’assunzione di 2.000 giovani (precari), le cui retribuzioni saranno finanziate tramite la decurtazione oraria/retributiva di 20 minuti al giorno, da parte di tutti i dipendenti.
Non dimentichiamo neanche i lavoratori delle ditte appaltatrici della filiera e dei call center, dove necessita la messa al bando delle gare al massimo ribasso, la re-internalizzazione dei lavoratori e dei servizi presso i propri committenti, una reale clausola sociale che tuteli diritti e occupazione nei casi di cambio appalto.
Come per il settore dell’informatica, nel quale la politica di privatizzazione e svendita ha impoverito il tessuto tecnologico e produttivo, anche i centri di ricerca e sviluppo come IBM, ITALTEL, TIM e ecc., soffrono di mancati investimenti; con i quali si riusciva a competere con gli altri grandi operatori europei.
Le TLC sono infrastrutture essenziali e strategiche e, al pari di energia e trasporti, non possono essere gestite in base alla logica del profitto a scapito dei diritti dei lavoratori.
L’unica strada possibile è UN NUOVO CONTROLLO PUBBLICO delle Telecomunicazioni, necessario per la democrazia, lo sviluppo e il lavoro. Questo chiuderebbe definitivamente la disastrosa stagione della privatizzazione. Azione sconsiderata, che ha permesso lo smantellamento di un settore strategico per il paese: sia in materia di sicurezza nazionale, sia di reale servizio per buona parte dei cittadini a vantaggio di multinazionali straniere.
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