di Alessandro Volpi
In Italia fino agli anni Novanta le raffinerie erano di proprietà statale. Poi si è affermata la religione neoliberale della privatizzazione, che muoveva dall’assunto secondo cui nulla è più “strategico” del mercato, e le raffinerie sono state privatizzate.
Almeno in parte, perché alcune erano rimaste in mano all’Eni, che però poi è stata privatizzata. Oggi, esistono in Italia 11 raffinerie principali, di cui 5 sono in mano ad Eni – dove lo Stato ha ormai solo il 32% – una è nella mani di Vitol, una di Trafigura, una di Sonatrach, la compagnia di Stato algerina, due di Ip e una di Iplom.
Nell’attuale crisi questa proprietà privata potrebbe costituire un problema serio perché le società proprietarie delle raffinerie potrebbero importare petrolio e gas e rivenderli a realtà che pagano di più non considerando il “mercato” italiano e dunque privando il sistema paese di energia o facendogliela pagare decisamente di più. A poco servirebbero in tal caso il Golden Power o i richiami alle riserve “strategiche”.
I consumatori italiani pagheranno di più. Punto. E allora serviranno nuovi decreti di riduzione del prezzo alla pompa che non saranno in alcun modo in grado di frenare i prezzi e toglieranno risorse pubbliche ad altre destinazioni.
Draghi spese oltre 7 miliardi, con il “consenso” europeo, ora Meloni-Giorgetti hanno già speso quasi 2 miliardi che non sono riusciti a lenire gli effetti dell’aumento dei prezzi, con Arera che annuncia un ulteriore aumento delle tariffe del gas del 19,2%.
Forse, meglio di buttare tutti questi soldi sarebbe utile pensare ad una rinazionalizzazione del settore energetico, con buon pace dei “mercatasti” alla Marattin: con i prezzi attuali la nazionalizzazione si pagherebbe con i dividendi non distribuiti ai privati e utilizzati per ripagare il debito contratto per nazionalizzare e, al contempo, si potrebbe davvero procedere ad una politica di riduzione delle tariffe interne, senza destinare ogni anno miliardi per pagare di più l’energia privata.
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