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05/04/2026

Guerra all'Iran - Recuperato il pilota, perso un altro aereo

Chissà se a questo punto l’amministrazione Usa potrebbe dichiarare «vittoria» (sarebbe la sesta volta in 36 giorni...) e finalmente chiudere la guerra di aggressione all’Iran…

In fondo Trump è riuscito ora ad ottenere un «successo» significativo: recuperare il pilota dell’F-15 abbattuto durante i bombardamenti nell’ovest della Persia.

La dinamica è abbastanza chiara, vista l’abbondanza di film sul tema. Il pilota – un colonnello, peraltro ferito quando è stato raggiunto dalla contraerea – è rimasto nascosto in qualche anfratto ad una certa distanza dal luogo in cui l’aereo era caduto, mandando segnali per farsi individuare dai suoi connazionali.

L’aviazione Usa, una volta individuato con precisione il luogo (niente di miracoloso, basta un rilevatore gps, sia pure criptato), hanno bombardato le aree circostanti per rendere difficile l’arrivo dei reparti dei Pasdaran e delle pattugli di civili armati partiti alla sua ricerca. Teheran aveva peraltro subito messo in chiaro che non avrebbe torto un capello: “Non faremo come gli americani a Guantanamo”.

L’azione è stata facilitata da due fattori: la zona è quasi al confine con l’Iraq ed è quasi del tutto desertica. Quindi abbastanza semplice da raggiungere partendo dalle basi irachene o kuwaitiane, concentrando per poche ore una quantità importante di forze tra aerei, droni ed elicotteri, ma contemporaneamente piuttosto difficile da percorrere via terra. Il vantaggio relativo di truppe aviotrasportate è insomma abbastanza ovvio.

Mentre le forze Usa stavano convergendo verso di lui, comunque, è scoppiato uno scontro a fuoco, secondo quanto poi riferito da due ex alti ufficiali militari a conoscenza delle dinamiche dell’operazione.

Una volta recuperato il pilota, però, due degli aerei da trasporto che avrebbero dovuto condurre le truppe in salvo sono rimasti colpiti e danneggiati in misura tale da non poter ripartire e, sempre secondo fonti militari Usa, sarebbero stati fatti esplodere per evitare che cadessero in mani nemiche. A quel punto, altri tre velivoli sono stati inviati per recuperare il personale militare.

Uno pari, si potrebbe dire… Ma un portavoce delle Guardie Rivoluzionarie afferma che le forze iraniane hanno distrutto due aerei militari C-130 e due elicotteri Black Hawk statunitensi nella zona meridionale di Isfahan.

Lasciamo da parte i lanci della propaganda bipartisan e occupiamoci dell’andamento della guerra partendo dalle poche cose certe.

L’ennesimo penultimatum trumpiano per chiedere la riapertura dello Stretto di Hormuz scade domani sera, ovviamente lanciato in stile Gladiatore («altrimenti scatenerò l’inferno», come se finora avesse bombardato per scherzo).

In realtà lo Stretto è aperto per i paesi «neutrali o amici» dell’Iran, e chiuso solo per i nemici. La definizione è stata esemplificata del resto con il via libera dato non solo a navi cinesi ma anche navi francese, giapponesi e omanite, che hanno pagato in yuan cinesi il pedaggio richiesto – un dollaro per ogni barile trasportato. Una nave legata ad Israele è stata invece raggiunta da un drone.

Lo scambio tra bombardamenti israelo-statunitensi e missili iraniani prosegue anzi pare intensificarsi. Israele è stata raggiunta da diverse ondate di droni e missili, registrando quasi 200 feriti solo nella notte (niente morti, loro sono «invulnerabili» per diritto divino...), e per la prima volta in oltre un mese il sostegno popolare alla guerra – comunque ancora maggioritario – risulta in calo.

Del resto passare le giornate entrando e uscendo dai rifugi sta compromettendo anche le capacità produttive del paese, stressato oltretutto da una spesa militare mostruosamente in crescita.

Straordinariamente pezzente è invece la decisione statunitense di revocare la cittadinanza prima, e arrestare immediatamente dopo, due donne parenti di Qassem Soleimani, generale che aveva guidato la forza Quds delle Guardie della Rivoluzione, ucciso in Iraq dagli americani su ordine di Trump, quando era al primo mandato.

La decisione sarebbe stata presa personalmente da «Narco» Rubio, segretario di Stato (ministro degli esteri). Citando articoli di stampa e post sui social media, il Dipartimento di Stato ha descritto Soleimani Afshar come “una sostenitrice dichiarata del regime totalitario e terroristico in Iran”. In pratica, alcuni post o commenti social sarebbero stati sufficienti per decidere l’arresto di due donne che comunque avevano scelto di vivere nel paese che aveva assassinato il loro congiunto.

La notizia è ancora sub judice, però, visto che la figlia di Soleimani, Zeinab Soleimani, dall’Iran avrebbe negato che le due donne arrestate avessero alcun legame con il defunto leader della Forza Quds.

“Le persone arrestate negli Stati Uniti non hanno alcun legame con il martire Soleimani e l’affermazione del Dipartimento di Stato americano è falsa”, ha dichiarato Zeinab.

Ogni guerra è anche guerra di informazione. E gli Usa non sono più in grado di dare lezioni a nessuno, neanche su questo versante... 

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