Secondo le ultime proiezioni macroeconomiche diffuse il 3 aprile dalla Banca d’Italia, l’aggressione all’Iran e le tensioni che ne derivano sui mercati rappresentano la principale minaccia per la stabilità del paese. L’incertezza delle proiezioni, dice l’istituto, è elevata, ma il peso della guerra della coalizione Epstein sarà comunque significativo. Nello scenario peggiore, il 2027 potrebbe essere un anno di recessione.
Bankitalia ha già rivisto al ribasso le stime di crescita rilasciate lo scorso dicembre. Lo scenario di base preso in considerazione dagli analisti vede il prezzo del petrolio attestarsi a 103 dollari al barile e quello del gas a 55 al megawattora, nel corso del secondo trimestre di quest’anno. Dati che ci si aspetta di avere se il conflitto non si protrarrà troppo a lungo e i suoi effetti saranno tamponati.
Per l’anno in corso e per il prossimo le previsioni, nello scenario migliore, vedono una crescita pari allo 0,5% del PIL, mentre a dicembre era stimata allo 0,6% per il 2026 e allo 0,8% per il 2027. L’inflazione è maggiore di un punto percentuale rispetto alle precedenti stime: si dovrebbe collocare al 2,6% per l’anno in corso, ma viene sottolineato che saranno soprattutto i beni energetici e quelli alimentari a pesare sulla media.
“Lo scoppio del conflitto e il repentino innalzamento dei prezzi energetici – si legge nella nota – incidono negativamente sulle prospettive a breve termine, comprimendo la domanda interna nel trimestre in corso e nei due successivi. L’attività tornerebbe a rafforzarsi a partire dall’inizio del 2027, in concomitanza con l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche”.
Ci si deve attendere, dunque, una nuova ondata inflazionistica che andrà a peggiorare ulteriormente il reddito reale delle famiglie italiane. Gli investimenti rallenteranno, anche a causa delle ridotte prospettive della domanda, tanto quella interna quanto quella estera: “il contributo della domanda estera netta alla crescita del prodotto è negativo quest’anno e pressoché nullo nel prossimo biennio”. In ogni caso, l’istituto segnala che il tasso di disoccupazione “aumenta leggermente nel corso del triennio”, cioè tra il 2026 e il 2028.
Nell’analisi di Bankitalia, però, viene previsto anche uno scenario peggiore. Se il conflitto dovesse protrarsi più a lungo delle previsioni e vi fossero “danni rilevanti alle infrastrutture energetiche nell’area mediorientale”, ipotesi che è stata confermata in maniera indiretta da Christine Lagarde in un’intervista al The Economist, il risultato sarebbe un’inflazione maggiore e più persistente, e possibili turbolenze sui mercati finanziari.
Se il petrolio balzasse stabilmente sopra i 150 dollari al barile e il gas intorno ai 120 euro al megawattora, il PIL rimarrebbe fermo nell’anno in corso (0,0% di crescita), per poi ridursi dello 0,6% nel 2027. Se lo scenario è già di base quello della stagflazione, se non si pone subito fine all’aggressione imperialista le prospettive sono quelle di una vera e propria recessione.
Il problema, però, è strutturale. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, intervenendo alla conferenza annuale tra il suo istituto e il Ministero degli Esteri, ha sottolineato che lo shock energetico “non apre una nuova fase, la sta semplicemente accelerando”, mentre le previsioni BCE sull’inflazione dell’Eurozona per il secondo trimestre del 2026 indicano un +3,1%. Lui stesso ammette che, anche finisse immediatamente il conflitto, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento.
Proprio perché la fase non è nuova, torna anche il tema degli extraprofitti. I ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria hanno inviato una lettera al commissario UE per il Clima, Wopke Hoekstra, ribadendo una richiesta che dicono di aver fatto all’Eurogruppo del 27 marzo: “sviluppare rapidamente uno strumento contributivo a livello UE, basato su una solida base giuridica” e finanziato con la tassazione degli extraprofitti.
“Una soluzione europea”, scrivono nella lettera, “fungerebbe da segnale per i cittadini e per l’economia, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire”. Questi paesi fanno leva su una situazione di crisi per implementare ulteriormente l’integrazione europea, ma nascondono il fatto che i vari governi avrebbero già i poteri per agire e calmierare i prezzi.
Uno degli ostacoli principali, semmai, è il Patto di Stabilità, che Bruxelles ha ribadito non voler sospendere. Non potendo mettere risorse per alleviare l’aumento dei prezzi, viene stabilito politicamente che la crisi dovranno essere ancora lavoratori e pensionati a pagarla.
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