Sono un docente in una scuola superiore, e negli ultimi mesi mi è capitato di guardare alcune puntate dell’ultima stagione di Masterchef.
Al di là di un giudizio sul programma – come si suol dire, de gustibus – le puntate mi hanno sempre di più coinvolto in una riflessione che intrecciava quello che vedevo sullo schermo con la quotidianità del mio lavoro.
In breve, mi sono reso conto che Masterchef rappresenta tutto quello che una scuola non dovrebbe essere e, tragicamente, tutto quello che la nostra scuola sta diventando.
Iniziamo dalla parte più semplice dell’analogia: Masterchef è una scuola di cucina, e, allo stesso tempo, Masterchef è una gara. Già questo fatto, all’apparenza banale, dovrebbe far drizzare le orecchie ad una qualunque sensibilità sociale e/o pedagogica.
L’accostamento fra apprendimento e competizione è sempre delicato. Intendiamoci, non che in un processo educativo non si possano sfruttare momenti competitivi, ma questo va fatto sempre con attenzione e delicatezza, come ogni docente che abbia presente il proprio ruolo ha modo di sperimentare quotidianamente.
In Masterchef tutto questo non esiste: impara, anzi può continuare ad imparare, solo chi supera le prove infernali proposte dai giudici, rimanendo sempre il migliore di un enorme schiera di aspiranti chef: è il celebre uno su mille ce la fa, traslato dalla vita ai fornelli.
In un certo senso è ovvio che sia così, si tratta di una gara: ma il problema è che una dura competizione nella quale si può imparare solo se si è i migliori e alla fine vincendo si ottiene un lavoro somiglia troppo tragicamente alla vita quotidiana di migliaia di giovani per permetterci di prenderla alla leggera.
Più che un programma di evasione, siamo alla giustificazione e alla romanticizzazione di un contesto reale e inaccettabile.
Fin qui tutto abbastanza triste, ma in fondo banale. Il dato ancora più interessante per chi voglia pensare alla scuola e al mercato del lavoro ad essa connesso si ha quando si pensa a come si costruisce la competizione.
Nel procedere delle varie edizioni la severità e le critiche sono andate a scomparire o comunque ad attenuarsi nello show, così come in molti casi le si vorrebbe fuori dalle scuole.
Nell’insegnamento non ci devono essere brutti voti, insufficienze e bocciature, e allo stesso modo in Masterchef si sono eliminati i giudici che tirano via i piatti del malcapitato di turno. Chiariamoci, non è che si stia sostenendo che vi sia un pregio a trattare male gli studenti. O che esista un valore formativo dell’umiliazione.
Ma ciò che è interessante è che la scomparsa della critica, dell’insufficienza, non porta ad attenuare la competizione, ma ad aumentarla, proprio come accade a scuola, dove l’inflazione delle valutazioni si accompagna ad un aumento dell’ansia e dello stress collegato ad esse [1].
Masterchef ci fornisce la chiave per la logica di questo processo: quando scompare la critica scompare il riferimento all’oggettività e alla concretezza di un lavoro, scompare la qualità, il valore d’uso.
Così, come chi ha seguito le ultime stagioni avrà notato, oltre ad un attenuarsi delle critiche dentro Masterchef, si parla sempre meno di cucina e sempre più di emozioni, sempre meno di tecnica dei piatti e sempre più delle storie degli aspiranti chef.
Cannavacciuolo, Barbieri e Locatelli sono dei novelli psicologi, che invece di dirci come fare le tagliatelle utilizzano la metafora della cucina per spiegare al povero concorrente la vita in generale, o la sua vita in particolare, ormai diventata il vero oggetto della gara.
Che queste persone non abbiano nessuna capacità o sensibilità specifica per fare tutto questo non importa, perché è il concorrente che è lì per dimostrare di valere qualcosa, e la competizione fà si che non sia importante solamente che sappia cucinare, ma deve anche comunicare, dimostrare di volere così tanto il ruolo di Masterchef da raccontare i suoi problemi a favore di camera.
Tutto questo forse servirà a rendere la serie appetibile ad una parte di pubblico – ritorniamo ancora al de gustibus delle prime righe – ma in realtà non mostra nient’altro che l’attuale stato di competizione esistente sul mercato del lavoro e quindi anche nella scuola e nell’università.
Non basta sapere fare un lavoro concreto, non basta una capacità tecnica e specifica, bisogna volerlo, cioè bisogna pensare che l’occasione formativa e lavorativa di turno sia ciò che conta di più, per la quale si deve essere disposti a sacrificarsi, a mettersi in gioco, in pratica a farsi sfruttare senza remore.
Il risultato è che sullo schermo si vede tutto quello che non si dovrebbe fare quando si insegna: non si parla del tuo piatto, si parla di te, così che se fallisci, se non sei il migliore, non parliamo di un fallimento nel mondo dell’oggettività, legato ad una prestazione e ad un oggetto specifico – la carbonara dell’ultimo pressure test o il compito di matematica – ma della tua interiorità, di un livello legato al mondo dei valori e della volontà.
Se il tuo piatto è cattivo è perché non volevi abbastanza essere il nuovo masterchef, è la tua storia che fallisce, sei tu ad essere cattivo.
Le conseguenze di questo modo di intendere la formazione sono sotto gli occhi di tutti, nelle ansie di nuove generazioni che si trovano, a scuola all’università o sul lavoro, a combattere una gara a ostacoli solo per vivere una vita dignitosa.
Nel frattempo, in un mondo alla rovescia, gli Chef stellati non cucinano ma fanno gli psicologi in tv, i salari nel mondo della ristorazione sono sulla soglia della povertà e una cena costa come una giornata di lavoro.
Meglio cambiare canale, ma non in tv.
Note
[1] Questi dati, aumento medio dei voti e aumento dell’ansia, sono ormai noti a chiunque conosce la scuola da vicino. Si confrontino questo articolo sulle valutazioni e l’allarme dell’ospedale Bambin Gesù di Roma per riscontri oggettivi, che in ogni caso sono molto più ampi e approfonditi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/02/2023
13/02/2020
Coronavirus, Shoa e società ansiogena
Il 30 gennaio Repubblica ha pubblicato un sondaggio Eurispes secondo il quale gli italiani che non credono all’esistenza storica della Shoa, dal 2004 ad oggi, sono passati dal 2,7% al 15,6% e il dato è confermato dalle tendenze web.
L’epidemia di coronavirus in Cina ha scatenato un’ondata di “complottismo web” e parecchi (inutile fare nomi che farebbero solo pubblicità ai citati) sostengono che sarebbe un episodio di guerra batteriologica scatenato (ovviamente) dagli Usa. I più cauti sostengono che sarebbe l’effetto di una manipolazione di laboratorio sfuggita di mano (ma qui l’accusa colpisce i cinesi).
Domande:
Cosa c’è di fondato in entrambe? Perché questo successo dei negazionisti dopo 15 anni di giornate della memoria e di over dose informativa sullo sterminio ebraico? Perché si diffondono queste notizie e che ruolo possono avere i servizi segreti nella diffusione di entrambe?
Analisi:
Del negazionismo non vale la pena di dimostrare per l’ennesima volta l’assoluta infondatezza storica delle tesi (bel risultato hanno avuto questi 15 anni di giornate della memoria eccetera!!!).
Più complesso è rispondere alla fondatezza delle tesi complottiste in materia di nuova Sars. In teoria è possibilissimo che una manipolazione di laboratorio possa essere sfuggita di mano ed aver prodotto un epidemia, lo si disse anche dell’Aids, constatando le molte atipicità di quel virus; però, allo stato dei fatti non esistono prove che lo confermino e forse non ci saranno mai, neanche nel caso questa ipotesi sia vera.
Però la tesi convince poco anche in via teorica: Aids e corona virus (che ha avuto ben tre diverse versioni a cominciare dalla Sars) non sembrano avere punti di contatto, per cui (ammesso che le diverse edizioni di coronavirus abbiano la stessa base di partenza poi modificata nel tempo e con periodiche manifestazioni) dovremmo pensare che questo sia vero solo in un caso o pensare a due diversi incidenti così simili, il che persuade poco.
Meno ancora convince l’ipotesi dell’attacco batteriologico intenzionale. In primo luogo perché questa potrebbe essere l’azione di un gruppo terroristico particolarmente fanatico, ma difficilmente di uno Stato per il pericolo che l’epidemia gli torni addosso come un boomerang.
Una quindicina di anni fa si parlò di questa come della “atomica dei poveri” ma, alla fine non è mai emerso niente ed anche le mitiche “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein sono rimaste favole.
Si è anche ipotizzato che chi elabora il virus contemporaneamente appronti vaccino e terapia per i suoi cittadini, ma, ammesso che sia possibile, sarebbe molto complicato tenere nascosta la cosa. E poi, come spiegare di avere a disposizione vaccino e terapia dopo pochi giorni l’inizio dell’infezione? Tutto è possibile, ma non tutto è probabile e ci sono cose molto improbabili.
Ma, allora, perché queste teorie un po’ strampalate trovano credito? Personalmente credo che questo sia il prodotto di due fenomeni interagenti: la gente crede a quello che vuol credere e, in secondo luogo, noi viviamo in una società ansiogena.
Entriamo nel merito: è una ingenuità illuministica supporre che la gente formi i propri convincimenti sulla base di informazioni, magari false, ma comunque vagliate razionalmente, per cui il contrasto giusto sia quello di diffondere le notizie vere.
Diversamente non si spiega perché, dopo 15 anni di bombardamento mediatico, non solo i seguaci del negazionismo non siano spariti ma addirittura si siano sestuplicati.
Allora, la domanda corretta da porci è: perché c’è gente che vuole credere che la Shoa non sia mai esistita e perché è aumentata oggi ed era così bassa 15 anni fa? Cosa è successo nel frattempo?
Le cause sono più di una. In primo luogo occorre considerare che un fondo di antisemitismo latente c’è sempre stato, ma tendenzialmente in sonno. A risvegliarlo sono state due cose: la crisi e l’eccessiva enfasi sulla questione. Quando c’è una crisi è inevitabile che parta la caccia al “colpevole”, magari senza porsi il problema dei difetti strutturali che la hanno, se non proprio causata, facilitata ed amplificata.
Ovviamente e giustamente il dito accusatore si è indirizzato verso la finanza e sin qui va bene, solo che questo ha anche avuto la conseguenza sgradevole di ridestare il clichet del perfido banchiere giudeo, che succhia il sangue degli altri (Soros non è ebreo?), come se tutti gli ebrei fossero finanzieri e tutti i finanzieri fossero ebrei.
Ma se provi a dire a qualcuno che ci sono anche molti banchieri arianissimi, ti senti rispondere che, si, ce ne sono, ma gli ebrei sono più banchieri degli altri.
A questo si è aggiunto il pressing mediatico sulla questione, che ha avuto evidenti effetti controproducenti, un po’ per una sorta di reazione all’over dose mediatica sul tema; talvolta accade che una pubblicità troppo insistente sortisca l’effetto contrario, deprimendo le vendite del prodotto reclamizzato piuttosto che promuoverle.
Ma un po’ questo è accaduto perché diverse persone hanno percepito (e in fondo non è tutto sbagliato) come strumentale agli interessi del governo Israeliano questa campagna e l’hanno messa in relazione al trattamento riservato ai palestinesi. C’è persino chi si è spinto a parlare di “genocidio palestinese” o di nazismo degli israeliani, il che è decisamente fuori del Mondo.
Ciò non toglie che l’uso che il governo di Telaviv ha fatto della questione (pensiamo all’infelicissimo pressing per ottenere leggi penali contro il negazionismo, trascinando in tribunale quel che deve restare nell’ambito del confronto culturale) è stato semplicemente dissennato ed ha finito per nuocere alla stessa memoria del genocidio ebraico.
Certamente l’orrore dei campi di concentramento nazisti va ricordato, ma gioverebbe una maggiore sobrietà a cominciare dall’abbandono di quella solenne sciocchezza storiografica dell’unicum, come se non ci fossero stati altri genocidi, da quello armeno (negato da Netanyahu) a quello rwandese a quello perpetrato da Leopoldo del Belgio in Congo, per non dire dei nativi d’America.
L’altro elemento che citavamo, il carattere ansiogeno della nostra società che spinge a posizioni estremiste, c’entra solo marginalmente con la questione della Shoa, ma spiega meglio le reazioni all’epidemia da coronavirus ed alle reazioni che sta avendo, fra cui quelle complottiste (di fronte ad ogni catastrofe l’uomo è sempre portato a cercare un colpevole, possibilmente con un nome e cognome).
Ragioniamo sui numeri, sino a questo punto, l’epidemia sembra aver colpito circa 10.000 persone in massima parte concentrare in una provincia cinese, cioè lo 0,0077% per mille della popolazione cinese. Dalle tendenze in atto si ricava che il numero di infetti raddoppi ogni settimana e che ogni contagiato infetti altre due persone, per cui, se la tendenza dovesse continuare per ben 10 settimane (ma le previsioni sanitarie parlano di un picco nel giro di una decina di giorni) i contagiati sarebbero circa 5 milioni di persone, cioè circa lo 0,3% della popolazione cinese, meno della normale influenza annuale.
Ma, si obietterà, questa epidemia è ben più letale di una comune influenza. Si ma il tasso dei decessi parla di un 3% degli ammalati, ogni anno muoiono ben più bambini per morbillo.
“Ma questo virus sembra più aggressivo della Sars (che però era più letale)”, verissimo, ma anche quello della Sars era un virus a bassissimo tasso di contagio che non si estese affatto fuori dalla Cina. Nel frattempo, i cinesi hanno imparato la lezione e sono molto più in grado di fronteggiare la situazione: quanti paesi sono in grado di inviare in due giorni 1500 medici in una città o di costruire un ospedale in pochi giorni?
E la ricerca si sta dimostrando al livello dei paesi più avanzati. In tutto il mondo ci sono controlli sanitari nei posti di arrivo (aeroporti, porti e stazioni ferroviarie).
L’infezione, almeno al momento in cui scriviamo, appare circoscritta e, i casi fuori della Cina, per ora (1 febbraio) sono meno di 100 in tutto il Mondo. Insomma non pare che siamo di fronte alla peste manzoniana.
E quali sono le reazioni della comunità internazionale? Quasi tutte le compagnie aeree europee hanno cancellato i voli dalla e per la Cina (non accadde nemmeno ai tempi della Sars), si bloccano anche le importazioni da quel paese, l’Oms parla di rischio globale.
In Italia abbiamo superato di slancio tutti in questa gara del ridicolo con il Presidente del Consiglio che tiene una conferenza stampa notturna per annunciare lo stato di emergenza ed il ministro della Sanità Speranza (che questa volta delude) dice che durerà sei mesi e tratteremo questa epidemia come il colera del 1973, quando i casi in Italia, fra Napoli, Bari e Palermo furono oltre 300 con 36 morti mentre, nello stesso giorno dell’annuncio dello stato di emergenza, in Italia c’erano 2 casi certi ed 1 sospetto. Se dovessimo arrivare a 15 casi sarà indetto il coprifuoco!
Ovviamente è giusto prendere delle misure di prevenzione, ma si può parlare di “rischio globale”? È evidente la sproporzione fra il rischio effettivo e l’entità delle misure prese che vanno decisamente al di là di quelle prese per le precedenti epidemie in epoca recente.
Di fatto, sono le stesse istituzioni a coltivare la psicosi da contagio generando allarme sociale. Risultato: nelle città a ventimila kilometri i ristoranti ed i bar cinesi sono vuoti, come se il coronavirus i cinesi ce lo avessero nel Dna, la gente sta di più in casa e si osserva una caduta di consumi come quelli in ristorante, a cinema o sul turismo, si manifestano casi di discriminazione nei confronti dei cinesi, anche in scuole con presidi particolarmente cretini.
E questo avrà dei costi per la nostra economia, perché sono misure che hanno un effetto depressivo. Ci vedremo fra qualche mese per fare i conti.
Questo è il frutto del carattere ansiogeno delle nostre società. Già dai primi anni novanta, la vita sociale ha subito un’impennata: tutto si è fatto più frenetico (si calcola che parliamo ad una velocità del 13% superiore a quella degli anni ottanta), le persone sono bombardate da un numero crescente di adempimenti burocratici, fiscali, contrattuali, orari e ritmi di lavoro sono cresciuti.
A tutto questo si sono aggiunti il terrorismo jhiadista, che ha creato un vasto allarme soprattutto nelle città (ricordiamo gli attentati di New York, Londra, Madrid, Copenhagen, Parigi, Nizza, Berlino, Pietroburgo, Istanbul, Tunisi...) e in contemporanea la crisi finanziaria con lo strascico di chiusura di imprese, licenziamenti ecc. che hanno reso insicuri tutti sia sui propri risparmi che sul posto di lavoro.
E tutto è stato enfatizzato dai mass media con titoli sempre più gridati. È paradossale, ma l’ossessione securitaria ha prodotto un crescente senso di insicurezza generalizzato.
Dunque siamo tutti immersi in una sostanziale insicurezza esistenziale che ci porta ad attenderci costantemente il peggio. C’è fame di notizie (fossero anche fattoidi) ma notizie che confermino i nostri timori.
Allora fenomeni che non c’entrano con la guerra dei servizi? Nemmeno per sogno: è proprio facendo leva su questo stato di ansia diffusa che i servizi lavorano. Facciamo un esempio: se qualcuno ha intenzione di massimizzare il danno per la Cina, non ha che da lavorare di web con una alluvione di messaggi allarmistici. Ed anche le emergenze terroristiche possono esser guidate nello stesso modo: ad esempio, se c’è da far passare leggi eccezionali come il Patriot act cosa di meglio che soffiare nelle vele dell’ansia diffusa? E questo può tornare utile anche nell’alimentare il “pericolo nazista” magari con opportuni messaggi web che tengano alta la tensione sul tema del “negazionismo” gonfiandolo al di là del reale. Le guerre si fanno anche sfruttando i venti occasionali.
Fonte
Giannuli non lo esplica ma quella che descrive è una condizione derivata dall'inasprirsi della competizione globale, a sua volta figlia diretta della crisi in cui si dibatte il modo di produzione capitalista.
L’epidemia di coronavirus in Cina ha scatenato un’ondata di “complottismo web” e parecchi (inutile fare nomi che farebbero solo pubblicità ai citati) sostengono che sarebbe un episodio di guerra batteriologica scatenato (ovviamente) dagli Usa. I più cauti sostengono che sarebbe l’effetto di una manipolazione di laboratorio sfuggita di mano (ma qui l’accusa colpisce i cinesi).
Domande:
Cosa c’è di fondato in entrambe? Perché questo successo dei negazionisti dopo 15 anni di giornate della memoria e di over dose informativa sullo sterminio ebraico? Perché si diffondono queste notizie e che ruolo possono avere i servizi segreti nella diffusione di entrambe?
Analisi:
Del negazionismo non vale la pena di dimostrare per l’ennesima volta l’assoluta infondatezza storica delle tesi (bel risultato hanno avuto questi 15 anni di giornate della memoria eccetera!!!).
Più complesso è rispondere alla fondatezza delle tesi complottiste in materia di nuova Sars. In teoria è possibilissimo che una manipolazione di laboratorio possa essere sfuggita di mano ed aver prodotto un epidemia, lo si disse anche dell’Aids, constatando le molte atipicità di quel virus; però, allo stato dei fatti non esistono prove che lo confermino e forse non ci saranno mai, neanche nel caso questa ipotesi sia vera.
Però la tesi convince poco anche in via teorica: Aids e corona virus (che ha avuto ben tre diverse versioni a cominciare dalla Sars) non sembrano avere punti di contatto, per cui (ammesso che le diverse edizioni di coronavirus abbiano la stessa base di partenza poi modificata nel tempo e con periodiche manifestazioni) dovremmo pensare che questo sia vero solo in un caso o pensare a due diversi incidenti così simili, il che persuade poco.
Meno ancora convince l’ipotesi dell’attacco batteriologico intenzionale. In primo luogo perché questa potrebbe essere l’azione di un gruppo terroristico particolarmente fanatico, ma difficilmente di uno Stato per il pericolo che l’epidemia gli torni addosso come un boomerang.
Una quindicina di anni fa si parlò di questa come della “atomica dei poveri” ma, alla fine non è mai emerso niente ed anche le mitiche “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein sono rimaste favole.
Si è anche ipotizzato che chi elabora il virus contemporaneamente appronti vaccino e terapia per i suoi cittadini, ma, ammesso che sia possibile, sarebbe molto complicato tenere nascosta la cosa. E poi, come spiegare di avere a disposizione vaccino e terapia dopo pochi giorni l’inizio dell’infezione? Tutto è possibile, ma non tutto è probabile e ci sono cose molto improbabili.
Ma, allora, perché queste teorie un po’ strampalate trovano credito? Personalmente credo che questo sia il prodotto di due fenomeni interagenti: la gente crede a quello che vuol credere e, in secondo luogo, noi viviamo in una società ansiogena.
Entriamo nel merito: è una ingenuità illuministica supporre che la gente formi i propri convincimenti sulla base di informazioni, magari false, ma comunque vagliate razionalmente, per cui il contrasto giusto sia quello di diffondere le notizie vere.
Diversamente non si spiega perché, dopo 15 anni di bombardamento mediatico, non solo i seguaci del negazionismo non siano spariti ma addirittura si siano sestuplicati.
Allora, la domanda corretta da porci è: perché c’è gente che vuole credere che la Shoa non sia mai esistita e perché è aumentata oggi ed era così bassa 15 anni fa? Cosa è successo nel frattempo?
Le cause sono più di una. In primo luogo occorre considerare che un fondo di antisemitismo latente c’è sempre stato, ma tendenzialmente in sonno. A risvegliarlo sono state due cose: la crisi e l’eccessiva enfasi sulla questione. Quando c’è una crisi è inevitabile che parta la caccia al “colpevole”, magari senza porsi il problema dei difetti strutturali che la hanno, se non proprio causata, facilitata ed amplificata.
Ovviamente e giustamente il dito accusatore si è indirizzato verso la finanza e sin qui va bene, solo che questo ha anche avuto la conseguenza sgradevole di ridestare il clichet del perfido banchiere giudeo, che succhia il sangue degli altri (Soros non è ebreo?), come se tutti gli ebrei fossero finanzieri e tutti i finanzieri fossero ebrei.
Ma se provi a dire a qualcuno che ci sono anche molti banchieri arianissimi, ti senti rispondere che, si, ce ne sono, ma gli ebrei sono più banchieri degli altri.
A questo si è aggiunto il pressing mediatico sulla questione, che ha avuto evidenti effetti controproducenti, un po’ per una sorta di reazione all’over dose mediatica sul tema; talvolta accade che una pubblicità troppo insistente sortisca l’effetto contrario, deprimendo le vendite del prodotto reclamizzato piuttosto che promuoverle.
Ma un po’ questo è accaduto perché diverse persone hanno percepito (e in fondo non è tutto sbagliato) come strumentale agli interessi del governo Israeliano questa campagna e l’hanno messa in relazione al trattamento riservato ai palestinesi. C’è persino chi si è spinto a parlare di “genocidio palestinese” o di nazismo degli israeliani, il che è decisamente fuori del Mondo.
Ciò non toglie che l’uso che il governo di Telaviv ha fatto della questione (pensiamo all’infelicissimo pressing per ottenere leggi penali contro il negazionismo, trascinando in tribunale quel che deve restare nell’ambito del confronto culturale) è stato semplicemente dissennato ed ha finito per nuocere alla stessa memoria del genocidio ebraico.
Certamente l’orrore dei campi di concentramento nazisti va ricordato, ma gioverebbe una maggiore sobrietà a cominciare dall’abbandono di quella solenne sciocchezza storiografica dell’unicum, come se non ci fossero stati altri genocidi, da quello armeno (negato da Netanyahu) a quello rwandese a quello perpetrato da Leopoldo del Belgio in Congo, per non dire dei nativi d’America.
L’altro elemento che citavamo, il carattere ansiogeno della nostra società che spinge a posizioni estremiste, c’entra solo marginalmente con la questione della Shoa, ma spiega meglio le reazioni all’epidemia da coronavirus ed alle reazioni che sta avendo, fra cui quelle complottiste (di fronte ad ogni catastrofe l’uomo è sempre portato a cercare un colpevole, possibilmente con un nome e cognome).
Ragioniamo sui numeri, sino a questo punto, l’epidemia sembra aver colpito circa 10.000 persone in massima parte concentrare in una provincia cinese, cioè lo 0,0077% per mille della popolazione cinese. Dalle tendenze in atto si ricava che il numero di infetti raddoppi ogni settimana e che ogni contagiato infetti altre due persone, per cui, se la tendenza dovesse continuare per ben 10 settimane (ma le previsioni sanitarie parlano di un picco nel giro di una decina di giorni) i contagiati sarebbero circa 5 milioni di persone, cioè circa lo 0,3% della popolazione cinese, meno della normale influenza annuale.
Ma, si obietterà, questa epidemia è ben più letale di una comune influenza. Si ma il tasso dei decessi parla di un 3% degli ammalati, ogni anno muoiono ben più bambini per morbillo.
“Ma questo virus sembra più aggressivo della Sars (che però era più letale)”, verissimo, ma anche quello della Sars era un virus a bassissimo tasso di contagio che non si estese affatto fuori dalla Cina. Nel frattempo, i cinesi hanno imparato la lezione e sono molto più in grado di fronteggiare la situazione: quanti paesi sono in grado di inviare in due giorni 1500 medici in una città o di costruire un ospedale in pochi giorni?
E la ricerca si sta dimostrando al livello dei paesi più avanzati. In tutto il mondo ci sono controlli sanitari nei posti di arrivo (aeroporti, porti e stazioni ferroviarie).
L’infezione, almeno al momento in cui scriviamo, appare circoscritta e, i casi fuori della Cina, per ora (1 febbraio) sono meno di 100 in tutto il Mondo. Insomma non pare che siamo di fronte alla peste manzoniana.
E quali sono le reazioni della comunità internazionale? Quasi tutte le compagnie aeree europee hanno cancellato i voli dalla e per la Cina (non accadde nemmeno ai tempi della Sars), si bloccano anche le importazioni da quel paese, l’Oms parla di rischio globale.
In Italia abbiamo superato di slancio tutti in questa gara del ridicolo con il Presidente del Consiglio che tiene una conferenza stampa notturna per annunciare lo stato di emergenza ed il ministro della Sanità Speranza (che questa volta delude) dice che durerà sei mesi e tratteremo questa epidemia come il colera del 1973, quando i casi in Italia, fra Napoli, Bari e Palermo furono oltre 300 con 36 morti mentre, nello stesso giorno dell’annuncio dello stato di emergenza, in Italia c’erano 2 casi certi ed 1 sospetto. Se dovessimo arrivare a 15 casi sarà indetto il coprifuoco!
Ovviamente è giusto prendere delle misure di prevenzione, ma si può parlare di “rischio globale”? È evidente la sproporzione fra il rischio effettivo e l’entità delle misure prese che vanno decisamente al di là di quelle prese per le precedenti epidemie in epoca recente.
Di fatto, sono le stesse istituzioni a coltivare la psicosi da contagio generando allarme sociale. Risultato: nelle città a ventimila kilometri i ristoranti ed i bar cinesi sono vuoti, come se il coronavirus i cinesi ce lo avessero nel Dna, la gente sta di più in casa e si osserva una caduta di consumi come quelli in ristorante, a cinema o sul turismo, si manifestano casi di discriminazione nei confronti dei cinesi, anche in scuole con presidi particolarmente cretini.
E questo avrà dei costi per la nostra economia, perché sono misure che hanno un effetto depressivo. Ci vedremo fra qualche mese per fare i conti.
Questo è il frutto del carattere ansiogeno delle nostre società. Già dai primi anni novanta, la vita sociale ha subito un’impennata: tutto si è fatto più frenetico (si calcola che parliamo ad una velocità del 13% superiore a quella degli anni ottanta), le persone sono bombardate da un numero crescente di adempimenti burocratici, fiscali, contrattuali, orari e ritmi di lavoro sono cresciuti.
A tutto questo si sono aggiunti il terrorismo jhiadista, che ha creato un vasto allarme soprattutto nelle città (ricordiamo gli attentati di New York, Londra, Madrid, Copenhagen, Parigi, Nizza, Berlino, Pietroburgo, Istanbul, Tunisi...) e in contemporanea la crisi finanziaria con lo strascico di chiusura di imprese, licenziamenti ecc. che hanno reso insicuri tutti sia sui propri risparmi che sul posto di lavoro.
E tutto è stato enfatizzato dai mass media con titoli sempre più gridati. È paradossale, ma l’ossessione securitaria ha prodotto un crescente senso di insicurezza generalizzato.
Dunque siamo tutti immersi in una sostanziale insicurezza esistenziale che ci porta ad attenderci costantemente il peggio. C’è fame di notizie (fossero anche fattoidi) ma notizie che confermino i nostri timori.
Allora fenomeni che non c’entrano con la guerra dei servizi? Nemmeno per sogno: è proprio facendo leva su questo stato di ansia diffusa che i servizi lavorano. Facciamo un esempio: se qualcuno ha intenzione di massimizzare il danno per la Cina, non ha che da lavorare di web con una alluvione di messaggi allarmistici. Ed anche le emergenze terroristiche possono esser guidate nello stesso modo: ad esempio, se c’è da far passare leggi eccezionali come il Patriot act cosa di meglio che soffiare nelle vele dell’ansia diffusa? E questo può tornare utile anche nell’alimentare il “pericolo nazista” magari con opportuni messaggi web che tengano alta la tensione sul tema del “negazionismo” gonfiandolo al di là del reale. Le guerre si fanno anche sfruttando i venti occasionali.
Fonte
Giannuli non lo esplica ma quella che descrive è una condizione derivata dall'inasprirsi della competizione globale, a sua volta figlia diretta della crisi in cui si dibatte il modo di produzione capitalista.
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