Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/01/2020
Africa - Un decennio colmo di avvenimenti
Egitto – 2012
Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica, libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di disoccupazione, inflazione e salari bassi.
Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana, principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la propria opinione contro le azioni del presidente.
A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.
Sudafrica – 2013
A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa presidente del Sudafrica.
La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress (ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti, scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.
Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).
In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la discriminazione razziale.
Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014
Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.
È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e 11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in Guinea Conakry.
Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea orientale, prima di diffondersi violentemente in Liberia, Sierra Leone e altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.
Etiopia – 2015
El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle anomalie climatiche.
I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e industria.
Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Rwanda – 2018
Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.
L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%, consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52% entro il 2022.
Algeria – 2019
Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.
Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo il 2 aprile 2019.
Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.
Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.
Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation, ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.
Sud Sudan – 2011
Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino, issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione. Era il 9 luglio del 2011.
Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse, la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.
Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni ’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.
I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla secessione.
Fonte
Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.
Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica, libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di disoccupazione, inflazione e salari bassi.
Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana, principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la propria opinione contro le azioni del presidente.
A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.
Sudafrica – 2013
A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa presidente del Sudafrica.
La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress (ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti, scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.
Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).
In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la discriminazione razziale.
Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014
Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.
È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e 11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in Guinea Conakry.
Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea orientale, prima di diffondersi violentemente in Liberia, Sierra Leone e altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.
Etiopia – 2015
El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle anomalie climatiche.
I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e industria.
Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Rwanda – 2018
Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.
L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%, consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52% entro il 2022.
Algeria – 2019
Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.
Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo il 2 aprile 2019.
Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.
Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.
Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation, ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.
Sud Sudan – 2011
Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino, issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione. Era il 9 luglio del 2011.
Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse, la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.
Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni ’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.
I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla secessione.
Fonte
Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.
28/08/2019
Si accende la sfida sulla criptomonete
La notizia più particolare è che anche il Ruanda sta pensando di dotarsi di una criptomoneta. La cosa non deve sorprendere, perché abbiamo ben fissato nella memoria un articolo di qualche anno fa nel quale il quotidiano economico Il Sole 24 Ore decantava la “crescita” della Borsa di... Kigali.
Ma se anche il Ruanda si sta misurando con la sfida delle criptomonete, significa che questa nuova frontiera della competizione economica (e politica) globale va seguita con maggiore attenzione.
Secondo alcuni osservatori il paese più vicino a realizzare una valuta digitale potrebbe essere la Cina, che ha preso come una sfida l’annuncio della nascita nel 2020 di Libra, la criptomoneta di Facebook.
Nei giorni scorsi aveva invece fatto rumore la “provocazione” lanciata dal governatore della Bank of England alla riunione delle banche centrali a Jackson Hole, il quale ha proposto una supervaluta digitale come centro di un nuovo sistema finanziario mondiale che sostituisca quello incentrato sull’egemonia del dollaro.
Non è un mistero che il modello indicato dal governatore della banca centrale inglese sia quello di Libra. Ma su questa opzione sono in molti a mettere le mani avanti e storcere il naso (l’Antitrust dell’Unione Europea ha già aperto una indagine). Libra sarebbe una valuta privata e per di più controllata da un discutibile primus inter pares come Facebook.
Si scopre però che molte banche centrali stanno lavorando a una valuta digitale, che sia cripto o meno. Secondo il Sole 24 Ore lo stanno facendo almeno il 70% delle 63 banche centrali interpellate dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri) per il suo recente report in materia.
Il Fondo monetario internazionale in un rapporto reso pubblico lo scorso giugno, sostiene che il motivo principale per prendere in considerazione le criptomonete delle Banche centrali è “la riduzione dei costi, l’aumento dell’efficienza nell’implementazione della politica monetaria, il contrasto della concorrenza delle criptovalute, la contendibilità del mercato dei pagamenti e l’offerta di uno strumento di pagamento privo di rischi. Questo vale soprattutto per le economie sviluppate, dove la netta riduzione del contante spinge alla sperimentazione di strumenti alternativi per i pagamenti”.
Ancora il Sole 24 Ore riferisce che a inizio agosto la People’s Bank of China ha detto di essere “quasi pronta” a partire con l’emissione della propria valuta digitale sovrana e sarebbe quindi la prima banca centrale al mondo a ricorrere a questo strumento. Si tratterebbe di un sistema a due livelli in cui gli emittenti abilitati sarebbero sia la Banca centrale che le istituzioni finanziarie.
Anche la Svezia sta lavorando da più di due anni a un progetto di e-krona, per fornire un sostituto digitale del contante, garantito dallo Stato. Ma anche paesi digitali come Lituania ed Estonia hanno in cantiere progetti di valute digitali, in entrambi i casi basati su blockchain. In India c’è una legge che ha messo al bando le criptovalute ma sta abilitando espressamente una rupia digitale, con corso legale. L’Uruguay ha avviato un programma pilota per un e-peso per lo sviluppo di pagamenti istantanei via mobile. Stessa finalità hanno i progetti in Thailandia ma anche in paradisi fiscali come Bahamas e Dubai.
In stato di sviluppo avanzato è anche il progetto di Singapore, dove la Monetary Authority (Mas) ha avviato una sperimentazione con la Bank of Canada per il pagamento crossborder tra due sistemi valutari nazionali basati su blockchain. Anche Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno sperimentato un sistema di settlement tra i due Paesi.
Ma il ricorso a strumenti diversi dal dollaro nei pagamenti internazionali ha anche una dimensione squisitamente politica, nello scontro tra i rogues states minacciati dagli Usa ma anche per l’Europa. Dopo che gli Usa di Trump hanno ripristinato le sanzioni contro l’Iran, Teheran aveva annunciato i piani per il Crypto-Rial. Il mese scorso la Banca centrale iraniana ha detto di essere prossima all’emissione della criptovaluta nazionale, garantita dalle riserve aurifere del Paese e dunque un sistema per aggirare le sanzioni americane. Questo è un progetto che vede interessato anche il Venezuela con una moneta virtuale come il Petro garantito dal petrolio, ma le stesse Russia e Turchia ci stanno lavorando seriamente sopra. In questo caso una criptovaluta si trasforma in un sistema per bypassare il blocco alle transazioni finanziarie imposto dagli Stati Uniti.
Fonte
Ma se anche il Ruanda si sta misurando con la sfida delle criptomonete, significa che questa nuova frontiera della competizione economica (e politica) globale va seguita con maggiore attenzione.
Secondo alcuni osservatori il paese più vicino a realizzare una valuta digitale potrebbe essere la Cina, che ha preso come una sfida l’annuncio della nascita nel 2020 di Libra, la criptomoneta di Facebook.
Nei giorni scorsi aveva invece fatto rumore la “provocazione” lanciata dal governatore della Bank of England alla riunione delle banche centrali a Jackson Hole, il quale ha proposto una supervaluta digitale come centro di un nuovo sistema finanziario mondiale che sostituisca quello incentrato sull’egemonia del dollaro.
Non è un mistero che il modello indicato dal governatore della banca centrale inglese sia quello di Libra. Ma su questa opzione sono in molti a mettere le mani avanti e storcere il naso (l’Antitrust dell’Unione Europea ha già aperto una indagine). Libra sarebbe una valuta privata e per di più controllata da un discutibile primus inter pares come Facebook.
Si scopre però che molte banche centrali stanno lavorando a una valuta digitale, che sia cripto o meno. Secondo il Sole 24 Ore lo stanno facendo almeno il 70% delle 63 banche centrali interpellate dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri) per il suo recente report in materia.
Il Fondo monetario internazionale in un rapporto reso pubblico lo scorso giugno, sostiene che il motivo principale per prendere in considerazione le criptomonete delle Banche centrali è “la riduzione dei costi, l’aumento dell’efficienza nell’implementazione della politica monetaria, il contrasto della concorrenza delle criptovalute, la contendibilità del mercato dei pagamenti e l’offerta di uno strumento di pagamento privo di rischi. Questo vale soprattutto per le economie sviluppate, dove la netta riduzione del contante spinge alla sperimentazione di strumenti alternativi per i pagamenti”.
Ancora il Sole 24 Ore riferisce che a inizio agosto la People’s Bank of China ha detto di essere “quasi pronta” a partire con l’emissione della propria valuta digitale sovrana e sarebbe quindi la prima banca centrale al mondo a ricorrere a questo strumento. Si tratterebbe di un sistema a due livelli in cui gli emittenti abilitati sarebbero sia la Banca centrale che le istituzioni finanziarie.
Anche la Svezia sta lavorando da più di due anni a un progetto di e-krona, per fornire un sostituto digitale del contante, garantito dallo Stato. Ma anche paesi digitali come Lituania ed Estonia hanno in cantiere progetti di valute digitali, in entrambi i casi basati su blockchain. In India c’è una legge che ha messo al bando le criptovalute ma sta abilitando espressamente una rupia digitale, con corso legale. L’Uruguay ha avviato un programma pilota per un e-peso per lo sviluppo di pagamenti istantanei via mobile. Stessa finalità hanno i progetti in Thailandia ma anche in paradisi fiscali come Bahamas e Dubai.
In stato di sviluppo avanzato è anche il progetto di Singapore, dove la Monetary Authority (Mas) ha avviato una sperimentazione con la Bank of Canada per il pagamento crossborder tra due sistemi valutari nazionali basati su blockchain. Anche Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno sperimentato un sistema di settlement tra i due Paesi.
Ma il ricorso a strumenti diversi dal dollaro nei pagamenti internazionali ha anche una dimensione squisitamente politica, nello scontro tra i rogues states minacciati dagli Usa ma anche per l’Europa. Dopo che gli Usa di Trump hanno ripristinato le sanzioni contro l’Iran, Teheran aveva annunciato i piani per il Crypto-Rial. Il mese scorso la Banca centrale iraniana ha detto di essere prossima all’emissione della criptovaluta nazionale, garantita dalle riserve aurifere del Paese e dunque un sistema per aggirare le sanzioni americane. Questo è un progetto che vede interessato anche il Venezuela con una moneta virtuale come il Petro garantito dal petrolio, ma le stesse Russia e Turchia ci stanno lavorando seriamente sopra. In questo caso una criptovaluta si trasforma in un sistema per bypassare il blocco alle transazioni finanziarie imposto dagli Stati Uniti.
Fonte
17/03/2019
Rwanda: come è stato finanziato il genocidio del 1994
I genocidi Hutu hanno pianificato i loro crimini almeno due anni prima, approfittando della complicità delle banche francesi.
Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu. Su una popolazione di 7.300.000, di cui l’84% Hutu, il 15% Tutsi e l’1% Twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto). I sopravvissuti Tutsi al genocidio sono stimati in 300.000. Migliaia le vedove, molte stuprate e oggi sieropositive. 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia.
Autore del progetto di genocidio fu l’Akazu, la “casetta”, il clan familiare del presidente Habyarimana, che mobilitò gli estremisti Hutu del nord. Questi affiancarono all’esercito regolare dei gruppi d’attacco, gli Interahamwe (“quelli che lavorano insieme”), presi dalla popolazione civile, i quali furono armati ed incitati al genocidio. Ma venticinque anni dopo, le condizioni che hanno reso possibili questo immane, gigantesco, inaudito massacro rimangono poco chiare.
Inizialmente quel genocidio venne raccontato dai principali media di tutto il mondo come lo scoppio di una violenza improvvisa e imprevedibile. Poi, nel novembre del 1995, il quotidiano belga De Morgen pubblicò estratti di un fax che Romeo Dallaire, capo dei caschi blu a Kigali, aveva mandato ai suoi capi all’Onu, la notte dell’11 gennaio 1994. Da quel documento risultava chiaro che si stava preparando un massacro. Ma Dallaire, che si apprestava a requisire un deposito di armi, ricevette l’ordine di non fare nulla. Fu la prima di una lunga serie di decisioni vergognose. Dopo l’omicidio del presidente ruandese – l’Hutu Juvénal Habyarimana, ucciso il 6 aprile 1994 – e le violenze che ne seguirono, Dallaire chiese rinforzi, ma il Consiglio di sicurezza rispose riducendo il contingente a sua disposizione da 2.500 a 270 caschi blu.
Ancora oggi si continua a raccontare il genocidio del Rwanda come un regolamenti di conti a colpi di machete tra etnie contrapposte: è il solito cliché utile per occultare le enormi responsabilità occidentali in ordine a quel gigantesco massacro di povera gente inerme in fuga.
Nei tre anni precedenti il 1994, sotto gli occhi della Banca mondiale, il Rwanda – che è poco più grande della Sicilia – era stato, in termini assoluti, il terzo importatore d’armi di tutta l’Africa. E ancora oggi i paesi più potenti del mondo continuano a vendere armi a paesi poveri in cui sono in atto conflitti e guerre civili, e a paesi aggressori, mentre le somme destinate allo sviluppo di questi stessi paesi sono ridicole.
Nel 2003, quando ormai la mole di documenti che testimoniavano la premeditazione e l’evitabilità del massacro era già enorme, l’allora Segretario di Stato degli Stati Uniti durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, Madeleine Albright, ribadì che non si era potuto fare nulla, che tutto era stato improvviso e inaspettato. Tuttavia, fu la Francia ad avere le responsabilità più grandi, tra le potenze occidentali perché fu sempre a fianco del regime di Habyarimana e successivamente del governo in mano agli estremisti genocidi. Parigi fornì armi, addestrò milizie e successivamente al massacro protesse la fuga dei principali responsabili del genocidio.
E fu sempre la Francia a diffondere una verità di comodo sul genocidio della popolazione Tutsi. Il presidente francese François Mitterrand, a novembre del 1994, rispondendo a un giornalista che lo intervistava sul genocidio, rispose: “Di quale genocidio parla? Di quello degli hutu contro i tutsi o di quello dei tutsi contro gli hutu?”. In altre parole, Mitterand volle dire al mondo che si interrogava sulle cause di quel genocidio: sono solo guerre tribali ed in Ruanda si sono massacrati fra loro, cosa c’entriamo noi?
Ma Francois Mitterrand era già ampiamente noto per la sua collaborazione, soprattutto commerciale ed economica, con i vertici regime degli Hutu in Ruanda, segregazionista nei confronti dei Tutsi, prima della guerra civile ruandese che portò al loro genocidio. La famiglia di Mitterrand coltivava enormi interessi d’affari non solo in Rwanda ma anche nel resto dell’Africa (il figlio di Francois Mitterand venne arrestato nel 2000 per traffico d’armi con l’Angola). Il giornalista Philippe Gourevcitch nel suo libro The Reversals of War [1] attribuì a Mitterrand l’infelice frase «In questi Paesi un genocidio non è troppo importante». Non a caso Francois Mitterand era noto ai più come “Francois l’africano”.
Nel tentativo di far luce su questo tragico episodio, il giornalista David Servenay ha tracciato i flussi finanziari che hanno alimentato il genocidio della popolazione Tutsi.
L’inchiesta di David Servenay, che Le Monde pubblica in tre parti, mostra come i massacri furono organizzati almeno due anni prima del loro scoppio. Inoltre, per comprare le armi, gli estremisti Hutu hanno approfittato della complicità delle banche francesi come BNP [2] ma anche la cecità delle istituzioni internazionali come il Fondo Monterario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (Word Bank).
Note:
[1] Philippe Gourevcitch, The Reversals of War, edizioni The New Yorker, 26 aprile 1999;
[2] BNP Paribas è uno dei leader europei nei servizi finanziari di portata mondiale e una delle 6 banche più solide al mondo secondo la valutazione della società di rating Standard & Poor’s;
Fonte
13/09/2015
Angelique e le parole rifugiate dei bambini
Ci sono voluti due anni per trovare le parole. E altri due per liberarle. Angelique si è rifugiata dietro le sue parole. Per sette anni l’altro genocidio l’inseguiva. Nella foresta tropicale dello Zaire fino alla salvezza nell’altra repubblica. Quella Centrafricana oggi preda degli stessi demoni. Lei, fuggita con la madre, la sorella e il fratello più piccolo. L’ennesimo genocidio del Rwanda che nel ‘94 aveva causato la morte di migliaia di persone in pochi mesi. Chi era ucciso e chi doveva rifugiarsi per evitare le rappresaglie. Hutu e Tutsi e viceversa. Migliaia di persone che, come Angelique, hanno toccato l’inferno ogni giorno, per sette anni. Lei ha scritto per liberare le parole. Sono loro che l’hanno liberata dalla prigione della paura e dell’odio. Parole rifugiate di bambina.
Seduta in casa racconta che l’Angelica, autrice del libro e l’altra che ora parla non sono più le stesse. La prima è scomparsa tra le parole rifugiate nel libro, le punteggiature, le date e i nomi degli scomparsi. Il titolo del suo scritto, presentato in vari paesi d’Europa e d’Africa, recita ‘ I bambini del Rwanda’. Quelli che sono morti nelle foreste e quelli sulle spiaggie. La foresta nasconde, copre, inghiotte, proprio come il mare. Nessuna foto da pubblicare. Sono i bambini del Rwanda, ostaggi delle guerre dei grandi, vittime a loro volta di altri. Dopo i massacri ogni persona Hutu era ormai una vittima dei Tutsi che nel frattempo avevano preso il potere. Gli Hutu si erano rifugiati nel vicino Zaire, in campi profughi minacciati dai militari Tutsi. Lo Zaire era in guerra civile.
Angelique passerà qualche mese a Niamey. Lavora con l’Unione Europea ed è già stata inviata in missione in Centrafrica coi rifugiati, dove era stata salvata. Consulente per i diritti umani, Angelica adesso ospita le parole rifugiate di altre donne. Come con lei le parole sono schiave del dolore del passato. E’ stata accolta come rifugiata nel 2001 in Danimarca. L’aereo, preso per la prima volta, l’aveva condotta prima in Cameroun e poi in Svizzera. Ha imparato la lingua, finiti gli studi e trovato un lavoro. In Danimarca erano attese, per la prima volta, da qualcuno. La morte capita quando non c’è nessuno ad aspettare. E lo sguardo è come una parola muta che nessuno più custodisce. Angelique aveva tredici anni quando ha cominciato il viaggio nelle foreste dello Zaire.
Ha attraversato fiumi in piena, soldati sbandati e altre migliaia di rifugiati. Molti sono morti in cammino e la terra da sola li ha sepolti per solidarietà. Per sette anni di fila sei terra e torni alla terra. Angelique parte bambina e arriva come rifugiata che ha scordato la vita. Allora scrive, ricorda, racconta, piange, danza e conta i suoi morti. Libera si trova oggi, come una donna che le parole hanno salvato. Erano le cinque di mattina del 18 agosto del 1994 quando lei, la madre e il resto della famiglia si sono messi in marcia. Lo Zaire si trovava a cinquanta kilometri. Questione di tre giorni di marcia, diceva la madre. Ci sono voluti anni per attraversare quella foresta.
Solo la missione di salvare la vita al fratellino le ha dato la forza di non fermarsi. Di morire è stata tentata più volte, diceva, e non lo ha fatto per lui, Adrien, il fratellino, ora laureato in economia nel Kenya. L’altra sorella, Goretti, è infermiera e lavora in un ospedale norvegese. Angelique non ha più visto sua madre, era stanca di camminare e si sono salutate con un cenno di mano.
Fonte
Seduta in casa racconta che l’Angelica, autrice del libro e l’altra che ora parla non sono più le stesse. La prima è scomparsa tra le parole rifugiate nel libro, le punteggiature, le date e i nomi degli scomparsi. Il titolo del suo scritto, presentato in vari paesi d’Europa e d’Africa, recita ‘ I bambini del Rwanda’. Quelli che sono morti nelle foreste e quelli sulle spiaggie. La foresta nasconde, copre, inghiotte, proprio come il mare. Nessuna foto da pubblicare. Sono i bambini del Rwanda, ostaggi delle guerre dei grandi, vittime a loro volta di altri. Dopo i massacri ogni persona Hutu era ormai una vittima dei Tutsi che nel frattempo avevano preso il potere. Gli Hutu si erano rifugiati nel vicino Zaire, in campi profughi minacciati dai militari Tutsi. Lo Zaire era in guerra civile.
Angelique passerà qualche mese a Niamey. Lavora con l’Unione Europea ed è già stata inviata in missione in Centrafrica coi rifugiati, dove era stata salvata. Consulente per i diritti umani, Angelica adesso ospita le parole rifugiate di altre donne. Come con lei le parole sono schiave del dolore del passato. E’ stata accolta come rifugiata nel 2001 in Danimarca. L’aereo, preso per la prima volta, l’aveva condotta prima in Cameroun e poi in Svizzera. Ha imparato la lingua, finiti gli studi e trovato un lavoro. In Danimarca erano attese, per la prima volta, da qualcuno. La morte capita quando non c’è nessuno ad aspettare. E lo sguardo è come una parola muta che nessuno più custodisce. Angelique aveva tredici anni quando ha cominciato il viaggio nelle foreste dello Zaire.
Ha attraversato fiumi in piena, soldati sbandati e altre migliaia di rifugiati. Molti sono morti in cammino e la terra da sola li ha sepolti per solidarietà. Per sette anni di fila sei terra e torni alla terra. Angelique parte bambina e arriva come rifugiata che ha scordato la vita. Allora scrive, ricorda, racconta, piange, danza e conta i suoi morti. Libera si trova oggi, come una donna che le parole hanno salvato. Erano le cinque di mattina del 18 agosto del 1994 quando lei, la madre e il resto della famiglia si sono messi in marcia. Lo Zaire si trovava a cinquanta kilometri. Questione di tre giorni di marcia, diceva la madre. Ci sono voluti anni per attraversare quella foresta.
Solo la missione di salvare la vita al fratellino le ha dato la forza di non fermarsi. Di morire è stata tentata più volte, diceva, e non lo ha fatto per lui, Adrien, il fratellino, ora laureato in economia nel Kenya. L’altra sorella, Goretti, è infermiera e lavora in un ospedale norvegese. Angelique non ha più visto sua madre, era stanca di camminare e si sono salutate con un cenno di mano.
Fonte
03/03/2014
Speciale Africa: Le crisi senza fine nel continente nero
Neocolonialismo: tra i primi venti “Stati falliti” quindici sono africani. Si moltiplicano le emergenze umanitarie dovute alle strategie di destabilizzazione dei Paesi occidentali.
STATI FALLITI E TRIBALIZZAZIONE
La principale attribuzione di uno Stato sovrano è quella di esercitare il monopolio della forza sul suo territorio ed assicurare ai propri cittadini i servizi fondamentali. La definizione di failed state si riferisce a un Stato dove questo non avviene più. Nella classifica 2013 degli Stati falliti, pubblicata da Fund for Peace, le prime quattro posizioni sono occupate da Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sud e Nord Sudan. Tra i primi venti Paesi ce ne sono soltanto cinque non africani (Iraq, Afghanistan, Yemen, Haiti e Pakistan).
La Somalia, da anni indiscussa capolista, è un po' il prototipo dello Stato tribalizzato dopo il clamoroso fallimento dell'intervento militare occidentale a metà anni '90 che sancì il trionfo dei signori della guerra. Oggi è divisa in tre zone autonome e la sua instabilità rischia di contagiare tutta la regione (vedi attentato al centro commerciale di Nairobi del 21/9).
Politici ed opinionisti occidentali si mostrano preoccupati dalla possibilità che uno Stato fallito diventi la base per organizzazioni criminali e terroristiche, ma il collasso di questi Stati è il risultato di strategie di destabilizzazione, economiche o militari, cinicamente messe in atto dai Paesi ricchi a fini di controllo geopolitico e di appropriazione delle risorse naturali. Anche la proliferazione delle milizie, che ormai si spostano agevolmente tra frontiere sempre più “porose”, non è casuale ma deriva da una “tribalizzazione pianificata” come quella che stiamo osservando in Siria. E poco importa se molte di queste milizie fanno parte della galassia islamista che a parole si dice di voler combattere. Si finanziano finché fanno comodo, e quando non servono più si spazzano via facilmente con un rapido intervento militare (come quello francese in Mali).
Negli ultimi mesi del 2013 le emergenze umanitarie dovute a strategie di questo tipo si sono drammaticamente manifestate in diversi Paesi africani. In questo articolo ne vediamo un breve panorama.
REPUBBLICA CENTROAFRICANA
Ai tempi degli Imperi coloniali era nota come Oubangui-Chari ed era considerata la cenerentola delle colonie francesi. Dopo l'indipendenza (1960) una continua sequela di colpi di Stato - tutti con il beneplacito di Parigi - ha portato al potere personaggi impresentabili quali il folle Jean Bédel Bokassa, che nel 1976, dopo dieci anni di presidenza, arrivò ad autoproclamarsi “Imperatore del Centrafrica”. Poi i Francesi si stufarono e nel 1979 lo destituirono (“Operazione Barracuda”).
Grande quanto la “madrepatria” ma con soli 5 milioni di abitanti (l'11% sieropositivi, speranza di vita 48 anni) non ha sbocco sul mare e confina con vicini molto “caldi” come il Ciad, i due Sudan e la Repubblica Democratica del Congo.
È ricca di acqua, di biodiversità e di importanti risorse naturali: legname, uranio (controllato dalla multinazionale francese Areva), oro e diamanti. Ma è uno dei Paesi più poveri del mondo (179° su 187 Paesi in classifica) ed è al 9° posto nella classifica degli Stati falliti.
Nel 2002 a seguito dell'ennesimo golpe (appoggiato dal Ciad e dalla Francia) era salito al potere un ex generale di Bokassa, François Bozizé. Già tra il 2003 e il 2007 Bozizé aveva dovuto fronteggiare le milizie di Séléka (“Alleanza”), ma i militari francesi in appoggio a Bozizé lanciarono una serie di attacchi aerei contro la Séléka.
Bozizé però ha commesso un errore: come rivela un cablo di Wikileaks (2009), cercava di rafforzare i legami economici e commerciali con la Cina. Così a dicembre 2012, quando la Séléka ha attaccato di nuovo, la Francia non ha mosso un dito. I ribelli hanno quindi conquistato agevolmente la capitale Bangui
I combattenti della Séléka sono in maggioranza musulmani e appartenengono a gruppi etnici presenti nel nord del Paese, in Ciad e Sudan; molti sono reduci del Darfur e non mancano i criminali comuni. Dopo la presa del potere i miliziani sarebbero aumentati da 5.000 a 20.000, sono ben addestrati e armati e possono contare sul sostegno occulto del Ciad, formalmente neutrale. Molti degli abusi sono stati commessi dai vari capi locali di Séléka, così nelle province occupate si sono formate milizie cristiane di autodifesa (anti-balaka, cioé anti-machete) e i profughi sono arrivati a circa un milione. Amnesty International parla di emergenza umanitaria fuori controllo e di gravi violazioni dei diritti umani da parte di tutte le fazioni.
A rendere lo scenario ancora più intricato (e drammatico per i civili), ci sono anche le forze armate ugandesi a caccia della famigerata Lord’s Resistance Army, la milizia fondamentalista cristiana del predicatore pazzo Joseph Kony.
Intanto Michel Djotodia, il capo della Séléka, ha dichiarato che caccerà i sudafricani, colpevoli di aver sempre appoggiato Bozizé. Neanche il Sudafrica emergente di “San” Mandela sembra infatti rifuggire da tentazioni “sub-imperialiste” nella regione.
NIGER
Il Niger, ex colonia francese, è di nuovo colpito dalla carestia e circa un milione di persone si troverebbe senza accesso al cibo.
Crisi di questo tipo si erano già verificate nel 2005, 2010 e 2012 a causa di fenomeni climatici estremi. Ma la causa principale è il sottosviluppo pianificato del Niger sotto il neocolonialismo francese.
Il Niger è grande quattro volte l'Italia ma ha solo 17 milioni di abitanti. Gran parte del suo territorio è arido, ma è il quinto maggior produttore mondiale di minerale di uranio. Ha anche oro, ferro, molibdeno, stagno, sale, gesso e fosfati e sono stati individuati vasti giacimenti di petrolio e gas. Tuttavia si trova all'ultimo posto per indici di sviluppo umano su 187 Paesi censiti. Nella classifica degli Stati falliti è 18°.
Areva gestisce nel Paese quattro miniere di uranio che assicurano il combustibile ad almeno un terzo delle centrali nucleari transalpine. Il 21 dicembre scorso la gente è scesa in piazza per chiedere al governo di non rinnovare la concessione.
SUD SUDAN
A metà dicembre nel Sud Sudan è iniziato un conflitto armato tra i seguaci dell'ex vice presidente Riek Machar (di etnia nuer) e quelli del presidente Salva Kiir (dinka), che ha causato oltre mille morti e 20 mila sfollati. Attualmente le milizie di Machar controllano due capoluoghi regionali.
Il Sudan del Sud è l'ultimo nato (2011) tra gli Stati indipendenti africani. Nonostante le panzane dei media ufficiali (i “sudisti” cristiani buoni contro i musulmani cattivi del nord) la secessione è stata fomentata da diversi Paesi occidentali per evitare che la Cina si assicurasse il controllo delle risorse petrolifere della regione: qui sono localizzati quasi l'80% dei giacimenti dell'intero Sudan. Ma il Sud non ha sbocco sul mare, il petrolio può essere esportato solo da Port Sudan (che appartiene al Nord) e questa controversia continua a generare scontri di confine. C'è l'ipotesi di un nuovo oleodotto (dovrebbe costruirlo la Toyota) per trasportare il petrolio a Lamu, in Kenya, una zona incontaminata dove la popolazione sta protestando contro un progetto che sarebbe devastante per l'ecosistema.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Il 30 dicembre violenti scontri sono scoppiati a Kinshasa, Lumumbashi e Kindu tra le forze di sicurezza congolesi e i seguaci di Joseph Mukungobila Mutombo, candidato sconfitto alle elezioni di sette anni fa dall'attuale presidente Kabila, che avevano occupato la TV di Stato e altri obiettivi a scopo puramente dimostrativo. Mukungobila, pastore evangelico autonominatosi “le prophète de l'Éternel”, promette di liberare la RDC dalla tirannia di Kabila e del Rwanda. Negli scontri sono stati uccisi alcune decine di ribelli.
La Repubblica Democratica del Congo, ex Congo Belga e Zaire, è grande più di 7 volte l'Italia e ha quasi 80 milioni di abitanti. È ricchissima di risorse naturali (oro, coltan, uranio, diamanti) ma è al penultimo posto assoluto per gli indici di sviluppo umano.
Nel nord-est della RDC c'è il Kivu, la regione più calda del mondo, da dove proviene l'80% del coltan estratto nel mondo, essenziale per le batterie di pc e cellulari. Numerose milizie (armate e finanziate dal Rwanda) rapiscono i bambini per utilizzarli come soldati e nelle miniere e violentano le donne in massa per costringere la popolazione a fuggire. Sulle terre lasciate libere arrivano sedicenti “profughi” che se ne impadroniscono. I minerali vengono trasporati in Rwanda e il loro commercio controllato dalle multinazionali. Il Rwanda, dove sono tornati al potere i tutsi, è grande appena quanto la Svizzera ma armato fino ai denti da diversi Paesi occidentali, compreso Israele.
Negli anni '90 il Kivu è stato il detonatore delle due cosiddette Guerre Mondiali africane, che hanno coinvolto una decina di Paesi e causato sei milioni di morti.
L'anno appena iniziato non promette niente di buono. A queste crisi se ne aggiungeranno probabilmente delle altre, perché le ricchezze dell'Africa sono troppo importanti per lasciarle agli africani.
Nello Gradirà
Tratto da Senza Soste n.89 (gennaio-febbraio 2014)
Fonte
STATI FALLITI E TRIBALIZZAZIONE
La principale attribuzione di uno Stato sovrano è quella di esercitare il monopolio della forza sul suo territorio ed assicurare ai propri cittadini i servizi fondamentali. La definizione di failed state si riferisce a un Stato dove questo non avviene più. Nella classifica 2013 degli Stati falliti, pubblicata da Fund for Peace, le prime quattro posizioni sono occupate da Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sud e Nord Sudan. Tra i primi venti Paesi ce ne sono soltanto cinque non africani (Iraq, Afghanistan, Yemen, Haiti e Pakistan).
La Somalia, da anni indiscussa capolista, è un po' il prototipo dello Stato tribalizzato dopo il clamoroso fallimento dell'intervento militare occidentale a metà anni '90 che sancì il trionfo dei signori della guerra. Oggi è divisa in tre zone autonome e la sua instabilità rischia di contagiare tutta la regione (vedi attentato al centro commerciale di Nairobi del 21/9).
Politici ed opinionisti occidentali si mostrano preoccupati dalla possibilità che uno Stato fallito diventi la base per organizzazioni criminali e terroristiche, ma il collasso di questi Stati è il risultato di strategie di destabilizzazione, economiche o militari, cinicamente messe in atto dai Paesi ricchi a fini di controllo geopolitico e di appropriazione delle risorse naturali. Anche la proliferazione delle milizie, che ormai si spostano agevolmente tra frontiere sempre più “porose”, non è casuale ma deriva da una “tribalizzazione pianificata” come quella che stiamo osservando in Siria. E poco importa se molte di queste milizie fanno parte della galassia islamista che a parole si dice di voler combattere. Si finanziano finché fanno comodo, e quando non servono più si spazzano via facilmente con un rapido intervento militare (come quello francese in Mali).
Negli ultimi mesi del 2013 le emergenze umanitarie dovute a strategie di questo tipo si sono drammaticamente manifestate in diversi Paesi africani. In questo articolo ne vediamo un breve panorama.
REPUBBLICA CENTROAFRICANA
Ai tempi degli Imperi coloniali era nota come Oubangui-Chari ed era considerata la cenerentola delle colonie francesi. Dopo l'indipendenza (1960) una continua sequela di colpi di Stato - tutti con il beneplacito di Parigi - ha portato al potere personaggi impresentabili quali il folle Jean Bédel Bokassa, che nel 1976, dopo dieci anni di presidenza, arrivò ad autoproclamarsi “Imperatore del Centrafrica”. Poi i Francesi si stufarono e nel 1979 lo destituirono (“Operazione Barracuda”).
Grande quanto la “madrepatria” ma con soli 5 milioni di abitanti (l'11% sieropositivi, speranza di vita 48 anni) non ha sbocco sul mare e confina con vicini molto “caldi” come il Ciad, i due Sudan e la Repubblica Democratica del Congo.
È ricca di acqua, di biodiversità e di importanti risorse naturali: legname, uranio (controllato dalla multinazionale francese Areva), oro e diamanti. Ma è uno dei Paesi più poveri del mondo (179° su 187 Paesi in classifica) ed è al 9° posto nella classifica degli Stati falliti.
Nel 2002 a seguito dell'ennesimo golpe (appoggiato dal Ciad e dalla Francia) era salito al potere un ex generale di Bokassa, François Bozizé. Già tra il 2003 e il 2007 Bozizé aveva dovuto fronteggiare le milizie di Séléka (“Alleanza”), ma i militari francesi in appoggio a Bozizé lanciarono una serie di attacchi aerei contro la Séléka.
Bozizé però ha commesso un errore: come rivela un cablo di Wikileaks (2009), cercava di rafforzare i legami economici e commerciali con la Cina. Così a dicembre 2012, quando la Séléka ha attaccato di nuovo, la Francia non ha mosso un dito. I ribelli hanno quindi conquistato agevolmente la capitale Bangui
I combattenti della Séléka sono in maggioranza musulmani e appartenengono a gruppi etnici presenti nel nord del Paese, in Ciad e Sudan; molti sono reduci del Darfur e non mancano i criminali comuni. Dopo la presa del potere i miliziani sarebbero aumentati da 5.000 a 20.000, sono ben addestrati e armati e possono contare sul sostegno occulto del Ciad, formalmente neutrale. Molti degli abusi sono stati commessi dai vari capi locali di Séléka, così nelle province occupate si sono formate milizie cristiane di autodifesa (anti-balaka, cioé anti-machete) e i profughi sono arrivati a circa un milione. Amnesty International parla di emergenza umanitaria fuori controllo e di gravi violazioni dei diritti umani da parte di tutte le fazioni.
A rendere lo scenario ancora più intricato (e drammatico per i civili), ci sono anche le forze armate ugandesi a caccia della famigerata Lord’s Resistance Army, la milizia fondamentalista cristiana del predicatore pazzo Joseph Kony.
Intanto Michel Djotodia, il capo della Séléka, ha dichiarato che caccerà i sudafricani, colpevoli di aver sempre appoggiato Bozizé. Neanche il Sudafrica emergente di “San” Mandela sembra infatti rifuggire da tentazioni “sub-imperialiste” nella regione.
NIGER
Il Niger, ex colonia francese, è di nuovo colpito dalla carestia e circa un milione di persone si troverebbe senza accesso al cibo.
Crisi di questo tipo si erano già verificate nel 2005, 2010 e 2012 a causa di fenomeni climatici estremi. Ma la causa principale è il sottosviluppo pianificato del Niger sotto il neocolonialismo francese.
Il Niger è grande quattro volte l'Italia ma ha solo 17 milioni di abitanti. Gran parte del suo territorio è arido, ma è il quinto maggior produttore mondiale di minerale di uranio. Ha anche oro, ferro, molibdeno, stagno, sale, gesso e fosfati e sono stati individuati vasti giacimenti di petrolio e gas. Tuttavia si trova all'ultimo posto per indici di sviluppo umano su 187 Paesi censiti. Nella classifica degli Stati falliti è 18°.
Areva gestisce nel Paese quattro miniere di uranio che assicurano il combustibile ad almeno un terzo delle centrali nucleari transalpine. Il 21 dicembre scorso la gente è scesa in piazza per chiedere al governo di non rinnovare la concessione.
SUD SUDAN
A metà dicembre nel Sud Sudan è iniziato un conflitto armato tra i seguaci dell'ex vice presidente Riek Machar (di etnia nuer) e quelli del presidente Salva Kiir (dinka), che ha causato oltre mille morti e 20 mila sfollati. Attualmente le milizie di Machar controllano due capoluoghi regionali.
Il Sudan del Sud è l'ultimo nato (2011) tra gli Stati indipendenti africani. Nonostante le panzane dei media ufficiali (i “sudisti” cristiani buoni contro i musulmani cattivi del nord) la secessione è stata fomentata da diversi Paesi occidentali per evitare che la Cina si assicurasse il controllo delle risorse petrolifere della regione: qui sono localizzati quasi l'80% dei giacimenti dell'intero Sudan. Ma il Sud non ha sbocco sul mare, il petrolio può essere esportato solo da Port Sudan (che appartiene al Nord) e questa controversia continua a generare scontri di confine. C'è l'ipotesi di un nuovo oleodotto (dovrebbe costruirlo la Toyota) per trasportare il petrolio a Lamu, in Kenya, una zona incontaminata dove la popolazione sta protestando contro un progetto che sarebbe devastante per l'ecosistema.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Il 30 dicembre violenti scontri sono scoppiati a Kinshasa, Lumumbashi e Kindu tra le forze di sicurezza congolesi e i seguaci di Joseph Mukungobila Mutombo, candidato sconfitto alle elezioni di sette anni fa dall'attuale presidente Kabila, che avevano occupato la TV di Stato e altri obiettivi a scopo puramente dimostrativo. Mukungobila, pastore evangelico autonominatosi “le prophète de l'Éternel”, promette di liberare la RDC dalla tirannia di Kabila e del Rwanda. Negli scontri sono stati uccisi alcune decine di ribelli.
La Repubblica Democratica del Congo, ex Congo Belga e Zaire, è grande più di 7 volte l'Italia e ha quasi 80 milioni di abitanti. È ricchissima di risorse naturali (oro, coltan, uranio, diamanti) ma è al penultimo posto assoluto per gli indici di sviluppo umano.
Nel nord-est della RDC c'è il Kivu, la regione più calda del mondo, da dove proviene l'80% del coltan estratto nel mondo, essenziale per le batterie di pc e cellulari. Numerose milizie (armate e finanziate dal Rwanda) rapiscono i bambini per utilizzarli come soldati e nelle miniere e violentano le donne in massa per costringere la popolazione a fuggire. Sulle terre lasciate libere arrivano sedicenti “profughi” che se ne impadroniscono. I minerali vengono trasporati in Rwanda e il loro commercio controllato dalle multinazionali. Il Rwanda, dove sono tornati al potere i tutsi, è grande appena quanto la Svizzera ma armato fino ai denti da diversi Paesi occidentali, compreso Israele.
Negli anni '90 il Kivu è stato il detonatore delle due cosiddette Guerre Mondiali africane, che hanno coinvolto una decina di Paesi e causato sei milioni di morti.
L'anno appena iniziato non promette niente di buono. A queste crisi se ne aggiungeranno probabilmente delle altre, perché le ricchezze dell'Africa sono troppo importanti per lasciarle agli africani.
Nello Gradirà
Tratto da Senza Soste n.89 (gennaio-febbraio 2014)
Fonte
28/04/2013
Ricordando il genocidio ruandese
Volge al termine il mese che ha segnato il diciannovesimo
anniversario di uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX
secolo: il genocidio rwandese. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 vennero massacrate sistematicamente tra le 800.000 e le 1.071.000 persone.
L’idea di purezza etnica o razziale che sottese a quei tragici eventi di quasi vent’anni fa, era totalmente estranea al Rwanda precoloniale.
La «tesi camitica»
tuttavia venne a costituire l’ elemento base, fino agli anni ’60, della
formazione degli intellettuali ruandesi e creò irrimediabili fratture
interne alla popolazione preparando il terreno al genocidio del 1994.
L’amministrazione indiretta coloniale per essere applicata aveva bisogno di una base ideologica semplificata. I Belgi entrarono in un contesto costellato da diversi nuclei di potere, ma fecero in modo che da questi nuclei ne emergesse soltanto uno.
I
missionari che conoscevano bene il territorio ruandese sapevano
benissimo che la realtà era molto più complessa, che c’erano diversi
tipi di Tutsi, che vi erano alcuni Re hutu ma si fecero anche loro operatori di quelle riforme amministrative
che lentamente ruppero gli equilibri sui quali si basava la società
rwandese, creando delle ingiustizie giustificate sulla base delle teorie
di superiorità di una fazione sull’altra (tutsi inizialmente).
Il censimento della popolazione degli anni ’30, durante il quale apparse per la prima volta la menzione dell’identità etnica come segno di riconoscimento
sulle carte d’identità, venne deciso sulla base del numero dei capi di
bestiame: con dieci e più vacche si diventava Tutsi, con meno vacche
Hutu (il principio della discendenza non era valido perché gli
appartenenti alla distinzione economica hutu-tutsi si sposavano tra
loro).
Ecco che una distinzione economica basata su un complesso sistema di norme clientelari, divenne una identità etnica reale, e fissata per sempre, sulle carte di identità etniche del 1933.
Quelli che così erano divenuti definitivamente Huti e Tutsi si
preparavano ad andare incontro al loro tragico destino, perché quelle
stesse carte di identità nel ‘94 vennero utilizzate per massacrare
oppure risparmiare le persone.
Dagli anni ’50 cominciò a
formarsi la contro-élite hutu in reazione a questa deformazione
coloniale, con l’appoggio dei missionari che nel frattempo avevano
abbracciato la causa hutu rispecchiando in essa la questione
valloni-fiamminghi.
La situazione si era dunque ribaltata ma i paradigmi tuttavia erano rimasti esattamente gli stessi. I vertici cattolici condannarono l’abuso di potere (creato dal regime coloniale) e incoraggiarono la fondazione di un partito cristiano hutu. Nel 1957 il malessere si concretizzò nel Manifesto degli Hutu che presentò il problema sociale con l’impiego del termine «razza» testimoniando chiaramente l’adozione di un concetto di matrice europea,
con gli hutu convinti di discendere dagli autoctoni bantu spodestati
dagli invasori camiti.
Il resto poi fu massacro, nel quale ciascuno finirà per servirsi di rappresentazioni storiche (false) al fine di argomentare la lotta politica in termini etnici.
Neanche
venti anni fa un popolo si auto-dilaniò davanti al mondo che li
guardava a braccia conserte, in nome di una distinzione falsa.
Nel ricordare quei mesi tragici voglio riaffermare la complessità dei processi di costruzione della identità, un dato non «naturale», «oggettivo», statico, ma piuttosto il risultato della sedimentazione storica.
La
comprensione delle identità plurali e dei processi storici evita
l’insidia violenta che si cela dietro alla narrazione delle identità
uniche ed immobili, come quelle razziali e etniciste.
Qualsiasi parola scritta pesa come il piombo. E può davvero cambiare le cose, servire da alibi alla violenza o alla pace.
Per approfondire consiglio la lettura di questo articolo della medesima autrice.
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