Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/03/2019
Rwanda: come è stato finanziato il genocidio del 1994
I genocidi Hutu hanno pianificato i loro crimini almeno due anni prima, approfittando della complicità delle banche francesi.
Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu. Su una popolazione di 7.300.000, di cui l’84% Hutu, il 15% Tutsi e l’1% Twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto). I sopravvissuti Tutsi al genocidio sono stimati in 300.000. Migliaia le vedove, molte stuprate e oggi sieropositive. 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia.
Autore del progetto di genocidio fu l’Akazu, la “casetta”, il clan familiare del presidente Habyarimana, che mobilitò gli estremisti Hutu del nord. Questi affiancarono all’esercito regolare dei gruppi d’attacco, gli Interahamwe (“quelli che lavorano insieme”), presi dalla popolazione civile, i quali furono armati ed incitati al genocidio. Ma venticinque anni dopo, le condizioni che hanno reso possibili questo immane, gigantesco, inaudito massacro rimangono poco chiare.
Inizialmente quel genocidio venne raccontato dai principali media di tutto il mondo come lo scoppio di una violenza improvvisa e imprevedibile. Poi, nel novembre del 1995, il quotidiano belga De Morgen pubblicò estratti di un fax che Romeo Dallaire, capo dei caschi blu a Kigali, aveva mandato ai suoi capi all’Onu, la notte dell’11 gennaio 1994. Da quel documento risultava chiaro che si stava preparando un massacro. Ma Dallaire, che si apprestava a requisire un deposito di armi, ricevette l’ordine di non fare nulla. Fu la prima di una lunga serie di decisioni vergognose. Dopo l’omicidio del presidente ruandese – l’Hutu Juvénal Habyarimana, ucciso il 6 aprile 1994 – e le violenze che ne seguirono, Dallaire chiese rinforzi, ma il Consiglio di sicurezza rispose riducendo il contingente a sua disposizione da 2.500 a 270 caschi blu.
Ancora oggi si continua a raccontare il genocidio del Rwanda come un regolamenti di conti a colpi di machete tra etnie contrapposte: è il solito cliché utile per occultare le enormi responsabilità occidentali in ordine a quel gigantesco massacro di povera gente inerme in fuga.
Nei tre anni precedenti il 1994, sotto gli occhi della Banca mondiale, il Rwanda – che è poco più grande della Sicilia – era stato, in termini assoluti, il terzo importatore d’armi di tutta l’Africa. E ancora oggi i paesi più potenti del mondo continuano a vendere armi a paesi poveri in cui sono in atto conflitti e guerre civili, e a paesi aggressori, mentre le somme destinate allo sviluppo di questi stessi paesi sono ridicole.
Nel 2003, quando ormai la mole di documenti che testimoniavano la premeditazione e l’evitabilità del massacro era già enorme, l’allora Segretario di Stato degli Stati Uniti durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, Madeleine Albright, ribadì che non si era potuto fare nulla, che tutto era stato improvviso e inaspettato. Tuttavia, fu la Francia ad avere le responsabilità più grandi, tra le potenze occidentali perché fu sempre a fianco del regime di Habyarimana e successivamente del governo in mano agli estremisti genocidi. Parigi fornì armi, addestrò milizie e successivamente al massacro protesse la fuga dei principali responsabili del genocidio.
E fu sempre la Francia a diffondere una verità di comodo sul genocidio della popolazione Tutsi. Il presidente francese François Mitterrand, a novembre del 1994, rispondendo a un giornalista che lo intervistava sul genocidio, rispose: “Di quale genocidio parla? Di quello degli hutu contro i tutsi o di quello dei tutsi contro gli hutu?”. In altre parole, Mitterand volle dire al mondo che si interrogava sulle cause di quel genocidio: sono solo guerre tribali ed in Ruanda si sono massacrati fra loro, cosa c’entriamo noi?
Ma Francois Mitterrand era già ampiamente noto per la sua collaborazione, soprattutto commerciale ed economica, con i vertici regime degli Hutu in Ruanda, segregazionista nei confronti dei Tutsi, prima della guerra civile ruandese che portò al loro genocidio. La famiglia di Mitterrand coltivava enormi interessi d’affari non solo in Rwanda ma anche nel resto dell’Africa (il figlio di Francois Mitterand venne arrestato nel 2000 per traffico d’armi con l’Angola). Il giornalista Philippe Gourevcitch nel suo libro The Reversals of War [1] attribuì a Mitterrand l’infelice frase «In questi Paesi un genocidio non è troppo importante». Non a caso Francois Mitterand era noto ai più come “Francois l’africano”.
Nel tentativo di far luce su questo tragico episodio, il giornalista David Servenay ha tracciato i flussi finanziari che hanno alimentato il genocidio della popolazione Tutsi.
L’inchiesta di David Servenay, che Le Monde pubblica in tre parti, mostra come i massacri furono organizzati almeno due anni prima del loro scoppio. Inoltre, per comprare le armi, gli estremisti Hutu hanno approfittato della complicità delle banche francesi come BNP [2] ma anche la cecità delle istituzioni internazionali come il Fondo Monterario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (Word Bank).
Note:
[1] Philippe Gourevcitch, The Reversals of War, edizioni The New Yorker, 26 aprile 1999;
[2] BNP Paribas è uno dei leader europei nei servizi finanziari di portata mondiale e una delle 6 banche più solide al mondo secondo la valutazione della società di rating Standard & Poor’s;
Fonte
13/09/2015
Angelique e le parole rifugiate dei bambini
Ci sono voluti due anni per trovare le parole. E altri due per liberarle. Angelique si è rifugiata dietro le sue parole. Per sette anni l’altro genocidio l’inseguiva. Nella foresta tropicale dello Zaire fino alla salvezza nell’altra repubblica. Quella Centrafricana oggi preda degli stessi demoni. Lei, fuggita con la madre, la sorella e il fratello più piccolo. L’ennesimo genocidio del Rwanda che nel ‘94 aveva causato la morte di migliaia di persone in pochi mesi. Chi era ucciso e chi doveva rifugiarsi per evitare le rappresaglie. Hutu e Tutsi e viceversa. Migliaia di persone che, come Angelique, hanno toccato l’inferno ogni giorno, per sette anni. Lei ha scritto per liberare le parole. Sono loro che l’hanno liberata dalla prigione della paura e dell’odio. Parole rifugiate di bambina.
Seduta in casa racconta che l’Angelica, autrice del libro e l’altra che ora parla non sono più le stesse. La prima è scomparsa tra le parole rifugiate nel libro, le punteggiature, le date e i nomi degli scomparsi. Il titolo del suo scritto, presentato in vari paesi d’Europa e d’Africa, recita ‘ I bambini del Rwanda’. Quelli che sono morti nelle foreste e quelli sulle spiaggie. La foresta nasconde, copre, inghiotte, proprio come il mare. Nessuna foto da pubblicare. Sono i bambini del Rwanda, ostaggi delle guerre dei grandi, vittime a loro volta di altri. Dopo i massacri ogni persona Hutu era ormai una vittima dei Tutsi che nel frattempo avevano preso il potere. Gli Hutu si erano rifugiati nel vicino Zaire, in campi profughi minacciati dai militari Tutsi. Lo Zaire era in guerra civile.
Angelique passerà qualche mese a Niamey. Lavora con l’Unione Europea ed è già stata inviata in missione in Centrafrica coi rifugiati, dove era stata salvata. Consulente per i diritti umani, Angelica adesso ospita le parole rifugiate di altre donne. Come con lei le parole sono schiave del dolore del passato. E’ stata accolta come rifugiata nel 2001 in Danimarca. L’aereo, preso per la prima volta, l’aveva condotta prima in Cameroun e poi in Svizzera. Ha imparato la lingua, finiti gli studi e trovato un lavoro. In Danimarca erano attese, per la prima volta, da qualcuno. La morte capita quando non c’è nessuno ad aspettare. E lo sguardo è come una parola muta che nessuno più custodisce. Angelique aveva tredici anni quando ha cominciato il viaggio nelle foreste dello Zaire.
Ha attraversato fiumi in piena, soldati sbandati e altre migliaia di rifugiati. Molti sono morti in cammino e la terra da sola li ha sepolti per solidarietà. Per sette anni di fila sei terra e torni alla terra. Angelique parte bambina e arriva come rifugiata che ha scordato la vita. Allora scrive, ricorda, racconta, piange, danza e conta i suoi morti. Libera si trova oggi, come una donna che le parole hanno salvato. Erano le cinque di mattina del 18 agosto del 1994 quando lei, la madre e il resto della famiglia si sono messi in marcia. Lo Zaire si trovava a cinquanta kilometri. Questione di tre giorni di marcia, diceva la madre. Ci sono voluti anni per attraversare quella foresta.
Solo la missione di salvare la vita al fratellino le ha dato la forza di non fermarsi. Di morire è stata tentata più volte, diceva, e non lo ha fatto per lui, Adrien, il fratellino, ora laureato in economia nel Kenya. L’altra sorella, Goretti, è infermiera e lavora in un ospedale norvegese. Angelique non ha più visto sua madre, era stanca di camminare e si sono salutate con un cenno di mano.
Fonte
Seduta in casa racconta che l’Angelica, autrice del libro e l’altra che ora parla non sono più le stesse. La prima è scomparsa tra le parole rifugiate nel libro, le punteggiature, le date e i nomi degli scomparsi. Il titolo del suo scritto, presentato in vari paesi d’Europa e d’Africa, recita ‘ I bambini del Rwanda’. Quelli che sono morti nelle foreste e quelli sulle spiaggie. La foresta nasconde, copre, inghiotte, proprio come il mare. Nessuna foto da pubblicare. Sono i bambini del Rwanda, ostaggi delle guerre dei grandi, vittime a loro volta di altri. Dopo i massacri ogni persona Hutu era ormai una vittima dei Tutsi che nel frattempo avevano preso il potere. Gli Hutu si erano rifugiati nel vicino Zaire, in campi profughi minacciati dai militari Tutsi. Lo Zaire era in guerra civile.
Angelique passerà qualche mese a Niamey. Lavora con l’Unione Europea ed è già stata inviata in missione in Centrafrica coi rifugiati, dove era stata salvata. Consulente per i diritti umani, Angelica adesso ospita le parole rifugiate di altre donne. Come con lei le parole sono schiave del dolore del passato. E’ stata accolta come rifugiata nel 2001 in Danimarca. L’aereo, preso per la prima volta, l’aveva condotta prima in Cameroun e poi in Svizzera. Ha imparato la lingua, finiti gli studi e trovato un lavoro. In Danimarca erano attese, per la prima volta, da qualcuno. La morte capita quando non c’è nessuno ad aspettare. E lo sguardo è come una parola muta che nessuno più custodisce. Angelique aveva tredici anni quando ha cominciato il viaggio nelle foreste dello Zaire.
Ha attraversato fiumi in piena, soldati sbandati e altre migliaia di rifugiati. Molti sono morti in cammino e la terra da sola li ha sepolti per solidarietà. Per sette anni di fila sei terra e torni alla terra. Angelique parte bambina e arriva come rifugiata che ha scordato la vita. Allora scrive, ricorda, racconta, piange, danza e conta i suoi morti. Libera si trova oggi, come una donna che le parole hanno salvato. Erano le cinque di mattina del 18 agosto del 1994 quando lei, la madre e il resto della famiglia si sono messi in marcia. Lo Zaire si trovava a cinquanta kilometri. Questione di tre giorni di marcia, diceva la madre. Ci sono voluti anni per attraversare quella foresta.
Solo la missione di salvare la vita al fratellino le ha dato la forza di non fermarsi. Di morire è stata tentata più volte, diceva, e non lo ha fatto per lui, Adrien, il fratellino, ora laureato in economia nel Kenya. L’altra sorella, Goretti, è infermiera e lavora in un ospedale norvegese. Angelique non ha più visto sua madre, era stanca di camminare e si sono salutate con un cenno di mano.
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