Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/03/2019
Rwanda: come è stato finanziato il genocidio del 1994
I genocidi Hutu hanno pianificato i loro crimini almeno due anni prima, approfittando della complicità delle banche francesi.
Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu. Su una popolazione di 7.300.000, di cui l’84% Hutu, il 15% Tutsi e l’1% Twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto). I sopravvissuti Tutsi al genocidio sono stimati in 300.000. Migliaia le vedove, molte stuprate e oggi sieropositive. 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia.
Autore del progetto di genocidio fu l’Akazu, la “casetta”, il clan familiare del presidente Habyarimana, che mobilitò gli estremisti Hutu del nord. Questi affiancarono all’esercito regolare dei gruppi d’attacco, gli Interahamwe (“quelli che lavorano insieme”), presi dalla popolazione civile, i quali furono armati ed incitati al genocidio. Ma venticinque anni dopo, le condizioni che hanno reso possibili questo immane, gigantesco, inaudito massacro rimangono poco chiare.
Inizialmente quel genocidio venne raccontato dai principali media di tutto il mondo come lo scoppio di una violenza improvvisa e imprevedibile. Poi, nel novembre del 1995, il quotidiano belga De Morgen pubblicò estratti di un fax che Romeo Dallaire, capo dei caschi blu a Kigali, aveva mandato ai suoi capi all’Onu, la notte dell’11 gennaio 1994. Da quel documento risultava chiaro che si stava preparando un massacro. Ma Dallaire, che si apprestava a requisire un deposito di armi, ricevette l’ordine di non fare nulla. Fu la prima di una lunga serie di decisioni vergognose. Dopo l’omicidio del presidente ruandese – l’Hutu Juvénal Habyarimana, ucciso il 6 aprile 1994 – e le violenze che ne seguirono, Dallaire chiese rinforzi, ma il Consiglio di sicurezza rispose riducendo il contingente a sua disposizione da 2.500 a 270 caschi blu.
Ancora oggi si continua a raccontare il genocidio del Rwanda come un regolamenti di conti a colpi di machete tra etnie contrapposte: è il solito cliché utile per occultare le enormi responsabilità occidentali in ordine a quel gigantesco massacro di povera gente inerme in fuga.
Nei tre anni precedenti il 1994, sotto gli occhi della Banca mondiale, il Rwanda – che è poco più grande della Sicilia – era stato, in termini assoluti, il terzo importatore d’armi di tutta l’Africa. E ancora oggi i paesi più potenti del mondo continuano a vendere armi a paesi poveri in cui sono in atto conflitti e guerre civili, e a paesi aggressori, mentre le somme destinate allo sviluppo di questi stessi paesi sono ridicole.
Nel 2003, quando ormai la mole di documenti che testimoniavano la premeditazione e l’evitabilità del massacro era già enorme, l’allora Segretario di Stato degli Stati Uniti durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, Madeleine Albright, ribadì che non si era potuto fare nulla, che tutto era stato improvviso e inaspettato. Tuttavia, fu la Francia ad avere le responsabilità più grandi, tra le potenze occidentali perché fu sempre a fianco del regime di Habyarimana e successivamente del governo in mano agli estremisti genocidi. Parigi fornì armi, addestrò milizie e successivamente al massacro protesse la fuga dei principali responsabili del genocidio.
E fu sempre la Francia a diffondere una verità di comodo sul genocidio della popolazione Tutsi. Il presidente francese François Mitterrand, a novembre del 1994, rispondendo a un giornalista che lo intervistava sul genocidio, rispose: “Di quale genocidio parla? Di quello degli hutu contro i tutsi o di quello dei tutsi contro gli hutu?”. In altre parole, Mitterand volle dire al mondo che si interrogava sulle cause di quel genocidio: sono solo guerre tribali ed in Ruanda si sono massacrati fra loro, cosa c’entriamo noi?
Ma Francois Mitterrand era già ampiamente noto per la sua collaborazione, soprattutto commerciale ed economica, con i vertici regime degli Hutu in Ruanda, segregazionista nei confronti dei Tutsi, prima della guerra civile ruandese che portò al loro genocidio. La famiglia di Mitterrand coltivava enormi interessi d’affari non solo in Rwanda ma anche nel resto dell’Africa (il figlio di Francois Mitterand venne arrestato nel 2000 per traffico d’armi con l’Angola). Il giornalista Philippe Gourevcitch nel suo libro The Reversals of War [1] attribuì a Mitterrand l’infelice frase «In questi Paesi un genocidio non è troppo importante». Non a caso Francois Mitterand era noto ai più come “Francois l’africano”.
Nel tentativo di far luce su questo tragico episodio, il giornalista David Servenay ha tracciato i flussi finanziari che hanno alimentato il genocidio della popolazione Tutsi.
L’inchiesta di David Servenay, che Le Monde pubblica in tre parti, mostra come i massacri furono organizzati almeno due anni prima del loro scoppio. Inoltre, per comprare le armi, gli estremisti Hutu hanno approfittato della complicità delle banche francesi come BNP [2] ma anche la cecità delle istituzioni internazionali come il Fondo Monterario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (Word Bank).
Note:
[1] Philippe Gourevcitch, The Reversals of War, edizioni The New Yorker, 26 aprile 1999;
[2] BNP Paribas è uno dei leader europei nei servizi finanziari di portata mondiale e una delle 6 banche più solide al mondo secondo la valutazione della società di rating Standard & Poor’s;
Fonte
04/08/2014
Padre, figlio e Banco do Espirito Santo
Assolutamente trascurata a livello italiano, salvo i blog che si occupano di trading, la vicenda del Banco do Espirito Santo è indicativa dello stato di salute del sistema bancario europeo dopo un quadriennio di “riforme” continentali, di ogni genere, verso l’unione bancaria. La vicenda del Banco, di per sé, è semplicissima da spiegare: dopo una fase di aiuti, provenienti dallo stato portoghese, il Banco si rimette in sesto da un periodo di speculazioni, tipiche del periodo pre-Lehman Brothers, che l’aveva portato sull’orlo della bancarotta. Di nuovo pienamente operativo il Banco torna in piena efficienza ai vecchi amori, per la verità mai pienamente tralasciati: gli investimenti ad alto rischio e in titoli tossici in tutto il mondo.
Il resto della storia si racconta con il pilota automatico: nuovo botto del Banco, dichiarazioni classiche sulla banca “troppo grossa per farla fallire”, ripercussioni sulle borse europee (specie sulle banche francesi e italiane proprietarie di ampie quote dell’istituto). Infine, nuovo salvataggio del Banco da parte dei contribuenti portoghesi, ulteriore utilizzo di fondi europei distolti dalla spesa pubblica dei singoli paesi continentali. Qui bisogna ricordare che il Portogallo, il cui salvataggio delle banche è già stato commissariato dall’Europa da anni, ha già pagato i titoli tossici dei propri istituti con una serie di manovre di tagli lacrime e sangue. Ora, arriva un’altra ondata di tagli, per salvare il Banco, su una popolazione già provata da anni di austerità, nell’ottica del più classico bail-out. Uno strumento un po’ diverso da quanto prefigurato da Bce e Ue almeno dalla crisi di Cipro: separare la crisi delle banche dai bilanci degli stati (già sottoposti a fiscal compact). Come dire: non c’è niente di meglio dell’emergenza per capire quali politiche sono ritenute realmente efficaci. Naturalmente se il caso passasse davvero sotto lenti politiche italiane, di ogni tipo, la riposta sarebbe pronta: il Banco è un caso periferico, la strada del consolidamento dell’euro e delle banche europee, tra forward guidance di Draghi e unione bancaria, è comunque tracciata. E poi via, ognuno a ripetere il rosario delle proprie rivendicazioni. Qualcuna, per carità, sacrosanta mentre su altre è meglio evitare ogni commento. In realtà, la vicenda dello stato delle banche europee è ben diversa se si seguono gli studi del Volatility Institute della Stern University di New York, segnalato meritoriamente da un post di Intermarket and More.
Senza farla troppo lunga, anche perché torneremo sui temi dell’instabilità globale, l’Europa ha un sistema bancario nazionale a forte rischio sistemico, per tutto il continente, che è quello della Francia. Seguono poi Gran Bretagna, Germania e Italia. Cosa significa questa analisi proposta dalla Stern University? Che in caso di forte volatilità sui mercati finanziari il primo sistema nazionale che può produrre una crisi sistemica continentale, con fallimenti a catena che coinvolgono la sfera economica, è quello francese. Viene da dire che, essendo il Banco do Espirito Santo fortemente legato alle banche francesi, si capisce perché il salvataggio è stato fatto velocemente, badando prima di tutto a prendere i soldi alla popolazione portoghese. Sistema rapido che non implicasse, almeno per adesso, il bail-in (che coinvolge gli azionisti della banca a pagare una quota del salvataggio) prefigurato, fino ad oggi, per la fase matura dell’unione bancaria europea a venire. Forse per il timore di scoprire troppo presto un sistema francese, azionista forte del Banco, già in preda a nervosismi non solo finanziari ma anche politici. Già perché la crisi è cominciata sette anni fa, proprio ad agosto, quando, guarda caso, una banca francese, Bnp Paribas, congelò tre fondi d’investimento legati ai mutui americani a loro volta intrecciati a un livello di finanza tossica ad alta complessità. Il titolo Bnp, quotato sulla borsa di Parigi scese più del 4% in un giorno. Banca francese, investimenti americani, investitori di tutto il mondo: fu il botto globale. Si capisce quindi perché, nonostante le cifre del Banco siano diverse dai colossi americani dei mutui, si è scelto il salvataggio subito a quel modo. Ma forse si capisce meno che, fino al prossimo botto o fino all’estinzione non vicinissima del problema, la seconda banca europea portatrice di rischio sistemico, la Deutsche Bank, che è anche l’espressione della prima economia Ue, ha mostrato pubblicamente segni di cedimento.
La crisi delle banche europee, di una portata socialmente molto più devastante rispetto a quella husserliana delle scienze europee, prosegue. E’ una crisi del comando capitalistico molto forte ma che si svolge su vette per adesso inaccessibili, quando non incomprensibili, alle sinistre e ai movimenti. Intanto questo suo capitolo è stato chiuso. In nome del padre, del figlio e del Banco do Espirito Santo.
Redazione, 4 agosto 2014
PS: con lo scorrere delle notizie, il salvataggio del Banco emerge sempre di più come una miscela tra bail-out (salvataggio secco a carico dei conti pubblici di un paese) e bail-in (dove il conto viene presentato anche ad azionisti della banca). Non riesce quindi a tenere l'idea, prevalente a livello di governance finanziaria continentale degli ultimi mesi, di separare la crisi delle banche da quelle dei bilanci pubblici. Ma allo stesso tempo fa capolino lo strumento del bail-in. Come dice Ticino News "il caso del Portogallo è il primo test delle nuove regole transitorie in vigore in attesa della costituzione nel 2016 dell'unione bancaria europea" Unione bancaria che, a sua volta, è il vero test su quale Ue ci sarà nei prossimi anni.
Fonte
Il resto della storia si racconta con il pilota automatico: nuovo botto del Banco, dichiarazioni classiche sulla banca “troppo grossa per farla fallire”, ripercussioni sulle borse europee (specie sulle banche francesi e italiane proprietarie di ampie quote dell’istituto). Infine, nuovo salvataggio del Banco da parte dei contribuenti portoghesi, ulteriore utilizzo di fondi europei distolti dalla spesa pubblica dei singoli paesi continentali. Qui bisogna ricordare che il Portogallo, il cui salvataggio delle banche è già stato commissariato dall’Europa da anni, ha già pagato i titoli tossici dei propri istituti con una serie di manovre di tagli lacrime e sangue. Ora, arriva un’altra ondata di tagli, per salvare il Banco, su una popolazione già provata da anni di austerità, nell’ottica del più classico bail-out. Uno strumento un po’ diverso da quanto prefigurato da Bce e Ue almeno dalla crisi di Cipro: separare la crisi delle banche dai bilanci degli stati (già sottoposti a fiscal compact). Come dire: non c’è niente di meglio dell’emergenza per capire quali politiche sono ritenute realmente efficaci. Naturalmente se il caso passasse davvero sotto lenti politiche italiane, di ogni tipo, la riposta sarebbe pronta: il Banco è un caso periferico, la strada del consolidamento dell’euro e delle banche europee, tra forward guidance di Draghi e unione bancaria, è comunque tracciata. E poi via, ognuno a ripetere il rosario delle proprie rivendicazioni. Qualcuna, per carità, sacrosanta mentre su altre è meglio evitare ogni commento. In realtà, la vicenda dello stato delle banche europee è ben diversa se si seguono gli studi del Volatility Institute della Stern University di New York, segnalato meritoriamente da un post di Intermarket and More.
Senza farla troppo lunga, anche perché torneremo sui temi dell’instabilità globale, l’Europa ha un sistema bancario nazionale a forte rischio sistemico, per tutto il continente, che è quello della Francia. Seguono poi Gran Bretagna, Germania e Italia. Cosa significa questa analisi proposta dalla Stern University? Che in caso di forte volatilità sui mercati finanziari il primo sistema nazionale che può produrre una crisi sistemica continentale, con fallimenti a catena che coinvolgono la sfera economica, è quello francese. Viene da dire che, essendo il Banco do Espirito Santo fortemente legato alle banche francesi, si capisce perché il salvataggio è stato fatto velocemente, badando prima di tutto a prendere i soldi alla popolazione portoghese. Sistema rapido che non implicasse, almeno per adesso, il bail-in (che coinvolge gli azionisti della banca a pagare una quota del salvataggio) prefigurato, fino ad oggi, per la fase matura dell’unione bancaria europea a venire. Forse per il timore di scoprire troppo presto un sistema francese, azionista forte del Banco, già in preda a nervosismi non solo finanziari ma anche politici. Già perché la crisi è cominciata sette anni fa, proprio ad agosto, quando, guarda caso, una banca francese, Bnp Paribas, congelò tre fondi d’investimento legati ai mutui americani a loro volta intrecciati a un livello di finanza tossica ad alta complessità. Il titolo Bnp, quotato sulla borsa di Parigi scese più del 4% in un giorno. Banca francese, investimenti americani, investitori di tutto il mondo: fu il botto globale. Si capisce quindi perché, nonostante le cifre del Banco siano diverse dai colossi americani dei mutui, si è scelto il salvataggio subito a quel modo. Ma forse si capisce meno che, fino al prossimo botto o fino all’estinzione non vicinissima del problema, la seconda banca europea portatrice di rischio sistemico, la Deutsche Bank, che è anche l’espressione della prima economia Ue, ha mostrato pubblicamente segni di cedimento.
La crisi delle banche europee, di una portata socialmente molto più devastante rispetto a quella husserliana delle scienze europee, prosegue. E’ una crisi del comando capitalistico molto forte ma che si svolge su vette per adesso inaccessibili, quando non incomprensibili, alle sinistre e ai movimenti. Intanto questo suo capitolo è stato chiuso. In nome del padre, del figlio e del Banco do Espirito Santo.
Redazione, 4 agosto 2014
PS: con lo scorrere delle notizie, il salvataggio del Banco emerge sempre di più come una miscela tra bail-out (salvataggio secco a carico dei conti pubblici di un paese) e bail-in (dove il conto viene presentato anche ad azionisti della banca). Non riesce quindi a tenere l'idea, prevalente a livello di governance finanziaria continentale degli ultimi mesi, di separare la crisi delle banche da quelle dei bilanci pubblici. Ma allo stesso tempo fa capolino lo strumento del bail-in. Come dice Ticino News "il caso del Portogallo è il primo test delle nuove regole transitorie in vigore in attesa della costituzione nel 2016 dell'unione bancaria europea" Unione bancaria che, a sua volta, è il vero test su quale Ue ci sarà nei prossimi anni.
Fonte
10/06/2014
Obama e Hollande divisi da BNP
di Michele Paris
La minaccia americana di infliggere al colosso bancario francese BNP Paribas una maxi-multa da 10 miliardi di dollari ha scatenato un acceso scontro diplomatico tra Washington e Parigi, emerso in particolare durante il recente incontro tra i presidenti Obama e Hollande a margine del G-7. Una delle più grandi banche del pianeta, BNP, è da tempo nel mirino delle autorità d’oltreoceano per avere processato transazioni finanziarie con paesi colpiti da sanzioni decise dal governo degli Stati Uniti.
Tra il 2002 e il 2009, la banca francese avrebbe cioè aggirato le sanzioni imposte dagli USA contro Sudan, Cuba e Iran, principalmente nascondendo l’identità di coloro che erano coinvolti in trasferimenti di denaro in modo da passare attraverso il sistema finanziario americano senza far scattare l’allarme delle autorità.
I vertici di BNP sono stati protagonisti di trattative con svariati uffici competenti per giungere ad un accordo, tra cui il Dipartimento di Giustizia e quello del Tesoro di Washington, il procuratore distrettuale di Manhattan e il Dipartimento per i Servizi Finanziari dello stato di New York.
Oltre ai 10 miliardi di multa, la banca potrebbe essere costretta ad ammettere di avere commesso un crimine, aprendo così la strada ad ulteriori denunce. Inoltre, anche se le autorità USA sembrano avere ritirato la più grave minaccia di revocare la licenza per operare negli Stati Uniti, BNP potrebbe vedersi sospendere temporaneamente il permesso di processare transazioni finanziare in dollari americani.
Dal febbraio scorso, quando BNP aveva annunciato di avere accantonato 1,5 miliardi di dollari per far fronte a possibili sanzioni negli Stati Uniti, la banca ha perso il 18% del proprio valore di borsa. L’importo della multa di cui si discute, d’altra parte, ammonterebbe a poco meno del totale delle entrate del 2013, vale a dire 11,2 miliardi di dollari e, per gli analisti, potrebbe trascinare l’istituto in “zona pericolo” in concomitanza con i cosiddetti “stress test” bancari dell’Unione Europea.
I 10 miliardi di dollari che potrebbero essere richiesti a BNP hanno suscitato le ire del management della banca e dello stesso governo francese, visto che altre banche nel recente passato hanno concordato con il governo americano multe nettamente inferiori per avere fatto affari con paesi sulla lista nera di Washington.
Le britanniche HSBC e Standard Chartered, ad esempio, avevano pagato rispettivamente 667 milioni e 1,9 miliardi di dollari, mentre l’olandese ING si era accordata per 619 milioni di dollari. Secondo i giornali finanziari, tuttavia, la rilevanza della sanzione ai danni di BNP sarebbe dettata da svariati fattori, tra cui il numero molto più elevato di transazioni “proibite” gestite rispetto alle altre banche, il coinvolgimento diretto dei massimi vertici dell’istituto e la scarsa collaborazione con le autorità americane mostrata da questi ultimi durante l’indagine.
La
possibile penalizzazione di BNP Paribas ha spinto molti politici di
spicco in Francia a criticare apertamente il governo americano e ad
adoperarsi per limitare i danni. Dopo la visita a inizio maggio a New
York dell’amministratore delegato, Jean-Laurent Bonnafé, e del
governatore della Banca Centrale francese, Christian Noyer, per chiedere
clemenza, lo stesso François Hollande ha fatto propria la causa della
banca transalpina.
Nell’incontro con Obama la settimana scorsa, il presidente socialista ha definito la sanzione da 10 miliardi di dollari “del tutto sproporzionata”, visto che potrebbe avere “conseguenze economiche e finanziarie per tutta l’eurozona”. Della difesa dell’istituto privato si sono fatte carico anche altre importanti personalità francesi, tra cui il ministro dell’Economia, Arnaud Montebourg, che in un’intervista radiofonica ha paragonato la sanzione contro BNP ad una “sentenza di morte”, e l’ex presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, secondo il quale una maxi-multa potrebbe innescare una reazione a catena colpendo tutto il sistema finanziario europeo.
Ancor più del servilismo mostrato dalla classe politica francese verso uno dei maggiori colossi bancari del pianeta, tuttavia, la vicenda di BNP spicca perché ha fornito una nuova occasione per valutare il modo in cui gli Stati Uniti danno l’impressione di perseguire in maniera imparziale chiunque e qualsiasi compagnia si renda responsabile di attività criminose, al di là della sua posizione o del suo peso economico.
Per cominciare, la risposta di Obama alla supplica di Hollande avrebbe dovuto suscitare lo scherno di qualsiasi giornale o televisione realmente liberi. Il presidente americano ha infatti escluso di potere intervenire nel caso BNP, sostenendo che non è possibile per lui “sollevare il telefono per dire al procuratore generale come gestire la causa”. Per Obama, il sistema americano sarebbe fatto in modo tale da “assicurare che la legge non venga in nessun modo influenza da ragioni di convenienza politica”.
Simili affermazioni sono giunte dal capo di un governo che ha fatto di tutto negli ultimi anni per impedire che un solo dirigente di una sola banca responsabile della colossale crisi finanziaria esplosa nel 2008 venisse messo sotto accusa nonostante la più che ampia evidenza di responsabilità, messe in luce - tra le indagini più autorevoli - da un rapporto del Congresso sul crack di Wall Street nel quale è stato esposto nel dettaglio un sistema quasi interamente basato su attività criminali.
La presunta durezza della giustizia americana, inoltre, continua a riguardare in gran parte banche straniere, tutt’altro che casualmente concorrenti di quelle indigene. Oltre alle già citate HSBC, Standard Chartered e ING, le autorità degli Stati Uniti hanno recentemente negoziato una sanzione da 2,6 miliardi di dollari con l’elvetica Credit Suisse, accusata di avere aiutato ricchi americani ad evadere il fisco nascondendo denaro su conti off-shore. Nessuna di queste banche, oltretutto, è stata perseguita per le attività fraudolente che hanno portato alla rovinosa crisi finanziaria del 2008.
Questo
giro di vite del governo USA è stato deciso sull’onda delle polemiche
piovute sul ministro della Giustizia, Eric Holder, dopo che aveva
lasciato intendere che alcuni istituti bancari risultavano troppo grandi
per essere incriminati senza creare problemi all’intero sistema
finanziario.
L’ipotesi della multa da 10 miliardi di dollari contro BNP, poi, è arrivata anche per dare seguito ad un intervento pubblico di qualche settimana fa dello stesso Holder, nel quale, per smentire le precedenti dichiarazioni, aveva affermato che il suo dipartimento non intende risparmiare nessuna banca di grandi dimensioni.
Alcune banche americane sono state in realtà perseguite ed hanno negoziato sanzioni importanti, anche se sempre tutt’altro che adeguate al livello di criminalità e comunque poco più che irrisorie rispetto ai profitti accumulati. JP Morgan Chase, ad esempio, l’anno scorso ha pagato 13 miliardi di dollari per chiudere una serie di cause civili legate alle truffe dei mutui sub-prime, mentre Bank of America starebbe trattando un accordo con le autorità che potrebbe includere una multa da oltre 10 miliardi. In tutti i casi, comunque, i patteggiamenti hanno escluso l’ammissione di colpa o l’incriminazione dei vertici delle banche.
Le sanzioni così pagate, quindi, sono considerate poco più di una voce di costo necessaria per continuare a fare affari con modalità in larga misura identiche a quelle che hanno causato il tracollo del sistema.
L’incriminazione di banche europee per la violazione di sanzioni imposte da Washington, infine, rappresenta un messaggio inequivocabile agli istituti e ai governi del vecchio continente, proprio mentre il governo USA sta cercando di raccogliere consensi per adottare misure punitive più pesanti contro la Russia.
Qualsiasi banca che dovesse evadere eventuali sanzioni statunitensi, cioè, potrebbe trovarsi esposta al rischio di multe miliardarie come quella minacciata ai danni di BNP Paribas.
Fonte
La minaccia americana di infliggere al colosso bancario francese BNP Paribas una maxi-multa da 10 miliardi di dollari ha scatenato un acceso scontro diplomatico tra Washington e Parigi, emerso in particolare durante il recente incontro tra i presidenti Obama e Hollande a margine del G-7. Una delle più grandi banche del pianeta, BNP, è da tempo nel mirino delle autorità d’oltreoceano per avere processato transazioni finanziarie con paesi colpiti da sanzioni decise dal governo degli Stati Uniti.
Tra il 2002 e il 2009, la banca francese avrebbe cioè aggirato le sanzioni imposte dagli USA contro Sudan, Cuba e Iran, principalmente nascondendo l’identità di coloro che erano coinvolti in trasferimenti di denaro in modo da passare attraverso il sistema finanziario americano senza far scattare l’allarme delle autorità.
I vertici di BNP sono stati protagonisti di trattative con svariati uffici competenti per giungere ad un accordo, tra cui il Dipartimento di Giustizia e quello del Tesoro di Washington, il procuratore distrettuale di Manhattan e il Dipartimento per i Servizi Finanziari dello stato di New York.
Oltre ai 10 miliardi di multa, la banca potrebbe essere costretta ad ammettere di avere commesso un crimine, aprendo così la strada ad ulteriori denunce. Inoltre, anche se le autorità USA sembrano avere ritirato la più grave minaccia di revocare la licenza per operare negli Stati Uniti, BNP potrebbe vedersi sospendere temporaneamente il permesso di processare transazioni finanziare in dollari americani.
Dal febbraio scorso, quando BNP aveva annunciato di avere accantonato 1,5 miliardi di dollari per far fronte a possibili sanzioni negli Stati Uniti, la banca ha perso il 18% del proprio valore di borsa. L’importo della multa di cui si discute, d’altra parte, ammonterebbe a poco meno del totale delle entrate del 2013, vale a dire 11,2 miliardi di dollari e, per gli analisti, potrebbe trascinare l’istituto in “zona pericolo” in concomitanza con i cosiddetti “stress test” bancari dell’Unione Europea.
I 10 miliardi di dollari che potrebbero essere richiesti a BNP hanno suscitato le ire del management della banca e dello stesso governo francese, visto che altre banche nel recente passato hanno concordato con il governo americano multe nettamente inferiori per avere fatto affari con paesi sulla lista nera di Washington.
Le britanniche HSBC e Standard Chartered, ad esempio, avevano pagato rispettivamente 667 milioni e 1,9 miliardi di dollari, mentre l’olandese ING si era accordata per 619 milioni di dollari. Secondo i giornali finanziari, tuttavia, la rilevanza della sanzione ai danni di BNP sarebbe dettata da svariati fattori, tra cui il numero molto più elevato di transazioni “proibite” gestite rispetto alle altre banche, il coinvolgimento diretto dei massimi vertici dell’istituto e la scarsa collaborazione con le autorità americane mostrata da questi ultimi durante l’indagine.
Nell’incontro con Obama la settimana scorsa, il presidente socialista ha definito la sanzione da 10 miliardi di dollari “del tutto sproporzionata”, visto che potrebbe avere “conseguenze economiche e finanziarie per tutta l’eurozona”. Della difesa dell’istituto privato si sono fatte carico anche altre importanti personalità francesi, tra cui il ministro dell’Economia, Arnaud Montebourg, che in un’intervista radiofonica ha paragonato la sanzione contro BNP ad una “sentenza di morte”, e l’ex presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, secondo il quale una maxi-multa potrebbe innescare una reazione a catena colpendo tutto il sistema finanziario europeo.
Ancor più del servilismo mostrato dalla classe politica francese verso uno dei maggiori colossi bancari del pianeta, tuttavia, la vicenda di BNP spicca perché ha fornito una nuova occasione per valutare il modo in cui gli Stati Uniti danno l’impressione di perseguire in maniera imparziale chiunque e qualsiasi compagnia si renda responsabile di attività criminose, al di là della sua posizione o del suo peso economico.
Per cominciare, la risposta di Obama alla supplica di Hollande avrebbe dovuto suscitare lo scherno di qualsiasi giornale o televisione realmente liberi. Il presidente americano ha infatti escluso di potere intervenire nel caso BNP, sostenendo che non è possibile per lui “sollevare il telefono per dire al procuratore generale come gestire la causa”. Per Obama, il sistema americano sarebbe fatto in modo tale da “assicurare che la legge non venga in nessun modo influenza da ragioni di convenienza politica”.
Simili affermazioni sono giunte dal capo di un governo che ha fatto di tutto negli ultimi anni per impedire che un solo dirigente di una sola banca responsabile della colossale crisi finanziaria esplosa nel 2008 venisse messo sotto accusa nonostante la più che ampia evidenza di responsabilità, messe in luce - tra le indagini più autorevoli - da un rapporto del Congresso sul crack di Wall Street nel quale è stato esposto nel dettaglio un sistema quasi interamente basato su attività criminali.
La presunta durezza della giustizia americana, inoltre, continua a riguardare in gran parte banche straniere, tutt’altro che casualmente concorrenti di quelle indigene. Oltre alle già citate HSBC, Standard Chartered e ING, le autorità degli Stati Uniti hanno recentemente negoziato una sanzione da 2,6 miliardi di dollari con l’elvetica Credit Suisse, accusata di avere aiutato ricchi americani ad evadere il fisco nascondendo denaro su conti off-shore. Nessuna di queste banche, oltretutto, è stata perseguita per le attività fraudolente che hanno portato alla rovinosa crisi finanziaria del 2008.
L’ipotesi della multa da 10 miliardi di dollari contro BNP, poi, è arrivata anche per dare seguito ad un intervento pubblico di qualche settimana fa dello stesso Holder, nel quale, per smentire le precedenti dichiarazioni, aveva affermato che il suo dipartimento non intende risparmiare nessuna banca di grandi dimensioni.
Alcune banche americane sono state in realtà perseguite ed hanno negoziato sanzioni importanti, anche se sempre tutt’altro che adeguate al livello di criminalità e comunque poco più che irrisorie rispetto ai profitti accumulati. JP Morgan Chase, ad esempio, l’anno scorso ha pagato 13 miliardi di dollari per chiudere una serie di cause civili legate alle truffe dei mutui sub-prime, mentre Bank of America starebbe trattando un accordo con le autorità che potrebbe includere una multa da oltre 10 miliardi. In tutti i casi, comunque, i patteggiamenti hanno escluso l’ammissione di colpa o l’incriminazione dei vertici delle banche.
Le sanzioni così pagate, quindi, sono considerate poco più di una voce di costo necessaria per continuare a fare affari con modalità in larga misura identiche a quelle che hanno causato il tracollo del sistema.
L’incriminazione di banche europee per la violazione di sanzioni imposte da Washington, infine, rappresenta un messaggio inequivocabile agli istituti e ai governi del vecchio continente, proprio mentre il governo USA sta cercando di raccogliere consensi per adottare misure punitive più pesanti contro la Russia.
Qualsiasi banca che dovesse evadere eventuali sanzioni statunitensi, cioè, potrebbe trovarsi esposta al rischio di multe miliardarie come quella minacciata ai danni di BNP Paribas.
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